Una biblioteca bilingue con sorprese

Tra presentazioni di libri, alcune mostre d’arte, tante attività e laboratori per tutte le età, il 2024 della Biblioteca di Vadena si presenta piuttosto ricco. Oltre al voler mantenere ben salde le collaborazioni con le associazioni locali, altre biblioteche e le istituzioni, la struttura ha anche il merito di essere in grado di accogliere libri e utenti senza distinzioni in un perfetto clima bilingue.

Il Consiglio di biblioteca a Vadena si è espresso di recente, puntando nuovamente la propria attenzione verso la cultura quale mezzo di socializzazione. Questo è da sempre un punto di forza, perché quella di Vadena è una delle prime biblioteche sudtirolesi dov’è possibile approfondire la cultura italiana con gli stessi mezzi di quella tedesca. 

Quindi si tratta di un simbolo della buona convivenza e dell’integrazione tra le due realtà: “È un luogo di valorizzazione dell’eredità culturale specializzata soprattutto in volumi per bambini e ragazzi, in cui intendiamo mettere a punto approcci innovativi basati anche sull’utilizzo di nuove tecnologie. Da qui l’uso di una lavagna digitale, due postazioni pc per navigare in Rete, la possibilità di collegamento ai portatili, un telo per le proiezioni con un proiettore da utilizzare nel corso di presentazioni e conferenze nella sala polifunzionale attigua alla biblioteca – fa presente la vicesindaca Martine Parise, delegata alla gestione delle politiche culturali – La Biblioteca non vuole essere solo l’edificio dove si conservano e distribuiscono libri, ma tanto altro: vuole essere un luogo di uguaglianza in cui le persone si accomodano liberamente e i lettori diventano attori consapevoli e partecipi di un progetto di crescita culturale collettivo, con la proposta di iniziative che collegano la comunità all’amore per il teatro, andando a creare un ponte con la letteratura, con arte e musica, e tra la letteratura e la ceramica”. 

Un altro nodo importante della biblioteca è quello di soddisfare al meglio le curiosità di giovani e giovanissimi, proponendo nuove e stimolanti opere letterarie e nuovi metodi d’approccio alla lettura “tramite l’organizzazione di incontri con le scuole e associazioni come Lettera 7 – continua Parise -. Aderiremo anche ai  progetti ‘Nati per leggere’ e ‘Bookstart’. Promuoveremo la lettura con il concorso mensile ‘Leggi e vinci’ e siamo aperti alle varie iniziative promosse dall’Ufficio biblioteche della Provincia, volte ad incentivare la passione per i libri e la lettura”. 

Insomma, la voglia di fare sembra proprio non mancare, con numerose iniziative il cui occhio di riguardo punta anche, e soprattutto, sull’originalità della promozione alla lettura, sulla visibilità di giovani autori della Provincia e sulla valorizzazione di opere di letteratura classica.

Autore: Daniele Bebber

La festa è targata oratorio Santiago

Maschere e mascherine di ogni genere; genitori, nonni e bambini in prima linea per festeggiare il carnevale, ma anche per creare comunità, in un quartiere sempre più popoloso e desideroso di vita e attività.

Ormai da diversi anni nella settimana più festosa dell’anno, anche la comunità di San Giacomo può vantare il “suo” carnevale, tanto più importante e apprezzato quanto più la comunità del paese cresce di numero. Questo successo è dovuto all’impegno incessante dei volontari dell’Oratorio Santiago che, pur con le difficoltà di trovare tempo e risorse per l’organizzazione, anche per quest’anno sono riusciti a imbastire una festa rumorosa e coloratissima, trasformando la piazza della chiesa di San Giacomo in un luogo di divertimento e spensieratezza. Tanti i partecipanti e di tutte le età, come di tutte le età sono stati i volontari, chi al comando delle squadre di gioco, chi al banco dei krapfen. 

La formula vincente che l’oratorio ha riproposto anche quest’anno è stata quella dei balli di gruppo e dei giochi a squadre. Nelle diverse postazioni di gioco bambini in maschera, genitori e nonni, si sono cimentati nelle varie sfide per riuscire a vincere l’ambito premio finale. Ma in questo pomeriggio di carnevale, nessuno ha perso.

Tutti i bambini hanno ricevuto come premio per la partecipazione un krapfen; genitori e nonni si sono messi in gioco e i volontari hanno visto realizzarsi il loro più grande desiderio: una comunità che si incontra per socializzare e trascorrere alcune ore in maniera gioiosa. Si tratta di una necessità sempre più sentita dalla popolazione, con l’aumento esponenziale delle famiglie residenti grazie al nuovo Residence Amonn, cui l’Oratorio coi suoi volontari cerca di rispondere il più possibile proponendo corsi, attività e feste per ogni fascia d’età.

