La strada dedicata a Maria Winkelmann

Tra via Alessandro Volta e via Toni Ebner, parallela a via Bruno Buozzi, si trova via Maria Winkelmann. Nata il 25 febbraio 1670 a Panitzsch, presso Lipsia, Maria Margarethe Winkelmann rimase presto orfana. Crebbe a Sommerfeld presso Lipsia, nella casa di Christoph Arnold (1650-1695), detto “l’astronomo contadino”, il quale diede alla ragazza i primi rudimenti dell’astronomia. Nella cerchia di amici di Christoph Arnold, Maria Margarethe conobbe Gottfried Kirch (1639-1710), anche lui astronomo; si sposarono il 5 maggio 1692; ebbero quattro figli, di cui due, Christfried (1694-1740) e Christine (1697-1782), portarono avanti con grande successo la tradizione di famiglia concernente l’astronomia e la meteorologia. Trasferiti a Guben, Maria Margarethe Winkelmann, oltre ad essere la più fidata e accorta collaboratrice di Gottfried, iniziò lei stessa con regolari e quotidiani calcoli e appunti meteorologici. Nel luglio 1700 Gottfried Kirch fu nominato primo astronomo dell’Osservatorio astronomico della Società berlinese delle scienze; la famiglia si trasferì a Berlino. Se a Gottfried Kirch, deceduto il 25 luglio 1710, si deve un gran numero di osservazioni astronomiche e meteorologiche del periodo berlinese, sua moglie Maria Margarethe non fu da meno; dal 1° gennaio 1701 aveva iniziato autonomamente le proprie osservazioni, che nel 1702 portarono alla scoperta di una cometa. La vedova poté lavorare nell’Osservatorio privato del barone Bernhard Friedrich von Krosigk (1656-1714), sul tetto della casa nella Wallstrasse. Invitata a Danzica, vi rimase dal 1714 al 1716, anno in cui ritornò a Berlino per raggiungere il figlio Christfried, nominato direttore dell’Osservatorio astronomico berlinese; lo sostenne, come per anni aveva fatto per il marito, nei suoi lavori astronomici. Lei stessa riprese con le proprie osservazioni astronomiche, cosa che fece fino al 17 dicembre 1720. Morì alcuni giorni dopo, il 29 dicembre.

Autore: Leone Sticcotti

Intingoli di primavera

La stagione è agli sgoccioli, l’inverno, peraltro piuttosto mite rispetto alla media, sta lasciando spazio alla primavera con una specie di rigurgito d’orgoglio che se proprio non ha portato le basse temperature, ha quanto meno innevato le cime e non solo loro, per la gioia di sciatori ed operatori turistici d’alta quota. Tutto questo ovviamente non ha minimamente sfiorato l’operato dei nostri musicisti che giustamente del tempo se ne infischiano e continuano imperterriti il loro cammino. Vediamo insieme le principali novità di questo periodo.

Il primo giorno di marzo è stato pubblicato il nuovo singolo del team Maka & Saf, Parlami di te. Il giovane cantante Alessandro Makselj in arte Maka, bolzanino, classe 2003, ha già all’attivo diverse canzoni, a dispetto della giovane età e per questa nuova proposta ha fatto coppia col concittadino Saf (all’anagrafe Matteo Saffiotti) che oltre ad occuparsi della produzione, divide le sorti canore con l’amico. Il brano s’inserisce a testa alta nella corrente musicale che in Italia sembra andare per la maggiore, quel pop melodico col cantato che usa la metrica del rap senza però scandirla eccessivamente e facendo un uso non invasivo dell’autotune. È la musica della generazione di “Amici” per intenderci, quella dei like e delle visualizzazioni, la piccola alternativa a un mainstream che continua a riproporre canzoni di quaranta, cinquant’anni fa come se in mezzo non fosse accaduto (musicalmente) nulla: e per molti, in effetti, non è accaduto davvero nulla.

