Alessandro Loreggia, una vita in pista

Alessandro Loreggia, 21 anni, è una delle stelle nascenti dello short track italiano. Atleta delle Fiamme Oro, affronta il presente con passione e adrenalina, con lo sguardo rivolto al futuro.

Come hai iniziato?

Da piccolo ho alternato pattinaggio e sci, poi il salto a Vaselga di Piné e il nuovo gruppo sportivo mi ha portato ai primi successi internazionali. A 17 anni ho vinto l’oro al Mondiale Junior in staffetta e un oro, un argento e un bronzo alle Olimpiadi giovanili europee. Da lì sono entrato nelle Fiamme Oro, diventando professionista. Oggi vivo e mi alleno a Bormio con la nazionale: nel 2025 ho esordito in Coppa del Mondo senior e ora sono riserva olimpica.

Quali sono le complessità dello short track?
È fisicamente molto faticoso — richiede potenza, ma anche grande resistenza — e tatticamente complesso — non vince il più forte, ma chi sa gareggiare meglio. Mentalmente serve accettare l’imprevedibilità: siamo su lame di 1mm, le cadute fanno parte del gioco, è necessario accettare di non poter avere tutto sotto controllo.

Come gestisci la pressione?
A me piace: la cerco, non la devo gestire. In allenamento se sono poco attivo mi metto pressione da solo: ascolto la musica che mettono in gara e mi scaldo come se fossi lì. Ho sempre voglia di performare, ho dovuto imparare ad andare in vacanza! 

Quale gara ricordi con più emozione?
I Mondiali Junior, perché sono stati un risultato inaspettato: era il mio primo mondiale e abbiamo vinto. Poi le Universiadi 2024: ho vinto la finale B davanti al pubblico di casa, ai miei genitori; lo stadio è esploso. Quando ho provato a salire sugli spalti non riuscivo a passare da quanta gente c’era a chiedermi le foto, è stato incredibile: non siamo abituati in questo sport poco seguito a trovarci in situazioni così. È stato tutto un altro tipo di emozione. 

Preferisci gareggiare da solo o in staffetta?

Sono esperienze troppo diverse per sceglierne una. È uno sport individuale, ma in Italia ci alleniamo e viviamo insieme in un contesto molto ristretto: si crea, nel bene e nel male, un legame fortissimo, vincere qualcosa insieme assume un significato speciale.

Come si decide la strategia?

Conosco i miei avversari e in base a questo prima di entrare in pista ho già in mente una tattica. Vista l’imprevedibilità bisogna mettere in conto che le cose cambiano allora entra in gioco l’esperienza. 

E se cadi?

Mi è successo agli ultimi Mondiali Junior: ero terzo e sono caduto da solo in rettilineo. Fa male, ma succede. Se hai dato il massimo in allenamento e in gara, ti rialzi e vai avanti. Una gara prevede 3 distanze e 2 staffette, quindi un errore non compromette tutto. Non c’è un modo di gestirlo, non è razionale: ci si fa sistemare le lame e si torna in pista.

Con le Olimpiadi in vista come ti senti?

Essere riserva è un successo inaspettato. Sono un underdog: dal niente sono arrivato a questo. Vivo con gli altri atleti selezionati, vedere tutti pronti per le Olimpiadi è stato emozionante. Mi sento parte del gruppo e spero sia l’Olimpiade migliore, soprattutto perché si gioca in casa!

Autrice: Anna Michelazzi

“… già lo sono”

Uwe Staffler Ha 58 anni, una figlia Silba di 31 anni e un figlio Leo di 16. L’anno scorso ha sposato la madre di Silba, dopo molta vita in mezzo. E’ entrato giovane in contatto con la politica e continua a impegnarsi come può. Canta in un coro, i Flat Caps, e lavora nell’unità comunicazione e formazione del fondo pensione della nostra regione Laborfonds. Sogna sempre che prima o poi la smettiamo di confrontarci con violenza tra esseri umani e nei confronti della natura.

La cosa di me che mi piace di più.

L’ottimismo.

Il mio principale difetto.

La pigrizia.

Il mio momento più felice.

Quando ascolto e faccio musica.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Fare a botte.

Il luogo dove vorrei vivere.

Roma.

Non sopporto…

L’egoismo.

Per un giorno vorrei esssere…

Segretario nazionale del PD.

Nel mio figorifero non manca mai.

L’insalata.

Se fossi un animale sarei…

Già lo sono.

Dove mi vedo tra 10 anni.

Non so neanche dove sarò tra dieci giorni.

Tre aggettivi per definirmi.

Controllato, ingenuo, tendenzialmente superficiale.

