Strade diverse ed efficaci per imparare

In Alto Adige la sezione dell’Associazione Italiana Dislessia punta a trovare nuova linfa e volontari, soprattutto tra i genitori dei ragazzi che soffrono di Disturbi Specifici di Apprendimento, i cosiddetti DSA.

Con lo scopo di rilanciare la sezione di Bolzano l’AID – Associazione Italiana Dislessia che si occupa dei Disturbi Specifici di Apprendimento – organizza un incontro di formazione e sensibilizzazione che avrà luogo questo venerdì 24 marzo a partire dalle ore 18 presso IIS – Claudia de Medici – in via S.Quirino 37 a Bolzano. Dopo i saluti del Dirigente scolastico Andrea Pedevilla, la vicepresidente nazionale di AID Antonella Trentin presenterà l’associazione e la sua funzione sul territorio. Seguirà l’intervento in videoconferenza della docente e formatrice Laura Eberle che parlerà dell’apprendimento linguistico, con particolare riferimento alla lingua tedesca. Nell’occasione i soci protagonisti dell’attività della sezione di Bolzano riporteranno la loro esperienza, gli interventi realizzati e i bisogni riscontrati. La conferenza è aperta a studenti DSA, ai loro familiari, a docenti, a rappresentanti dei servizi interessati sul territorio, nonché a tutti gli interessati. Per info e iscrizioni si può scrivere all’indirizzo email bolzano@aiditalia.org

Per spiegare meglio cosa sono i disturbi specifici di apprendimento, i cosiddetti DSA, abbiamo fatto una chiacchierata con Fausto Pàntano, genitore e per anni punto di riferimento della sede altoatesina di Aid.

L’INTERVISTA

Quando e come è nata la sede altoatesina di AID?

In Italia il problema dei Disturbi Specifici di Apprendimento è stato affrontato molto tardi. In Inghilterra un’associazione analoga alla nostra era stata fondata negli anni ‘30. Noi siamo arrivati 60 anni dopo. A Bolzano come genitori ci siamo trovati intorno all’anno 2010, in un primo momento come gruppo di auto mutuo aiuto spontaneo. Poi, in seguito al varo della legge 170/2010 che oggi tutela gli studenti con DSA nella scuola, abbiamo fondato la sezione altoatesina di AID.

In cosa consisteva la vostra attività?

Negli anni abbiamo organizzato diverse iniziative, incontri con esperti, testimonianze da parte di giovani che avevano avuto successo nel proprio percorso di studio nonostante le difficoltà. Nella nostra sezione abbiamo portato le nostre esperienze ma soprattutto abbiamo dato supporto ai genitori che avevano bisogno di chiarirsi le idee, per sostenere il percorso formativo dei loro figli e ottenere la certificazione diagnostica. Al loro arrivo in sezione i genitori avevano la possibilità di sfogarsi e di condividere la loro esperienza, capendo che non erano soli. 

Sono molti i ragazzi che si devono confrontare con disturbi specifici di apprendimento?

Sì. In base all’ultima indagine disponibile del Ministero dell’Istruzione, relativa all’AS 2020/2021, gli alunni frequentanti le scuole italiane a cui è stato diagnosticato un disturbo specifico dell’apprendimento sono oltre 300.000. Anche se le statistiche con ogni probabilità “fotografano” solo una parte del fenomeno. 

Si tratta di dati sottostimati?

Sì. Bisogna considerare che qualcuno riesce a compensare, senza dover fare un percorso ufficiale di potenziamento o riabilitazione. A livello nazionale al momento si stima la presenza di un 5% di studenti con DSA, circa uno per classe. In Inghilterra la percentuale è molto più alta, circa il 15%, perché l’inglese non è una lingua trasparente, cioè non si legge come è scritta. In ogni caso anche in passato, con ogni probabilità, molti degli insuccessi scolastici erano legati a questo tipo di problematiche.

Qual è il principale problema che incontrano i ragazzi con DSA a scuola?

I disturbi specifici di apprendimento sono quattro: dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia, e sono classificati in base alla difficoltà specifica che comportano: nel leggere, nello scrivere e nel fare calcoli in modo corretto e fluente. Ogni disturbo presenta dei propri indicatori. Ad esempio nel caso della dislessia possono essere una lenta decifrazione delle singole lettere; incertezza nell’utilizzo delle sillabe; scarso controllo del significato delle parole. Molto spesso gli studenti con DSA hanno difficoltà nella memorizzazione. In ogni caso ogni ragazzo presenta una diversa manifestazione del disturbo. Il nodo sta nella capacità di attivare strategie adeguate che consentano a questi alunni di riuscire ad avere successo nel loro percorso di apprendimento, anche attraverso l’utilizzo di strumenti compensativi. Per quanto riguarda la dislessia il punto è che se un bambino fa troppa fatica a leggere, bisogna evitare che tutta la sua attenzione e il suo impegno siano concentrati nel decifrare la il testo scritto. Per questo ormai da anni si fa un largo uso di tecnologie come la sintesi vocale, una voce artificiale che legge i testi per lo studente, consentendogli di superare lo scoglio della lettura.