Il brano di Maka e Saf si presenta come una ballad dalla forte carica emozionale. Attraverso i suoi versi ispirati, l’artista racconta le dinamiche di una relazione, appassionata quanto tormentata, descrivendo il turbine emotivo che pervade la mente del protagonista della vicenda.

Di una settimana successivo è invece il brano (stavolta anche in formato video su youtube) pubblicato dal bolzanino Dayoff col titolo di Ce la farò. La sfera musicale è la stessa in cui si colloca la canzone di Maka, con un più accentuato uso della ritmica, laddove invece l’altra proposta si sorreggeva su un’atmosfera acustica. Su una curatissima produzione firmata da Ric de Large, Dessa One e dallo stesso Dayoff, il timbro espressivo delicato della vocalità dell’artista scorre sulla ritmica accompagnato da chitarre graffianti e da elementi sonori club, urban e r’n’b. La rappresentazione del turbine emotivo interiore prende forma attraverso linee melodiche catchy che esaltano la ricercata cifra stilistica di Dayoff, il quale, riesce a calare l’ascoltatore nella dimensione della vicenda creando una componente di immedesimazione che non ritroviamo però nel video d’accompagnamento, girato con atmosfere soffuse che vogliono richiamare atmosfere degli anni trenta del secolo scorso senza però riuscirci.

Sul fronte techno pop, ad inizio marzo è arrivato invece il nuovo singolo di Annabel De Melchiori, Little Things, brano strumentale indirizzato principalmente al pubblico delle discoteche, come del resto era Today night,  brano uscito a fine gennaio ad opera del produttore beetlejuice a cui la De Melchiori aveva preso parte come vocalist.

Concludiamo con quello che ci pare lo sforzo più interessante delle ultime settimane, il video della band The Rumpled, in cui milita il fisarmonicista bolzanino Tommaso Zamboni, autore della parte musicale del brano in questione. The Rumpled, la cui musica si è conquistata la stima e l’apprezzamento di pubblico e critica anche all’estero, fa di nuovo centro col titolo di Vaja’s breath, il respiro di Vaja, canzone  sostenuta da un’energica siringata di celtic folk virato al punk, secondo la lezione dei mai dimenticati Pogues e dei loro epigoni Dropkick Murphys, condendo il tutto, oltre che con un occhio di riguardo per un problema scottante come il cambiamento climatico, con particolare attenzione anche alla parte visual del progetto che riporta il gruppo sulle nevi dolomitiche e nelle foreste devastate dalla furia della tempesta del 2018 a cui il brano s’ispira.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Le grandi bonifiche del XVIII secolo

Tra il XV e il XVII secolo la vita in Bassa Atesina si era resa particolarmente difficoltosa. La popolazione era in costante calo e le condizioni ambientali avverse dovute specialmente alle distese di paludi e acquitrini creati dalle acque stagnanti dell’Adige avevano prostrato nel fisico e nel morale i contadini dei paesi lungo l’asse del fiume. In particolare la malaria non dava tregua agli abitanti e d’estate era quasi impossibile soggiornare in valle. Nacque proprio in quel periodo, per chi poteva permettersela, l’usanza dei “freschi” estivi, ossia dei soggiorni in altura per sfuggire la calura e le insidie del fondovalle.

Poi, negli ultimi decenni del 1700, dietro insistenza dei comuni interessati e su impulso dell’imperatrice asburgica Maria Teresa, furono finalmente bonificati e assegnati ai piccoli coltivatori molti terreni paludosi della Val d’Adige, fino a quel momento tradizionalmente di proprietà collettiva (Gemain) delle comunità. Per secoli vi si era praticato solo il pascolo, prevalentemente di ovini, e raccolto paglia e fieno per le esigenze domestiche. Qualche sparuto tentativo di utilizzo agricolo era stato effettuato a partire dal XIII secolo da parte di alcuni conventi o grandi proprietari terrieri ma la spada di Damocle delle continue alluvioni scoraggiava i contadini dall’avviare laboriose e costose opere di coltivazione.

