I colori hanno “invaso” Laives

Ben 45 anni di storia per il più importante corteo carnevalesco dell’Alto Adige: anche il meteo è stato dalla parte degli organizzatori della kermesse, e un mare di colori ha pacificamente invaso via Kennedy per attraversare poi tutta Laives. Ecco alcune immagini dell’evento ritratte dall’obiettivo di Marco Milioni.

Una raccolta di strumenti musicali per il carcere 

Erjon Zeqo è un ricercatore dell’Eurac, conosciuto anche come musicista – prevalentemente con il suo gruppo Zio Cantante – e mediatore interculturale. In anni recenti lo abbiamo visto coinvolto all’interno di progetti culturali con i detenuti della casa circondariale di Bolzano. L’ultimo, in ordine di tempo, riguarda la raccolta di strumenti musicali per i detenuti.

Di cosa si tratta?

Si tratta di una raccolta di strumenti musicali da donare alla casa circondariale per essere utilizzati in progetti di educazione musicale e di musica d’insieme con i detenuti. Il progetto parte come una mia iniziativa personale, anche se poi mi appoggio alle associazioni che sostengono le iniziative formative, tra cui Biblioteca Culture del Mondo, Alpha Beta, ecc. 

Come hanno accolto questa sua proposta i detenuti?

Sono entusiasti, non ultimo in quanto scoprono nuovi modi per poter occupare il tempo in maniera creativa. Vedere e potersi esercitare su a una tastiera, una fisarmonica, un contrabbasso, un sassofono o un flauto è sicuramente una scoperta che stimola sia la creatività, sia la voglia poi di intraprendere dei percorsi di crescita individuale personale. Compito dei mediatori è trasferire questo stimolo in un piano educativo e formativo a lungo termine, volto ad un reinserimento.

Che musica suonate?

Suoniamo pezzi di musica rock, di musica pop, ma non manca chi si cimenta nel freestyle, quindi con il rap. Molti detenuti sono giovani e giovanissimi e quindi rappresentano anche un po’ le tendenze e le preferenze musicali dei giovani.

Immaginarla alle prese con il rap è una visione insolita… 

La proposta di musiche etniche è spesso la base del percorso in quanto è il modo che permette alle tante persone che provengono da altri paesi di trovare un legame con le proprie radici, con la propria storia e la propria tradizione.
Per quello che riguarda il rap, posso solo mettermi a disposizione per realizzare con gli altri musicisti una base musicale con strumenti suonati dal vivo, o anche attraverso la musica elettronica. Si tratta di creare un ponte…

Che tipo di strumenti sarebbero ben accetti? La domanda racchiude un appello implicito ai nostri lettori per destinare ad una causa nobile lo strumento che magari da una vita sta nell’angolo e non viene mai suonato… 

Cerchiamo in un buono stato, che non abbiano necessità di manutenzione straordinaria, anche perché non abbiamo dei fondi per poter eseguire delle riparazioni. Sono ben accetti tutti gli strumenti, purché funzionanti. Chiaramente ci auguriamo che vengano donati strumenti che possano essere passati di mano in mano, quindi per esempio una chitarra, un ukulele o anche una tastiera. In questo momento ci manca – potrei dire – un basso o strumenti che possano servire per uno studio di registrazione, come per esempio un computer, dei microfoni, dei cavi e altra strumentazione accessoria.  

Come ci si mette in contatto con lei?

Sono su Facebook come Erjon Zio Cantante, ma mi si può contattare mandando una e-mail a erjon.zeqo@gmail.com

Autore: Till Antonio Mola

Coesione sociale

Nei giorni scorsi, con un po’ di fatica, è stato eletto il nuovo governo della Provincia. Le criticità nel merito della coalizione che si è venuta a creare sono molteplici e non saremmo i primi ad evidenziarle. Non ci resta dunque che augurare buon lavoro alla nuova giunta e al suo vecchio (e nuovo) presidente. A tutti noi infatti conviene che la politica riesca a trovare, anche solo in parte, i bandoli della matassa che si è venuta a creare. 

