La “vacca” di Caldaro, il treno della Bassa

Tra la fine del XIX e il primo decennio del XX secolo furono realizzate in tutto il Tirolo diverse linee ferroviarie “secondarie” poi frettolosamente smantellate nel secondo dopoguerra e oggi rimpiante da tutti. Tra le più importanti si ricorda il collegamento Bolzano-Renon, la Dermulo – Fondo – Mendola, la funicolare della Mendola e, soprattutto, la ferrovia elettrica transatesina a scartamento normale tra Bolzano – Gries e Caldaro.

Quest’ultima fu inaugurata il 15 dicembre 1898, dopo oltre un decennio di lavori preparatori. La nuova ferrovia dell’Oltradige o Überetscherbahn nel gergo popolare era chiamata Lepsbahnl (dalla bevanda denominata Leps, bevuta dai contadini nei campi), poiché trasportava soprattutto il vino prodotto in zona verso lo snodo ferroviario di Bolzano, o la vacca di Caldaro, per quel suo andamento lento e ondeggiante simile a quello dei pacifici ruminanti. Sarebbe rimasta in funzione fino al 1963 per quanto riguarda il trasporto di persone (ne potevano salire fino a 75), fino al 1971 per il servizio merci. Nel 1903 fu realizzato anche il collegamento tra la stazione di Caldaro e Sant’Antonio, dove si trovava la stazione a valle della spettacolare funicolare della Mendola. Proprio quest’opera favorì la nascita dell’importante movimento turistico che interessò il Passo della Mendola in quel periodo. Non fu invece mai completato il collegamento inizialmente previsto con Termeno ed Egna.

Si realizzò così un sogno lungamente covato dagli agricoltori a dagli operatori turistici dell’Oltradige. Il collegamento alla rete ferroviaria nazionale e internazionale permise per la prima volta il superamento del laborioso trasporto dei prodotti agricoli – soprattutto vino e mais –  con carri trainati da buoi e inoltre favorì decisamente l’afflusso di turisti verso le amene località tra S. Paolo, il Lago di Caldaro e la Mendola. Numerosi alberghi e posti di ristoro sorsero proprio lungo la linea ferroviaria e nella bella stagione mezza Bolzano si trasferiva in Oltradige.

Il percorso del treno era non solo funzionale alle esigenze degli abitanti di Appiano e Caldaro ma anche grandioso da un punto di vista paesaggistico. Oggi il tracciato è interamente occupato da una frequentatissima pista ciclabile che circumnaviga il Monte di Mezzo con partenza e arrivo sotto Castel Firmiano. I cicloamatori contemporanei lo chiamano il giro delle Fiandre. Nel suo tratto iniziale, il treno sfruttava la già esistente linea di Merano, poi da Castel Firmano iniziavano i 10,742 km di salita fino ad Appiano e pianura fino a Caldaro. Velocità massima in pianura 45 km all’ora, in salita 30. Complessivamente la linea aveva una lunghezza di 14,974 km, ai quali si aggiunsero i 2,4 ripidissimi chilometri da Caldaro alla funicolare della Mendola. 

Partito da Bolzano, il treno si fermava a Ponte Roma, Ponte Resia, Kaiserau, Castel Firmiano, S. Paolo, Appiano, Monticolo-Pianizza e Caldaro. Nella sua corsa – inizialmente e fino al 1911 con pittoresca locomotiva a vapore, quindi con locomotori elettrici  – il treno doveva oltrepassare due ponti sul Talvera e sull’Adige e due gallerie: la prima sotto Castel Firmiano, la seconda all’altezza di San Paolo. Il breve tratto all’interno dell’abitato di Caldaro fu elettrificato fin dall’origine ed anche la funicolare che raggiungeva il Passo della Mendola fruiva della trazione a corrente elettrica.

