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QuiBassa Atesina – nr.6 – 21.03.2024
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Magazine QuiPrimavera – nr.6 – 21.03.2024
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Una scuola che accoglie
“La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.”
Non è la prima volta che richiamiamo in questo spazio l’art. 34 della Costituzione. Ma lo facciamo perché nei giorni scorsi, in maniera “scomposta”, nella nostra provincia si è parlato di nuovo di scuola sollevando il “problema” legato alla presunta non opportunità che taluni bambini si iscrivano a talune scuole. Ad essere messo in discussione, secondo alcuni, sarebbe il diritto dei bambini di taluna madrelingua di poterla apprendere in maniera adeguata, vista la presenza nella medesima scuola e nelle medesime classi di bambini con insufficienti conoscenze di base nella medesima madrelingua di riferimento della scuola stessa.
Ad essere richiamato in queste situazioni è soprattutto (ma non solo) il diritto (sacrosanto e sancito dallo statuto di autonomia) dei bambini di madrelingua tedesca, di poter frequentare una scuola che abbia come riferimento la lingua della loro minoranza nello stato italiano, nella fattispecie il tedesco standard. Il problema è che il sistema scolastico altoatesino, così com’è stato finora, mostra la sua inadeguatezza e tutte le sue contraddizioni, alla luce dell’art. 34 della Costituzione. Che fare se delle famiglie di lingua italiana iscrivono i loro figli alle scuole di lingua tedesca? E se a farlo sono famiglie con background migratorio, magari appena giunte sul territorio? Insomma: la scuola di lingua tedesca deve poter godere in qualche modo di un sistema di sicurezza per evitare iscrizioni “spurie”?
Dal punto di vista politico e normativo si tratta di un problema di difficile soluzione, stante l’attuale sistema scolastico altoatesino. Specie se la questione viene vista sempre dal punto di vista degli adulti, ovvero i genitori, gli insegnanti, i politici, e così via. Invece ad essere messi in primo piano in questa vicenda dovrebbero essere messi i veri protagonisti della scuola, ovvero i bambini. Ma tutti i bambini presenti nel nostro territorio. Ripeto: tutti, non solo una parte di loro. Tutti i bambini infatti hanno il diritto di sentirsi accolti, socializzare tra pari e iniziare la propria costruzione di sé, nella scuola prescelta dai loro genitori. Sia che essa sia quella dell’“altra madrelingua” che quella di una madrelingua che in ogni caso non è la loro. Ogni opzione volta a ipotizzare un “rifiuto” da parte della scuola nei confronti di un bambino, non può che essere vista come un fallimento del nostro sistema politico, sociale e formativo.
Autore: Luca Sticcotti
Il futuro delle donne secondo Dacia Maraini
Dacia Maraini – la nota scrittrice (fra i tanti) de “Il treno dell’ultima notte”, “Corpo felice” e “Chiara di Assisi” – ha portato decine di persone al Teatro di San Giacomo per parlare del destino femminile in nome di Ipazia, come recita il titolo del suo omonimo libro.
// Di Raffaella Trimarchi
L’infanzia in Giappone, l’esperienza del campo di concentramento, gli insegnamenti di sua madre. E l’importanza di conoscere la storia per non ripetere gli stessi errori. Ma anche che la conoscenza rende liberi e forti e che le donne devono aprirsi alla conoscenza per essere forti e libere, proprio come lo è stata Ipazia, la grande scienziata dell’antichità. Che non si piegò all’ignoranza del tempo che voleva le donne sottomesse, a costo della propria vita.
Questo il contenuto, riassunto al massimo, dell’incontro avvenuto nella serata di giovedì 22 febbraio in un gremitissimo teatro di San Giacomo con la nota poetessa, scrittrice e saggista Dacia Maraini, a Bolzano in giornata per presentare il suo ultimo libro “Vita Mia”, presso la libreria Cappelli.