La società altoatesina negli ultimi anni ha trovato modo di sfrangiarsi a più livello, come abbiamo avuto già modo di segnalare. Quindi a nostro avviso il migliore augurio che possiamo e dobbiamo fare alla nuova giunta provinciale è quello di riuscire a segnare qualche punto sul tema della coesione sociale che, a nostro avviso, è uno dei prerequisiti fondamentali per tentare di risolvere la maggior parte dei problemi che abbiamo. 

Cos’è? In sociologia il termine coesione sociale indica l’insieme dei comportamenti e dei legami di affinità e solidarietà tra individui o comunità, tesi ad attenuare in senso costruttivo disparità legate a situazioni sociali, economiche, culturali, etniche. Da quando questo concetto è stato elaborato per la prima volta, poco più di un secolo fa, come principali fattori di questa dinamica sono stati identificati prima la religione e poi il lavoro. Successivamente hanno preso piede altri due principi, ovvero quello del consenso diffuso in merito al rapporto tra individuo e società e il senso di solidarietà. Una cosa è chiara: per poter realizzare una solida coesione sociale sono necessari alcuni requisiti, innanzitutto materiali, come occupazione, casa, reddito, salute, educazione, che devono essere garantiti per tutti. Il secondo requisito fondamentale è rappresentato dall’ordine e dalla sicurezza sociale. Il terzo elemento della coesione è la presenza di relazioni sociali attive con la creazione di una rete di scambi di informazioni, supporto, solidarietà e credito. Il quarto requisito è il coinvolgimento di tutti nella gestione delle istituzioni, che consolida il senso di identità e di appartenenza a una collettività. Tali requisiti basilari, indicatori di progresso civile, sono fondamentali per la creazione di relazioni favorevoli tra individui di una stessa comunità.

Insomma: occorre unire, invece che insistere su vecchi e nuovi motivi di divisione. Non credete?

Autore: Luca Sticcotti

Il letargo dell’inverno

Febbraio è ancora ostaggio dell’alta pressione subtropicale. Specialmente in quota, ma pure nei fondivalle accarezzati dal foehn, le temperature sono quelle di metà aprile. Fa caldo e ne avremo per un’altra settimana. Se da una parte il cielo è una fucina di nubi alte e sottili, di cirri e di velature che gli conferiscono, a tratti, un carattere marezzato, dall’altra esso è caratterizzato da linee ed incastri di scie di condensazione degli aerei di linea. Altrove, specie nelle zone pedemontane, dove le pianure non presentano rilievi ripidi ravvicinati, i tramonti creati da Madre Natura regalano, a chi ha la fortuna di assistervi e di desiderarli, una gioia impagabile. Nella Pianura Padana, invece, con questo tipo di struttura barica si formano le famose inversioni termiche: temperature minime negative, nebbie, galaverna e neve da nebbia nei bassi strati, unitamente ad una stomachevole qualità dell’aria, intrappolata a poche centinaia di metri dal suolo, carica di tutti gli inquinanti più pericolosi; d’altro canto anche le condizioni termiche durante il giorno restano confinate ad una sola cifra (entro i 9°C appunto). Appena sopra questa cappa malsana, con l’assenza di una ventilazione capace di dissiparla, regna ahinoi l’anticiclone, una sorta di barriera, di blocco alle perturbazioni atlantiche, che, giocoforza, devono aggirare le Alpi. Tale promontorio sfodera le sue armi in altezza e ci garantisce cieli luminosi e sereni ed un caldo esagerato e persistente. Chi vive perennemente in pianura e durante il fine settimana non ha la possibilità di alzarsi di quota per farsi una sciata, un’escursione o semplicemente una passeggiata in montagna non si accorge di nulla, tanto da convincersi di non uscire di casa a causa del cielo plumbeo o di restare confinato tra i sempre più ristretti parchi cittadini, quanto a non credere alle temperature massime di alcune stazioni meteorologiche montane riportate dai notiziari. Ma, purtroppo, è tutto vero! Oltretutto, e sempre in presenza di questa struttura alto-pressoria, le particelle inquinanti presenti in atmosfera, come gli aerosol, il biossido di azoto nonché altri composti possono assorbire, deviare e diffondere rigorosamente la luce solare, magari deflettendo quella blu e verde e propagando le lunghezze d’onda arancioni e rosse (cfr. scattering), mentre siamo intenti a ritrarre una fotografia. Pertanto anche l’inquinamento può contribuire a farci portare a casa un bellissimo scatto panoramico! Febbraio, che quest’anno cade bisestile, è l’ultimo mese dell’inverno meteorologico di una stagione fin qui avara di precipitazioni in un quadro climatico sempre più caldo. Speriamo vivamente che il letargo finisca e presto anche, perché chi conserva un po’ di lucidità e di memoria storica sa perfettamente che tutto ciò è fuori dal comune.