L’opera fu “sponsorizzata” dai comuni interessati e in particolare da quello di Caldaro con il sindaco Andreas Di Pauli. Il finanziamento fu invece garantito dal banchiere bolzanino Sigismund Schwarz, che favorì la nascita della Aktiengesellschaft Überetscherbahn  (Società per azioni Ferrovia dell’Oltradige) con sede a Bolzano. La realizzazione dell’opera fu affidata alla ditta Stern & Hafferl per un costo complessivo di 2,5 milioni di Corone. La gestione fu inizialmente assegnata alla società privata “k.k. Südbahngesellschaft”, alla quale, dopo il passaggio dell’Alto Adige all’Italia, subentrarono le FF.SS. Negli ultimi anni gestì la linea la Überetscherbahn AG.

Autore: Reinhard Christanell

La libertà di Sieglinde Tatz – Borgogno

In questi giorni nei corridoi della nuova sede della fondazione Benjamin Kofler a Salorno, è esposta una trentina di acquerelli: si tratta del più recente “prestito” (così lo definisce lei) dell’artista Sieglinde Tatz – Borgogno, la stessa che ha installato oltre settecento sculture nel “Giardino del desiderio”, caratteristico della frazione Pochi.

Sieglinde Tatz – Borgogno è uno spirito libero, come liberi sono i pensieri nel fermare l’attimo per raccontare una vita artistica fatta di gioie e pure di spine. “Purtroppo l’arte non viene molto considerata, soprattutto se è di una donna – si rammarica – La mia passione è l’arte, sto bene quando posso lavorare esprimendo le mie sensazioni. Dopo l’ultimo viaggio in Marocco del mese scorso, ho ideato una tecnica a mosaico, in vetro, che utilizzerò su alcuni disegni”.

Come mai la scelta di esporre in casa di riposo a Salorno? 

Ho prestato parecchi anni di volontariato a Villa Serena, mi occupavo di laboratori artistici, da cui sono nati bellissimi lavori. Mentre alla casa di riposo di Salorno il mio sogno è che mi diano uno spazio dove poter fare una gipsoteca, qualcosa di bello dove esporre le opere in gesso.

Ricorda come si è avvicinata al mondo dell’arte? 

Certo. A casa di mio papà passavano molte persone, tra loro anche il rinomato artista Hans Weber-Tyrol che era un caro amico di famiglia. Un giorno andai dalla moglie di questo pittore, ero ancora piccola. Lui era sul balcone e sua moglie gli disse che io volevo prendere lezioni da lui perché lo consideravo una persona libera. Si mise a ridere e mi mandò a Bolzano a frequentare i corsi del Südtiroler Künstlerbund, con i maestri Hans Prünster (grafica), Maria Delago (ceramica) e Lore Arnold Maurer (pittura). L’ambiente era davvero impegnativo, ma una decina di anni dopo iniziai a tenere anche dei corsi presso questo ente.

E poi cos’è accaduto? 

Dopo essermi sposata, mio padre mi disse che una donna deve sapere aiutare il marito economicamente. Per alcuni anni allora mi dedicai ad altre attività e accumulai dei risparmi. Il grande regalo arrivò con l’apertura in paese della scuola media; per insegnare educazione artistica avevo bisogno dell’abilitazione, quindi andai a Palermo per ottenerla. Ho insegnato ai ragazzi la libertà dell’arte: molti di loro ancora mi ricordano.

Poi si è dedicata soprattutto alla scultura… 

In più di cinquant’anni ho lavorato moltissimo con bronzo, marmo e gesso. Ma quando si viaggia è impegnativo portare con sé gli scalpelli…

A proposito: lei ha viaggiato parecchio, ma quali sono i luoghi che più l’hanno più ispirata? 

Ho adorato Egitto, ho apprezzato molto l’Argentina e conosco abbastanza bene tutti i paesi europei. Pisa, Parigi, Innsbruck, Atene, Possagno, sono alcuni dei luoghi dove ho esposto. Il mese prossimo torno anche a Bassano del Grappa per una gita: è un paese che mi ha accolto molto bene quando andai ad esporre.

Come vede il mondo dell’arte oggi? 