Una presentazione molto personale
Un incontro, quello voluto dal Comitato Pari Opportunità di Laives con la scrittrice, che però è andato ben oltre la presentazione del libro e l’immagine nostalgica di un’infanzia ormai lontana. Attraverso un dialogo con l’avvocatessa Francesca Romana Baldacci e con il pubblico, la scrittrice ha esposto le sue personali riflessioni sul destino femminile in un mondo spaccato tra opportunità un tempo impensabili e un ritorno alla volontà di sopraffazione su coloro che invece chiedono il diritto alla libertà di pensiero, di scelta, di vita.
L’autrice ha parlato “in nome di Ipazia”
Per questo l’autrice ha scelto di parlare “in nome di Ipazia”, la grande scienziata e astronoma vissuta ad Alessandria d’Egitto nel V secolo d.C., la prima scienziata che teorizzò la non centralità della terra nell’universo e che per questo – e per il suo “osare” in quanto donna oltretutto, mettere in dubbio le certezze dell’epoca – fu sacrificata sull’altare dell’ignoranza e della volontà di sopraffazione sulla donna, finendo trucidata pubblicamente dai fanatici.
Quando il passato non è troppo lontano
Nella visione di Maraini, Ipazia diviene simbolo di quelle donne, tantissime, che ancora oggi in tutto il mondo, quasi 2000 anni dopo, sono ancora zittite, perseguitate e uccise per il solo fatto di voler alzare la testa.
Ipazia è anche oggi, tutte quelle donne che hanno denunciato e non sono state ascoltate e credute; è tutte quelle donne che in paesi dove il loro destino è ancora crudele ogni giorno, combattono per i propri diritti, come Ipazia appunto, a costo della vita. Ipazia è poi quelle donne che hanno capito che la conoscenza, la memoria di sé e della storia, il non accontentarsi di quel che si sa ma scavare e indagare per andare sempre oltre, sono gli strumenti per rendersi sempre più libere e sempre più forti in un mondo – anche quello occidentale che ci illudiamo sia più maturo – che ci vuole invece piegate, accondiscendenti e, soprattutto, zitte.
“Un momento di crescita e riflessione”
L’incontro con la scrittrice è stato un momento importante di crescita e riflessione per chi era presente – ha commentato l’Assessora Claudia Furlani del Comitato Pari Opportunità. Che ha aggiunto: “abbiamo avuto l’onore di conoscere personalmente un’artista dall’anima allo stesso tempo profonda, determinata ma dolcissima e delicata, tutte qualità che spesso ritroviamo anche nei suoi scritti”. È stato dunque un importante momento dedicato alla cultura che ha coinvolto moltissime persone – non solo donne – e per questo, avvicinandoci pian piano a un ennesimo 8 marzo tinto del rosso delle donne quotidianamente maltrattate e uccise anche nel nostro paese, tanto più significativo della volontà di tanti uomini di sostenere una visione come quella della scrittrice che, alle ragazze di oggi, vorrebbe dire quanto segue.
“Leggete e la storia. È quello che dico quando incontro i ragazzi nelle scuole. Oggi la conoscenza della storia nelle nostre scuole non arriva spesso alla Seconda Guerra Mondiale, che invece è necessaria per capire moltissime cose. La cronaca ci insegna che l’ignoranza della storia porta al ripetersi sempre degli stessi errori. Perciò dico loro che la memoria è una grande forza per affrontare il futuro e che la conoscenza ci rende forti e liberi. Alle ragazze – ma anche ai ragazzi – dico questo: leggete, capite, indagate e memorizzate”.
Autrice: Raffaella Trimarchi
Quel gemellaggio fra Krampus e Mamuthones
Chiunque sia stato in Sardegna non può non aver sentito parlare dei Mamuthones, quelle maschere tradizionali che ondeggiano fra la folla cariche di campanacci e dallo sguardo severo. E qualsiasi altoatesino che le ha viste, non può non aver trovato un’analogia con i Krampus. Ma quanto sono simili queste due figure? Moltissimo. Lo sanno bene i soci dell’“Algfagor Krampus”, l’associazione che poco tempo ha partecipato al celebre carnevale di Orani portando con sé pelli, fruste e maschere demoniache. Un sodalizio che vuole divulgare la cultura del Krampus nel resto dello Stivale e che – particolare curioso – è formato in maggioranza da meranesi di lingua italiana.