Le bonifiche, di fatto anteriori ai grandi interventi di regolazione dell’alveo dell’Adige terminati in concomitanza con la realizzazione della linea ferroviaria tra Bolzano e Verona, interessarono dapprima piccoli lotti di terreni prossimi ai conoidi alluvionali che ospitavano i paesi della Bassa. 

Poi, con la realizzazione di alcuni grandi fossati di raccolta delle acque da incanalate verso l’Adige, fu possibile acquisire sempre nuovi terreni coltivabili  a sud di Bolzano, tra Laives e Ora e, in particolari, nei comuni di Caldaro, Termeno e Cortaccia. 

In tal senso, la realizzazione della Fossa Grande di Caldaro fu un evento di portata storica che impiegò centinaia di uomini. Nel 1769 alcun comuni come Caldaro, Termeno, Caldiff-Enn, Magrè, Cortaccia, Koenigsberg e Kronmetz (Mezzocorona) comunicarono al “Gubernium” di Innsbruck la propria intenzione di procedere “senza ulteriori  perdite di tempo” con gli interventi di bonifica. L’idea principale era quella di realizzare un grande fossato dal lago di Caldaro fino a Salorno, capace di convogliare le acque stagnanti nell’Adige e quindi drenare il terreno. Poiché non tutti e per vari interessi anche spiccioli (l’aumento di terreni coltivabili ne avrebbe diminuito il valore di mercato) erano convinti dell’impresa, il governo affidò a  Michael von Conforti l’incarico di ripartire i terreni da bonificare tra i richiedenti tenendo conto non solo della dimensione ma anche della qualità dei lotti. Si trattava di ca. 1500 ettari di terreno da suddividere tra Caldaro (la metà) e Termeno e Cortaccia (un quarto ciascuno).

Il progetto per la realizzazione della Fossa fu affidato all’ingegnere bolzanino Josef Peter von Zallinger e nel 1774 iniziarono i lavori. Il canale fu ultimato nel 1777, ma in precedenza i comuni di Salorno e Mezzocorona avevano temporaneamente bloccato i lavori per il timore “che l’intero lago di Caldaro si riversasse nelle loro campagne”. Visto il successo del canale, l’anno successivo si iniziarono i lavori per un secondo canale, capace di raccogliere le acque tra Termeno e Magrè. Alcuni anni dopo, il canale fu prolungato fino a San Michele ma una soluzione definitiva ai problemi di scorrimento delle acque fu trovata solo nel 1853, quando fu finalmente risolto l’annoso problema del Noce che, apportando grandi masse di materiale dalla Val di Non, impediva il regolare deflusso delle acque dei canali e dell’Adige stesso. 

Un ulteriore canale fu poi realizzato nel 1779 tra Laghetti e Salorno, denominato Lutterotti-Graben, e nello stesso anno fu realizzato il collegamento tra la Fossa di Bronzolo e Ora. Seguì nel 1853 la Fossa tra Vadena e Laimburg. Nel 1845 fu realizzato un analogo canale tra Nalles, Andriano e Appiano, sicché l’intera Bassa Atesina a quel punto si poteva ritenere bonificata e coltivabile.

Autore: Reinhard Christanell

Mirko Ciech l’artista del riutilizzo

La creatività di Mirko Ciech nasce dal riutilizzo: sono i materiali poveri, quelli che vengono scartati nei cantieri in cui lavora, che lui ricicla per creare le proprie sculture. 

“Sono ormai una ventina di anni che mi dedico alla scultura, tanto che sono riuscito a riempire un garage di opere”, spiega con voce fiera Mirko Ciech, classe 1969 residente a Bronzolo.