Il mio film preferito.

The Blues Brothers.

Il mio attore preferito.

Tom Hanks.

Il superpotere che vorrei avere.

La moltiplicazione dei pani e dei pesci.

La disgrazia più grande.

L’odio tra le persone.

Il mio ultimo acquisto.

Il libro di Dan Brown “L’ultimo segreto”.

La cosa che più apprezzo del luogo in cui vivo.

La multiculturalità.

Amo il mio lavoro perché…

Mi illudo di essere utile.

L’errore che non rifarei.

La prima sigaretta a 32 anni.

La persona che ammiro di più.

Paul McCartney.

L’ultima volta che ho pianto.

Al sermone di Baglioni in Senato.

Il mio motto.

La vita è adesso, il sogno è sempre.

La massima stravaganza della mia vita.

La passione per la Lazio.

L’oggetto a cui sono più legato.

I miei occhiali.

La mia maggiore paura.

L’aumento delle diseguaglianze.

Il mio colore preferito.

Cambia ogni giorno.

Kiuppo Production: un angolino di Giamaica all’ombra delle Dolomiti

Sono trascorsi un paio d’anni dalla pubblicazione del primo capitolo dedicato al cosiddetto Riddim, ossia una branca della musica reggae, o giamaicana in senso lato, in cui ad uno stesso tema musicale, si possono abbinare più sviluppi, cantati o strumentali che di fatto lo fanno spesso diventare un brano differente intervenendo solo sul missaggio e sulle liriche. Alfieri di questa pratica nella nostra regione sono due talentuosi musicisti che quando si occupano di Riddim, abbandonano le loro vesti ufficiali (Angelo Ippati e Thomas Maniacco) e per l’occasione diventano Kiuppo e Athomos, lavorando insieme nell’arrangiare i brani che Kiuppo compone.

Dopo il successo del precedente Owl Riddim, è in distribuzione da fine novembre Temple Riddim, un brano pubblicato in sei versioni (tre quelle originali e tre quelle in versione dub, ordite dalla star italiana del dub Michael Exodus), disponibili in un bel vinile da 12 pollici che viaggia a 45 giri o, per i meno attrezzati, su tutte le piattaforme musicali.

“Rispetto alla produzione precedente – ci spiega Kiuppo – il brano alla base di questo disco è più introspettivo, sentivo la necessità di fare qualcosa che avesse una certa spiritualità, che derivasse da una riflessione, da una meditazione. E Temple Riddim è proprio il risultato che cercavo, uscito nel bel mezzo di altri brani a cui stavo lavorando. Ho cercato riportare le emozioni di questo periodo nei testi e naturalmente nella musica, ma anche con la parte grafica, col disegno che è stato realizzato da Paolo Fenu. A lui ho spiegato cosa avrei voluto in copertina ed è venuta fuori questa navata con la luce che entra dalle strette finestre e l’incensiera”.

Per interpretare il brano ha scelto tre diverse soluzioni, lavorando alle basi con Athomos, è venuta fuori la prima versione, intitolata Healing, la cura, proprio per sottolineare l’effetto curativo della meditazione. Rispetto al brano cantato da Athomos nel disco precedente, qui la collaborazione è più stretta, tra i due è maturato un affiatamento solido, dovuto, oltre al fatto di essere insieme la sezione fiati degli Shanti Powa, anche alle serate fatte come Sound System, sia in regione che in Puglia, da dove Kiuppo è nativo. I due sono anche eccellenti cantanti, Athomos in particolare tira fuori per l’occasione estensioni e sfumature molto convincenti; alla sua parte in inglese, Kiuppo ne contrappone una efficace in dialetto salentino.

“Angelo – è Athomos Maniacco ora a parlare – arriva con l’idea di base, con una musica e con le parti degli strumenti, poi insieme affiniamo l’arrangiamento e, in questo caso, sia nel testo che nella musica mi sono lasciato ispirare dal Salento e dai momenti trascorsi lì, unendo nord e sud, che mi è sembrato un bel modo per descrivere la cura che sta all’origine del gruppo”.

Il secondo brano s’intitola Hold A Meditation ed è l’interpretazione del tema da parte di un grosso artista californiano del genere che si chiama Fikir Amlak; come da copione ne esce una canzone completamente differente, pur partendo dalla medesima base musicale. È interessante come nel finale della versione cantata da Amlak si possa ascoltare un violoncello, e proprio di seguito ritroviamo la terza versione, strumentale, chiamata Cello version, affidata al violoncello di Omar Careddu, in cui è lo strumento a diventare la voce del riddim.