Sono piuttosto solitaria. Ho sempre insegnato a scuola e i miei studenti mi amavano, perché lasciavo loro la libertà. Penso che qualunque persona dovrebbe esprimere ciò che sente. È importante buttare fuori ciò che si ha dentro senza farsi troppo corrompere dai soldi facili. Essere artisti significa essere innamorati della bellezza e della natura, perché l’arte è natura.

Progetti per il futuro? 

Alla Cassa di Risparmio di Bolzano nei prossimi giorni presenterò la prima statuetta che ho realizzato nel 1968/69: ricordo ancora mio padre che mi disse: se vuoi fare l’artista devi andare nei palazzi e come donna devi venderti. Invece su quella statuetta scrissi: io non mi vendo. Quello che artisticamente ho realizzato l’ho fatto da sola, investendo i miei risparmi.

Autore: Daniele Bebber

Una vita dedicata alle donne e ai loro diritti

In occasione della giornata internazionale della donna, sul nostro giornale torna una rubrica che nel recente passato è stata dedicata a mettere in luce figure femminili particolarmente significative nel nostro panorama locale. Per l’occasione abbiamo incontrato Claudia Tomio, responsabile dei progetti di Pari Opportunità messi in atto dal Comune di Merano. 

Laureata in lingue, Claudia Tomio è stata per molti anni stimata traduttrice del Comune di Merano. Ma il suo impegno per i diritti delle donne ha segnato il cammino delle Pari Opportunità del Comune di Merano. 

Dottoressa Tomio la Sua carriera potrebbe essere presa ad esempio dalle giovani donne che si affacciano allo studio o al mondo del lavoro. Due anni e mezzo fa Lei si è concessa di rinnovarsi e lanciarsi in una nuova stimolante sfida. 

Sì, non nego che ci siano voluti coraggio e una buona dose di incoscienza. Passare dal ruolo di traduttrice a quello di dirigente (ndr dell’Ufficio Scuole, Istruzione e Giovani ) ha comportato un grande cambiamento professionale ma anche personale e un moltiplicarsi di impegni e responsabilità. Ma si è anche aperto un capitolo che – al di là dei molti problemi da risolvere – regala soddisfazioni e occasioni di crescita. Questo soprattutto grazie alla possibilità di attivarsi in settori cruciali quali la prima infanzia, la scuola, la ristorazione scolastica, le politiche giovanili. Ho mantenuto tra l’altro appunto anche l’impegno nel campo delle Pari Opportunità, che seguivo anche prima.

Vicino alla vita professionale lei è riuscita ad essere anche moglie e madre. Era difficile conciliare famiglia e carriera? 

Conciliare queste due sfere della vita è una grande sfida per tutte le donne. Non si tratta solo di essere brave a barcamenarsi tra famiglia e lavoro, si tratta soprattutto – durante un’esperienza totalizzante come quella di avere e crescere un figlio – di riuscire a mantenere intatte lucidità, impegno e passione anche a livello professionale.
La conciliazione è un nodo cruciale e sento di dover mettere in guardia le giovani donne dal considerare il part time l’unica soluzione possibile. Perché il part time ci penalizza dal punto di vista retributivo e pensionistico: credo che per riuscire a coniugare lavoro e carriera servano orari flessibili e, soprattutto, la collaborazione fattiva dei compagni o mariti. 

Ciò che trovo particolarmente stimabile in Lei è l’impegno profuso per molti anni per il rispetto dei diritti delle donne e le pari opportunità. 

Partendo dalla condizione di privilegio di donna con un buon lavoro, un’indipendenza economica e una vita di coppia all’insegna del rispetto, ho sempre sentito il dovere di impegnarmi a favore di donne meno fortunate, vittime di discriminazioni, violenze, molestie. L’impegno è iniziato con il Comitato pari opportunità del Comune, con cui ho lavorato quasi vent’anni a favore delle dipendenti comunali. Ben presto si è aggiunta la collaborazione con l’Ufficio Pari Opportunità, che attua interventi a favore di tutte le donne meranesi.