Come funziona normalmente il percorso dei ragazzi con DSA a scuola?

Tenendo conto delle indicazioni fornite dai clinici nella certificazione diagnostica presentata dalla famiglia, entro il mese di novembre la scuola predispone per ogni studenti con DSA un Piano Didattico Personalizzato (PDP). Questo piano viene consegnato alla famiglia e viene controfirmato.  
In esso si individuano le discipline per le quali prevedere l’utilizzo di strumenti compensativi o misure dispensative. Il PDP durante l’anno può anche essere rivisto. Noi genitori infatti naturalmente non pretendiamo che i nostri ragazzi vengano promossi, ma ricordiamo solo il diritto di poter disporre di un tipo di insegnamento che consenta loro di apprendere. 

Vengono coinvolti anche gli insegnanti di sostegno?

La legge 170/2010 non prevede l’insegnante di sostegno per gli studenti con DSA. È compito degli insegnanti curriculari di aiutarli a raggiungere il successo scolastico. L’obiettivo non è solo promuovere l’autostima dei ragazzi, ma anche la loro autonomia.

L’incontro del 24 marzo è stato organizzato per rilanciare la vostra sezione. Era stata chiusa?

Sì, nel 2019 l’abbiamo chiusa. Dopo l’entusiasmo dei primi anni quando ci siamo ritrovati in una cinquantina di volontari, con il tempo l’interesse è andato scemando. Molti genitori all’inizio si davano molto da fare ma poi, una volta avviato il percorso scolastico per i loro figli, smettevano di frequentare la sezione. Anche noi fondatori della sezione, d’altronde, ad un certo punto ci siamo trovati in una situazione differente, con i nostri ragazzi che avevano concluso il loro percorso scolastico. L’idea ora è di dare una nuova spinta, cercando nuovi volontari, in questo caso anche magari insegnanti, che possano far rinascere la sezione altoatesina di AID.  

La provincia di Bolzano si caratterizza, rispetto al resto del territorio nazionale, per la presenza della seconda lingua.  A questo proposito come si opera?

La legge 170 prevede che siano disponibili tutta una serie di materiali e procedure specifici, per l’apprendimento delle lingue straniere. In realtà nel nostro caso si tratta di “seconda lingua”, quindi non si può, per esempio, essere dispensati dalle prove scritte, valgono le stesse regole dell’italiano. Ma la strada da fare resta ancora molta.

Gli insegnanti hanno bisogno di una formazione specifica per seguire i ragazzi con DSA?

Sì. Alcuni la hanno, ma non tutti. E i corsi di aggiornamento in merito non sono obbligatori. In ogni caso queste tematiche fanno parte dei percorsi di studio da parte della nuova generazione di insegnanti che si laureano in Scienze della Formazione. La stessa Associazione Italiana Dislessia organizza corsi di formazione per docenti, online e in presenza, a livello locale e nazionale.

Sappiamo che nella storia sono stati molti i personaggi illustri che hanno sofferto di Disturbi Specifici di Apprendimento. Queste neuro diversità stimolano la personalità e la creatività?

Molte persone con DSA sono dotate di talento nell’elaborazione delle informazioni visive e spaziali, capacità di problem solving, intuizione e creatività. A dispetto degli ostacoli legati al disturbo, sono numerosi gli esempi di personalità di successo del mondo delle aziende, della cultura, dello spettacolo, della scienza e dello sport che hanno un disturbo specifico dell’apprendimento, fra i quali il regista Steven Spielberg, il premio Nobel per la chimica Jacques Dubochet, l’imprenditore e fondatore del gruppo Virgin, Richard Branson, il pilota di F1, Lewis Hamilton e molti altri. Evidentemente l’utilizzo di strategie alternative nello studio predispone al meglio anche in questo senso. E oggi ormai abbiamo un’intera generazione di giovani cresciuti in una scuola maggiormente capace di riconoscere i disturbi, compensando le difficoltà e valorizzando i talenti.

CHE COSA SONO I DSA

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono disturbi del neuro-sviluppo che riguardano la capacità di leggere, scrivere e calcolare in modo corretto e fluente e che si manifestano con l’inizio della scolarizzazione.

I DSA sono classificati in base alla difficoltà specifica che comportano. Si dividono nelle seguenti categorie.

• Dislessia – disturbo specifico della lettura che si manifesta con una difficoltà nella decodifica del testo.

• Disortografia – disturbo specifico della scrittura che si manifesta con difficoltà nella competenza ortografica e nella competenza fonografica.

• Disgrafia – disturbo specifico della grafia che si manifesta con una difficoltà nell’abilità motoria della scrittura.