“A suonare nel disco – torna a raccontarci Kiuppo – c’è il nostro compagno di musica Florian Gamper, sia in veste di batterista che di fonico, è lui che ha registrato le parti strumentali nel Roots Stable Studio, lo studio che gli Shanti Powa hanno allestito ad Aicha di Fiè, in una stalla, lo studio da cui tutto è partito parecchio tempo fa e che è un po’ il simbolo della fratellanza musicale di questi musicisti. C’è poi Marco Pellin alle tastiere, che suonava con me negli Skankin’ Drops, la band in cui stavo prima, mentre Igor Pallaver si occupa delle chitarre ed io del basso digitale. È curioso come in tutto il disco non ci siano i fiati, visto che Athomos è un trombettista ed io un sassofonista, ma è stata una scelta serena, lucida: proprio non sentivamo il bisogno dei fiati negli arrangiamenti e ci siamo concentrati maggiormente nella nostra veste di cantanti.”

Il disco, sarà presentato sabato 13 dicembre alle 18 presso il negozio di dischi Rebel Rebel, in via Kolping a Bolzano.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Bilancio linguistico. Bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno?

Il Barometro linguistico 2025 pubblicato dall’Istituto provinciale di statistica ASTAT offre un quadro ricco e articolato della complessa realtà altoatesina. L’immagine che ne emerge è complessivamente positiva, pur evidenziando la persistenza di alcune sacche di pregiudizio e di atteggiamenti etnocentrici.

Per chi vuole vedere il bicchiere mezzo vuoto, non mancano gli argomenti: la difficoltà di molti altoatesini di lingua italiana nel comprendere e parlare il tedesco; le differenze marcate tra i gruppi linguistici in tema di identità; la presenza di una – seppur ridotta – quota di persone che ritiene poco o per nulla importante conoscere la lingua dell’altro. C’è ancora un 2% che considera inutile o addirittura dannosa la conoscenza di una seconda lingua. Il 6% della popolazione pensa che “si starebbe meglio senza diversità etnica”. Il 28% degli altoatesini ritiene che il proprio gruppo linguistico sia svantaggiato (percentuale che sale al 46% tra gli italofoni). Per il 19% la convivenza è giudicata lacunosa o pessima (28% tra gli italiani). E un quinto degli intervistati nega ai propri concittadini il diritto a una toponomastica bi- o trilingue.

Ma ci sono più ragioni per vedere il bicchiere mezzo pieno. La competenza in italiano delle persone di lingua tedesca e ladina è nel complesso buona. Cresce il numero di chi si riconosce in identità plurime. Una larga maggioranza considera molto importante conoscere la seconda lingua, e molti percepiscono il multilinguismo come un vantaggio concreto (47%) e un arricchimento personale (36%). Per il 74% la presenza di più gruppi linguistici è – o potrebbe diventare, a determinate condizioni – una ricchezza culturale. Quasi due terzi della popolazione ritengono che il proprio gruppo non sia né avvantaggiato né svantaggiato, e oltre un terzo riconosce pienamente il diritto alla toponomastica bi- o trilingue. Per l’81% la convivenza è soddisfacente o addirittura ottima.

Gli altoatesinosudtirolesi tendono spesso a lamentarsi, talvolta con piena ragione. Eppure il 94% della popolazione – con percentuali simili tra tutti i gruppi linguistici – ritiene che la qualità della vita in Alto Adige, rispetto alle altre regioni italiane, sia uguale, migliore o molto meglio. Solo il 6% afferma di stare peggio o molto peggio. Chissà se questi concittadini insoddisfatti hanno mai messo il naso oltre la Stretta di Salorno.

Autore: Paolo Bill Valente

I veri doni

Mi ha colpito molto, curiosando sui social media che frequento ormai da anni quasi solo per senso del dovere giornalistico – la contrapposizione sempre superficiale, per carità, tra coloro che nei commenti ai vari post maledicono i mercatini di Natale per i disagi che portano soprattutto ai residenti e coloro che invece li benedicono in quanto in grado di ravvivare le nostre città spesso considerate troppo assopite. 

Mi sono quindi domandato come possiamo ritrovare un equilibrio (ce lo abbiamo mai avuto?) tra la frenesia consumistica e festaiola, e un atteggiamento troppo ascetico ed eremitico di fronte all’essenza originaria del Natale come dono nel senso più profondo e spirituale.

Ebbene: non è facile, ma al tempo stesso non è difficile. 

Non è facile perché tutti noi quando giunge dicembre ci ritroviamo a correre a rotta di collo verso le due festività, una religiosa e l’altra laica, che concludono l’anno. La corsa appare senza freni e ci sembra difficile se non impossibile fermarci, per riflettere un attimo su quello che stiamo facendo e sul suo senso. 

