Miti della razza, patrie negate, vittime innocenti

Una delle conseguenze del drammatico conflitto in Israele e Palestina è il riemergere di atteggiamenti antisemiti. Azioni e pensieri contro gli ebrei – identificati tout court con uno Stato e un governo – vengono giustificati dalla violenta reazione di Israele al violento attacco sferrato lo scorso 7 di ottobre.

La guerra scatenata da Hamas è oggi circondata dalle stesse forme di disinformazione, mistificazione, strumentalizzazione e populismo emozionale che nella storia hanno caratterizzato il propagarsi dell’odio antiebraico. Un fenomeno millenario rispetto al quale la cultura occidentale non è stata ancora capace di dire la parola “fine”.

Migliaia di vittime civili innocenti, centinaia di migliaia di profughi palestinesi e israeliani, ostaggi di ogni età pagano il prezzo, ancora una volta, di dinamiche di potere malate, frutto di sistemi coloniali e postcoloniali, dei nuovi imperialismi, di un’economia e di una politica che uccidono, quando antepongono il profitto e il potere alla dignità umana.

Gli ebrei, anche da parte di illustri uomini di Chiesa, furono considerati per secoli indegni di abitare un proprio Paese, essendo essi il “popolo deicida” costretto per questo ad andare “ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una patria” (Agostino Gemelli, 1939).

Nell’autunno di 85 anni fa il Regno d’Italia approvava quelle “leggi razziali” che, tra i provvedimenti attuati, vide l’espulsione dal territorio nazionale degli “ebrei stranieri”, spesso famiglie fuggite da territori nei quali erano brutalmente perseguitate. A seguito di queste misure la fiorente comunità ebraica di Merano fu ridotta al lumicino.

Il Manifesto della razza (luglio 1938) affermava (art. 9) che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana” e che essi “rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli italiani”.

La cacciata degli ebrei da ogni territorio – fino alla soluzione finale attuata nella Shoà – è il principale motivo per cui nel 1948 nacque lo Stato di Israele. Una vittoria che è al tempo stesso la tragica sconfitta dell’idea di fratellanza umana. Certamente non la guarigione definitiva di una patologia che non ha radici in Palestina/Israele, ma (soprattutto) altrove.

Autore: Paolo Bill Valente

In Alto Adige vince la solidarietà

Sabato 18 novembre ha visto la realizzazione della 27ª edizione della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, un evento organizzato dalla Fondazione Banco Alimentare. Un’occasione straordinaria che ha coinvolto migliaia di volontari e supermercati in tutto il paese, per raccogliere alimenti non deperibili a beneficio di tutti coloro che versano in difficoltà.

Il Banco Alimentare del Trentino Alto Adige – Landestafel Odv ha giocato un ruolo chiave in questa giornata, essendo presente in circa 500 supermercati con oltre 5.000 volontari. Gli alimenti donati sono stati immediatamente raccolti e stoccati nei magazzini di Trento e Bolzano, pronti per essere redistribuiti alle 125 strutture caritative locali nel corso dell’anno, sostenendo così oltre 20.000 persone.
L’iniziativa ha coinvolto più di 11.000 supermercati in tutta Italia, con 140.000 volontari riconoscibili dalle pettorine arancioni che hanno invitato i cittadini e le cittadine ad acquistare prodotti a lunga conservazione come olio, verdure in scatola, passata di pomodoro, tonno in scatola e cibi per l’infanzia. Tutti gli alimenti raccolti vengono distribuiti a quasi 7.600 organizzazioni partner territoriali (mense per i poveri, case-famiglia, comunità per i minori, centri d’ascolto, unità di strada, etc..) convenzionate con Banco Alimentare, supportando circa 1.700.000 persone in difficoltà.

Un sentito grazie a tutti i volontari

Il presidente della Fondazione Banco Alimentare Onlus, Giovanni Bruno, ha sottolineato l’importanza di gesti solidali come la Colletta Alimentare, i quali dimostrano che la carità è un presupposto per una convivenza basata su pace, solidarietà e crescita comune. Ha anche ringraziato i numerosi volontari, in particolare i giovani, che con il loro sostegno e impegno hanno reso possibile questo grande atto di condivisione.
L’attività del Banco Alimentare infatti, ha lo scopo di contribuire ad attenuare il problema della fame, dell’emarginazione e della povertà, oltre che a promuovere la lotta allo spreco alimentare in collaborazione con le istituzioni nazionali ed europee. 