• Discalculia – disturbo specifico dell’abilità di numero e di calcolo che si manifesta con una difficoltà nel comprendere e operare con i numeri. 

Questi disturbi dipendono dalle diverse modalità di funzionamento delle reti neuronali coinvolte nei processi di lettura, scrittura e calcolo. Non sono causati da un deficit di intelligenza, da problemi ambientali o psicologici e nemmeno da deficit sensoriali. 

I DSA non sono una malattia in quanto non sono dovuti ad un danno organico, ma un diverso neuro funzionamento del cervello, che non impedisce la realizzazione della specifica abilità (lettura, scrittura, numerazione o altro) ma necessita di tempi più lunghi e carichi maggiori di attenzione. Questo diverso neuro funzionamento è innato e non è transitorio: accompagna l’individuo per tutta la vita. 

Quindi dai Disturbi Specifici dell’Apprendimento non si “guarisce”, ma le difficoltà che li accompagnano possono essere compensate con il tempo e con una buona attività di potenziamento/riabilitativa.

Autore: Luca Sticcotti

La strada dedicata a Gustav Mahler

Tra le vie del quartiere Firmian dedicate a compositori, come Mozart e Puccini, vi è la via Gustav Mahler. Non è sconosciuta all’Alto Adige la figura di Gustav Mahler, se si pensa alle “Settimane Musicali Gustav Mahler” che annualmente si celebrano in suo onore a Dobbiaco sin dal 1981. Era nato il 7 luglio 1860 a Kalischt, in Boemia. Già a sei anni aveva iniziato lo studio del pianoforte; dal 1875 frequentò per tre anni il Conservatorio di Vienna, componendo come saggio già nel 1876 un Klavierquartett. Fin dall’infanzia Gustav Mahler si interessò al canto popolare, arrivando a conoscere a memoria oltre duecento melodie; trascrisse sul pianoforte marce e canti di soldati e minatori. Nell’estate 1880 fece le prime esperienze come direttore d’orchestra a Bad hall, le ripeté a Lubiana nel 1881, a Olomuc, Vienna e Kassel nel 1883, a Praga nel 1885, Lipsia nel 1886 e nel 1888 a Budapest. Nel 1891 passò ad Amburgo, ma l’esperienza più importante di direzione d’orchestra fu quella decennale, dal 1897, presso l’Imperiale Regio Teatro dell’Opera di Vienna; fu il periodo più fervido della sua creazione artistica, nacquero infatti diverse Sinfonie. Gustav Mahler fu autore anche di numerosi componimenti vocali, i “Lieder”; tra essi “Das Lied von der Erde” (Il canto della terra), ispirato a liriche cinesi; l’opera, la cui prima esecuzione ebbe luogo il 20 novembre 1911 a Monaco, fu scritta nel 1908 nella Casetta di composizione a Carbonin Vecchia, durante il suo primo soggiorno estivo a Dobbiaco. A Dobbiaco ritornò, dopo concerti a New York, per lavorare sulla Nona Sinfonia. Il 4 luglio 1910, dopo la terza stagione di concerti a New York,  ritornò a Dobbiaco per lavorare sulla Decima Sinfonia. Ritornato in America, nel febbraio 1911 diresse l’ultimo concerto; ammalatosi gravemente e tornato in Europa in aprile, a maggio fu ricoverato al sanatorio Löw di Vienna, dove morì il 18 maggio. Le esequie ebbero luogo il giorno 22 al cimitero di Grinzing.

Autore: Leone Sticcotti

Singoli e intingoli #2

Nelle ultime settimane ci sono state alcune nuove uscite per quanto riguarda i musicisti altoatesini. Berise degli Shanti Powa ha pubblicato il suo nuovo video singolo, Bianca. Ma novità hanno riguardato anche il musicista meranese Marco Pantozzi, il duo Scandalo  & Redenzione e il gruppo Atop of the Hill.

Abbiamo parlato di lui poche settimane fa, a proposito della trasferta americana degli Shanti Powa, ma Berise (a.k.a. Bertrand Risè, cantante della formazione bolzanina) non ha atteso molto a far parlare di nuovo della sua musica, lo scorso 10 febbraio c’è stata infatti la première del suo nuovo video singolo, Bianca. In meno di un mese il video ha totalizzato oltre ventisettemila visualizzazioni (youtu.be/2zCic1nLPmA), cinque volte più di quanti sono i follower degli Shanti Powa sul loro canale video! Decisamente un bel successo, anche perché il brano merita per vari aspetti, dalle suggestive riprese notturne effettuate da Gabriel Hoellriegl fino alla scelta di registrare un brano composto dal collega Casa Roccia (al secolo Kevin Steinhauser), con cui Berise aveva già collaborato in precedenza: il risultato è una composizione notturna, suggestiva, molto adatta alle corde vocali di Berise, qui in chiave più pop, tutta cantata in tedesco autoctono. 