Come ciliegina sulla torta domenica 11 febbraio è stato riproposto il tradizionale pranzo di Carnevale del gruppo “Arcobaleno” degli anziani di S. Giacomo, coordinato dall’instancabile Elena Cattoni. 

San Giacomo, negli ultimi anni, ha visto crescere la propria popolazione e l’oratorio Santiago sta diventando sempre di più un importante punto di riferimento per persone di tutte le età. Durante l’anno vengono proposti diversi eventi, corsi e laboratori. In calendario per il 10 marzo 2024 è previsto lo spettacolo dal titolo “Donna, vita tra le… rughe”; a seguire nella Domenica delle Palme ci sarà il tradizionale mercatino organizzato dal Frauenchor e – in aprile – per gli amanti del burraco, il torneo a premi. 

Tutti gli eventi, i corsi e le diverse iniziative sono consultabili sul sito:
www.oratoriumsantiago.it 

Autrice: Raffaella Trimarchi

Pubblicare un libro ad undici anni: Siegfried, il nipote di Ezra Pound

“Caro Walt, siccome la tua famiglia sembra occupata in attività culturali e altro, perché non traduci tu l’articolo di Giono?”. Ecco il frammento di una lettera del ricco epistolario che intercorse fra Siegfried de Rachewiltz e il famoso nonno Ezra Pound. 

Attraverso un ricco e quanto mai affiatato rapporto epistolare, Ezra Pound riusciva ad essere un nonno affettuoso anche dalla sua stanza al Saint Elizabeth. La lunga detenzione non gli aveva mai permesso di tenere il neonato in braccio, né di partecipare al suo battesimo o alla sua prima comunione, non aveva mai potuto abbracciarlo né sfiorarne la pelle, ma con l’andare degli anni la scrittura si era sostituita alle carezze, alla favola della sera, e poi, pian piano, si era fatta anche confidenza e complicità. 

Così, nella lettera del 4 novembre 1956, il nonno Ezra aveva commissionato al piccolo ometto un delicato lavoro di traduzione, ma si era premurato di allegarne anche le istruzioni: “Potrà sembrati un lavoro lungo, ma se tu facessi quattro o cinque righe al giorno, a Pasqua avresti fatto già qualcosa”. Poi, a conclusione, con quel fare convincente e complice, tipico di un nonno, aggiungeva: “Anche per sapere qualcosa che il tuo babbo non sa, potresti includere tre o quattro caratteri sumeri in ogni lettera che mi mandi, così quando arrivi all’Università sapresti qualcosa di diverso”. E, quasi per smorzarne la valenza, passava a parlare d’altro: “Credo che il dizionario sia finalmente arrivato a Brunnenburg. Per i prossimi trent’anni il greco sarà più vivace del latino, io non conosco il greco abbastanza. (…)”

Siegfried, che era nato nel 1947, frequentava le scuole a Tirolo, e portò a termine il suo impegno. Aveva 11 anni, quando fu pubblicata la sua traduzione di L’uomo che seminò speranza e raccolse felicità, Scheiwiller, Milano 1958.

Vanni Scheiwiller che, come ricorda oggi con orgoglio ed emozione lo stesso Siegfried de Rachewiltz, era il suo padrino, lesse la traduzione e, affascinato dall’impegno e dalla serietà del bambino, decise di pubblicarla nella collana “All’insegna del pesce d’oro” in cinquecento copie numerate e precedute dalla firma autografa di Jean Giono e da un disegno “opera del traduttore”. 

Siegfried aveva infatti deciso di corredare la traduzione con una illustrazione di sua produzione e scelse un passo ben preciso per il suo disegno: “Il pastore andò a prendere un sacchetto e ne rovesciò un mucchio di ghiande sulla tavola. Incominciò a ispezionarle, una per una, con grande attenzione, separando le buone dalle cattive. Io fumavo la mia pipa, mi offrii di aiutarlo. Mi disse che era lavoro suo. E, vedendo l’attenzione che vi poneva, non insistetti (…). Quando ebbe selezionato cento ghiande perfette, smise e andammo a letto”.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Anima e corpo per l’arte

Dopo gli anni di formazione trascorsi fra Venezia, dove ha frequentato il liceo artistico e  Urbino, dove ha frequentato l’Accademia di Belle Arti, il bolzanino Marco de Sio, classe 1972, si è dedicato anima e corpo all’arte. Egli è artista nel senso più antico del termine, vive della propria arte senza ricorrere a quei compromessi che gli renderebbero le cose più facili. Innamorato del suo mestiere e dei suoi soggetti, de Sio è in continua formazione e ricerca. 