Per farlo, coordina le donazioni e contribuisce ad organizzare il recupero delle eccedenze dalla filiera agroalimentare, distribuendole alle Organizzazioni Banco Alimentare che, a loro volta, spartiscono gratuitamente gli alimenti alle Organizzazioni Partner Territoriali. Si tratta di un processo che coinvolge migliaia di persone raggiungendo obiettivi importanti ogni anno, dimostrando impegno, volontà e altruismo, tutti elementi imprescindibili per una società solidale.

“La Colletta è un gesto concreto che permette a tutti di aiutare chi è in difficoltà, effettuando o una piccola donazione o dedicando qualche ora di tempo come volontario – sono state queste le parole di Duilio Porro, presidente del Banco Alimentare del Trentino Alto Adige – Oltre a fare un gesto di solidarietà, la partecipazione alla Colletta rappresenta la possibilità per aiutare il Banco, e di conseguenza tutte le associazioni che lavorano quotidianamente sul nostro territorio, raccogliendo più prodotti alimentari affinché si possano sostenere sempre più persone in una contingenza attuale molto complicata”. La Colletta quest’anno ha registrato un successo straordinario in tutto il paese, con 11.800 supermercati aderenti, un aumento del 6% rispetto all’anno precedente, e oltre 140.000 volontari che hanno raccolto 7.350 tonnellate di prodotti a lunga conservazione, con un incremento del 9% rispetto alla scorsa edizione.

Crescono i punti vendita in tutta la provincia

In Alto Adige i punti vendita in cui si è svolta sono stati 104, 15 in più rispetto all’anno scorso, con un coinvolgimento importante di circa 800 volontari. Sono stati raccolte 71 tonnellate di alimenti, 7 in più rispetto al 2022, ottimi numeri con i quali il Banco dell’Alto Adige festeggia i suoi vent’anni.

“Sono molto soddisfatto, perché a parte le quantità, la ricca partecipazione e l’impegno di tante associazioni a vario titolo sia del mondo italiano che di quello tedesco, si sono rivelati esemplari. Questo gesto di carità pubblica è un bel segnale di unità. Vorrei ringraziare tutti i volontari, dai più giovani degli scout e dei centri giovanili, ai nonni vigli e agli Alpini dell’Ana, ma soprattutto vorrei esprimere la mia riconoscenza e gratitudine agli educatori e agli insegnanti che capiscono il valore della Colletta e coinvolgono i ragazzi e le ragazze”, racconta Luca Merlino vicepresidente del Banco dell’Alto Adige.

Aumenta anche la povertà in Italia

Nonostante i successi della Colletta, i dati evidenziano che la povertà assoluta in Italia è in aumento, con oltre 5,6 milioni di individui in difficoltà secondo l’Istat del 2022. Banco Alimentare registra un incremento di richieste di aiuto di oltre 50.000 persone per l’anno in corso, sottolineando l’importanza continua della Colletta Alimentare per affrontare la crescente sfida della povertà nel paese. 

Per questo motivo, chi il 18 novembre non ha avuto la possibilità di fare una donazione, può aderire all’iniziativa con una spesa online, un progetto che sarà attivo fino al 16 dicembre tramite la piattaforma di Amazon. 

Per avere tutte le informazioni più nel dettaglio è possibile consultare il sito www.colletta.bancoalimentare.it