Cosa fa concretamente l’Ufficio Pari Opportunità del Comune? 

L’Ufficio ha il compito di supportare tutte le donne di Merano sia rilevando esigenze e situazioni di disagio e attivando interventi ad hoc, sia valorizzando i talenti e la creatività femminile favorendo l’empowerment e l’autodeterminazione delle donne. 

Quali sono state le conquiste da voi messe in atto fino ad oggi?

In vent’anni abbiamo messo in atto degli interventi in larga parte innovativi, e abbiamo avuto un ruolo da apripista per altre Amministrazioni anche oltre i confini di provincia e regione. In particolare In primis voglio segnalare i due Piani per l’Uguaglianza tra donne e uomini 2013-2017 e 2020-2024, documenti strategici e programmatici che contengono azioni positive a favore delle donne di Merano. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Le opere e le vite delle artiste a Merano, fra Ottocento e Novecento

È a Palais Mamming, il Museo civico di Merano che l’8 marzo aprirà l’interessantissima mostra dedicata a 17 artiste che incrociarono i propri destini in riva al Passirio. L’importante evento è nato sotto l’egida dell’Ufficio Pari Opportunità del Comune di Merano. La mostra è intitolata “Women In Art Artiste a Merano fra Ottocento e Novecento”. 

È una storia di caparbietà, costanza e coraggio quella che emerge dalle biografie di molte delle artiste scelte per la mostra. Nell’arco della storia, e fin dall’antichità, la presenza delle donne nell’arte, fu tutt’altro che trascurabile, ma rimase impigliata nell’anonimato e fu resa marginale per la maggior parte dei secoli e per la maggior parte delle artiste. 

I destini delle diciassette artiste presenti in mostra mettono invece in luce molto altro e soprattutto dimostrano come la volontà, la determinazione e una buona dose di consapevolezza avessero permesso loro di affrontare viaggi, trasferimenti, cambi di nazione e di lingua pur di ottenere la formazione artistica cui anelavano. Sono le vite di donne forti, minate semmai solo dalla malattia. Sullo sfondo di queste storie personali si anima quella più ampia e di respiro europeo della comunità femminile che proprio in quegli anni in tutta Europa andava organizzandosi, offrendo supporto e mutuo soccorso. 

Quella sorellanza che non solo faceva sì che le artiste formate insegnassero ad altre giovani donne questo mestiere, ma che condusse addirittura alla matura decisione di allestire, già nel 1910, a Vienna la prima imponente mostra sull’Arte delle donne.  

La mostra meranese è dedicata ad una selezione di artiste che a diverso titolo furono legate a Merano.

Il periodo scelto è quello ampio e compreso fra il primo Ottocento e l’inizio del Terzo millennio. Un arco storico in cui la città ha affrontato le alterne vicende storiche cercando sempre di ritornare a galla e riguadagnare il proprio pubblico turistico e la propria vivacità intellettuale. Ma soprattutto un periodo in cui per molto tempo alle donne furono precluse le accademie e di come esse seppero approfittare di quello che al tempo era possibile quali le lezioni private presso qualche artista, le colonie artistiche, le accademie private, e infine le scuole create dalle associazioni femminili che con metodo e coraggio cercavano di arginare un sopruso che le donne combattevano da sole. 

Le opere presentate costituiscono un corpus di grande interesse, capace di mettere in luce la maestria tecnico-compositiva, le felici cromie delle tavolozze, ma soprattutto dimostrare come queste artiste avessero anche rotto con gli schemi che le vedevano intente a dipingere solamente vasi di fiori. 

Sono invece possenti massicci visti da alte quote, panorami suggestivi, animali, castelli e roccaforti, ritratti e nature morte a sfilare dinnanzi ai nostri occhi e donare qualche attimo di incanto. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Libri, donne e cultura

Barbara Nesticò è punto di riferimento per chi ama i libri e desiderano pensare a Merano come alla città dei libri d’artista. Come direttrice della Biblioteca civica ha infatti saputo dare anima a tutte le attività messe in campo, individuando una nicchia culturale per la città nel libro d’artista per bambini, fondando l’ Archivio Ópla e promuovendo il variegato universo che ruota intorno a Ópla. È stata attiva per molti anni nel Comitato comunale delle pari opportunità.