In Sardegna il carnevale è qualcosa di molto diverso dalle feste che si celebrano nel Continente, dove si festeggia quasi esclusivamente nei giorni di giovedì e martedì grasso. Qui il carnevale (meglio: “su Carresecare”, in lingua sarda) è un’altra cosa: antica, ancestrale, radicata in tradizioni medievali; un rito suggestivo, diverso da zona a zona, ricco di rimandi al mito e alle misteriose usanze dell’isola. E le maschere sono un altro tassello fondamentale del Carrasegare: ci sono quelle dedicate al mondo dei mestieri, quelle ispirate agli animali, e quelle che ritraggono personaggi fantastici, come i famosi Mamuthones.
Ed è proprio qui che pochi giorni fa i campanacci di questi figuri isolani hanno suonato all’unisono con le nordiche maschere cornuti, nell’ambito di un gemellaggio d’affetto fra i Krampus meranesi e i Mamuthones sardi, a Orani, un paesino che si erge a 500 metri d’altitudine nel cuore della Barbagia, attorniato da colline verdi. A guidare il gruppo di 12 “diavoli” altoatesini c’era Andrea Medda, presidente dell’”Alfagor Krampus”.
Andrea Medda, non è strano girare con i Krampus fuori dal periodo natalizio?
Potrebbe sembrarlo, certo, ma solo perché in Alto Adige siamo abituati in questo modo, ed è proprio questa la consuetudine che stiamo cercando di cambiare con la nostra associazione. La maggior parte dei club locali si riunisce nei giorni attorno alla festa di San Nicolò. Noi ci siamo posti come obiettivo quello di portare la nostra tradizione dove non la si conosce, valorizzarla e promuoverla.
Come è nata l’idea di fondare un gruppo di Krampus a Merano?
Era il 2016, l’idea è venuta a mio fratello Gianluca, che fra l’altro ricopre la carica di vicepresidente, e a me. Avevamo notato che ogni comune della provincia ha un suo gruppo; ma nella città dive vivo io, Merano, non c’era. Così ci siamo riuniti con altri appassionati e oggi siamo arrivati a radunare una quindicina di soci attivi. Siamo nati e cresciuti in Alto Adige, quella dei Krampus è una tradizione nostra, che ci portiamo nel cuore da quando siamo nati. È anche per questo che siamo interessati a farla conoscere fuori dai nostri confini. E, senza falsa modestia, ci stiamo riuscendo anche bene: già dall’anno successivo alla fondazione abbiamo iniziato a muoverci fuori da Merano. Oggi nel nostro curriculum possiamo vantare sfilate in tutto l’Alto Adige ma anche in Liguria, Toscana, in tre comuni del Veneto, Repubblica Ceca, Austria, Germania, Svizzera e Sardegna, dove è iniziata una proficua collaborazione.
Non siete dei volti sconosciuti in Sardegna…
Non più: è il terzo anno che ci invitano, e ogni volta è una bellissima soddisfazione. Abbiamo già sfilato in quattro paesi diversi: loro organizzano le rassegne con le maschere tradizionali sarde e poi invitano anche noi. Quest’anno, in particolare, al carnevale di Oruni c’era una decina di gruppi folkloristici dell’isola, più noi.
Come reagiscono i locali alla vostra presenza? Come giudicano le vostre maschere?
La prima volta che siamo arrivati in Sardegna la mia impressione era che ci guardassero con circospezione, ed erano curiosissimi: volevano sapere tutto sulle nostre maschere, dalla storia alla fattura dei nostri costumi. Ma questa sensazione è durata un battito di ciglio, poco dopo siamo entrati in confidenza e oggi ci trattano come parte della loro famiglia.
