Quattro scout e un viaggio

Matteo, Emma, Ilaria, Giulia, quattro ragazzi dai 14 ai 16 anni. Quattro scout CNGEI. Venuti a COOLtour, servizio dell’Associazione La Strada-der Weg Onlus, ci raccontano la loro esperienza da scout e del Jamboree: un campo giovanile che avviene ogni quattro anni in nazioni diverse a cui loro parteciperanno.

Cosa vi ha spinti a essere scout?

Abbiamo iniziato con lo scoutismo per pura curiosità. Qualcuno dei nostri genitori già lo era, ci è sempre piaciuta l’idea, e, interessati, abbiamo intrapreso questa strada anche noi.

Che tipo di attività svolgete?

Le attività vengono trattate diversamente rispetto ai gruppi in cui siamo divisi per età: lupetti, esploratori e rover. Si fanno giochi, chiacchierate, sport ed escursioni. Nell’arco dell’anno ci sono i “campetti”: quello estivo che dura una settimana, e quello invernale per due giorni. Durante questi campetti vengono fatte le “promesse” che sono per noi delle cerimonie, che vengono accompagnate da festeggiamenti e fuochi. 

I quattro ragazzi riportano la loro esperienza in modo accorato. Tra loro, Emma si sente di specificare che tutte le attività che vengono proposte loro hanno un fine: quindi qualsiasi gioco anche se agli occhi del gruppo può sembrare banale, è pensato per insegnare loro un dato valore che nello scoutismo è importante. 

Quali sono i valori che vi vengono insegnati? 

Ci viene insegnato il rispetto, sia nei confronti delle persone che dell’ambiente; a collaborare all’interno di un gruppo; l’idea di solidarietà e responsabilità; e anche a dare del nostro meglio. 

Quest’anno il Jamboree si terrà in Corea del Sud. In cosa consiste?

Il Jamboree è un raduno scout che prevede attività ovviamente in correlazione allo scoutismo, e le giornate sono organizzate per permettere uno scambio culturale. Ci saranno vari reparti che faranno diverse attività di gioco, pratiche oppure teoriche. Lo scopo principale è favorire lo scambio culturale e la fratellanza in tutto il mondo, e in aggiunta anche sentirsi cittadino del mondo.

Perché secondo voi si dovrebbe essere scout?

Giulia: “Lo scoutismo ti forma come persona, lo vedo spesso per come una cosa prende un differente significato rispetto a chi non ha fatto scout.” 

Ilaria: “Fai delle esperienze che nella vita quotidiana non riesci a fare, e si crea questa amicizia. Si crea una seconda casa. Ti insegna dei valori che secondo me tutte le persone dovrebbero avere nella propria vita.”  

Emma: “Sono come una grande famiglia, posso essere me stessa, e siamo tutti accomunati dai valori che ci insegna lo scoutismo.” 

Matteo: “Si può essere sé stessi senza indossare maschere. Oltre alle esperienze emotive, si imparano molte cose manuali, e fisiche.”

Auguriamo un buon viaggio a questi giovani scout, e aspettiamo il loro ritorno per raccontare la loro esperienza.

Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour

Quando la pornografia si fa ossessione

“Una delle nuove piaghe dei nostri tempi, sfortunatamente sottovalutata nei suoi effetti su giovani e meno giovani, si chiama pornodipendenza”. Suona il campanello d’allarme Cesare Guerreschi, psicologo e psicoterapeuta, e direttore della Siipac, la Società italiana per l’intervento contro le patologie compulsive, il centro bolzanino specializzato nella cura e riabilitazione di persone con problemi di dipendenza psicologica. 

Guerreschi si è contraddistinto fin dagli anni 70’ per la sua capacità antesignana nel riconoscere nuove forme di dipendenza: dalla più corretta definizione di alcolismo in dipendenza da alcol e introducendo trattamenti clinici innovativi come le comunità terapeutiche, arrivando poi a sottolineare la necessità di parlare di gioco d’azzardo consapevole, dividendo la responsabilità tra il giocatore e lo Stato. Ha contribuito quindi al passaggio di definizione da “vizi” a dipendenze comportamentali, potenzialmente in grado di rovinare e distruggere le esistenze di individui e famiglie e richiedenti cura e trattamenti specifici. Per questo motivi è stato nominato Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente Mattarella, per il costante impegno nella ricerca sulle patologie compulsive.