Autrice: Chiara Caobelli

La strada dedicata in “zona” a Marie Curie

Ad Oltrisarco tra le vie della zona industriale vi è via Curie Marie. Si chiamava in realtà Maria Sklodowska; era nata nel 1867 a Varsavia (Polonia), quinta di cinque figli di Wladislav e Bronislava, insegnanti.
Aspirava agli studi universitari, anche se in quell’epoca in Polonia le donne non erano ammesse a tali studi. Per far fronte alle spese degli ambiti studi a Parigi, fece per qualche anno l’istitutrice presso famiglie benestanti. Il 3 novembre 1891 entrò alla Sorbona, dove, francesizzato il nome, studiò con profitto fisica e matematica. Nella primavera del 1894 conobbe Pierre Curie; si sposarono il 26 luglio 1895. Collaborando come ricercatori, Marie Curie tenne un diario di laboratorio; voleva proseguire negli studi di Henri Becquerel sulla radioattività; passando in rassegna le sostanze che contengono uranio e che emettono raggi, misurare le emissioni; analizzando due minerali particolari, la calcolite e la pechblenda, scoprì che entrambi emettevano più radiazioni dello stesso uranio. Nei minerali analizzati si rivelarono due elementi misteriosi, il polonio, e il radio. Per l’isolamento del radio Marie dovette a lungo pesare, bollire, filtrare, analizzare tonnellate di materiale. Nel 1902 i Curie riuscirono a stabilire il peso atomico della sostanza; la scoperta aprì le porta anche a nuovi usi medici delle radiazioni. Per tale scoperta le fu conferito nel 1903 il Premio Nobel per la fisica. Nel 1909 fondò anche l’Institut du radium. Nel 1911 le fu conferito il secondo Premio Nobel, quello per la chimica. La prima guerra mondiale fu occasione per sperimentare le macchine radiologiche al fronte per la cura dei soldati feriti.
Terminata la guerra, Marie Curie fu in vari paesi, come gli Usa, tenendo conferenze: fu un trionfo. Nel 1934, pressoché cieca per l’esposizione alla radioattività e con le mani rovinate, fu un’anemia aplastica a condurla alla morte, a Passy (Francia), il 4 luglio. Dal 1995 le sue spoglie, con quelle del marito Pierre, si trovano al Pantheon di Parigi.

Autore: Leone Sticcotti

Stary Most:dal passato con furore!

Quando nel 1980 nei negozi di dischi fece la sua comparsa No More Words, LP dei bolzanini Stary Most, non erano decisamente in molti gli artisti della nostra zona che riuscivano a farsi pubblicare un disco, soprattutto con l’ambizione di poterlo anche portare in giro dal vivo in altre regioni. La storia degli Stary Most e del loro disco, deve molto all’intraprendenza del vulcanico Peter Ghirardini, che registrò il disco nel suo studio di Via Palermo e lo pubblicò sulla sua piccola etichetta, riuscendo a farlo uscire dagli stretti confini regionali. In realtà, nonostante la determinazione, soprattutto da parte del chitarrista e autore Werner Bauhofer e del cantante Heinz Madder, la storia degli Stary Most non durò moltissimo, ma l’interesse per il loro disco ha continuato a rimanere alto, un po’ per il gusto della riscoperta da parte del pubblico del classic rock, un po’ per il collezionismo: sta di fatto che se voleste cercare una copia di quello storico lavoro vi trovereste a sborsare oggi cifre oscillanti tra i duecento e i quattrocentocinquanta euro!

“Quando l’ho scoperto – ci racconta Werner Bauhofer – sono rimasto di stucco, nel 1980, quando lo abbiamo registrato, credevamo sì nel nostro disco, ma che potesse avere una storia così era una cosa assolutamente non prevedibile. In particolare pare ci sia molta richiesta in estremo oriente! La cosa divertente è che la possibilità di ristamparlo si è materializzata grazie ad una piccola etichetta friulana che ci ha contattati per fare una pubblicazione come si deve: e il proprietario dell’etichetta è un vicino di casa di Peter Ghirardini, che ora vive a Udine ed è un vicino di casa del produttore della ristampa!”

Nel 1980, Bauhofer, dopo una breve militanza nella Hard Time Blues Band di Micheletti, suonava con una cover band che si esibiva regolarmente nei locali, dal lago di Caldaro alla Val Badia. Erano tempi in cui i DJ non avevano ancora preso così piede e i gestori preferivano un gruppo che suonasse le canzoni del momento. Nella band, che si chiamava Abraxas come il secondo disco di Santana, c’erano anche il batterista polacco Benny Zemmler, il chitarrista Jack Telser e il bassista meranese Hubi Weiss; contemporaneamente però, Werner, che suonava anche jazz rock col Quartetto Angolista Sferico, aveva anche cominciato a lavorare su del materiale originale con Madder, suonando in particolare come spalla per i gruppi in voga come Enigma, Otho Mollis e Artificial Joy.

“La vita degli Stary Most – prosegue il chitarrista – è stata breve, ma credo sia stata molto importante per tutti, personalmente credo di aver deciso proprio allora che la musica sarebbe diventata la mia professione, e avevo appena diciott’anni. Era entusiasmante venir chiamati a suonare fuori regione, in televisione, fare la spalla ai New Trolls: ci credevamo davvero che fosse possibile fare il salto, tra le altre cose avevamo inciso un demo per un contest per nuovi talenti bandito in Giappone dalla Yamaha. Quella canzone, che non figurava sul disco, è ora inclusa come bonus track nella ristampa”.