Autore: Donatello Vallotta

Parole travalicanti.Con zone d’ombra

Chiunque ha commesso abusi (di potere innanzitutto) deve essere chiamato a risponderne e per quanto possibile a risarcire le vittime. Mentre è in vita, non da morto. I morti non si possono difendere e la difesa è un diritto inviolabile. Essere in pace con se stessi per accompagnare, nella pace vera, vivi e morti.

Pochi giorni fa nel comunicato per il decesso di un sacerdote, la diocesi ha deciso di mettere in evidenza che “nel suo servizio nella pastorale giovanile vi sono state anche zone d’ombra: con la sua condotta travalicante ha ferito giovani persone”. Un atto di “trasparenza”, è stato detto.

Si è spiegato che d’ora in poi quando ci saranno state “segnalazioni” se ne darà comunicazione. Ma il generico accenno a “zone d’ombra” e a “condotte travalicanti” è davvero una parola chiara e trasparente? O non è forse il suo contrario? Trasparenza è dare informazioni in modo completo e congruo. Sono stati commessi dei reati? Sono stati presi dei provvedimenti disciplinari? I superiori sono intervenuti per tempo e in modo adeguato? Le vittime sono state accompagnate e risarcite? Formulata così quella frase è solo un giudizio sommario, senza possibilità di appello. Ma soprattutto: il comunicato di un decesso non è una sentenza (che spetta a un giudice) né il giudizio sulla vita di un uomo (che spetta al Padreterno).

Mettere alla gogna una persona appena morta scolpendo parole di biasimo nel marmo del suo epitaffio è una scelta della cui valenza pastorale (e giuridica) si può dubitare. Assomiglia troppo a una diffamazione (postuma). Sa poco di verità. Non se ne capisce davvero il senso, proprio nell’ottica della dignità delle persone, anche quelle ferite. Un cadavere non si può difendere né può chiedere perdono. L’eccesso di zelo nel trattamento di un abuso rischia di trasformarsi a sua volta in abuso. Diritto e diritti non si possono separare. Punire qualcuno per dare un messaggio ad altri appartiene a culture giuridiche non compatibili con la tradizione cristiana.

Che cosa leggeremo nel prossimo necrologio? Che quel parroco ha tenuto male i conti della parrocchia o non ha pagato le tasse? Che non è stato un bravo padre? Che a volte è venuto meno ai propri voti? Che si è servito di un ruolo di potere? Che ha raccontato qualche bugia? Che ha usato un linguaggio non rispettoso di gruppi minoritari? Anche in questi casi ci sono condotte travalicanti, zone d’ombra, abusi e persone ferite.

Non sono sicuro che noi che scriviamo i comunicati siamo tutti davvero senza macchia. Con quale autorità (e autorevolezza) evidenziamo le ombre della vita di una persona, proprio nel giorno in cui essa si presenta al tribunale di Dio? “Chi di voi è senza peccato”, direbbe quel Giudice rivolgendosi al pubblico in aula, “scagli la prima pietra”. Requiescant in pace.