La cosa che più mi piace di me.

La voglia inesauribile di migliorarmi.

Il mio principale difetto.

Credere ancora nella possibilità di migliorare.

Il mio momento più felice.

Quando ho sentito la vocazione alla pittura.

La persona che ammiro di più.

Quella che desidera essere sé stessa.

Un libro sull’isola deserta.

Tempi andati di Llewelyn Lloyd.

La mia occupazione preferita.

Dipingere e camminare.

Il paese dove vorrei vivere.

L’Italia, nonostante tutto.

Il mio piatto preferito.

Pollo con verdure.

Non sopporto…

Fare le cose senza passione.

Per un giorno vorrei essere…

Discepolo di Velasquez.

La mia paura maggiore.

Le vertigini.

Nel mio frigo non manca mai…

La verdura.

Se fossi un animale sarei..

Un orso polare.

Mi sono sentito orgoglioso quando…

Ho capito qualcosa.

Il mio motto.

Non esistono le cose, ma i toni.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Girare a piedi l’Italia.

Il giocattolo che ho amato di più.

Le macchinine.

I miei poeti preferiti.

Pavese, Merini, Neruda, Baudelaire.

I miei pittori preferiti.

Velasquez, Mancini, Morelli, Rembrandt, Caravaggio, Sargent, Favretto…

Il dono di natura che vorrei avere.

Poter volare.

Non sopporto…

L’indolenza.

Dico bugie solo…

Per temporeggiare.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Al cavalletto.

L’ultima volta che ho perso la calma.

L’anno scorso.

Da bambino sognavo…

Di essere Ercolino.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Eva Thaler Pixner: essenza della materia e fascino delle strutture

Nata in una famiglia creativa Eva inizia presto a muoversi fra carta, matite e pennelli. Per molti anni si dedica a dipingere ad olio, a tempera e acquerello. Inizia presto ad osservare gli oggetti che la circondano restando affascinata dall’essenza materica di molto di ciò che le capitava fra le mani. E cerca di rappresentarlo. Ben presto scopre che l’incisione la tecnica che più di altre può offrirle la possibilità di esprimersi e soprattutto le consente di approfondire la sua ricerca sulla materia delle cose. Sceglie quindi con sicurezza la sua strada: l’incisione e in essa tutto quanto possa essere innovativo e sperimentale. La sua indagine iconografica si attesta su quel mondo intrigante delle strutture, delle sovrapposizioni, delle differenti materie ora lisce ore gretolose che la terra, la natura fatta di cortecce, radici, zolle, pietre le offrono. Tutto questo intreccio fatto dei soggetti di sua scelta e delle tecniche grafiche che le consentono di restituirle artisticamente la catturano, la affascinano e la tengono attiva in una ricerca inesausta.  Dalle sue opere però non sono totalmente escluse le figure umane o gli animali che di quando in quando fanno capolino nelle sue opere. I suoi occhi catturano immagini, le sue mani le trasformano in sensazioni ed emozioni da condividere col fruitore. Il mondo dell’arte la accompagna da sempre senza mai abbandonarla nel vissuto quotidiano anche se il lavoro che ha scelto è altro e altrove. Il suo è un lavoro importante nel quale trova soddisfazione e che svolge con passione. Anche la famiglia ha un ruolo assai importante nella vita di Eva ma è nell’arte che si compie il completamento della sua  interessante personalità. All’arte incisoria ha dedicato e dedica anni di formazione e approfondimento. Il suo impegno è premiato dall’apprezzamento e dal riscontro che ha ottenuto e ottiene nelle numerose mostre cui ha preso parte. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Uno sport di determinazione e inclusività

Giulia Padovani, trentunenne, bolzanina, nella vita si occupa di ergoterapia e nel suo tempo libero pratica uno sport un po’ insolito. Giulia pratica uno sport sui pattini, a rotelle, di contatto, ma senza palla. Uno sport nato nel 1935 a Chicago, tanto spettacolare quanto avanguardistico. In Alto Adige viene rappresentato dalla squadra Alp’n Rockets Roller Derby, fondata a Bolzano nel 2012. Oggi andremo assieme a scoprire qualcosa di più su questo affascinante e poco conosciuto sport.