Ristampa che al momento in cui ci leggete dovrebbe già essere disponibile sulle piattaforme online e con i primi mesi del 2024 sarà anche presente nei negozi in formato solido su CD, solamente con una nuova copertina, conditio sine qua non imposta da Werner a cui la copertina originale non era mai piaciuta. E non si può dargli torto, visto che il disegno non aveva nulla a che vedere col rock virato hard che suonavano gli Stary Most.

“Quando Gianluca Sinicco, il nuovo produttore, ci ha contattati – spiega Bauhofer – avevamo temuto che fosse una di quelle operazioni in cui ti propongono la ristampa a spese tue, una volta capito che non era così, l’idea ci è piaciuta e ci siamo buttati a capofitto nel progetto. Il vecchio master è stato rimasterizzato e ora siamo pronti per la distribuzione. Tra l’altro riascoltando i miei vecchi brani col senno di poi, trovo che ci fosse del buono anche nei testi, No More Words è una storia di solitudine e degrado sociale che trovo molto attuale, On My Own è invece dedicata a Enrico Micheletti, Overload Question era invece dettata dall’allora diffusissima passione per l’ufologia, Metropolitan Blues contrapponeva la Bolzano dormiente dell’epoca alle grandi città mentre Sunrise si riferiva ad un’alba vista da Heinz e me al lago di Carezza dove avevamo dormito in macchina dopo un concerto in zona!”

Questo per quanto riguarda la ristampa, ma in casa Stary Most si sta muovendo anche dell’altro, rimanete sintonizzati.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La contesa del legname di Nova Ponente

Per molti secoli i contadini di Nova Ponente e Nova Levante riuscirono a cavarsela grazie alla vendita del legname ricavato dai loro sterminati boschi. Se inizialmente questo legname serviva principalmente il mercato locale (edilizia, agricoltura e utenze domestiche), nel corso del tempo il commercio assunse dimensioni tali da diventare un pilastro dell’economia della Bassa Atesina. 

Ovviamente i tronchi dovevano essere trascinati a valle e ciò avveniva lungo l’unica via di collegamento allora esistente tra l’altipiano e il fondovalle, ossia la Vallarsa. La successiva costruzione della strada della Val d’Ega nel 1860 represse per sempre i sogni di gloria della Vallarsa e dei suoi numerosi abitanti, artigiani e osti, che da tempo ne chiedevano l’adeguamento alle necessità “moderne”. 

La “Reif” (deposito di legname) più grande e importante era quella di Laives, qualche centinaio di metri sopra la chiesa parrocchiale, da sempre di proprietà del vescovo di Trento ma gestita dai conti di Lichtenstein. Presso l’odierno albergo Pfleg si trovava l’amministrazione che gestiva il commercio locale e quello verso Verona, Venezia e la Lombardia. 

Attorno al commercio del legname si sviluppò un’economia articolata che coinvolse molte persone e figure professionali, tra cui boscaioli, trasportatori, commercianti, artigiani, intermediari eccetera. Il porto di Bolzano si trovava a Bronzolo e qui operava la potentissima Compagnia dei Trasporti di proprietà di alcune famiglie di Sacco presso Rovereto, che da tempi immemorabili gestiva gran arte del trasporto di legname e altre mercanzie sul fiume Adige. La cosiddetta contesa del legname nacque il 4 dicembre 1744, quando alla Compagnia di Sacco venne concesso da Vienna il monopolio assoluto sui trasporti, situazione che perdurò per 62 anni fino alla revoca del provvedimento. 

La Compagnia acquistava legname sia per la fabbricazione delle zattere sia per la vendita diretta in Italia. Tradizionalmente il commercio di legname era libero e i contadini potevano vendere al miglior offerente. Attraverso una “congiura di palazzo” la Compagnia riuscì a ottenere il monopolio non solo sul trasporto fluviale ma anche sull’acquisto del legname dai contadini di Nova Ponente e Nova Levante. Nessun altro poteva acquistare il loro legname, per cui in definitiva era la Compagnia a imporre il prezzo di vendita. Questo prezzo era talmente basso che il contadini rientravano a malapena dalle spese sostenute per trasportare i tronchi fino a Laives. i contadini erano costretti ad accettare questi pochi spiccioli, perché riportare a casa il legname sarebbe stato impossibile. 