Al contempo ritrovare la bussola, almeno per quanto riguarda la festività del Natale, non è neppure tanto difficile. Persino l’intelligenza artificiale che ha fatto irruzione da qualche settimana nei risultati alle nostre richieste nei motori di ricerca, è in grado di darci risposte quasi istantanee e davvero alla portata di tutti. Non si tratta di discorsi teologici o di condanne moralistiche, ma di buon senso. 

Volete un esempio delle facce della contraddizione elencate per noi dal nuovo grande fratello? Eccole. 

Spiritualità vs. Materialismo: Il Natale, che dovrebbe celebrare valori come la famiglia, la pace e il dono, si scontra con la pressione a comprare, spesso oggetti superflui, trasformando la festa in un’esibizione di potere d’acquisto.

Dono vs. Consumo: L’atto del donare, che dovrebbe essere spontaneo e legato all’affetto, diventa un obbligo commerciale, con milioni di persone che si affrettano a comprare regali per conformarsi alla “tradizione”.

Potremmo continuare ma ci fermiamo qui. Perché sono cose che in realtà sappiamo molto bene. L’intelligenza artificiale è nostra figlia. Per questo ci dice cose così… ovvie. 

Il mio augurio è che tutti noi sappiamo passare in questi giorni dalla teoria alla pratica nella nostra vita di tutti i giorni. Non è facile eppure… non è difficile, come dicevamo. Quindi: buone feste!

Autore: Luca Sticcotti

“Se dico no, cosa mi perdo?”

Vi è mai capitato di avere paura di esservi persi qualcosa? Un treno che non passa più. Un’occasione che (forse) vi avrebbe potuto cambiare la vita. O, più banalmente, quella festa a cui non siete andati e… chissà cosa pensano gli altri ora di voi? Ecco: quando questa sensazione diventa un bisogno costante, ha un nome preciso. Si chiama paura di perdersi qualcosa, in inglese “fear of missing out”, cioè FOMO.

// Di Marco Valente

È un tema affascinante quanto attuale e, prima di parlarne con chi ne sa più di me, mi sono fatto una domanda che mi faccio spesso quando maneggio certi temi: cosa dicono i dati?

Le ricerche internazionali raccontano che circa il 70% degli adulti dice di aver provato almeno una volta FOMO, cioè la sensazione di essere “rimasti fuori” da qualcosa che gli altri stanno vivendo. 

Studi più recenti su adolescenti e giovani adulti raccontano che metà dei ragazzi vorrebbe disconnettersi dai social… ma non ci riesce proprio per paura di perdersi qualcosa, mentre circa un terzo si sente sotto pressione per dover restare aggiornato su tutto.

Vari studi collegano la FOMO all’uso problematico dei social, dipendenza da smartphone e minore soddisfazione per la propria vita.

Negli adolescenti, poi, la FOMO sembra aumentare la vulnerabilità online: più paura di restare fuori significa spesso più fatica a proteggersi, a dire dei no, a tenere dei confini. 

Ok, i numeri ci sono. Ma come si sente davvero la FOMO nella vita di tutti i giorni? Per capirlo meglio, ho chiesto a Michael Reiner, psicologo, psicoterapeuta e coordinatore del servizio di consulenza per giovani Young+Direct, e ad Anna Cerrato, fotografa e operatrice culturale che lavora a Spazio, progetto di BeYoung in via Torino a Bolzano.

Dottor Reiner, se dovesse spiegare la FOMO a qualcuno che non ne ha mai sentito parlare, da dove partirebbe?

Partirei proprio dal significato del termine. FOMO: fear of missing out, ovvero paura di perdersi qualcosa. Ma non è solo “mi dispiace non esserci”, è un’illusione più profonda: l’idea di perdersi “qualcosa che potrebbe essere meglio”. FOMO dunque è non accettare che non c’è sicurezza in tutto.

Oltre un certo punto le cose non dipendono più da me. E le conseguenze sono concrete: alcune decisioni ne tagliano fuori altre. Scelgo questa università e non quell’altra, scelgo questo ragazzo e non quell’altro… e nel momento in cui decido, scatta il pensiero: “E se poi scopro che non fa per me e, per questa scelta, mi perdo qualcosa di meglio?” Una scelta esclude altre possibilità. Sempre. E la FOMO nasce anche dal non voler accettare questa cosa semplice e scomoda.

Ha un esempio concreto, di quelli che vede nel suo lavoro con ragazze e ragazzi?