Avete provato i costumi da Mamuthones?
Certamente, chi non l’avrebbe fatto? Così come loro hanno provato i nostri. E devo dire che loro sono più fortunati: indossano un vestito leggerissimo e anche la maschera pesa davvero poco, a differenza delle nostre: noi in totale ci portiamo addosso una trentina di chili!
Autore: Luca Masiello
Ospitare, ma in un modo diverso
Il turismo non è certo una novità nel nostro territorio. Ma esistono forme di viaggio e ospitalità che esulano dai consueti meccanismi, mettendo al centro uno scambio in natura fatto di convivialità e rapporti umani. Ecco l’esperienza di Giovanna e Erich, due bolzanini che abitano alle porte del capoluogo.
Giovanna Carnevale ed Erich Schmid vivono a San Genesio e nella loro casa entra il mondo. E non si tratta solo di un modo di dire. La coppia è infatti host – praticamente sono ospitanti – di couchsurfing, una opportunità totalmente gratuita per il viaggiatore che trova ospitalità a casa di volontari, così gentili da accogliere sconosciuti nelle loro abitazioni, senza alcun compenso.
Nota a margine: dal 2020 gli sviluppatori del servizio couchsurfing, disponibile in tutto il mondo, hanno rinunciato alla pubblicità di terze parti. Per compensare questa scelta, hanno reso l’utilizzo della piattaforma a pagamento (richiedono un abbonamento di circa 2 euro al mese e 15 € l’anno), ma il costo è esclusivamente relativo all’utilizzo della piattaforma.
L’INTERVISTA
Ciao Giovanna e Erich. Come funziona questa vostra esperienza?
Giovanna Carnevale – Si tratta di una app e piattaforma internet, fondata nel 1999, alla quale noi ci siamo iscritti, dove ci sono persone da tutto il mondo e c’è la possibilità di ospitare o richiedere ospitalità quando si è in viaggio. Quando ci si trova in una città che non si conosce, è bello incontrare qualcuno che ti guida e ti dà anche delle indicazioni su cosa vedere, che non è necessariamente sempre quello dove vanno tutti i turisti.
È quindi una forma di viaggio molto sociale, dove alla base di tutto c’è l’arricchimento culturale. Che tipo di viaggiatori avete ospitato?
Erich Schmid – Senz’altro tante persone molto aperte e desiderose di conoscere cose nuove dei paesi attraverso i quali si trovano a viaggiare.
Giovanna Carnevale – Anche quando siamo noi a viaggiare, normalmente utilizziamo la richiesta di ospitalità presso persone i cui profili evidenziano interessi comuni, e devo dire che abbiamo fatto delle esperienze molto belle, in quanto in questi incontri ci si scambia: quando ospiti fai entrare il mondo in casa tua, e quando viaggi sei tu che vai incontro al mondo.
E confermate che non c’è scambio di soldi…
Giovanna Carnevale – Preparare da mangiare a chi ti ospita o arrivare con un presente e non a mani vuote sono di fatto suggerimenti o consuetudini indicate anche nel sito del couchsurfing.
Erich Schmid – Indirettamente uno scambio c’è, anche se non di soldi. Quando viaggiamo, ci riempiamo l’auto di cose buone da mangiare e di bottiglie di vino buono da offrire in cambio dell’ospitalità. Normalmente diamo la disponibilità o ci offriamo di cucinare qualcosa di tipico italiano. Ovviamente tante volte prepariamo una pastasciutta, ma possiamo preparare la pasta fatta in casa, fare la pizza o cucinare qualche risotto, cose che sono sempre molto apprezzate.
Quindi è proprio un incontro culturale dove si presuppone che ci sia questa sensibilità di base per la condivisione. Può capitare che questa sensibilità non ci sia?
Erich Schmid – Sì, può capitare, specie con i viaggiatori che rimangono solo per una notte, che arrivino la sera e partano la mattina presto. Hanno poco da darti, perché il tempo non è sufficiente.