Dopo gli studi professionali come maestro muratore e numerosi corsi, ha iniziato a lavorare nei cantieri senza mai trascurare l’amore per l’arte, nato fra i banchi di scuola. “Con le mie sculture mi piace lanciare un messaggio, spiegare l’importanza dell’andare tutti d’accordo”. Esemplificativa è l’opera “Prima di agire devi dormire”: ritraendo una testa dormiente, l’autore comunica che prima di dire qualsiasi cosa occorre avere la mente lucida. “È un pezzo nato da un’unica gittata di calcestruzzo, modellato all’80 per cento con la cazzuola e rifinito con il disco diamantato. “Diversi ma uniti”, poi, è fatta invece con tre cubi in calcestruzzo legati con dei tubi di ferro ed è l’opera di più recente realizzazione: è una scultura che rende omaggio ai quattro elementi che stanno alla base della costruzione, vale a dire il legno, il sasso, il mattone e recentemente il calcestruzzo. “Sono contrario a tutti quei materiali applicati alle facciate, tipo il polistirolo, che un domani dovranno essere smaltiti”.

Mirko Ciech, com’è venuta l’idea di realizzare sculture con questi materiali? 

Dopo quarant’anni di lavoro come capocantiere ho pensato di creare qualcosa unendo il mio amore per l’arte con ciò che conosco molto bene e uso ogni giorno per lavorare. Nelle mie sculture inserisco colori ad ossido di ferro, scelgo l’inerte, scelgo i sassi nei fiumi e faccio le gittate. Ciò che ne esce lo modello e lo levigo con il disco diamantato, fino a che dal conglomerato ne esce la scultura. Ho fatto anche dei quadri in calcestruzzo.

Ma oltre agli strumenti servirà anche del tempo…

Una scultura occupa sulle trenta ora di lavoro. Oltre il disco diamantato o flex e la cazzuola, compagna di una vita di lavoro nei cantieri e alla base delle mie opere, è necessario lo scalpello. Generalmente creo le mie sculture nel garage durante i fine settimana: è come essere in ferie, è appagante. Poi il calcestruzzo è un materiale che nessuno usa nell’arte.

Ha già fatto anche qualche mostra? 

Ho fatto due mostre a Bolzano e al campo da golf di Pietralba. Ma purtroppo l’arte è un qualcosa che interessa davvero a pochissime persone, da queste parti.

Cosa pensano i colleghi in cantiere di questo suo talento? 

Reagiscono in maniera simpatica: ridono e mi chiamano “il professore”.

Autore: Daniele Bebber

La scrittura terapeutica

Il cinquantacinquenne Marco Veronese, nato a Bolzano ma residente da sempre nel comune di Bronzolo, da ventisette anni lavora in una grande multinazionale altoatesina, dove si occupa di sicurezza. Però in anni recenti si è dedicato molto anche alla scrittura. In particolare di poesie in versi liberi, come forma terapeutica per se stesso e come messaggio per gli altri.

La cosa di me che mi piace di più. 

L’imprevedibilità.

Il mio principale difetto. 

La fragilità. 

Il mio momento più felice. 

La nascita dei figli. 

Le persone che ammiro. 

I miei genitori.

Un libro da portare sull’isola deserta. 

“Un giorno apparirà”.

Il paese dove vorrei vivere. 

In un paese asiatico.

Non sopporto… 

L’arroganza.

Per un giorno vorrei essere…

Una mosca.

La mia paura maggiore. 

Non riuscire a dare molto ai figli.

Nel mio frigo non manca… 

La carne.

Se fossi un animale sarei. 

Una pantera.

Il mio motto. 

Non mollare mai.

Il capriccio che non mi sono mai tolto. 

Volare.

Il giocattolo che ho amato di più. 

Un peluche.

I miei poeti preferiti. 

Alda Merini, Fabrizio de André.

Il mio pittore preferito. 

Munch.

Il dono di natura che vorrei avere. 

L’invisibilità.

Dico bugie solo… 

Non le dico mai.