Per esempio, seguo una ragazza con tante insicurezze. Una riguarda una cosa che, a prima vista, sembra piccola: la scelta del vestito per una festa. La domanda è: cosa indosso? Cosa compro? Il punto è che alla fine non cerca ciò che sta bene a lei. Vuole trovare il vestito che, quando lo indossa, piace agli altri. Non ciò che è meglio per lei, ma ciò che, secondo lei, va bene agli altri. È un’illusione: a un certo punto non guardo più a ciò che voglio io, a ciò che fa bene a me, ma solo a come penso che gli altri potrebbero vedermi.

Il medesimo meccanismo lo vedo con la scelta dell’università: “Se non passo il test di medicina sono finita”. L’idea è che una scelta “sbagliata” ti condanni per tutta la vita.

Quando qualcuno mi dice: “Non ce la faccio a decidermi per qualcosa”, il rischio è proprio questo: alla fine mi perdo tutto, perché non mi concedo mai di scegliere davvero.

Anna Cerrato, passiamo ora alla tua esperienza personale: quando hai capito che quella sensazione che provavi aveva a che fare con la FOMO?

Quando io la subivo, ai tempi del liceo, non si parlava ancora di FOMO. Per me era la paura di rimanere esclusa, di dovermi guadagnare la mia posizione sociale. L’idea di dover esserci sempre. Chi non la subiva rischiava di venire isolato.

Il concetto di FOMO è comparso più tardi, tra gli ultimi anni di liceo e i primi dell’università.  È stato interessante sentirmi letta così. Capire che si tratta di una paura, non di un vero desiderio. Con questa definizione mi si aprirono un po’ gli occhi.

E oggi, da adulta, dove senti di più la FOMO?

La vedo tanto sul lavoro. C’è l’idea che, se sul lavoro non fai proprio tutto quello che viene richiesto o proposto, rischi di passare per una che non è davvero interessata. Se non ci sei tu, ci sono i colleghi, quindi ti senti di sovraccaricare gli altri.

Come libera professionista, come fotografa, questa cosa l’ho subita anche sui social: “Se non esisti sui social, non esisti”. Ho fatto mille corsi di aggiornamento per usarli “al meglio”, questo l’ho proprio vissuto sulla mia pelle. A un certo punto, però, sono diventata più consapevole: mi sono detta che quella cosa, semplicemente, non la so fare come dicono “loro”.

Allora ho deciso: provo a esserci come so fare io.  Se voglio essere sui social ci sono, se non ci riesco faccio a meno. Senza un’identità grafica perfetta. Un po’ come succede ai ragazzi più giovani: profili diversi, quello più formale e quello più “easy” per gli amici, tutti da curare seguendo certe regole. Ma è tanta la pressione.

Cosa ti ha aiutata, concretamente, a cambiare prospettiva sulla FOMO?

Io sono stata, in un certo senso, costretta a uscirne. Convivo con patologie croniche e problemi clinici che mi hanno costretta a rallentare. La priorità di mantenere la mia posizione sociale è passata immediatamente in secondo piano. Per me è diventata una priorità poter contare su me stessa. All’inizio c’era tanto senso di colpa: per esserci per me stessa, avevo paura che gli altri si sentissero trascurati.

Poi invece ho notato questo: più stavo bene, più avevo cognizione di quali erano i modi migliori per prendermi cura degli altri. Il non esserci non va a discapito delle relazioni sociali, anzi. Permette di dare di più quando ci sei, perché non c’è più quel senso di colpa: ho scelto di esserci, perché voglio curare quella relazione. È un beneficio a tutto tondo.

La FOMO la senti anche rispetto ai viaggi, alle “esperienze di mondo”?

Sì, questa domanda la sento molto mia. Uno dei miei principali interessi è viaggiare. Ho iniziato a viaggiare da sola perché mi dava più possibilità di movimento. La prima volta per necessità, poi ho capito che era una modalità di viaggio che mi piaceva.

All’inizio mi pesava non poter fare il grande viaggio dall’altra parte del mondo, il mese in India, per intenderci. Per necessità, ho iniziato a scoprire l’Italia, cercando piccoli posti non necessariamente adatti ai social. Per me è diventato totalizzante.

Però sì, c’è questa spinta: se non sei andato dall’altra parte del mondo non sei un “vero viaggiatore”. A volte mi sento in colpa a raccontare sui social la mia modalità di viaggio con patologie croniche, perché ho timore che il mio viaggiare “slow” sembri giustificato solo dalle mie difficoltà, quando invece il messaggio è tutt’altro: non serve andare dall’altra parte del mondo per vivere esperienze profonde.

Nel tuo lavoro a Spazio, come provate a offrire un’alternativa alla logica del “devo esserci sempre e performare”?