La cosa che più mi piace di me.

L’ottimismo, un dono che ho ereditato da mio papà.

Il mio principale difetto.

L’impulsività.

Il mio momento più felice.

È molto scontato, lo so, ma la nascita e l’infanzia dei miei figli.

La persona che ammiro di più.

Quella che lotta per le proprie idee, incurante delle conseguenze.

Un libro da portare sull’isola deserta.

Se dovessi scegliere, in omaggio a questo questionario e considerata la sua mole, La Recherche di Proust.

La mia occupazione preferita.

Leggere e approfondire tutto ciò che ruota attorno al mondo dei libri.

Il paese dove vorrei vivere.

Non cambierei l’Italia con nessun altro paese.

La mia paura maggiore.

Anche in questo caso la risposta può risultare banale, ma senz’altro perdere gli affetti più cari.

Nel mio frigo non manca…

Frutta e verdura.

Mi sono sentita orgogliosa…

Quando sono riuscita a portare a termine progetti pluriennali complessi ma molto concreti, frutto di processi di partecipazione e di grandi collaborazioni trasversali.

Il giocattolo che ho amato di più.

Un coniglio di pezza.

Il dono di natura che vorrei avere.

La capacità di consolare.

Non sopporto…

L’arroganza e la falsità.

Dico bugie solo…

Mi limito a fare piccole omissioni a fin di bene.

Da bambina sognavo…

Ho sempre amato l’odore della carta. Aver lavorato in una biblioteca ha appagato il mio sogno di lavorare con i libri.

Il mio rapporto con le altre donne.

Ho coltivato rapporti di sorellanza con le altre donne, cercando di valorizzare, unire le forze e fare squadra.

Preferisco lavorare con…

Ritengo che i gruppi di lavoro misti (uomini e donne) abbiano una marcia in più, come tutte le situazioni in cui si mettono a confronto le diversità.

È ancora necessario essere femminista?

Oggi più che mai; sono stati fatti molti passi avanti ma ancora le donne devono lottare per rivendicare il proprio valore ed il proprio ruolo nella società. Anche diritti che sembrano acquisiti vanno difesi e custoditi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Serie C Gold: ecco i Cowboys di Bolzano

Nel mondo del basket altoatesino spiccano i Cowboys: la squadra di serie C Gold dei Basket Piani, allenata dal coach Michele Massai. Squadra attualmente quarta in campionato e con l’obiettivo di fare bene durante i playoff, che inizieranno a maggio. Sono una squadra molto giovane e piena di talento, composta da giocatori tutti altoatesini. Oggi abbiamo l’onore di conoscere Stefano D’Alessandro, il capitano della squadra.

Ciao Stefano, raccontaci un po’ qualcosa di te … 
Sono Stefano D’Alessandro, ho 25 anni e sono nato e cresciuto a Bolzano. Mi sono diplomato al liceo scientifico Torricelli nell’estate del 2017, con una parentesi in Inghilterra dove ho avuto la fortuna di poter studiare il quarto anno. Ho deciso poi di laurearmi in fisioterapia alla Claudiana e al momento lavoro come fisioterapista presso un centro specializzato in riabilitazione e sto continuando i miei studi nell’ambito dell’osteopatia a Innsbruck. Attualmente sono al quarto anno. 

Come ti sei avvicinato al mondo del basket?
In tutto il percorso accademico il basket mi ha sempre accompagnato. La palla a spicchi è da sempre stata impronta familiare sia da parte di papà che di mamma e da buon fratello minore non potevo che seguire le orme di mio fratello Lorenzo, ora giocatore professionista a Vigevano in serie A2, che da sempre è la mia ispirazione. 
L’entrata definitiva nel mondo del basket è avvenuta grazie a un compagno di scuola a 7 anni, che ad oggi è ancora amico fraterno.