Ciao Giulia, raccontaci cos’è il Roller Derby… 

Il Roller Derby è uno sport di contatto sui pattini a rotelle in cui due squadre si sfidano in un circuito ad anello. A differenza di quello che si possa pensare nel roller derby non c’è una palla, ma per ogni squadra c’è una giocatrice “attaccante” che si chiama Jammer e quattro giocatrici in difesa, le Blocker. L’attaccante può fare punti superando le giocatrici della squadra avversaria. Ovviamente le Blocker avversarie devono difendere e fare in modo di non farla passare, ad esempio buttandola fuori dal campo. 
Le due squadre condividono lo stesso spazio nel circuito e continuano a bloccarsi o superarsi a vicenda facendo così il giro del circuito. Una partita dura circa un ora, suddivisa in due tempi da 30 minuti. Vince chi totalizza il maggior numero di punti.

È uno sport prettamente femminile o aperto anche al mondo maschile?

È forse uno dei pochi sport in Italia che è più diffuso tra le donne che tra gli uomini. Attualmente in Italia non ci sono tornei maschili di roller derby, ma gli uomini possono giocare insieme alle donne in alcune partite amichevoli oppure possono decidere di arbitrare le partite. 

Come ti sei avvicinata a questo sport?

Prima di entrare in squadra non avevo idea dell’esistenza di questo sport, ne sono venuta a conoscenza tramite amici e mi ha subito incuriosita. Una volta iniziato mi ha cambiato la vita e mi ha fatto scoprire i miei punti di forza. Non sono mai stata una persona sportiva, ma in questo sport ho trovato il mio posto ed ormai è la mia passione.

Quali sono le caratteristiche che ti rendono una buona giocatrice?

Bisogna avere tanta voglia di mettersi in gioco. La bellezza di questo sport sta nel fatto che non è necessario avere un fisico atletico o essere sportivo per giocare, è uno sport che trova i punti di forza in ogni tipo di fisicità.  È importante avere spirito di squadra e saper dare fiducia alle proprie compagne. 

È possibile provare questo sport?

Chiunque voglia provare il roller derby è ben accetto! Siamo sempre lieti di accogliere nuovi membri in squadra, e prima di iniziare a giocare insegniamo a tutti a pattinare. Chiunque voglia provare può contattarci su Instagram e gli forniremo tutta l’attrezzatura necessaria per pattinare per la prima volta. Siamo aperti a tutte le persone a prescindere dal genere a partire dai 18 anni di età.

Che cosa ti piace di più del Roller Derby?

L’aspetto che amo di più del roller derby è la sua inclusività, lo spirito di squadra e la forza che tira fuori dalle persone, perché se puoi affrontare una pattinatrice che ti arriva addosso e cerca di buttarti giù, allora sì che sei forte e puoi affrontare tutto!  
Ti cambia la vita e il modo in cui la approcci, può dare tanta forza e tanto coraggio. Quello del roller derby è un mondo bellissimo, allegro e inclusivo, fatto di persone forti e determinate, in cui tutti alla fine di una partita (ma anche durante) si vogliono bene e festeggiano insieme. È uno sport in cui si può imparare a contare sugli altri, che, nonostante tutto, anche nelle partite più difficili sono lì con te a combattere. 

Autore: Niccolò Dametto

Jacopo e lo studio in Francia e Spagna

Jacopo Prescianotto, studente bolzanino che ha deciso di studiare per due anni tra Madrid e Rennes (Francia), ci racconta cosa significa per un giovane avventurarsi per l’Europa alla ricerca di nuovi percorsi e nuove versioni di sé.

Cosa ti ha spinto a decidere di studiare all’estero?

Dover passare un lungo periodo in casa durante il Covid mentre frequentavo il mio primo anno di università mi ha dato la sensazione che Bolzano “mi stesse stretta” e mi ha offerto l’opportunità di riflettere sulle mie scelte future alimentando il mio desiderio di provare qualcos’altro.

Il bilinguismo altoatesino ha avuto un ruolo nella tua decisione?

Sicuramente mi ha influenzato nella decisione di aggiungere la Germania alla lista delle possibili destinazioni per cercare un lavoro. Non ho ancora avuto l’occasione di mettere in pratica il mio tedesco, ma ho realizzato quanto sia un plus incredibile; le persone internazionali che conosco quando scoprono che sono italiano e so il tedesco rimangono sempre stupefatte.

Quali sono le differenze più grandi che hai trovato tra Spagna, Francia e Italia?