Secondo me fa tantissimo come è impostato l’ambiente, come ci poniamo come operatrici giovanili e culturali. Spazio è un ambiente che vogliamo accogliente e accessibile. Ogni persona ha esigenze specifiche e va ascoltata e accolta; e se non ce lo dice esplicitamente, cerchiamo di ascoltare anche il non detto.

Non deve esserci la sensazione di dover performare. È uno spazio con tisane, luci soffuse, cioccolata calda: accoglienza è la parola d’ordine.

Abbiamo realizzato, per esempio, un murale insieme a chi era interessato a lavorare con l’artista Christian Luccarini e a provare questa tecnica. È molto emblematico: stare insieme, “stare” e basta. Non perdersi niente… se non l’ansia di dover dimostrare qualcosa.

In fondo, questa FOMO ci chiede sempre: “E se là fuori ci fosse qualcosa di meglio?”

E allora la domanda forse è da ribaltare: “Che cosa rischiamo di perderci di noi, quando vogliamo provare tutto e nulla ci basta?”.

Forse questa è la domanda da porsi, magari davanti a una cioccolata calda.

Autore: Marco Valente

Stefano Zangrando e i padri che “si saltano”

Autore e traduttore di lungo corso, originario di Bolzano e oggi residente a Rovereto, Stefano Zangrando ha recentemente pubblicato con l’editore nazionale Arcadia (Cagliari) il romanzo “I padri si saltano”: una storia che intreccia memoria, identità e territori interiori. Lo abbiamo incontrato per parlare di scrittura, traduzione e delle affinità silenziose tra l’Alto Adige e la Sardegna.

// Di Till Antonio Mola

Nel suo nuovo romanzo I padri si saltano (Arkadia Editore), lo scrittore e traduttore Stefano Zangrando propone un racconto che si muove con delicatezza tra piani temporali diversi. Il romanzo esplora in modo stratificato il rapporto tra presente e passato, soffermandosi sui temi dell’identità, dei legami familiari e delle eredità invisibili che si trasmettono di generazione in generazione.

Il racconto si sviluppa tra memorie e indagini personali, in un intreccio che abbraccia oltre un secolo di storia – dalla Prima guerra mondiale ai giorni nostri – e che prende forma durante i mesi sospesi del primo lockdown. Sullo sfondo del romanzo emerge anche la tensione che attraversa la relazione di coppia del protagonista, acuita dalla convivenza forzata. Eppure, nonostante i conflitti e le distanze emotive, resta saldo lo sforzo comune – talvolta silenzioso, ma costante – di offrire alla figlia, in età preadolescenziale, una crescita serena e il più possibile protetta dal clima di incertezza. Zangrando restituisce con grande precisione l’atmosfera surreale di quel periodo, ma la mantiene sempre sullo sfondo, come una cornice discreta che non ruba mai la scena alla narrazione.

Il secondo protagonista è un ex dj berlinese – si scoprirà che anche lui ha legami familiari in provincia di Bolzano – che vive da tempo ritirato su una barca nel porto di Cagliari. Sarà lui a contattare l’insegnante via internet, ricordandogli un fugace incontro a Berlino avvenuto anni prima, quando il professore lavorava come ghostwriter di biografie. Ora, gravemente malato, l’ex dj desidera affidargli il compito di scrivere la propria autobiografia, prima del suo “dissolvimento” (cit.).

L’accordo tra i due si concretizza a distanza: l’insegnante raccoglierà la voce del dj tramite chat e messaggi vocali su WhatsApp. Ma presto la stesura dell’autobiografia si trasforma in un’indagine più profonda. Il professore comincia a interrogarsi sul vero motivo per cui proprio lui sia stato scelto per questo incarico, dando avvio a una vera e propria ricerca a ritroso nel tempo, tra documenti, ricordi e connessioni che si rivelano sempre più sorprendenti.

Il romanzo, che si sviluppa in poco meno di 200 pagine, trova il suo ritmo dopo le prime sezioni introduttive e diventa via via sempre più coinvolgente. L’intreccio familiare è complesso e richiede attenzione, soprattutto nella comprensione dei legami parentali, ma Zangrando è abile nel gestire la trama, ricompensando il lettore con una seconda parte del libro ricca di rivelazioni. Le ultime ottanta pagine scorrono con ritmo serrato, chiudendo sapientemente i cerchi narrativi aperti all’inizio. E il finale – o, meglio, i finali – arrivano inaspettati, lasciando il segno con tutta la tensione emotiva della vita vera.