“All’inizio quando sostenevo che il consumo di alcol e il gioco d’azzardo potevano assumere caratteristiche patologiche, pochi erano quelli che mi davano credito. Nel corso degli anni però siamo riusciti a collaborare con il servizio sanitario pubblico ed ora le persone possono contare su una rete di assistenza e sostegno, se vogliono liberarsi da quelle schiavitù, che però dovrebbe essere implementata e diversificata in vari centri specialistici”, afferma Guerreschi che ha anticipato la pericolosità dell’utilizzo inconsapevole di internet e la possibile dipendenza da cellulari.

I tempi infatti cambiano e, con essi, si modificano e sviluppano nuove dipendenze che emergono con la progressione tecnologica. “Internet è stato ed è un formidabile strumento di collegamento tra le persone e di circolazione di informazioni ma nasconde in sé anche tanti pericoli” avverte lo specialista “negli ultimi dieci anni abbiamo osservato un aumento vertiginoso del numero di persone che vengono a chiederci aiuto in quanto dipendenti dalla pornografia”.

La pornografia è sempre esistita, dalle iscrizioni rupestri fino alle videocassette hard che venivano vendute in edicola fino a qualche anno fa. Ora però gli smartphone mettono a disposizione di ogni persona un numero potenzialmente infinito di video e immagini a sfondo sessuale. Una tentazione a cui pochi sfuggono e che può diventare un’attività che occupa totalmente l’esistenza. 

“Ci sono pazienti che passano dalle quattro fino alle 20 ore al giorno, nelle fasi più acute della dipendenza, a guardare video pornografici, riportando danni psicofisici enormi”, spiega, “maggiormente esposti sono i giovani che hanno meno difese e che vengono influenzati con un modello di sessualità distorta, sbagliata e finta. Perché la pornografia è una messa in scena, nella migliore delle ipotesi. Sono immagini, a volte anche violente, per mezzo delle quali non si arriva alla conoscenza rispettosa dell’altra persona. Ragazzi e ragazze vengono avviati sulla strada di una sessualità tossica e depauperata”. Ma chi è il pornodipendente? Possono essere uomini o donne di ogni età, condizionati dall’attività di guardare video e immagini pornografiche accompagnate da masturbazione in modo compulsivo “che può provocare anche danni fisici, oltre all’isolamento sociale e relazionale”, aggiunge Guerreschi. La pornodipendenza ha indubbiamente conosciuto un incremento a causa della pandemia che, tendenzialmente, ha aggravato molti disturbi comportamentali di chi già soffriva in precedenza. 

Da qui l’allarme lanciato da Guerreschi che però diffida dell’adozione di modelli educativi improntati al divieto e alla proibizione. “Bisogna parlarne e spiegare i pericoli insiti nella pornografia alle generazioni più giovani”, dichiara. Soprattutto è necessario chiarire che il processo di uscita dalla dipendenza può essere lungo. Si comincia con alcuni incontri con lo psicoterapeuta, poi si prosegue con un percorso che può durare anche due anni. Attualmente sono 12 le persone in trattamento psicologico semiresidenziale presso la Siipac e altre 20 in trattamento ambulatoriale. “Un numero commisurato alle forze dell’équipe”, conclude il direttore, “se fossero di più, non riusciremmo a seguirli. La speranza per il futuro è che si riesca ad attivare una collaborazione con le strutture di sostegno pubbliche per una presa in carico il più possibile completa delle persone che soffrono di questi disturbi”. 

Autore: Nilo Ruggeri

Alè sempre avanti

Qui Intervista a Toni Serafini. Nato nel 1953, ha iniziato la sua attività politica nel 1969 alle scuole superiori (diplomato Geometra) con la Gioventù Socialista. Iscritto al sindacato UIL dal 1974, dal marzo 1981 ad ottobre 1985 ha lavorato a Roma, come funzionario Sindacale alla FeNEAL UIL Nazionale (costruzioni). Da luglio 1989 a giugno 2000 è stato assessore comunale all’Urbanistica del Comune di Bolzano. Dal 2006 al 2022 è stato Segretario Generale UIL-SGK Alto Adige Südtirol.

La cosa di me che mi piace di più.  

La determinazione. 

Il mio momento più felice.

Il giorno del matrimonio.

Da bambino sognavo di diventare…

Sindacalista, avevo come esempio mio padre socialista e delegato della CGIL.

Il luogo dove vorrei vivere.

Mi trovo benissimo a vivere nella “mia” città, Bolzano, che amo.

Il mio piatto preferito.

Bucatini all’amatriciana, che cucino anche molto volentieri.

Non sopporto…

L’ipocrisia e l’arroganza.

Ne mio frigorifero non manca mai…

Una bottiglia di un buon vino bianco.