Giovanna Carnevale – Ma chi ospita può anche scegliere di escludere soggiorni di una notte perché non sei un albergo. Noi non lo facciamo, anche se preferiamo chi si ferma da noi per 2-3 giorni.
Ricordate come avete iniziato?
Giovanna Carnevale – Non avevamo ancora completato il profilo sulla piattaforma di couchsurfing, che già siamo stati contattati. Il nostro primo ospite è stato un viaggiatore dell’est europeo residente in Germania e in viaggio verso la Liguria, che abbiamo ospitato per due notti.
La nostra seconda ospite è stata una ragazza di Genova, suppergiù della nostra età, che lavorava alla fiera e che si spostava solo in autostop. Era espertissima del couchsurfing e mi ha aiutato anche a completare il nostro profilo. È stata con noi cinque notti. La sera mangiavamo insieme, ha cucinato anche lei, anche prodotti suoi, e ci siamo trovati molto bene insieme, tanto che ci siamo anche rivisti più di una volta e siamo rimasti in contatto. Insomma è stata una bellissima esperienza. E da lì in avanti, ogni mese abbiamo ospitato qualcuno, questo prima che anche noi cominciassimo la nostra di esperienza di viaggio.
In genere come accogliete i vostri ospiti?
Erich Schmid – Per noi è fondamentale che l’accoglienza sia calorosa. Di base c’è che gli ospiti arrivano attraverso un sistema che permette di conoscerli prima. E un abbraccio di benvenuto è un ottimo modo per abbattere subito le barriere.
I vostri ospiti come li sistemate?
Giovanna Carnevale – Dal nostro appartamento c’è una scala che collega ad un appartamento con due stanze nel sottotetto. Possiamo ospitare singoli viaggiatori o coppie, ma ci è capitato anche di ospitare una mamma con le sue due figlie.
Come valutate il sistema di recensioni della app di couchsurfing? Lo ritenete affidabile?
Giovanna Carnevale – Ci sono tantissime persone, ognuna ha visioni diverse della vita e un modo diverso di ospitare e di vivere l’ospitalità. Però sia l’ospite che l’ospitante rilasciano un giudizio alla fine del soggiorno e questi giudizi si possono leggere. Quando qualcuno ti fa una richiesta, tu vedi se è stato già ospitato, che cosa hanno scritto di lui e poi tu puoi anche decidere se vuoi ospitare o meno. Non si è mai obbligati a dare la possibilità di venire a casa propria. Se la persona ti ispira, e hai la possibilità e il tempo di ospitarla in quel periodo, dici di sì, altrimenti rifiuti la richiesta e non succede niente.
Avete una idea di quanti iscritti al servizio ci siano?
Giovanna Carnevale – Quando la prima volta sono andata ad iscriverci, sono rimasta sorpresa perché in provincia di Bolzano c’erano più di 1000 persone. Ma immagino si tratti di un dato che comprende anche i profili non attivi, di gente che magari si iscrive e poi non utilizza la piattaforma.
Autore: Till Antonio Mola
Cambiare linguaggio, dare speranza, restare umani
Conflitti tra gruppi o popoli non si risolvono con le guerre, con le armi, con la vittoria dell’uno sull’altro. Un approccio necessario per cambiare le cose è liberarsi da coloro, in loco e soprattutto altrove, che vogliono, perpetuano e vivono del conflitto. La pace richiede una nuova prospettiva e un nuovo linguaggio.
“Un linguaggio violento, aggressivo, carico di odio e di disprezzo, di rifiuto e di esclusione”, ha detto il patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, “non è un elemento accessorio a questa guerra, ma è anzi uno degli strumenti principali di questa e di troppe altre guerre”. E ha aggiunto, parlando agli studenti di Roma della “profezia della pace”, che affinché essa diventi realtà “è indispensabile educarci al rispetto, all’incontro, al dialogo, al perdono. Tutti, ebrei, musulmani e cristiani, devono essere innanzitutto testimoni credibili di speranza”. “Senza speranza non si vive. Oggi c’è più paura che speranza”. “Questo è il momento della speranza. Credo che l’antidoto alla violenza e alla disperazione, da qualunque parte venga, sia creare speranza, iniettare speranza, generare speranza, educare alla speranza e alla pace».