I padri si saltano è un romanzo che riflette sulle eredità, visibili e invisibili, che ci formano e ci condizionano, ma anche sulle fratture, le assenze e le domande lasciate in sospeso. Un’opera che interroga in profondità i legami familiari, spingendo a confrontarsi con ciò che ci è stato trasmesso, scelto o negato.

L’INTERVISTA

Che ruolo ha la traduzione nel suo percorso di scrittore?

La traduzione, per me, è un atto di servizio. Al servizio dell’opera, certo, ma anche di chi la leggerà in un’altra lingua. Tradurre significa mettere a disposizione la propria sensibilità, il proprio stile, il proprio orecchio. Occorre saper calibrare registri, toni, ritmi. In questo senso, credo che un buon traduttore debba essere anche un po’ scrittore.

Detto questo, tradurre parte da qualcosa che esiste già. Scrivere, invece, è un gesto di invenzione. Non solo immaginazione linguistica – che pure è centrale in ogni buona traduzione – ma anche creazione di un mondo, di personaggi, di motivazioni. È un processo più ampio, che coinvolge anche la dimensione profonda dell’identità.

Il suo ultimo romanzo è pubblicato da un editore sardo. Come nasce questa collaborazione?

È una storia curiosa. Il mio libro precedente, uscito nel 2018, fu pubblicato proprio da Arcadia, il principale editore sardo di narrativa. Da lì è nata una collaborazione che ho deciso di proseguire anche per I padri si saltano.

Anche la storia, del resto, ha un legame con la Sardegna: uno dei protagonisti è un uomo di origini altoatesine che vive nel porto di Cagliari. In questo senso, mi è sembrato coerente restare con un editore radicato in quel territorio. E poi tra Sardegna e Alto Adige esistono affinità profonde: sono entrambe regioni autonome, con lingue e culture forti, fiere, attraversate da forme di bilinguismo. Forse tutto questo non è esplicito nel romanzo, ma è certamente presente in filigrana.

Il titolo colpisce: I padri si saltano… 

È un riferimento a una dinamica generazionale molto diffusa. Crescendo, in particolare nell’adolescenza, ci si definisce spesso per opposizione ai genitori, e ai padri in modo particolare.

Nel mio romanzo, il protagonista cerca di ricostruire le proprie origini. Parla molto dei nonni, degli antenati, ma il padre è un’assenza. Un’assenza pesante: lo ha rinnegato. Quel silenzio diventa un vuoto centrale, attorno al quale si costruisce la narrazione. È un vuoto che, pagina dopo pagina, si carica di significati e porta alla luce un segreto che non posso svelare qui.

Il libro è uscito da poco. Come sta venendo accolto?

Le prime reazioni sono molto incoraggianti. Il quotidiano Il Messaggero, ad esempio, lo ha inserito tra i “gialli italiani” da regalare, accanto a nomi importanti del genere. Anche se I padri si saltano non è solo un giallo: è un thriller letterario, un romanzo che parla anche di musica, di Storia, di identità. È un libro che cerca di tenere insieme tensione narrativa e profondità di sguardo.

Autore: Till Antonio Mola

Al “Point” una sfilata di moda sostenibile

Quello realizzato nel Laboratorio di Cucito di via Stazione a Egna al Centro Giovanile Culturale “Point”, è stato un pomeriggio di moda sostenibile, artigianato e creatività condivisa. Lo hanno chiamato “Sfilasta” ed è un progetto dell’associazione JoyENJoy nell’ambito del progetto “Rigenera”.

Ideato dopo nove anni d’attività, nei giorni scorsi è stata per la prima volta portato fuori dalle mura del laboratorio per essere mostrato alla comunità. Sibylle Bazzanella, referente di JoyENJoy, ha presentato il progetto “Rigenera”, realizzato in collaborazione con Jugend Cultura e Alkemilla. 

Per un’intera giornata, dunque, il laboratorio di cucito interculturale è stato aperto al pubblico, che ha dimostrato di apprezzare come certi capi recuperati, riciclati, rimodernati e indossati dalle modelle,  possano trasformars nei protagonisti di una sfilata. 

Il risultato di mesi di lavoro si è tradotto in una passerella all’insegna della creatività e della moda responsabile, e a conclusione gli abiti sono stati messi all’asta e il pubblico ha potuto aggiudicarsi i vari outfit, con il rilancio più alto a decretare ciascun vincitore. 

Circa un centinaio di persone ha gremito il centro giovanile Point per l’evento, e quasi tutti i circa venti capi proposti sono stati venduti. Il pubblico, molto vario ed entusiasta, ha potuto inoltre gustare un apprezzatissimo buffet interculturale, con piatti come riso afghano e dolci mediorientali. 