Il monopolio era nato grazie ad accordi segreti tra alcuni grossi contadini e la Compagnia. Quest’ultima si fece promettere tutto il legname disponibile  e i contadini più piccoli dovettero adeguarsi per non rimanere esclusi dal commercio. Gli spedizionieri di Bronzolo giustificavano la loro pretesa con l’affermazione che non erano più in grado di garantire i trasporti se anche altri acquistavano l legname ad un prezzo maggiore. Nel 1756 il capitano von Gasser, che possedeva un maso a Nova Ponente, riuscì a ottenere dal Capitano della Provincia la disposizione che fosse fissato per il legname un prezzo minimo. Ciò significò naturalmente la definiva scomparsa del commercio libero ma perlomeno in una fase iniziale si ebbe la garanzia del prezzo fisso. Pochi anni dopo la compagnia riuscì tuttavia a ridurre nuovamente i prezzi grazie ad accordi sottobanco con alcuni grossi fornitori. Ne nacque un processo che fu interrotto alla morte del von Gasser. Da allora in poi e fino al 1806 la situazione dei contadini divenne drammatica. I prezzi erano talmente bassi che non riuscivano neppure a coprire i bisogni elementari delle famiglie. In proporzione naturalmente salirono alle stelle i profitti della Compagnia, che rivendeva a caro presso il legname a Verona o in altre città. Finalmente nel 1806 il privilegio della Compagnia fu definitivamente eliminato e i contadini tornarono padroni del loro destino.

Autore: Reinhard Christanell

Sono partiti i lavori per il collegamento

Dopo anni di espansione della Zona Toggenburg a Pineta, hanno avuto finalmente inizio i lavori per la creazione del collegamento pedociclabile e autobus con Pineta Bassa; ecco i commenti di alcuni dei residenti locali.

“Finalmente un passaggio più accessibile, pratico e sicuro anche per i bambini diretti a scuola!”: così esordisce Nicola Preti, uno dei tanti residenti della Zona Toggenburg e padre, appunto, di due bambini in età scolare. Ma i vantaggi non si limiteranno certo a questo. 

La così chiamata Zona Toggenburg a Pineta alta ha raggiunto la sua massima espansione, con il sorgere nell’ultima decina di anni o poco più di numerosi edifici di cooperative edilizie e alcuni di edilizia popolare, con il conseguente arrivo di decine di famiglie nuove spostatesi spesso da zone limitrofe come Laives e San Giacomo. Tutto questo grazie all’accessibilità dei prezzi in edilizia agevolata, che hanno permesso a nuclei familiari il più delle volte giovani, ma non solo, di coronare il sogno di una abitazione di proprietà con ottimo rapporto qualità/prezzo. Parallelamente alla crescita degli edifici abitativi e della densità di popolazione, diversi sono stati gli interventi di riqualificazione della zona, per fornire ai residenti qualità di vita. Dalla Zona Polisportiva con campi da calcio, tennis, padel e area ristoro ai parchi gioco, ai primi di dicembre è finalmente partito uno dei lavori più attesi dai residenti: la creazione di un collegamento pedociclabile tra Zona Toggenburg e Pineta bassa, che consentirà anche il transito di una linea di trasporto pubblico. 

Il progetto prevede pertanto come primo passo l’abbattimento del rudere di una vecchia struttura abitativa posta al confine tra zona “vecchia” e zona nuova di Pineta. Al suo posto, sorgerà appunto questo nuovo passaggio in sicurezza per biciclette e pedoni in primis. 

“In questo modo sarà molto più agevole raggiungere la parte bassa del paese e accedere quindi anche agli esercizi come il supermercato, il panificio e la farmacia”, sostiene  Christian Grandi, trasferitosi con la famiglia di quattro persone da San Giacomo di Laives ai nuovi condomini esattamente cinque anni fa. “Il trasferimento da un condominio di San Giacomo di vecchia costruzione e di piccole dimensioni per una famiglia di quattro persone a un appartamento nuovo e decisamente più ampio è stato un vero salto di qualità – continua Christian – a fronte di un allontanamento dal capoluogo di pochi chilometri. La zona Toggenburg è molto vivibile perchè panoramica, tranquilla, molto verde. La distanza dai servizi di prima necessità come appunto supermercato e farmacia è però un po’ scomoda se non si vuole sempre utilizzare la macchina, soprattutto per chi ha bimbi piccoli o difficoltà a camminare, considerato poi che il rientro in salita da Pineta bassa alle abitazioni più in alto è relativamente faticoso. La possibilità di arrivarci comodamente anche con l’autobus sarà sicuramente un servizio aggiunto, così come il potersi spostare a piedi e in bicicletta lontano dalle macchine”.