Gradito anche il ritorno del musicista meranese Marco Pantozzi che, dopo il successo di pubblico del disco inciso lo scorso anno col gruppo Deception Store ed il disco Pindaric Flights, ha deciso di insistere sul brano eponimo di quel concept album e sul suo messaggio riarrangiandolo e riproponendolo ora in una nuova versione (youtu.be/HoZHxJhNUt8), se possibile ancor più debitrice nei confronti della musica dei Pink Floyd e del prog rock di marca britannica: stavolta il brano è stato tradotto e cantato dallo stesso Pantozzi in italiano, nonché pubblicato a proprio nome, pur mantenendo il nome del gruppo originale come marchio del progetto. Per l’occasione il brano è stato rivoltato come un guanto e a suonarci – troviamo stavolta Gian Marco Mento alla chitarra, Nicolò Magistrali al basso, Riccardo Dallagiovanna alla batteria e Claudia Claire Ursino ai cori. Le registrazioni si sono tenute presso lo studio Elfo di Piacenza.

Tra i bolzanini che non hanno trascorso l’inverno in letargo ci sono anche Scandalo & Redenzione, il duo formato dagli ex Klakson BG e PS, nel giro di poche settimane hanno postato sul sito stefanopredelli.wixsite.com/klakson ben due nuovi lavori in streaming e download assolutamente gratuito. Il tutto rigorosamente o quasi all’insegna delle cover riarrangiate in chiave acustica: tra i due dischi l’apparente sorpresa è il primo, Musica sovrana, dedicato a brani italiani o a cover italiane di brani stranieri con l’immancabile Battisti in pole position, ma anche inattesi Guccini, Mal, Ferradini e persino l’antica e drammatica Profumi e balocchi. A ben vedere le sorprese non mancano però nemmeno nel secondo disco, intitolato eloquentemente Appalachian Cowboys e aperto da un’improbabile Una paloma blanca grande successo interplanetario degli ormai dimenticati George Baker Selection. Riletto qui in chiave western, al fianco delle più consone Man of Constant Sorrow, Wayfayring Stranger, In The Pines e dell’unico brano originale, firmato da BG, The Last Time I Saw Gandini.

E chiudiamo con la segnalazione di 24 H, il nuovissimo singolo dei bolzanini Atop The Hill uscito sulle varie piattaforme di streaming, che dopo i meritati allori derivati dall’aver fatto da apripista al concerto di trentino di Vasco Rossi, hanno cominciato a lavorare ad un loro disco di materiale originale di cui il nuovo brano è l’attesa anteprima.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La scuola “todesca” di Laghetti

La migrazione non è un fenomeno moderno e circoscritto a certi popoli, come si vuol far credere. Da sempre la povera gente è costretta a cercare lontano da casa una dignitosa possibilità di sopravvivenza. Alla fine dell’800, anche la Bassa Atesina conobbe uno straordinario afflusso di immigrati, in particolare dalle valli più povere del Trentino. Servivano braccia per lavorare la terra e per l’edilizia, manodopera per le cave di porfido, lavoratrici per le filande. Ovviamente, queste persone erano disposte a lavorare in condizioni spesso disumane e, soprattutto, per un salario da fame – non diversamente dagli immigrati di oggi.

Gli arrivi sconvolsero i secolari equilibri demografici della Bassa Atesina. Nell’arco di 10 anni, gli immigrati trentini e non solo raggiunsero numeri inimmaginabili: a Laives passarono da 265 a 621 (con un calo degli “autoctoni” da 828 a 570), a Bronzolo da 400 a 769, a Egna da 202 a 405, a Laghetti da 99 a 175. Le conseguenze di questa pacifica “invasione” si fecero ben presto sentire: dall’uso della lingua nei pubblici uffici e nelle sacre funzioni fino all’ambito scolastico. A parte il caso di Vadena, dove scoppiò una vera e propria guerra sulla pelle dei bambini, negli altri paesi le scuole mantennero la loro impostazione tradizionale e gli immigrati del Welschtirol furono ben felici di mandare i propri figli nelle scuole austroungariche. L’apprendimento della lingua gli garantiva un futuro migliore e possibilità di occupazione anche oltre il Brennero. Probabilmente proprio in quegli anni andò a cementificarsi la particolare società mistilingue e multiculturale caratteristica della Bassa Atesina.