Numerose sono state anche le persone impegnate dietro le quinte nei diversi ruoli organizzativi. 

“Secondo me è stata un’ottima iniziativa di sostenibilità, riciclo, interculturalità e coesione sociale – ha commentato Elena Barbiero, collaboratrice ai progetti di Jugend Cultura – La sfilata è stata il momento centrale di un pomeriggio dedicato alla sostenibilità, arricchito da spazi espositivi con oggetti eco-friendly. Il sostegno del Bando Rigenera, ottenuto nell’ambito del programma “Generazioni”, ha dato nuovo impulso al laboratorio, che quest’anno ha inaugurato anche il Second Hand Point, uno spazio adiacente dov’è possibile portare capi usati in cambio di punti da utilizzare per altri indumenti o per servizi di sartoria. 

Il progetto, nato per contrastare lo spreco tessile e promuovere il riuso, ha trovato nella sfilata il proprio momento più rappresentativo, cioè il culmine di un percorso condiviso e l’invito a scoprire una moda più consapevole, creativa e solidale.

Autore: Daniele Bebber

La lunga storia di una breve ferrovia

Tra Bolzano e Laives è sempre esistito un legame stretto, quasi un cordone ombelicale fatto di mobilità quotidiana, commercio e rapporti sociali. Non sorprende quindi che, già all’inizio del Novecento, nel paese si discutesse intensamente della necessità di una tranvia che collegasse stabilmente le due comunità.

Il 17 novembre 1906 la Bozner Zeitung pubblicò un articolo dettagliato intitolato “Eine Trambahn Bozen–Leifers”, segno di un dibattito ormai maturo. 

A Laives cresceva l’impazienza verso l’indecisione delle autorità di Bolzano, Innsbruck e Vienna e verso il costante veto della k.u.k. privilegierte Südbahngesellschaft, preoccupata di perdere il florido traffico dei pellegrini diretti a Pietralba.

L’autore dell’articolo sottolineava che, nonostante anni di proposte, nulla era stato concretamente avviato. In realtà il sogno del tram era vivo già dalla fine dell’Ottocento, soprattutto tra commercianti e albergatori. Ma prima furono realizzate la ferrovia del Renon (1907) e la linea per Gries (1909). 

Nel 1913 alcuni investitori privati – tra cui Anton Monsorno, Franz Defranceschi, Johann Koch e Franz Pircher – riuscirono a finanziare la tratta fino al Vurza / Wurzerhof, mentre Laives restava esclusa per l’opposizione delle Ferrovie Meridionali. Già nel 1912 era stata creata la Leiferer Automobil-Unternehmung, con Ferdinand Flor, Alfred Gerber e l’oste Alois Ebner, la prima linea automobilistica tra Laives e Bolzano, anche come alternativa all’inerzia ferroviaria.

Ci volle una guerra mondiale prima che il progetto potesse concretizzarsi. Nel 1931 la tranvia fu finalmente realizzata: i binari vennero posati attraverso le Part, e non lungo la statale, per motivi tecnici e, soprattutto, amministrativi. Il giorno dell’inaugurazione, davanti al “Grosshaus”, il primo convoglio fu accolto dalla popolazione e dalle autorità locali.

Per Laives la tranvia rappresentava una necessità concreta: la stazione ferroviaria del 1859 era lontana dal centro e poco utilizzata, mentre il traffico pendolare aumentava. I dati citati dalla Bozner Zeitung erano eloquenti: solo nel settembre 1906 si registrarono 11.801 movimenti di passeggeri, pari a circa 120.000 all’anno. Secondo il giornale, un collegamento più capillare avrebbe favorito lo sviluppo economico e residenziale, permettendo a lavoratori e impiegati di trovare alloggi più accessibili e alleggerendo la pressione abitativa su Bolzano.

La tranvia durò però appena 17 anni. 

Dopo la Seconda guerra mondiale, la nuova organizzazione del trasporto pubblico portò la SASA, dal 1948, a rilevare il servizio e a sostituire progressivamente il tram con mezzi più flessibili. Gli 8,820 chilometri di rotaia che univano Bolzano a Laives lasciarono così spazio al moderno trasporto su gomma. La storia di questa breve ferrovia si inserisce nel più ampio quadro europeo dell’epoca, quando molte città – da Vienna a Parigi, da Monaco a Zurigo – sviluppavano reti tranviarie come simbolo di progresso e come risposta ai bisogni di una società sempre più mobile. Anche a Laives, per un tratto non lungo ma significativo, il tram fu il segno tangibile di un territorio che cercava di crescere restando connesso al suo capoluogo.

Autore: Reinhard Christanell