Si tratta di una riqualificazione attesa quindi, che dovrebbe semplificare e rendere più sicuri gli spostamenti dei residenti e migliorare anche esteticamente la zona, dal momento che anche il parcheggio limitrofo al passaggio che verrà creato, sarà anch’esso risistemato.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Boris de Rachewiltz: un egittologo romano a Merano

A partire dai primi anni Cinquanta il nome di Boris de Rachewiltz iniziò a farsi strada sui giornali locali altoatesini che, immancabilmente, lo facevano seguire all’inciso “l’egittologo”, senza mai però spiegare quale fosse il reale significato di questa espressione: mai si parlò dei complessi studi che portavano il giovane studioso a passare le notti sui papiri per scoprirne gli arcani, per carpire fino in fondo il fascino segreto di quella millenaria cultura.

Dei numerosi libri che nel frattempo egli andava pubblicando, mai fu riportata una recensione o un commento. Per questi quotidiani il suo, e quello della moglie Mary, poetessa e figlia del grande poeta americano Ezra Pound, erano più che altro nomi ambiti da segnalare quasi a garanzia di qualità per gli eventi meranesi a cui prendevano parte. Ma nulla veniva narrato dei viaggi stagionali che vedevano Boris allontanarsi dalla sua casa, il Castello di Brunnenburg, lasciando sola la giovane moglie Mary e i figlioletti Siegfried e Patricia, per affrontare lunghi periodi in Egitto, Giordania o Sudan. Nulla delle sue scoperte prestigiose. Boris de Rachewiltz era nato a Roma nel 1926 e nella stessa città aveva compiuto gli studi in egittologia presso il Pontificio Istituto Biblico, mentre al Cairo aveva continuato gli studi di specializzazione e compiuto numerose campagne di scavo. Nell’estate del ’57 a Brunnenburg lavorava alla traduzione dei geroglifici del cosiddetto “Libro dei morti”, un papiro del Museo Egizio di Torino, di epoca tolemaica e lungo ben diciannove metri.

La traduzione fu pubblicata l’anno successivo quando il lungo lavoro fu dunque ultimato: ora restavano pagine affascinanti e quanto mai misteriose per un lettore non esperto, eppure capaci di catturarlo e portarlo seco, nel caldo umido delle tombe, fra gli antichi aromi e le fioche luci delle torce. Nei geroglifici, diventati parole e frasi su quelle pagine, c’è tutta l’ansia dell’intera umanità posta davanti al mistero della morte e tutta la forza catartica della fede illimitata in una seconda possibilità. Attraverso il suo paziente lavoro, Boris de Rachewiltz aveva reso possibile questo viaggio straordinario nel mondo dei morti e paradossalmente anche attraverso la comprensione di una importante rivoluzione nel mondo dei vivi. Nella lunga e dettagliata premessa egli spiegava infatti, con rigore e semplicità, che Kitab el Mayytun, letteralmente Libro dei morti, era in realtà la designazione araba utilizzata dai violatori delle necropoli faraoniche per qualsiasi rotolo di papiro rinvenuto nelle tombe, a prescindere dall’argomento trattato. Proprio nel 1957, quando il suo nome cominciò ad essere menzionato tanto spesso, nei quotidiani locali, il suo “Massime degli antichi egiziani” era ormai giunto alla quinta edizione e la sua personale produzione storiografica poteva già contare su ben dodici titoli tra consistenti saggi e monografie. Frammenti di papiri, maschere, scarabei di pietra dura e di ceramica invetriata, oggetti rituali e piccole curiosità andavano pian piano arricchendo le pareti e le vetrinette di Brunnenburg, consentendo, oggi come allora, ad addetti ai lavori e non di ritrovarsi d’un baleno catapultati in un mondo lontano nel tempo e nello spazio, quasi che una finestra del castello potesse affacciarsi sui tramonti africani, sul silenzio del deserto, sul vociare del “suk”, nei meandri delle tombe.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Bianco e oro: Le sculture di Irma Hölzl   