Dove mi vedo fra dieci anni. 

Di sicuro in pensione in un’isola.

Il colore che preferisco. 

Azzurro.

L’ultima volta che ho perso la calma. 

La perdo tante volte.

Da bambino sognavo… 

L’amore eterno.

Autore: Daniele Bebber

Frieda Riss e Ada von der Planitz fra le artiste cadute nell’oblio

Secondo Plinio fu proprio una donna a dar vita all’arte occidentale, eppure per secoli il canone artistico ha celato questa presenza “ininterrotta” delle donne nell’arte. Se il Novecento può essere considerato il “secolo del riscatto” non meno difficile fu il raggiungimento del “riconoscimento” e soprattutto troppo esile e troppo breve fu il loro ricordo, obliandole nelle amnesie della storia anche recente. Fra gli iscritti al Meraner Küstlerbund che aveva aperto i battenti nel 1906, ben 21 sono i nomi di donna ma della maggior parte di loro è impossibile reperire informazioni, opere e tracce d’alcun genere.  

Figlia d’arte, Frieda Riss (Merano 1908-Stams 1982) si accostò all’arte attraverso suo padre, il famoso ritrattista Thomas Riss (1871-1959), residente a Merano fin dal 1898 e assai apprezzato fra i notabili della città anche per i suoi personaggi caratteristici e quasi di genere.

Come una moderna Artemisia, per Frieda, vivendo accanto al padre, fu facile accostarsi al disegno, ai colori e pian piano affiancarlo nella sua produzione pittorica e a far diventare questa passione un vero e proprio mestiere. L’influenza pittorica del padre fu preponderante ma Frieda tentò di allontanarsene anche frequentando un semestre nel 1930/31 all’Accademia di Monaco. Non portò mai a termine gli studi d’arte e scelse invece di tornare in seno alla famiglia. Così, rientrata ad Innsbruck, dove il padre si era trasferito lasciando Merano nel 1927, continuò a lavorare con lui nell’atelier di famiglia. Frieda riuscì a distaccarsi stilisticamente dal padre aggiungendo freschezza e modernità ai propri dipinti ma non riuscì mai ad allontanarsi dal suo alone di notorietà continuando piuttosto a muoversi nella sua ombra. 

Fra le numerose tele e disegni a tutt’oggi in commercio infatti, esiste più di un’opera firmata solamente “Riss” e atipiche nella resa dei volti, delle acconciature e degli abiti, per l’impostazione stilistica di Thomas e che probabilmente andrebbero ascritte alla figlia. Frieda non rinunciò neppure a qualche incarico tutto suo come fu quello per il ritratto del sindaco di Merano Maximilian Markart. 

Di Ada von der Planitz (Merano 1 giugno 1880 – Merano 26 gennaio 1936) si era persa la memoria. Condusse una vita agiata e dedita all’arte. 

Non si sposò mai e visse per quasi tutta la sua esistenza nella villa immersa in un parco lussureggiante di piante esotiche che il padre Arthur, ricco imprenditore. , aveva fatto costruire nel 1882 dall’architetto Karl Möser. Iscritta al Künstlerbund fin dalla sua fondazione alla quale partecipò ella stessa attivamente nei panni di membro straordinario. Amante della natura, della montagna e degli animali, i suoi olii, così come i suoi acquarelli o le sue tempere raccontano il paesaggio e la fauna alpina, le vette innevate, gli scalatori intenti a contemplare i panorami arditi, i masi o i rifugi in quota, il lavoro dei contadini, le chiesette di montagna. Consueti per lei furono anche i soggiorni al Lago di Garda che trascorreva soprattutto a Torbole o a Riva. 

Anche questi produssero numerosi paesaggi di quelle zone con uliveti e cipressi, i villaggi costieri, i cieli al crepuscolo riflessi sull’acqua o le rive del lago caratterizzati da ghiaia e massi erratici. A tutto questo Ada sapeva imprimere quella tipica illusione di sud. 