Autore: Paolo Bill Valente

Alimentare la responsabilità nei confronti dei più deboli

Dopo più di 30 anni di lavoro in Alto Adige – spaziando dal giornalismo alle problematiche sociali in ambito ecclesiale, dalla narrativa alla ricerca storica e alla cooperazione allo sviluppo –  il meranese Paolo Valente ha assunto nello scorso settembre l’incarico di vicedirettore di Caritas Italiana. 

L’inizio della frequentazione di chi scrive con Paolo Valente risale alla fine dello scorso millennio. All’epoca si lavorava entrambi per i media diocesani, svolgendo un compito per così dire pionieristico che aveva le sue radici nella testimonianza di don Giorgio Cristofolini, il “prete in miniera” fondatore del settimanale diocesano il Segno. Dopo quell’esperienza Paolo Valente si è occupato di molte cose, sempre mantenendo uno sguardo attento al tema che gli stava più a cuore, ovvero la promozione di una convivenza che nella nostra terra fosse reale, non stereotipata, se soprattutto scevra dall’ipocrisia che spesso si annida in maniera non troppo nascosta, nei tre principali ambiti da lui frequentati, ovvero la chiesa, la politica, il giornalismo. L’ultima tappa in ordine di tempo del percorso di Paolo Valente in Alto Adige è stato il compito – una mission impossible potremmo dire col senno di poi – di riportare la Caritas della Diocesi di Bolzano Bressanone al suo spirito originario, (anche) attraverso la riunificazione delle sue due sezioni italiana e tedesca. Da quell’esperienza, all’apparenza fallimentare, è poi scaturito un nuovo e importante impegno, solo in parte inaspettato. 

L’INTERVISTA

Iniziamo dicendo di cosa si occupa Caritas Italiana. Qual è il compito che si prefigge? 

La Caritas nazionale supporta le quasi 220 Caritas diocesane nel loro compito fondamentale, che è quello di animare le persone e la comunità ad assumersi le proprie responsabilità, soprattutto nei confronti di coloro che si trovano in situazioni di povertà e di vulnerabilità. 

Qual è l’organizzazione di Caritas Italiana sul territorio nazionale? 

I servizi di Caritas Italiana sono a Roma. La rete che essa coordina si estende su tutto il territorio nazionale, suddivisa in 16 delegazioni regionali e quasi 220 Caritas diocesane. L’organizzazione nazionale fa parte a sua volta di Caritas Europa e di Caritas Internationalis, la confederazione mondiale che fa capo direttamente alla Santa Sede.

Negli altri paesi europei Caritas ha mission e organizzazioni diverse?

Ci sono differenze di ordine culturale. In alcuni Paesi la Caritas è più strutturata e orientata all’operatività, in altri tende maggiormente a sviluppare una cultura della solidarietà e dei diritti, con azioni di “advocacy” (ovvero patrocinio, sostegno e promozione), di formazione e di informazione. Ovunque ha il compito di promuovere l’impegno della comunità senza sostituirsi ad essa. L’amore per il prossimo (questo significa “caritas”) è come l’aria: non si può delegare ad altri.

Per quale motivo nel primo periodo sei stato chiamato a sviluppare la comunicazione, in Caritas Italiana? 

Da due anni Caritas Italiana si trova in un processo di riorganizzazione. Nello sviluppo organizzativo la comunicazione è un tema centrale, soprattutto quando si opera in una rete molto ampia. Una buona ed efficace comunicazione è elemento strategico (tanto più che la Caritas è innanzitutto un messaggio) e difatti il nostro lavoro sta dando una mano forte alla nuova struttura, al centro e sui territori.

Annualmente la Caritas Italiana per qualche giorno conquista le prime pagine dei giornali con il suo Rapporto sulla povertà ed esclusione sociale in Italia. Qual è la situazione attuale nel nostro paese?