Bronzo e bianco, lucido e opaco, liscio e scabro, linee pure e pur sinuose, forme eleganti, altere, preziose. Queste potrebbero essere alcune delle parole chiave di una possibile lettura delle opere di Irma Hölzl. Ma le sue sculture sono molto di più, raccontano e rappresentano molto altro. Scaturite da un intenso lavoro creativo, intellettuale prima e fisico poi, esse racchiudono la passione del creare, la necessità irrinunciabile di dar vita ad una determinata entità, raffigurazione, allusione, sia essa naturalistica o solo antropomorfa, zoomorfa o completamente astratta. L’intuizione sopraggiunge insistente, fa breccia nei pensieri e va studiata, approfondita, modificata. È poi il tempo della messa in opera con i “partner” – più o meno duttili – di sempre: ferro, rete, corde, gesso, cera. E qui, come in una fucina affollata, affiorano nuove idee e si escogitano nuove soluzioni. Ed è ancora ricerca. Infine la scultura assume la sua fisionomia definitiva e come tale viene affidata al fonditore e alla sua maestria. L’attesa, coi suoi timori e la sua carica di suspense per il risultato finale, è l’ultimo atto della lunga vicenda creativa.
Le variegate sculture di Irma Hölzl rappresentano un cammino di crescita artistica e di trasformazione, sottolineano lo sviluppo di un linguaggio capace di rinnovarsi in termini di freschezza e di adattabilità al nuovo, all’oggi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Gli scritti e i valori di Menapace

Un libro uscito quest’anno per le edizioni alphabeta raccoglie un’ampia selezione di scritti di Lidia Menapace. Il volume è curato da Maria Pia Bigaran e Carlo Bertorelle. A quest’ultimo abbiamo rivolto alcune domande, per spiegare qual è lo scopo che si prefigge questa pubblicazione dedicata alla Menapace, della quale il prossimo anno si ricorderà il centenario della nascita. 

Chi era Lidia Menapace e cos’è successo dopo la sua scomparsa avvenuta tre anni fa?

Quando è morta abbiamo tutti pensato che poi ci sarebbe stata un po’ più di più di ricerca e attività sulla sua opera. Invece stranamente ho visto che non c’è stato molto, nemmeno da parte del Manifesto, il giornale dove lei ha molto lavorato. Lei era un personaggio tutto sommato un po’ scomodo. E questo è forse conseguenza del suo anticonformismo, il suo non appartenere integralmente a nessuno, il suo essere sempre di passaggio in partiti, istituzioni e aggregazioni di vario tipo. è un aspetto del quale lei pure si vantava; non ha mai mancato di rimarcare anche in maniera ironica la sua indipendenza. Questo nonostante i periodi in cui ha fatto parte dei direttivi di realtà importanti come l’Unione Donne Italiane, l’Anpi, il Pdup, Rifondazione, ecc. 

E’ un po’ il destino degli anticonformisti… Le celebrazioni normalmente sono fatte, anche, per segnalare o rincarare un’appropriazione. E nel suo caso, forse, risulta particolarmente complicato l’avviarsi di questo meccanismo.  

Sì. Quello che stupisce è che però si sia messo poco in modo anche dal punto di vista della ricerca storico-archivistica. Lì siamo molto in ritardo. Una parte delle sue carte oggi sono presso la Casa della Donna di Roma, ma non sono state nemmeno inventariate. E le sue carte personali, tra  cui molto materiale inedito, sono state invece consegnate all’Istituto per la resistenza e la lotta partigiana di Bergamo. Bolzano da questo processo è stata tagliata fuori, anche se Lidia Menapace ha vissuto a lungo qui, anche e soprattutto negli ultimi anni. 

Quindi il libro sulla base di quali materiali è stato realizzato?

Esclusivamente sugli scritti editi. Giornali, riviste, libri. Il lavoro l’abbiamo realizzato insieme io e Maria Pia Bigaran. Il volume è diviso in sette sezioni tematiche e abbiamo privilegiato materiali che potessero essere anche oggi di grande interesse. 

Com’è nata l’idea di realizzare questo libro?

Avevo paura che la figura e l’opera della Menapace venissero monopolizzate da parte di partiti o gruppi di vario genere. Ci tenevo invece che attraverso una scelta curata dei suo scritti venisse messa in luce la varietà e la multiformità del suo pensiero. In particolare mi interessava il periodo post Concilio degli anni ’60 in cui l’avevo conosciuta direttamente. Fu una fase interetnica in cui lei si avvicino ai gruppi dei cattolici di base, a Bolzano, in cui c’erano sia italiani che tedeschi, tra cui un giovane Alexander Langer. E poi la famosa scelta marxista della fine degli anni ’60 che io avevo visto come una logica conseguenza di un’incubazione che durava da anni. All’epoca si discuteva molto di dissenso e partecipazione. 