Pochi anni dopo, alla fine della grande guerra, l’Alto Adige fu annesso all’Italia. In Bassa Atesina si guardò con preoccupazione al cambiamento in quanto gli equilibri esistenti rischiavano seriamente di essere compromessi dalle nascenti tensioni nazionalistiche. In effetti, sotto la spinta del governatore trentino Credaro e contro gli stessi propositi del governo liberale di Roma, che aveva solennemente garantito il massimo rispetto delle tradizioni locali, si tentò non solo di aggiungere scuole italiane a quelle esistenti ma addirittura di sostituire le prime alle seconde. Il tentativo più grossolano in tal senso fu compiuto nel paesino di Laghetti, frazione di Egna, abitato prevalentemente da braccianti di origine trentina. Dapprima si tentò di staccare la frazione da Egna per costituire un comune autonomo da aggregare alla Provincia di Trento (cosa poi avvenuta fino al 1946) contro la volontà della popolazione, poi nel 1919 si convertì la scuola storica in una scuola completamente italiana. I genitori, quasi tutti italiani si ribellarono e iniziarono a boicottare la scuola di Laghetti mandando i figli in altre scuole nei paesi vicini. A nulla valsero gli interventi delle autorità, che sanzionarono pesantemente i genitori. Vi fu un vero e proprio sollevamento delle madri sia a Laghetti che a Bolzano. Il sindaco della città capoluogo Perathoner scrisse una lunga e accorata lettera al governatore di Trento. Gli abitanti di Laghetti volevano la loro scuola “todesca” e non erano disposti a cedere, tanto che arrivarono al punto da non mandare i propri figli in nessuna scuola. 

A quel punto, le autorità scolastiche trentine infransero per la prima volta il sacrosanto diritto dei genitori di stabilire quale scuola dovessero frequentare i propri figli. Questo diritto era ancorato nella riforma del 1774 di Maria Teresa d’Asburgo, che aveva reso obbligatoria la scuola per i bambini dai 6 ai 13 anni. Ora per la prima volta questo principio venne infranto e i bambini di Laghetti furono costretti a frequentare una scuola che non volevano. 

Se Laghetti fu il primo paese colpito dal fervore nazionalistico, in breve tempo la regola fu estesa a tutti i comuni altoatesini. Alla fine del 1922 molte scuole erano state chiuse, con il 1923 in tutti i paesi fu permessa una prima classe esclusivamente in lingua italiana. Anche i promessi corsi privati vennero boicottati o affidati a maestri provenienti dal profondo Sud.

Autore: Reinhard Christanell

Parte dai giovani la voglia di recitare

Parte da Pochi, piccolo abitato frazione di Salorno, la prima parte di un viaggio nel mondo delle Filodrammatiche della Bassa Atesina:  un excursus che vuole ritrarre l’impegno ed il divertimento che i volontari riescono a trasmettere con le loro recite sui palcoscenici della zona.

Durante la seconda metà degli anni novanta ai Pochi sono nati tanti bambini che da lì a pochi anni si sarebbero trovati tutti assieme alla catechesi e dunque nel magico mondo del teatro amatoriale. “Una combinazione di astri” la definisce Virginia Gallo, uno di quei fagottini, oggi presidente della FiloPochi. 

“All’inizio eravamo il gruppo della catechesi, messo in piedi dalle catechiste Cinzia Dorigatti, Loredana Plank e Vittoria Caligiuri – racconta -. Oltre alla dottrina, da insegnare avevano anche la passione per fare intrattenimento in comunità, e noi, come bambini, di questo eravamo un po’ l’energia, la vita e le marionette – sorride – da poter utilizzare in piccoli spettacolini divertenti, per le nostre realtà locali”. I giovanissimi commedianti, si trovavano infatti a portare in scena piccoli sketch dialettali, tipo cabaret, chiaramente a titolo di volontariato ma riuscendo ad infondere “una super felicità di divertirci e far divertire”. Negli anni successivi è nato poi ufficialmente il gruppo e negli anni 2010/2011, lo stesso ha deciso di prendere in mano un copione serio e debuttare sul palcoscenico. 

“En sac de confusion” era il titolo del copione “di quella prima commedia – rivela Virginia – la cui storia rappresentava molto bene il nostro gruppo alle prime armi, ma con tanta voglia di fare. Grazie ai contatti – prosegue divertita – abbiamo iniziato a girare i palchi in zona e non solo: malghe, caserme e tutti gli spazi che potevano offrire quattro sedie e un punto per recitare. ‘El malgar ma che om’, altra commedia che abbiamo interpretato, l’abbiamo recitata nel giardino di una malga; e il fatto che il gruppo degli over e quello degli under riesca a recitare sullo stesso palco è sempre molto apprezzato”. Insomma, nel tempo la FiloPochi s’è fatta conoscere recitando pure su alcuni palcoscenici trentini. E con il 2016 è stato fondato il comitato ufficiale della filodrammatica che, da quel momento, per autofinanziarsi ha inziato a partecipare alle feste di paese.

Presidente Virginia Gallo, al momento il sipario è ancora chiuso o state lavorando a qualcosa?

Al momento abbiamo un nuovo copione, che se tutto va bene porteremo in scena il prossimo autunno. Stiamo anche pensando al presepe vivente, che nelle ultime edizioni prima della pandemia ha raggiunto i cento figuranti e pare addirittura che siano venuti a vederlo fino ad un migliaio di persone.