Ada non trascurò neppure le vedute più emozionanti del Burgraviato come ad esempio il maniero avito dei conti del Tirolo immerso nella natura autunnale. Tipici della sua pittura erano anche i cieli dove il sole sapeva filtrare attraverso le nubi e donare una particolare atmosfera di attesa, di epifania, di magia. Per tutto ciò fu pittrice ammirata e conosciuta fra gli amanti dell’arte meranesi, bolzanini e trentini.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Psicologia e intercultura

Qui Intervista a Ricciarda Cavosi. Meranese, laureata in psicologia a La Sapienza di Roma, specializzata in psicoterapie autogene e brevi a Padova ed esperta di psicologia interculturale nonché entno-psicologia. Il nome di Ricciarda Cavosi è legato a doppio filo con il termine “integrazione”: è lei l’anima dell’Associazione Trait d’Union che si occupa di intercultura, promuovendo periodicamente il progetto “Un musical per l’integrazione” e organizzando sostegno ai compiti scolastici e di insegnamento dell’italiano agli stranieri.

La cosa che mi piace di me.

L’ottimismo e il perseguire i miei obiettivi.

Il mio principale difetto.

Il mio disordine, dove però ritrovo sempre tutto.

Il mio momento più felice.
Ce ne sono diversi, ma sicuramente la nascita di mia figlia.

Le persone che ammiro di più.

Tutti coloro che hanno saputo e che sanno lottare per i propri ideali e per un modo migliore.

Un libro sull’isola deserta.

“Istruzioni per rendersi infelici”, di Paul Watzlawick.

La mia occupazione preferita.

Nel tempo libero stare a contatto con la natura, ascoltare musica e dedicarmi alle persone che amo.

Il paese dove vorrei vivere.

Con tutti i suoi difetti, l’Italia mi va benissimo.

Non sopporto…

Le falsità.

La mia paura maggiore.

La guerra.

Nel mio frigo non mancano mai…

Il parmigiano e il prosecco.
Se fossi un animale sarei.

Un leone.

Mi sono sentita orgogliosa… 

Quando sono riuscita a fondare L’Associazione Trait d’Union.

Il mio motto.

“Un giorno senza sorriso è un giorno sprecato”.

Il capriccio che non mi sono tolta.

Non esser ancora andata a visitare i luoghi dove è nato mio padre, Il Marocco, e dove ha studiato, la Repubblica Domenicana… ma mai dire mai.
I miei pittori preferiti.

Al di là di mio padre, Turner .
Il dono di natura che vorrei avere.

A dire la verità non saprei, anche perché globalmente sono soddisfatta di me stessa e di quello che la natura mi ha già donato.

Dico bugie solo…

Quando è necessario a fin di bene.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Dove sono adesso con la mia famiglia.

L’ultima volta che ho perso la calma.

La perdo difficilmente, ma forse tre mesi fa per abbassare i toni all’interno di una dinamica di gruppo.

Da bambina sognavo…

Di diventare una pattinatrice di Holiday on Ice.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La pandemia come rinascita artistica: Louis Celia Zippo

“Era da qualche tempo che non mi dedicavo seriamente allo sviluppo di un progetto fotografico, quando improvvisamente la pandemia catapultò il mondo in una nuova inedita quotidianità costellata di situazioni irreali, che sentii il forte impulso di documentare. Le misure di contenimento della pandemia da Covid 19 tuttavia non consentivano che rare uscite motivate da esigenze eccezionali o urgenti”.
Così scrive Louis Celia Zippo nell’introduzione all’invito alla sua nuova mostra “De zona rubra” che prenderà il via il 20 marzo presso Im Kult a Marlengo. 