Se fossi un animale sarei…

Un orso.

La prima cosa che faccio al mattino.

Uscire sul balcone e respirare a pieni polmoni. 

Il mio film preferito.

Il mucchio selvaggio (1969) di Sam Peckinpah.

Il mio attore preferito.

Pierfrancesco Favino.

Il superpotere che vorrei avere.

Sono pragmatico, non credo ai superpoteri.

Il mio ultimo acquisto.

Il libro di Vincenzo Visco, La guerra delle tasse

Cosa apprezzo di più del luogo dove vivo?

Le ciclabili, le passeggiate e le montagne.

La persona che ho ammirato di più.

Riccardo Lombardi, un grande dirigente socialista.

L’ultima volta che ho pianto.

Al funerale di un amico.

Il mio motto.

Alè, sempre avanti.

Il mio colore preferito.

Il blu.

Il mio primo ricordo.

La mia nonna materna Margherita.

Com’è la vita in pensione?

Cucino, leggo, ascolto musica (cantante preferito Paolo Conte e classica),  cammino (in città ed in montagna), vado in bicicletta e collaboro con la UIL Pensionati. Insomma pensionato si, ma attivo.

Cutro

Anche noi del profondo nord abbiamo seguito sui media il drammatico naufragio in Calabria, che è costato la vita a decine e decine di migranti, tra cui molti bambini in tenera età. Personalmente sono rimasto molto colpito da come la popolazione del posto ha vissuto questa tragedia. Le testimonianze dei pescatori per primi accorsi sulla spiaggia, quelle dei vigili del fuoco e dei volontari della protezione civile, mi hanno profondamente toccato. Ma nelle ore e nei giorni successivi alla tragedia si sono spesi in parole di grande umanità anche i parroci, le autorità religiose musulmane, gli amministratori locali, e i tanti semplici cittadini che hanno voluto partecipare anche ad una processione, un corteo, per esprimere vicinanza, affetto e compassione, ai tanti parenti delle persone decedute o disperse.
Gli esponenti del governo, come sappiamo, hanno seguito l’evento a distanza. E in alcuni casi non hanno saputo fare di meglio che rimarcarla, quella distanza, in coerenza con le loro posizioni politiche spesso tutt’altro che solidali nei confronti di chi fugge da miseria e morte. è toccato quindi al Presidente della Repubblica recarsi sul posto per manifestare la solidarietà e l’affetto, credo, della maggioranza degli italiani.
Come dicevo, personalmente sono rimasto colpito dalla grande partecipazione dei cittadini di Cutro. E la mia prima reazione è stata quella di andare guardare cos’è Cutro e qual è la storia di questo paese di 10mila abitanti scarsi, in provincia di Crotone. Ho così scoperto – come forse è successo a diversi lettori di questo giornale – di aver fatto una volta le vacanze proprio a pochi passi da quella spiaggia oggi costellata di croci. Poi ho appreso che Cutro ha origine greca e che i cittadini di quel paese nella propria memoria hanno un terremoto tremendo, che nel 1832 rase al suolo l’intero paese, mietendo centinaia di vittime. Nel ‘900 poi Cutro subì anche una fortissima emigrazione verso la Germania e il nord Italia, tant’è vero che oggi in Emilia-Romagna e in Lombardia risiedono circa 20.000 persone d’origine cutrese.
Insomma: i cutresi non hanno dimenticato e si sono probabilmente rivisti nei naufraghi sulla spiaggia di Steccato. Se poi pensiamo che sui calanchi del territorio comunale Pasolini girò alcune scene del suo Vangelo secondo Matteo, il cerchio si chiude.
Grazie cutresi, da parte di tutti noi.