Le differenze più sostanziali che ho trovato tra il nostro modo di vivere per la Spagna è l’efficienza dei trasporti pubblici, mentre per la Francia l’offerta agli studenti di un welfare universitario incredibile. Dal punto di vista della didattica, le università spagnole e francesi sono più orientate alla pratica e a lasciare agli studenti lo spazio di vivere con maggiore serenità la vita universitaria.
Ho avuto così l’impressione che spagnoli e francesi siano più bravi di noi a limitare la sovrapposizione di vita lavorativa e vita privata, dando la priorità al proprio benessere piuttosto che alla produttività.

Cosa ti manca e cosa no di Bolzano?

Oltre alle persone, la prima cosa che mi viene in mente sono certi luoghi di Bolzano, come le passeggiate del Talvera, il paesaggio dalla finestra di camera mia, Via Novacella con i ciliegi in fiore. Sono tutti luoghi familiari che mi rievocano una sensazione di pace e sicurezza. Tuttavia vivere in un posto nuovo in cui si entra in contatto con nuove persone dà la possibilità di “reinventarsi” ed essere la versione più recente di sé stessi, a Bolzano questo risulta più difficile.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa esperienza?

I vantaggi sono sicuramente dati dalla realizzazione delle aspettative che mi hanno spinto a partire. Inoltre ho costruito una rete di persone che per me saranno dei punti di riferimento in giro per l’Europa. È come se avessi due vite parallele da cui cerco di attingere il meglio. La lontananza ti insegna ad arrangiarti e ad adattarti alle situazioni. Dall’altra non è sempre facile dover ricominciare da capo in città nuove e con persone nuove senza sapere cosa accadrà dopo. Sono contento e convinto di questa esperienza, ma sento anche il bisogno di stabilità. La cosa difficile è lasciare la famiglia e gli amici, ogni volta che riparto da Bolzano mi sale un po’ il magone.

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

Marco Niro e il suo “predatore”

Se gli orsi avessero la stessa indole dei lupi, l’entusiasmante debutto solista di Marco Niro (una metà del collettivo letterario che come Tersite Rossi ha al suo attivo già sei volumi, di cui un paio imperdibili) si potrebbe riassumere nelle tre parole “homo homini ursus”, parafrasando il detto latino coniato da Plauto e ripreso più autorevolmente dal filosofo Thomas Hobbes secondo cui l’uomo sarebbe un lupo nei confronti degli altri uomini.

Lo scrittore e giornalista trentino Marco Niro ha ampiamente dimostrato, nelle opere realizzate come Tersite Rossi, un’informata, indefessa, costante voglia di fare della letteratura resistente, sociale, d’impegno, ma al tempo stesso fruibile: con questa prima uscita a proprio nome, la sua dichiarazione d’intenti viene pienamente rispettata e rinvigorita.

Il predatore, distribuito nelle librerie lo scorso 24 gennaio per i tipi di Bottega Errante Edizioni, è un volume avvincente, sconcertante, di quelli che fanno arrabbiare per la subdola storia che si nasconde dietro un concertato massacro di orsi ad opera di un politicante corrotte e dei suoi emissari e scagnozzi.

Va da sé che il libro prende in più di qualche modo ispirazione dai recenti fatti legati al problema degli orsi che nel vicino Trentino è diventato nell’ultimo triennio uno dei leit motiv su cui vengono impostate le campagne elettorali.

Va da sé anche che i personaggi siano di fantasia, ma nella loro piccolezza e nelle loro debolezze sono umanissimi (in senso negativo) e non distanti dai loro corrispondenti reali, anche se agiscono in maniera più esagerata: non dimentichiamo che la realtà ha la tendenza scostumata a superare sempre e comunque la fantasia.

Con una scrittura lucida, Niro crea una storia truce, un noir ursino in cui i personaggi umani sono tutti cattivi, con la sola eccezione dei ragazzi, che non essendo ancora uomini a tutti gli effetti in qualche modo si salvano.

Non solo, Niro racconta tra le righe, ma neppure troppo a dire il vero, di una provincialità gretta, omertosa e di comodo non troppo distante da quella del nostro Alto Adige: anche se i nomi di persone e luoghi sono di fantasia e l’ambientazione è vagamente identificata con l’area del Trentino occidentale in cui proliferano gli orsi, il Trentino è la location indiscutibile in cui si svolge la trama del romanzo, lo confermano indubitabilmente i cognomi tipici di alcuni personaggi.