Negli ultimi 15 anni i poveri assoluti sono triplicati. Questo è dipeso dalle crisi globali (finanziaria, sanitaria, le guerre) ma anche dalla debolezza delle politiche di contrasto alla povertà. Più esposte all’indigenza sono le persone che non dispongono di una rete sociale consolidata. 

Per molti anni sei stato attivo in provincia di Bolzano, dove ti sei occupato di giornalismo, di problematiche sociali in ambito ecclesiale, di narrativa, ma sei stato anche in grado di gettare uno sguardo a livello internazionale lavorando nella cooperazione allo sviluppo. Cosa ha significato per te questo trasferimento a Roma? Come hai vissuto e vivi questo passaggio avvenuto tra la provincia di confine del profondo nord e la capitale italiana nonché cuore della chiesa cattolica?

La dinamica centro-periferia ci mostra che si può trovare del provincialismo sul confine come anche nella capitale. Ogni realtà è centro ed è confine, quando la prospettiva è l’essere umano nella sua integralità. Roma è una città straordinaria e divertente. È al tempo stesso centro e periferia, con i pregi e i difetti dell’uno e dell’altra.

Il tuo periodo di lavoro prima come direttore della sezione italiana e poi dell’intera Caritas della Diocesi di Bolzano-Bressanone si è concluso in maniera piuttosto burrascosa. Ma a quanto pare la tua esperienza e le tue qualità professionali sono state considerate più che preziose da parte della Caritas nazionale, visto che sei stato chiamato prima a dirigere e occuparti dello sviluppo della comunicazione della sede centrale, e poi anche a svolgere un ruolo direttivo a stretto contatto con il direttore don Marco Pagniello e con il presidente Carlo Roberto Maria Radaelli, arcivescovo di Gorizia. Per te è stata una sorpresa o una conferma di quelle che erano le linee di sviluppo che avevi pensato di portare avanti nel tuo impegno nella Caritas della Diocesi di Bolzano-Bressanone?

Quello che ha portato alla conclusione burrascosa è un sistema di potere che non può tollerare che in Alto Adige una persona libera stia alla guida di un’organizzazione di un certo peso. Una persona di lingua italiana con un ruolo a livello provinciale che non sia quello di “vice” è un fatto anomalo, non previsto. Il sistema non tollera nemmeno una realtà che si sviluppi in senso autenticamente interlinguistico. Fa saltare il modello. Siccome tutto questo invece stava prendendo forma, si è usato lo strumento della diffamazione, della manipolazione e delle pressioni indebite. Si dice che coloro che non possono manipolarci, cercano di manipolare gli altri contro di noi. Premesso che io sono pieno di difetti, la violenza irrazionale degli attacchi e la mia chiamata a Roma dimostrano solo che il progetto era buono (ma scomodo).

Da diversi anni sui nostri giornali ti occupi della rubrica “Senza confini”, nella quale rifletti spesso sui temi centrali dell’attualità altoatesina. Alla luce delle tue recenti esperienze quali sono secondo te le principali sfide, vecchie e nuove, che dovremo affrontare? La provincia di Bolzano viene spesso dipinta come un esempio di benessere e di buona organizzazione. Ma – come avrai potuto sperimentare – non è tutto oro quel che luccica…

Mi pare che siamo nell’epoca dell’opportunismo miope. Dopo l’idealismo etnico dell’era Magnago, dopo il pragmatismo post-etnico degli anni di Durnwalder, l’era Kompatscher era sbocciata con l’idea di guardare “oltre i bordi del proprio piatto” (“über den Tellerrand hinaus”). Ma forse era già troppo tardi. L’Autonomia si era già trasformata in un sistema di potere. La convivenza, direbbe Piero Agostini, era stata “rinviata” a data da destinarsi. Auguro alla nostra terra la capacità di valorizzare il suo essere sul confine, inteso come il luogo in cui si impara ogni giorno a guardare lontano. Si può fare.

Autore: Luca Sticcotti