Autore: Luca Sticcotti

Petricore

Non piove. Tuttora niente piogge in vista. Ci aspettano giornate asciutte e soleggiate. Giovedì scorso era ancora buio, quando, appena uscito di casa, sul pianerottolo, ho avvertito un forte profumo di petricore. Ho accelerato il passo per raggiungere velocemente la strada e per capire se davvero piovesse. Mentre camminavo in direzione della stazione ferroviaria per salire sul treno per Bolzano il mio sguardo cercava conferme: il nulla purtroppo, si trattava solo dell’umidità notturna e forse di una simil-pioviggine, già evaporata. Da allora sono trascorsi dieci giorni senza che il cielo piangesse, né per disperazione, né di gioia. Non piove. Ancora no. L’aria in certe zone cittadine è irrespirabile. Degli ultimi dodici mesi, dai dati dell’Ufficio Meteorologico, a Merano mancano oltre 400mm di precipitazioni: è un’enormità! Ma è tutto il Nord Italia a soffrire la siccità, che ormai è una morsa conclamata con cui non si scende a compromessi. Avrebbero tanto bisogno di pioggia sia la natura che l’uomo, per calmarsi e per calmarlo. Oggi respirare l’aria umida e salubre e che sa di pulito sta diventando un privilegio. La polvere da antagonista si è presa la scena, la si vede dove prima passava inosservata, essa si alza e si leva persino quando i colombi dispiegano le ali sui sampietrini per librarsi in volo e in fase di atterraggio; si ammanta sui pantaloni dalle tibie fino alle caviglie e ricopre le scarpe quando camminiamo per la città o lungo i sentieri del sottobosco; avvolge i tetti, gli alberi e persino le pietre lungo i greti di fiumi e torrenti; sporca come la iella i palazzi, le insegne, le auto parcheggiate, le vetrate di finestre e verande, le piastrelle e le fughe sui balconi. La polvere ci affatica, e affanna i cani.

L’odore di petricore, al contrario, ci è rimasto dentro, perché si tratta di un ricordo senza tempo, quando fino da bambini la pioggia ed i primi temporali primaverili erano dolci ed il cuore si faceva capanna. Quando giocavamo con legni e bastoncini, in acqua e terra, e la siccità era solo un neologismo che i genitori cercavano di insegnarci. Nel fine settimana appena trascorso, bagnando la terra arsa dei vasi e delle aiuolette sul terrazzo, un alito di questo petricore si è diffuso rapidamente per poi scomparire quasi subito; sorpreso ma incuriosito ho scoperto che il suo etimo è nato per la prima volta in Australia (altro luogo davvero arido) nel 1964, dai ricercatori Bear e Thomas, una parola composta dal greco pétra pietra e ichór sangue degli dei. 

Autore: Donatello Vallotta

Post-pandemia: diamo ai giovani le chiavi del futuro

Tre anni fa in questi giorni il lockdown. Strade deserte, scuole e chiese chiuse, paura. Le ordinanze che si susseguono a ritmi quasi quotidiani, i dispositivi di protezione, le regole, la “distanza sociale”. I morti. Tutte cose che resteranno impresse nella memoria di chi le ha vissute, soprattutto dei più giovani.

Secondo gli ultimi dati, dall’inizio della pandemia i contagiati in Italia superano i 25,6 milioni. I morti sono ormai oltre 188mila. I dati settimanali degli ultimi giorni parlano ancora di quasi 27mila nuovi contagiati (ma di oltre 47mila guariti), di circa 220 morti, di qualche migliaio di ricoverati, alcuni ancora in terapia intensiva.

Secondo il Rapporto pubblicato qualche tempo fa da Consiglio Nazionale dei Giovani e Agenzia Nazionale Giovani, in collaborazione col Censis, i giovani, che “rappresentano la parte più vitale, acculturata, innovativa della società italiana”, oggi “appaiono invisibili e spenti, prigionieri di una narrazione collettiva che non li vede mai come protagonisti e lascia loro pochi spazi per immaginare un futuro migliore”. È così?

La pandemia non è stata solo un fatto sanitario. Ha fortemente influenzato il modo di guardare alla vita e al futuro. Se inizialmente a fare le spese della diffusione del virus sono state soprattutto le persone anziane, si è presto evidenziato come bambini e ragazzi abbiano sofferto soprattutto a causa delle limitazioni nelle relazioni sociali. La cosiddetta “distanza sociale” ha salvato a molti la vita ma, al tempo stesso, l’ha svuotata, per qualcuno, di significato.

“Durante la pandemia molti giovani hanno rivisto i propri progetti di vita, alcuni hanno smesso di studiare o hanno perso il lavoro, moltissimi si trovano in una situazione di sofferenza fisica o mentale. Sono giovani che si sentono soli, che hanno paura ad uscire e frequentare luoghi affollati, che esprimono, anche attraverso la comparsa di problemi di salute e nella trasformazione del proprio corpo, un disagio generazionale e personale”.

Al di là di ansie, incertezze e depressione, sono però proprio i giovani ad avere in mano la chiave del futuro. Sono delusi del mondo che hanno ricevuto in consegna e tuttavia hanno ben chiaro quanto sia importante avere attorno a sé una comunità e contribuire al suo sviluppo per il bene di tutti. Agli adulti sarebbe sufficiente ascoltarli e lasciarli fare.

Autore: Paolo Bill Valente