Conflitti come quello in corso in Israele/Palestina non si sciolgono con le polarizzazioni né con la riproposizione acritica di stereotipi millenari. Più che mai una realtà come quella impone una riflessione che tenga conto della complessità che la genera. Le narrazioni correnti tendono a ricostruzioni “storiche” parziali, allo scopo di dimostrare la colpevolezza o i diritti dell’uno o dell’altro. Ma la storia che conduce alla presente situazione è molto lunga e non semplificabile in uno slogan. Non è iniziata lo scorso 7 ottobre e nemmeno nel maggio del 1948.
“In questo momento ciò che vediamo”, spiega il card. Pizzaballa, “è che ciascuno si sente vittima. L’unica vittima. E che gli altri sono invece la causa del mio essere vittima”.
Mettersi seriamente nei panni degli altri è il primo, necessario passo per cambiare prospettiva, cambiare linguaggio, deporre le armi. E per restare umani.
Autore: Paolo Bill Valente
La strada dedicata ad Amedeo d’Aosta
Viale Amedeo Duca d’Aosta, collegante piazza Adriano a piazza Gries, è dedicato a un membro di Casa Savoia, appartenente al ramo Savoia-Aosta. Nato a Torino il 21 ottobre 1898, dopo sei anni di studi a Londra, a quindici anni, rientrato in Italia, fu avviato alla carriera militare; entrata in guerra l’Italia nel 1915, Amedeo, arruolatosi volontario, si guadagnò sul campo il grado di Tenente per merito di guerra e nel 1917 quello di Capitano. Seguì poi lo zio, Luigi Amedeo, Duca degli Abruzzi, in Somalia. Rientrato in Italia, nel 1921 partì per il Congo belga, dove lavorò in una fabbrica a Stanleyville. Ripresa a Palermo nel 1923 la carriera militare, si laureò in giurisprudenza. Il 24 luglio 1926 conseguita la licenza di pilota militare, tornò in Africa, guadagnandosi una medaglia d’argento per le azioni di volo sulla Cirenaica. Morto nel 1931 il padre, Emanuele Filiberto, fu Amedeo ad assumere il titolo di Duca d’Aosta. Trasferito nella Regia Aeronautica, tra le varie promozioni giunse, scoppiata la Guerra d’Etiopia, quella, nel 1936, di Generale di Divisione aerea, e, il 16 novembre 1937, di Generale di Squadra aerea. Il 21 dicembre si insediò come Governatore generale dell’Africa Orientale italiana e Vicerè d’Etiopia. Il 10 giugno 1940 divenne Comandante superiore delle Forze armate dell’Africa Orientale italiana. Il 17 maggio 1941, dinanzi alla travolgente avanzata degli inglesi, le truppe italiane si difesero valorosamente ma ad un certo punto dovettero arrendersi. Per la fermezza mostrata dagli italiani, i britannici resero l’onore delle armi ai superstiti. Amedeo d’Aosta come prigioniero di guerra numero 11590 fu trasferito in Kenya in areo, finendo a Sàbouk, località a 70 km da Nairobi, infestata dalla malaria. Fu proprio di malaria che il Vicerè d’Etiopia morì il 3 marzo 1942 nell’ospedale militare di Nairobi. Sepolto nel sacrario militare di Nyeri, in Kenya, alle esequie presenziarono generali britannici con il lutto al braccio.