Le immagini in mostra sono depositarie della memoria delle emozioni vissute dal fotografo in quei lunghi mesi di sospensione dalla vita così come la conoscevamo e della difficoltà a relazionarsi con le persone. Si tratta di inquadrature dal taglio particolare, di istantanee di ciò che era possibile osservare come i fiori del proprio giardino, i giochi di luci e ombre sulle strade deserte, lo sbocciare in una notte del “tulipano queen of the night” che avrebbe vissuto quella unica notte e parte del giorno successivo come è nella sua natura e il suo destino. Speciale è anche la realizzazione della stampa di queste fotografie. Sono infatti in bianco e nero tranne che per alcuni piccoli elementi che sono stati dipinti a mano ad acquerello dall’artista Monika Hartl proprio come si usava un tempo quando ancora non esistevano le fotografie a colori. Le immagini sono stampate su cartoncino di cotone FineArt con bordi irregolari della ditta Hahnemühle. Quindi scatti d’artista che diventano oggetti ricercati e preziosi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La salvezza più vicina che c’è

La primavera meteorologica s’è presentata con la Porta Atlantica finalmente spalancata e ci siamo liberati dell’anticiclone subtropicale. L’aria è tornata respirabile al punto di non sentire più quel fastidio irritante al naso e alla gola, mentre si cammina per le città. Le montagne, a giorni alterni, hanno riabbracciato la neve, tramutatasi in pioggia per poi girare di nuovo in dama bianca anche se a quote sempre più alte. Purtroppo i fondivalle, a parte un paio di episodi di nevischio durante tutto l’inverno, non hanno mai ricevuto un accumulo, una coltre dignitosa. Ma noi innamorati dell’inverno, quand’esso si comporta da Generale Inverno, restiamo ottimisti e non ci scomponiamo, nonostante la gravità della situazione. Le immagini che provengono dalle Alpi occidentali sommerse di neve sono un toccasana per l’animo e per gli occhi. Sappiamo, tuttavia, che solo nella conca bolzanina le precipitazioni nevose negli ultimi 10 anni si sono ridotte del 75%, ma il capoluogo per motivi orografici non è mai stato supportato durante le perturbazioni nevose. Gli mancano difatti –  nelle immediate vicinanze – delle alture superiori ai 2000 metri che avrebbero la capacità di sostenere le precipitazioni e creare l’effetto sbarramento (cfr. Stau) e non solo; e non come avviene, per esempio, a Trento, che sebbene si trovi 60 metri più in basso ha una media nivometrica doppia rispetto a Bolzano. Benevolmente, e senza ricorrere ad improperi o alzare le mani, sorridiamo quando un nostro amico ci confida che gradirebbe vivere in un luogo con 20/25°C stabili durante tutto l‘anno, una situazione piuttosto remota lungo la fascia alpina. La stessa temperatura in particolar modo che serve ai nostri semi, già superficialmente interrati, a germinare. Sui davanzali cavoli neri precoci, peperoni, porri, cicerchie hanno già fatto capolino, le melanzane invece si fanno attendere e se la tirano; entro la seconda decade di marzo vedranno il ‘suolo alveolato’ pomodori, girasoli e pomodorini. Bisognerà attendere aprile per i legumi, le zucche e le zucchine ed un aprile inoltrato per i cetrioli ai quali il freddo non garba. Domenica mattina l’aria era umida, ma non pungente; il terreno era inzuppo e morbido. Il sole c’ha provato, come la pioviggine del resto. Non ho visto né sentito ronzare insetti impollinatori, ma solo le perfide limacce al passo da lumaca. Nel piccolo orto procedono i lavori per ripicchettare il cedevole, sostituire qualche asse dei camminamenti ed imbastire una struttura per la rete antigrandine; nonché poi tutti quei minuziosi dettagli e accorgimenti quando siamo immersi nell’essenzialità della Natura, la salvezza più vicina che c’è.