Certo, recitare in dialetto trentino in Alto Adige è un fatto po’ particolare… 

Salorno rispetto al resto dell’Alto Adige è solo un isolotto, perché la popolazione è divisa in ceppi linguistici. I palchi che possiamo avere in zona, rispetto al vicino Trentino sono più limitati, ma non per questo meno divertenti. Abbiamo recitato a Cortina d’Adige, ad Egna e a Laives, mantenendo poi i contatti con le compagnie in lingua italiana. Anche se un mio progetto, ancora però da prendere con le pinze, è cercare di coinvolgere le compagnie in lingua tedesca, con uno spettacolo.

Che tipo di pubblico attirate solitamente?

Sulla stessa linea d’onda del Trentino. Dove siamo andati noi, siamo sempre riusciti a riempire l’80 – 90 per cento dei posti a sedere. Chiaro: si parla di teatri da 100 – 150 persone.

Quanti siete?

Siamo partiti in venticinque fra attori, volontari dietro le quinte ed accompagnatori. I tesserati ufficiali sono una ventina, a maggioranza maschi. La nostra mission, da sempre, è “dare vita alla vita”: in pratica, oltre svago e spensieratezza. Vogliamo offrire attraverso il sorriso il gusto di vivere e quel senso di appartenenza che con l’esperienza, genera responsabilità per un bene comune.

Autore: Daniele Bebber

La felicità fra i libri

Qui Intervista a Michela Fantini. Originaria di Bolzano, da qualche tempo è divenuta la nuova bibliotecaria di Ora. E proprio dalla biblioteca dove ha ricoperto il suo primo impiego sono iniziati i suoi approcci alla letteratura, allo studio, alla ricerca. è un lavoro, questo, che è riuscito a regalarle belle emozioni che spera di poter trasmettere ai propri affezionati avventori.

La cosa che più mi piace di me. 

L’entusiasmo.

Il mio principale difetto. 

Odio perdere. 

Il mio momento più felice. 

Tutti quelli che ho vissuto. 

Le persone che ammiro di più. 

Mio papà, mia mamma e il mio compagno. 

Un libro da portare sull’isola deserta. 

“Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”. 

Il paese dove vorrei vivere. 

Cavareno. 

Il mio piatto preferito. 

Il pasticcio. 

Non sopporto… 

La falsità. 

Per un giorno vorrei essere. 

Un’ape.

La mia paura maggiore. 

La morte. 

Nel mio frigo non manca mai… 

Il latte. 

Se fossi un animale sarei…

Una giraffa. 

Mi sono sentita orgogliosa quando… 

Mi sono laureata. 

Il mio motto. 

La calma è la virtù dei forti. 

Il capriccio che non mi sono mai tolta. 

Fare Bungee Jumping. 

Il giocattolo che ho amato di più. 

Un peluche di nome Topolina. 

I miei poeti preferiti. 

Sono tanti, ma credo che Pascoli e Parini siano quelli che ho amato di più. 

I miei pittori preferiti. 

Van Gogh e Gauguin.

Il dono di natura che vorrei avere. 

Piedi più grandi, così da non faticare nel trovare le scarpe da indossare.

Dico bugie solo… 

Ometto, non dico bugie.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Dove sono adesso.

Il colore che preferisco. 

Il nero.

L’ultima volta che ho perso la calma. 

Difficilmente perdo la calma, ma credo che l’ultima volta sia stata lo scorso mese.

Da bambina sognavo… 

Di diventare un pompiere.

Autore: Daniele Bebber

Un concerto per la Pasqua e per il giubileo

27 marzo 1999: un gruppetto di 16 amici improvvisatisi “cantori” teneva a Merano nella chiesa di S. Spirito il suo primo concerto con il nome “Non Nobis Domine”. Da allora sono passati 25 anni, durante i quali la formazione è cresciuta proponendo più di 130 concerti in provincia ed oltre, accompagnando inoltre la Liturgia Sacra nelle occasioni speciali. Il concerto di Pasqua di quest’anno, che si terrà venerdì 31 marzo alle ore 20.30 nella Chiesa di S. Spirito, avrà dunque un altro sapore, quello del giubileo.