Autore: Leone Sticcotti
Gianni Girardini at 70
A vederlo non lo direbbe nessuno, sportivo da sempre per passione e professione, Gianni Ghirardini festeggia quest’anno i suoi primi settant’anni e visto che la passione per lo sport è sempre andata di pari passo con quella per la musica, il chitarrista bolzanino d’adozione, ma vipitenese di nascita, ha ben pensato di festeggiarsi dal vivo, con tre concerti, che si terranno sui palchi di San Giacomo (sabato 23 marzo, ore 20.30) , Vipiteno (sabato 15 giugno) e Bolzano (Teatro Cristallo, in dicembre, giorno da definire) e in cui salirà sul palco accompagnato dalle formazioni musicali con cui si è esibito negli ultimi trentacinque/quarant’anni, quelle con cui si sente più coinvolto e che ha contribuito lui stesso a fondare.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, ragazzino, insieme ad un amico era sceso nella piazza della sua città d’origine con chitarre e amplificatore per suonare del blues. Ai carabinieri che gli avevano fatto una semplice lavata di capo aveva risposto che non trovava giusto che lui dovesse sorbirsi ad ogni piè sospinto la musica della banda cittadine e che per la musica che piaceva a lui non ci fosse posto!
“La matrice blues c’è dappertutto – ci dice Ghirardini –, in qualche modo compare sempre in ciò che suono, ma i quattro gruppi con cui festeggerò questo compleanno sono in realtà molto diversi, con i Deja Vu rivisitiamo il repertorio di Crosby Stills Nash & Young, con l’Incredible Southern Blues Band è protagonista il blues elettrico, con i Pangea l’approccio è più di carattere etnico con l’esplorazione della musica africana che sta alla base del blues ma anche con influenze orientali. Il gruppo di più recente formazione si chiama MeBo e ne fanno parte anche Manni Pardeller in veste di percussionista e il chitarrista meranese Rolando Biscuola: quello che proponiamo è un blues acustico che gioca tra lo stile finger picking in cui Rolando è un portento e il mio lavoro con la slide.”
Gianni, che ai suoi esordi ha suonato persino con Enrico Micheletti in una mai decollata del tutto Hard Time Blues Orchestra che avrebbe dovuto essere un’evoluzione della defunta Hard Time Blues Band, ha suonato spesso con la Spolpo Blues Band e fin dagli inizi ed è stato il chitarrista di una storica formazione chiamata Trinciato Forte, in auge negli anni ottanta.
“Nell’organizzare questi concerti mi sono trovato a fare una riflessione – ci confida il chitarrista –, nella vita mi è capitato spesso a fare l’autostop, ho chiesto un sacco di passaggi, e spesso ne ho dati a chi ne chiedeva. E ho trovato l’analogia con quello che è stata la mia vita musicale: quante volte mi sono ritrovato a chiedere ad un gruppo di amici se mi portavano a fare un viaggio musicale con loro? E quante altre, invece, sono stato io a chiedere ad altri se volessero salire a bordo del mio progetto per venire a fare un viaggio musicale con me. È uno spirito forse tipico della mia generazione quello che ti porta a fare dei viaggi musicali con altre persone. Senza un background basato sullo studio, ma per il gusto dello scoprire insieme, esplorare un territorio musicale. La stragrande maggioranza delle cose che ho fatto nella mia vita l’ho fatta seguendo questa attitudine. Senza maestri, senza internet, sempre e solo scambiandosi conoscenze con gli altri, io ti insegno questo accordo, tu mi insegni quel trucchetto… Adesso tutto è diventato più veloce, non ci sono più questi incontri preliminari, questa ricerca. I musicisti si vedono mezz’ora prima del concerto e via. Uno arriva da qui uno da lì, tutti sono bravissimi, ma lo spirito si è perso.” Per quanto riguarda la struttura dei concerti ognuno sarà costituito da quattro mini set in cui ciascuna formazione avrà il suo spazio, con Ghirardini sempre sul palco a fare da filo conduttore suonando e raccontando, con jam finale al termine ad appannaggio della Incredible Southern Blues Band che ospiterà gli altri amici.
Autore: Paolo Crazy Carnevale