Sulla quarta di copertina del libro una frase di Lidia Menapace riassume l’atteggiamento intellettuale che lei ebbe per tutta la vita. Citiamola. “Le domande fondamentali si affollano dentro di me, senza risposte definitive. Non mi assillano, non mi tormentano, non mi fanno paura, ma mi interessano.” 

Sì, ma al di là dell’atteggiamento aperto, nella sua attualità vanno sottolineati alcuni insegnamenti in merito a guerra e nonviolenza. La necessità di un’Europa neutrale e del disarmo da una parte, e dall’altra la sottolineatura così forte del valore della Costituzione italiana. Le due cose a cui è rimasta più fedele sono state la lotta partigiana e, proprio, la Costituzione, con i suo articoli fondamentali. Lavoro, pace, diritti e uguaglianza, su tutti. Altrettanto importante per lei è stato il tema non solo dell’emancipazione, ma di una vera e propria liberazione della donna. 

Autore: Luca Sticcotti

Lidia, e il sogno a fumetti di Valentina

In occasione dell’uscita della Graphic Novel “Lidia” di Valentina Stecchi, abbiamo incontrato l’autrice per scoprire cosa si nasconde dietro un lavoro di scrittura per immagini e parole che racconta la storia di Lidia Menapace, scomparsa nel 2020, attraverso l’intuizione del sogno.

Quando hai deciso di intraprendere la carriera come fumettista?

In realtà non ho proprio deciso di intraprenderla, diciamo che è stato più inseguire un sogno che coltivavo da molto tempo.  Fin da piccola mi è sempre piaciuto disegnare vignette e fumetti, per questo ho frequentato il Liceo Artistico e l’Accademia di Belle Arti dove ho studiato Pittura. Dopo aver concluso gli studi ho lavorato in luoghi collegati con l’arte per poi decidere di voler far dei fumetti il mio lavoro.

Come mai usi spesso la citazione “non sono una signorina e te lo dico con i fumetti”? 

Ho deciso di usare questa frase, perché ormai quattro anni fa è uscito il mio libro chiamato “non sono signorina” che ha funzionato anche abbastanza bene. In questo libro parlavo delle tematiche di genere. Sono arrivata a parlare di questo tema dopo essermi interrogata su quello che ho passato io, allora sono partita da una frase che ho sempre odiato: “non farlo perché una signorina non lo fa”. Ho deciso di intitolare il libro così proprio perché volevo far capire con l’arte, che comunque è un modo per esprimere se stessi, che siamo libere di far ciò che ci sentiamo di fare e che urlare, saltare arrampicarsi e sporcarsi non ci fa essere meno donne.

Ti immaginavi di riscuotere cosi tanto successo o avevi altre aspettative?

No, non mi sarei mai aspettata tutto ciò, diciamo che ho sempre voluto vivere di quello che mi piace cioè di arte e sapere di starci riuscendo mi rende felice.

Perché hai deciso di scrivere e raccontare la storia di Lidia Menapace nel tuo nuovo libro?

Ho scelto lei perché cercavo da tempo una figura femminile che mi potesse essere di ispirazione ma che comunque potesse ispirare anche tutti quelli nati dopo di me, delle nuove generazioni. Diciamo  che Lidia incarna  i valori che ho sempre portato avanti io. In realtà iniziando a studiarla meglio mi ha colpita molto quindi mi sono detta “è lei la persona di cui voglio parlare”.

Che emozioni provavi mentre realizzavi il libro?

Sinceramente un sacco: ansia, timore, paura, gioia. Provavo ansia e timore perché avevo paura di fare qualcosa di sbagliato, stavo comunque raccontando e parlando di una persona reale, non di un personaggio inventato.

Hai in mente altri progetti?

Si, ho in mente un sacco di altri progetti, troppi sinceramente, non so se riuscirò a realizzarli perché diciamo che non ho molto tempo però sai cosa ti dico? Sognare non costa nulla ed è il sogno che mi ha portata fino a qui quindi perché fermarsi proprio adesso?

Autrice: Sara Rosca COOLtour