La serata prevede un percorso di 13 canti intervallati da due brevi letture a tema che accompagneranno l’ascoltatore in maniera suggestiva e discreta dentro le vicende narrate dal vangelo riguardanti gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù Cristo: passione, morte e resurrezione. Il mistero pasquale costituisce il centro e il perno da cui scaturisce tutto il flusso della storia cristiana. Tutte le arti figurative umane nei secoli hanno dato il meglio di sé nel cercare di raccontare, interpretare e descrivere le vicende drammatiche di questi ultimi giorni; non da meno, la musica sacra ha scritto pagine memorabili e suggestive a riguardo, capaci di rapire ed elevare l’animo umano con una forza intrinseca che solo la musica è capace di suscitare. Il concerto si articolerà in tre sezioni. La prima sezione di canti inizierà con “Improperia” del compositore spagnolo rinascimentale T. L. De Victoria (1548 – 1611) cui seguirà l’inno gregoriano per sole voci maschili “CruxFidelis” di S. V. Fortunato (530 – 609). Il terzo canto sarà un bellissimo brano della liturgia ortodossa dell’autore russo D. Cristov (1906 – 2001) dal titolo “Vo tzarstvii Tvoem” interpretato dalla soprano bolzanina Loredana Merlin supportata dal coro. Chiuderanno la prima sezione due canti :”Kyrie” tratto dalla Misa Criolla di A. Ramirez (1921 – 2010) e un altro canto russo dal titolo “Otchenasch” di N. Kedrov (1871 – 1940).  Il secondo blocco di canti si aprirà con il drammatico e intenso “Tenebrae factae sunt” dell’autore rinascimentale G. Croce (1557 – 1609). Sarà quindi la volta di un brano di O. Vecchi (1550 – 1605) cantato a quattro voci da soli uomini dal titolo “Lamentatio Hieremiae prophetae” a cui seguirà un duetto per soprano e contralto tratto dallo “Stabat Mater” di G. B. Pergolesi (1710 – 1736) dal titolo “Sancta Mater, istudagas” interpretato dalla soprano Loredana Merlin e dal contralto Cinzia Butelli.  Ultimo brano del secondo blocco usarà na Lauda Filippina di anonimo del 1591 dal titolo “O cor soave”. Aprirà la terza e ultima sezione la”Sonata in sol maggiore” di J. B. Loillet (1680 – 1730) per due flauti e organo; seguirà  l’esplosivo”Gloria” di A. Vivaldi (1678 – 1731). Sarà poi la volta del gioioso “Regina caeli” di A. Aichinger (1565 – 1628). Chiuderà il concerto il famosissimo “Halleluja” tratto dal “The Messiah” di  G. F. Händel (1695 – 1759).

All’organo e pianoforte ci sarà il maestro Paolo Valenti, al flauto traverso Karin Warasin e Marco Negrisolo. Alla direzione si alterneranno Roberto Sette e Antonio Battistella.

Al termine del concerto, secondo le intenzione della corale, chi vorrà potrà liberamente contribuire per sostenere i terremotati della Turchia e della Siria con un’ offerta ad Avsi (Associazione Volontari per il Servizio Internazionale) nella sua missione di sostegno ai terremotati di Aleppo in Siria.  L’ingresso è gratuito.

Musica e birra artigianale

Qui Intervista a Gregor Wohlgemuth. Nato a Merano, ultimo di tre gemelli, inizia a suonare la tromba all’età di 10 anni. Ha studiato poi nei Conservatori di Trento e Verona, dove si è diplomato. Oltre a vari progetti barocchi, ha suonato con l’orchestra di fiati Symphonikwinds e la Brass Band Pfeffersberg, passando quindi all band “Vino Rosso”. Con l’amico Alexander Stolz ha fondato il birrificio Hubenbauer e da anni è presidente dell’associazione “Südtiroler Handwerksbrauereien”. Gregor è mastro birraio e sommelier, oltre che educatore, insegnante e musicista.

La cosa che più mi piace di me.

Quando faccio una cosa cerco di farla al meglio.

Il mio principale difetto.

Sono troppo buono.

Il mio momento più felice.

Sul palco, in birrificio, su una montagna.

Le persone che ammiro di più.

Mia mamma (papà non c’è più) e Alexander Stolz.

Un libro da partare sull’isola deserta.

“Arban – scuola per tromba”: non sarei niente senza la tromba.

La mia occupazione preferita.

Degustare birre nuove con amici scelti.

Il paese dove vorrei vivere.

In Irlanda.

Il mio piatto preferito.

Tanti. Però la cucina italiana…

Non sopporto…

L’invidia.

Per un giorno vorrei essere.

Il Papa.

La mia paura maggiore.

La noia.

Se fossi un animale sarei…

Un Husky.

Mi sono sentito orgoglioso quando…

Lo sono quando finisco una cosa fatta per bene.

Il mio motto.

“Tratta gli altri come vuoi essere trattato tu”.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Fare quello che voglio io.

Il giocattolo che ho amato di più.

Playmobil.

Il mio poeta preferito.

Paolo Coelho.

Il mio pittore preferito.

Harry Reich. 

Il dono di natura che vorrei avere.

Far felice tutti.

Dico bugie solo…

Per proteggere qualcuno.

L’ultima volta che ho perso la calma.

In autostrada.

Da bambino sognavo…

Una vita cosi.