Autore: Donatello Vallotta

Anna Pezzetta: giovane promessa del pattinaggio

Il pattinaggio artistico è uno delle discipline più seguite alle Olimpiadi Invernali e da qualche edizione è stata introdotta anche la prova a squadre. Da quando si è ritirata Carolina Kostner, la prova femminile costituisce l’anello debole della nostra squadra, proprio ora che siamo competitivi nelle altre tre specialità. Tuttavia, nei prossimi anni questa tendenza proverà ad essere invertita da Anna Pezzetta, giovanissimo talento bolzanino in rampa di lancio in questo sport. Andiamo a scoprire la sua storia e a conoscere i suoi obbiettivi futuri.

Ciao Anna, raccontaci un po’ chi sei… 

Sono Anna Pezzetta, sono nata a Bolzano nel 2007 e qui sono cresciuta; ho frequentato la scuola a Bolzano fino a quando mi sono spostata alla scuola di Egna, dove mi allenavo.  Al momento sto finendo il liceo linguistico. 

Quando hai iniziato a pattinare?

Ho iniziato quando ero molto giovane, avevo cinque anni. Mio fratello giocava a hockey e io mi trovavo spesso al palaghiaccio, quando, un giorno, ho voluto provare a pattinare anche io e i miei genitori mi hanno iscritta a dei corsi a Bolzano. Da quel momento non ho più smesso.

Dove ti alleni?

Da settembre 2023 purtroppo non mi alleno più ad Egna, ma mi alleno al forum di Assago, a Milano. L’Arena di Egna ci ha comunicato che non ci sarebbe stato più posto per noi dell’artistico e che avrebbero tenuto solo la danza sul ghiaccio a Egna. Abbiamo deciso così, io e il mio team, di spostarci ad Assago. 

Ci descrivi una tua giornata tipo?

La mattina mi sveglio per le 7 e dopo la colazione vado alla pista per iniziare gli allenamenti che durano dalle 9 circa alle 15. Si inizia con il riscaldamento a secco e poi con l’allenamento sul ghiaccio, e finisco con danza oppure ginnastica, in base ai giorni. Finiti gli allenamenti vado a casa per seguire le lezioni scolastiche online. In mezzo alla giornata cerco di fare stretching per recuperare dagli allenamenti. Finite le lezioni preparo la cena, mi rilasso guardando delle serie tv e vado a dormire.

Quante volte a settimana ti alleni e quanti sacrifici ci sono dietro a tutto questo?

Mi alleno sei volte a settimana, sicuramente i sacrifici sono tanti sia da parte mia sia da parte di chi mi supporta in questo percorso, a partire dalla mia famiglia e a tutto il team che mi segue. Sono sacrifici che faccio perché amo questo sport e pattinando da quasi tutta la mia vita ormai non li vedo nemmeno più come “sacrifici”, ma quasi come la normalità.

Che cosa ti piace di più di questo sport?

La cosa che mi piace di più è scivolare sul ghiaccio e saltare, ma anche viaggiare per le gare e incontrare nuovi amici che vengono da paesi diversi.

Hobby?

Sì, ne ho diversi, ma purtroppo non ho tantissimo tempo per praticarli. Mi piace nuotare, andare al cinema e fare shopping oppure semplicemente passare del tempo con gli amici. Una cosa che mi manca molto è giocare con i miei animali domestici (cani e gatti) che purtroppo non riesco più a vedere molto, non abitando più a casa.

Obiettivi futuri?

Preferisco rimanere sul vago, sono molto scaramantica (ride n.d.r.). Sicuramente dare il meglio di me stessa in tutto quello che faccio. L’obbiettivo e il sogno principale sono ovviamente, come per tutti gli atleti, le olimpiadi.

La città di Bolzano ti ha aiutato a raggiungere i tuoi obbiettivi?

Di recente sono stata inserita nel “progetto elite” che sostiene economicamente, attraverso la Südtirol Sporthilfe, gli atleti nel periodo preolimpico. È un aiuto molto importante di cui sono molto grata.

Autore: Niccolò Dametto