Quanto all’orso (o orsi, considerando che ve n’è più d’uno nel romanzo di Niro), è visto qui come capro espiatorio delle umane debolezze e come metafora dell’“altro”, del “diverso” in senso lato, animale, emarginato, straniero che sia. Inutile dire che sia proprio lui a riscuotere incondizionatamente le simpatie del lettore.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La musica che… “unisce”

Nel prossimo tour estivo, grazie all’intelligenza artificiale, Philipp Burger duetterà con il suo omologo Bob Marley. Il progetto, nato dall’idea del Landeskommandant degli Schützen Sudtirolesi Roland Seppi, mette insieme il rock e il reggae e dimostra la grande affinità tra i due artisti. “Entrambi hanno esportato l’amore per le proprie radici in tutto il mondo” ha affermato Lukas Jockenlein, responsabile della comunicazione. Per l’occasione è stato presentato il nuovo libro “Our Heimat!”, un dialogo tra i due musicisti, un ponte tra il Tirolo e la Giamaica nel segno dell’amore. 

Autore: Roberto Tubaro

129 partecipanti all’Open di Bolzano 2024

Dal 2 al 4 febbraio si è tenuta la XIX edizione del torneo internazionale di Scacchi Open di Bolzano. Quest’anno è stato battuto il record di partecipanti. Sono stati ben 129, provenienti da Italia, Austria, Germania, Svizzera, Spagna, Finlandia, Messico, e Ucraina.

Il torneo si gioca dal 2006 e nemmeno il periodo pandemico ha saputo interromperne la cadenza annuale. Dal 2021, grazie al supporto di Museo Mercantile e Camera di commercio, il torneo si gioca nelle splendide sale di palazzo Mercantile. “I giocatori, specie quelli provenienti dall’estero, sono molto colpiti e dicono che non hanno mai giocato in un posto così bello”, ci racconta Luca D’Ambrosio vicepresidente del circolo ARCI scacchi di Bolzano, che ha organizzato il torneo.

Motivo di orgoglio per gli scacchisti altoatesini era anche la ricorrenza del centenario del torneo di Merano del 1924, un torneo internazionale che vide la partecipazione di alcuni dei più forti giocatori del tempo. Il torneo, svoltosi proprio a febbraio nel Kurhaus, è noto in quanto vi è stata giocata per la prima volta la cosiddetta Variante di Merano (un sistema di mosse efficace per il Nero), tuttora utilizzata nel gioco e l’unica che porti il nome di una città italiana.

All’Open di Bolzano 2024 c’è stata poi una novità assoluta: la trasmissione in diretta delle partite delle prime 6 scacchiere dell’Open A grazie alle scacchiere elettroniche che hanno permesso a molti appassionati di seguire, grazie ad internet, le partite più importanti in tempo reale.

Il torneo è stato diretto dall’arbitro internazionale Gerhard Bertagnolli (il quale di recente ha arbitrato la finale del Campionato Mondiale ad Astana in Kazakistan) e dai due arbitri collaboratori Massoud Zendehdel Jadeh Kenari e Sauro Soriani.

Il torneo principe OPEN A, aperto a tutti, ha visto la straordinaria vittoria del giovane bresciano Gabriel Urbani che ha vinto tutte le 5 partite. Decisiva per la vittoria finale è stata l’ultima partita con il CM (Candidato Maestro) austriaco Thomas Bauer (già vincitore della 17a edizione). Al secondo posto si è piazzato il vincitore dell’anno scorso, l’altoatesino Niccolò Casadio a 4,5 punti ed al terzo posto l’FM (Maestro FIDE) Nicholas Paltrinieri (a pari punti con il FM austriaco Joachim Wallner ma con miglior Buchholz (sistema di spareggio per stabilire l’ordine di classifica tra due o più giocatori terminati a pari punti).

Nello stesso OPEN A si assegnava anche il titolo di miglior giocatore altoatesino che è andato per la terza volta consecutiva al giovane Niccolò Casadio, che ha preceduto Paltrinieri e Massimo Zammarchi (Arci Scacchi Bolzano).

L’OPEN B, riservato a giocatori con punteggio ELO fino a 1800, ha visto la vittoria a pari merito dalla giovane Maddalena Buccio di Brescia, del trentino Daniel Demozzi e del brissinese Viktor Hilinkskyy.

L’OPEN C, riservato a giocatori con punteggio ELO sotto ai 1500, è stato invece vinto da Tiziano Agnoli, seguito da Josef Demetz e da Kevin Kircher.

Autore: Till Antonio Mola