Chi sono i Cowboys?
Ho sempre giocato a Bolzano, ho mosso i primi passi in prima squadra a 15 anni in serie C nazionale e poi in serie D, fino alla nascita dei “Cowboys” (oggi ribattezzati iCowbois, perché su Instagram era l’unico nome disponibile). 
Il gruppo nasce nel 2017, anno dove ai giovani della serie D e qualche veterano si aggiunsero gli ancora più giovani ragazzi del settore giovanile. Dopo lo scetticismo iniziale di una squadra così giovane, ci siamo dimostrati un gruppo di incredibile talento, che ha iniziato la cavalcata verso la serie C Gold, guidati prima da Deborah Fiorani e poi da Michele Massai, nostro attuale condottiero.

Come è nato il nome?
In modo del tutto casuale. Come è consuetudine fare a inizio stagione, ho avuto il compito di creare un gruppo WhatsApp della squadra e nel dare nome alla chat scelsi questo. Ad oggi grazie anche al mondo del 3×3, siamo conosciuti così in tutto il panorama cestistico italiano.

Vi trovate anche al di fuori del parquet?
Siamo prima amici che giocatori, e anche se nel corso degli anni abbiamo perso qualche compagno di squadra per motivi di studio o di approccio al professionismo non perdiamo occasione per stare insieme. Questo essere squadra è stata sicuramente la chiave per i nostri successi. 

Cosa ami di più di questo sport?
Di questo sport amo l’agonismo e la vita da spogliatoio. Mi piace come la frazione di secondo sia l’ago della bilancia tra una buona e cattiva giocata, e per quanto sia uno sport atletico e di contatto ma anche e soprattutto un gioco di intelligenza nel fare le scelte giuste. In tutte le occasioni lontano da casa il basket mi ha sempre aiutato a fare amicizia ed è sempre stata valvola di sfogo.

Autore: Niccolò Dametto

Supercattivi

La vita quotidiana di Bolzano e dintorni è stata sconvolta dall’arrivo del temibile supercattivo conosciuto come “Glassbreaker”. Il malvagio ha iniziato a seminare il caos distruggendo i vetri di tutte le macchine parcheggiate all’esterno, gettando la comunità nell’insicurezza e nella frustrazione. È proprio quando sembrava ormai che non ci fossero più speranze che ha fatto la sua comparsa “Scharlachrot Wächter”, l’eroe col cappotto rosso che non meritiamo ma di cui abbiamo bisogno. Riuscirà a riportare la pace nella conca bolzanina?

Autore: Roberto Tubaro

Elvis, acrobata bolzanino e artista di strada

Elvis Kakiti è un artista e un performer talentuoso di origini keniote. L’abbiamo incontrato per conoscere la sua storia, capire cosa significa essere un acrobata e un artista di strada a Bolzano e per parlare del suo ultimo spettacolo “Mahmud y no solo Mahmud”.

Ciao Elvis, raccontaci qualcosa su di te. 
Certo, ho 37 anni, vengo dal Kenya e nella mia vita ho svolto moltissime forme d’arte diverse come acrobatica, circo e performance di strada. 

Come sei entrato nel mondo dell’acrobatica?
Quando avevo 14 anni ho visto il mio amico Salim esibirsi in acrobazie e ne sono rimasto affascinato. Da quel momento ho capito che quello sarebbe stato il mio destino. Gli allenamenti erano duri e talvolta anche pericolosi dato che non avevamo nemmeno i tappetoni di sicurezza sotto di noi. Ai miei genitori non piaceva per nulla l’idea che io facessi acrobatica e si opponevano ad ogni opportunità che mi si presentava.

Come sei entrato nel circo?
Nel mondo del circo ci sono diverse posizioni assegnate durante gli spettacoli e la più richiesta è la base, appena c’è stata richiesta e necessità di una base mi sono fiondato e così mi sono unito al circo.