Autore: Luca Masiello

La danza, da Bolzano alla Francia

Bianca Maurmayr – bolzanina, classe ’88. Si è trasformata nel tempo, ma la passione per la danza che nasce dall’infanzia l’accompagna ancora. Da danzatrice si è espressa sul palco, accompagnata dalla madre, Giuliana Lanzavecchia, e da Elisa Darù; ora trasmette quest’arte dalla cattedra, come professoressa associata presso l’Università di Lille, in Francia.

Come sei arrivata in Francia?

Attraverso un percorso familiare, artistico e di studi, che passa per l’Università di Nizza, sono approdata a Lille nel 2019, con un contratto a tempo per la ricerca e l’insegnamento. Ora insegno presso il Corso di Studi in Danza e Insegnamento della Danza. Quando dovevo decidere dove studiare danza, a livello accademico, ho capito in fretta che non l’avrei fatto in Italia. Secondo me, quando si parla di danza, è importante farlo anche dal punto di vista del danzatore. Mi sembrava necessario che all’interno di un percorso universitario ci fosse un’articolazione tra pratica e teoria, un passaggio costante tra aula di studio e studio di danza, e questo è possibile in Francia.

Cosa manca all’Italia?

Oltre a questo dialogo pratica-teoria, un sistema di sostegno sociale solido. Non voglio idealizzare la Francia, che ha i suoi problemi, però il sostegno al cittadino è presente. Gli aiuti per pagare l’affitto mi hanno permesso di sostenere gli studi a Nizza e un compenso per la disoccupazione a fine dottorato mi ha aiutata ad essere dove sono ora. All’Italia manca anche una certa orizzontalità in ambito universitario: a Nizza ho avuto la fortuna di conoscere Marina Nordera – professoressa e ricercatrice molto generosa – che mi ha aiutata a fare esperienze professionalmente significative. È grazie a lei che ho imparato, ora, a non sentirmi “in cattedra” con i miei studenti. Quando mi chiedono a cosa serva, la ricerca in danza, dico sempre “a niente”, utilitaristicamente. Serve a capire, collettivamente, cosa significa stare insieme, ad avere uno sguardo critico sul presente. “Serve al cittadino che volete essere.”

Che rapporto hai con la Francia? 
E con l’Italia?

Con la Francia è un rapporto di amore-odio. Con la famiglia ci venivo in vacanza, quindi ho scelto di studiare in un posto che conoscevo e amavo. Vivere a Nizza è stato molto difficile e appena ho potuto sono fuggita. In Italia torno, anche per lavoro. Continuo però a non sentirmi da nessuna parte: sono italiana in Francia e francese in Italia. Ho scritto la tesi di dottorato sui trasferimenti culturali in danza tra Parigi e Venezia nel Seicento per capire chi fossi – non l’ho capito – e cosa vuol dire emigrare, immigrare, adattare i propri territori fisici e culturali.

Di cosa ti occupi?

Al momento lavoro ad una ricerca sui flashmob e i momenti di danza durante le manifestazioni politiche, per capire come questa possa contribuire alla forza di agire del cittadino – cosa molto attuale, dato lo sciopero di questi giorni in Francia; la settimana scorsa eravamo in piazza e ho partecipato politicamente e come ricercatrice. Sono anche attiva per creare una rete di ricercatori, per dare la possibilità a diverse voci di dire cosa sia oggi la ricerca in danza. Per questo, faccio parte di AIRDanza, Associazione Italiana per la Ricerca sulla Danza, e sono tesoriere e membro dell’omologa associazione francese, aCD (association des Chercheurs en Danse).

Progetti futuri?

Sto dirigendo un volume che apparirà nel 2024, all’interno delle pubblicazioni AIRDanza – si tratta di un’antologia di traduzioni in italiano, per continuare ad alimentare il processo di circolazione e trasferimento dei saperi. Prima però voglio tornare a lavorare con gli altri serenamente: usciamo da un periodo difficile e penso che ci sia bisogno di recuperare la capacità di essere presenti agli altri. Vorrei pubblicare la tesi di dottorato e approfondire il rapporto tra danza barocca e danza contemporanea, che molti artisti stanno facendo dialogare nella loro scrittura coreografica.

Autrice: Ana Andros COOLtour

Desertificazione?

Da una recente simulazione del CRASIT, il noto Centro Ricerche Altoatesino per lo Sfruttamento Intensivo del Turismo, pare che in un prossimo futuro sciare su pozze d’acqua tra le strisce di neve artificiale possa non essere così allettante per il visitatore medio. Qualcuno sostiene anche che non sarà sostenibile, ma questo è il problema minore. Per risolvere la questione e continuare con il trend positivo di pernottamenti è stato deciso che le Dolomiti dovranno puntare ad essere la “Monument Valley europea”: nuove strade, nuovi impianti e grandi avventure su moto per grandi e piccini!

Autore: Roberto Tubaro