Con il circo che esperienze hai vissuto?
Credo che la cosa più sbalorditiva siano stati i viaggi in altri paesi. Poter ottenere un permesso di viaggio in Kenya non è per nulla facile, ma grazie al circo sono riuscito a visitare molti paesi tra cui la Grecia, la Spagna e, più importante di tutto, l’Italia dove poi mi sono trasferito e sono diventato un artista di strada.

Com’è essere un artista di strada a Bolzano?
C’è molta gente che ha un cuore enorme e mostra sempre il suo supporto, ma ci sono anche persone che non accettano che tu sia lì a fare la tua performance. Inoltre essere un artista di strada ti permette di vedere le situazioni che ti circondano e di capire lo stato delle persone e dei giovani. Ho avuto la possibilità di conoscere moltissime persone fantastiche e se tornassi indietro questa scelta non la cambierei di sicuro.

Come sei arrivato allo spettacolo “Mahmud y no solo Mahmud” e di cosa tratta?
Grazie alle performance di strada ho conosciuto un uomo che faceva parte dell’organizzazione di questo spettacolo. Lui aveva visto in più occasioni le mie capacità e mi conosceva quindi mi ha permesso di partecipare al casting per il ruolo di acrobata. Lo spettacolo parla di un ragazzo che affronta un durissimo viaggio di migrazione dal Senegal e uno dei desideri era proprio quello di trovare attori africani. 

Com’è stato accolto dal pubblico questo spettacolo?
Abbiamo avuto un grande successo, teatri sempre pieni. Neanche i direttori se lo aspettavano. Siamo stati tutti molto contenti di aver potuto raccontare a così tante persone la storia di Mahmud e di tutte le persone che come lui affrontano un viaggio simile.

Quali sono i tuoi piani per il futuro?
Mi piacerebbe portare nelle scuole un programma di scambio culturale. Ormai ci sono così tante persone di origini diverse nelle classi che vedersi rappresentati e riconosciuti credo sia molto importante per moltissimi giovani.

Autore: Martin Bonaccio COOLtour

Coro della Visitazione: cantare e ricordare

Quello della Visitazione è un coro che non vuole solo cantare, ma anche riportare in vita ricordi e memorie. Abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con Loris Bortolato, direttore del coro.

Qual è l’intento del vostro coro?

Direi che l’intento principale è emozionarci cantando e, contemporaneamente, contribuire ad emozionare le persone che ci ascoltano. Perché emozionare? Perché spesso eseguiamo canti popolari che sono fortemente radicati nella tradizione e sono quindi in grado di evocare ricordi, rappresentando un ritorno al passato.

Da quante persone è composto il coro al momento?

Il coro è composto da 23 elementi. Attualmente la maggioranza è femminile, con 18 donne e 5 uomini. Per me, in qualità di direttore di coro, è un’esperienza nuova dato che ho sempre lavorato esclusivamente con voci maschili. Devo quindi cercare canzoni e tonalità adatte anche alle signore, evitando che le voci maschili prevalgano.

Si ricorda qualcosa dei primi momenti di quando è nato il coro?

Sì, certo. Ho percepito immediatamente la loro fiducia in me. Ho subito comunicato loro che questa esperienza era nuova anche per me, ma che avrei fatto del mio meglio per rendere le cose piacevoli. Da subito si è instaurato un rapporto di fiducia tra di noi, si sono aperti immediatamente con me, sicuramente facilitati dal fatto che, essendo anch’io del quartiere, mi conoscevano già.

Cosa ha portato le persone a far parte di questo coro?

Io vedo in loro una grande voglia di mettersi in gioco e una grande voglia di fare. Ci sono delle signore che si prendono la briga di preparare tutti gli spartiti con le musiche, di fare le fotocopie per tutti i membri e molte altre cose. Gli uomini si occupano principalmente dell’allestimento, quindi la preparazione di tutti gli strumenti e la sistemazione delle sedie. Alla fine delle canzoni, quando riusciamo a ottenere un risultato concreto, vedo in loro la gioia di essere riusciti a costruire qualcosa tutti insieme.

Autrice: Sara Rosca COOLtour