Orazio Gaigher, un medico e un pittore a Merano

Nato a Levico Terme, il 20 aprile 1870, frequentò le scuole a Cortina d’Ampezzo, a Bressanone e infine, per volontà del padre medico, si laureò in medicina ad Innsbruck. Poco dopo aprì il proprio ambulatorio a Salisburgo. La sua grande passione era però la pittura che aveva continuato ad esercitare come autodidatta. Il clima culturale della secessione viennese lo attraeva particolarmente ma non poteva che frequentarla di quando in quando.

Fra i suoi pazienti aveva il pittore incisore, scrittore, regista cinematografico, scultore e musicista tedesco naturalizzato inglese, Hubert von Herkomer (Waal, 26 maggio 1849 – Budleigh Salterton, 31 marzo 1914), che lo spronò a dedicarsi di più alla pittura. Alla morte del padre Orazio Gaigher aveva trentuno anni, chiuse il suo ambulatorio, appese il suo camice, e prese a viaggiare per dedicarsi completamente all’arte. Nel 1901 Herkomer lo portò con sé a Londra dove Gaigher rimase per tre anni studiando ritratto sotto i suoi insegnamenti.  L’ambiente londinese lo avvicinò al simbolismo e al movimento di William Morris. Ma alla fine la sua spinta interiore lo fece avvicinare al gruppo capeggiato da Dante Gabriele Rossetti. Successivamente, sempre con l’amico e maestro Herkomer, si spostò in Spagna dove strinse amicizia con l’artista Joaquin Sorolla, e dove lo studio delle opere di Velazquez fu determinante per la sua arte. Il 1906 le vide a Parigi dove si specializzò nel genere del ritratto. 

Nel 1907 fece ritorno a Merano dove viveva in inverno e Madonna di Campiglio dove viveva in estate.  

Da ritrattista iniziò a viaggiare per l’Europa e gli Stati Uniti d’America dove le commissioni per i ritratti furono assai numerose (si dice che furono più di cinquecento). Nel 1915 partecipò con grande successo all’Esposizione Internazionale di San Francisco dove fu premiato per le sue opere. Oltre a ritratti, scene di genere e paesaggi, realizzò alcune pale d’altare, incise exlibri e realizzò lavori decorativi al Kurhaus di Merano. Tra questi putti dalle ali di farfalla, pappagalli, fiori, in un insieme gioioso per la cupola della rotonda, elemento di raccordo fra il primo e il secondo Kurhaus. 

Rientrato per qualche anno in Trentino Alto Adige, nel 1928 partì per una spedizione pittorica di due anni in Argentina e in Patagonia, privilegiando il paesaggio. 

La sua attività artistica spaziava anche alle immagini sacre; ritrasse importanti prelati e addirittura Papa Pio X, ma non trascurò neppure la produzione di ex libris e incisioni. 

Dopo un così lungo peregrinare fu nuovamente Merano la città in cui scelse di far ritorno nel 1930 e poco tempo dopo venne nominato Presidente degli artisti della Provincia di Bolzano. 

In città, oltre alle decorazioni del Kurhaus, sono visibili alcuni ritratti conservati a Palais Mamming, e una Santa Lucia conservata nella chiesa Santa Maria del Conforto. 

Morì a Merano il 17 maggio 1938.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un’artista a tutto tondo

Qui Intervista a Martina Tontaro, meranese, tornata in Alto Adige dopo gli studi a Bologna in Discipline della Musica e del Teatro. Studia canto alla Scuola di Musica Vivaldi, recitazione alla Schauspiel Akademie Südtirol e danza creativa ad Arabesque; fa parte del collettivo Performing Artists Bersaglio e lavora come fotomodella. Ha già interpretato ruoli in film, videoclip e spot locali, spesso muti o drammatici, nonostante nella vita di tutti i giorni sia l’opposto: una comica naturale.

La cosa di me che mi piace.

Far ridere la gente.

Il mio principale difetto.

La testardaggine. 

Il mio momento felice.

Tornare a casa dopo una lunga giornata, trovare la cena pronta, una buona bottiglia di vino rosso aperta e la persona che amo. 

La mia occupazione preferita.

Ballare.

Il mio piatto preferito.

La lasagna della mamma, rigorosamente senza lattosio che altrimenti…

Non sopporto…

Le cose non dette, le bugie.

Nel mio frigorifero non manca…

Il vuoto. Vivendo in due case diverse è vuoto la maggior parte del tempo.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che…

Ho superato una grande prova e mi sono sentita indipendente. 

Tre aggettivi per definirmi.

Spontanea, buffa, iperattiva.

La prima cosa che faccio al mattino.

Metto su l’acqua del tè o preparo il caffè.

Il mio film preferito.

“Harry ti presento Sally”, perché sono un’eterna romantica.

I miei attori preferiti.

Emma Stone, Pierfrancesco Favino.

Il superpotere che vorrei avere.

L’ubiquità, ovviamente.

Il mio ultimo acquisto.

Un vestito bordeaux di velluto per il saggio di Natale della scuola di musica Vivaldi.

L’errore che non rifarei.

Dare tempo e spazio a chi non me ne ha dato.

L’ultima volta che ho pianto.

Questo pomeriggio.

Il mio motto.

“Per crescere bisogna tornare indietro”, riflessione personale.

L’oggetto a cui sono più legata.

Credo le mie piante, hanno tutte un nome e le annaffio secondo i cicli lunari. Mi fermo qui, la storia è lunga. 

Del mio aspetto non mi piace…

Il mio profilo destro.

Il mio primo ricordo.

Io che ballo sulle note di Pat Metheny con ancora addosso il pannolone.

Autore: Marco Valente

Stelle al cocco, miele e cioccolato

INGREDIENTI

Per 30 stelle

Tempo 40 minuti

160 g albume

150 g zucchero di canna

1 pz sale

170 g cocco rapè

1 pz cannella

1 C miele altoatesino

¼ limone non trattato (scorza)

150 g cioccolato fondente

granella di nocciole q. b.

PREPARAZIONE

In una ciotola resistente al calore, riscaldate a bagnomaria l’albume assieme allo zucchero di canna e al pizzico di sale. Mescolate fino a che lo zucchero non si scioglierà completamente.

Aggiungete il cocco rapè, mescolate bene e continuamente gli ingredienti e proseguite la cottura in una padella antiaderente a fuoco basso per un paio di minuti facendolo dorare leggermente.

Togliete dal fuoco e unite la cannella, il miele e la scorza di limone grattugiata. Mescolate fino a ottenere un composto omogeneo.

Su una teglia rivestita con la carta da forno, utilizzate uno stampo a forma di stella per formare circa trenta stelle con l’impasto.

Infornate le stelle in forno preriscaldato a 80° C per 20 minuti, per asciugarle senza farle dorare.

Aumentate la temperatura a 130° C ventilato e cuocete per altri 15 minuti, finché le stelle non saranno leggermente dorate e croccanti.

Nel frattempo, sciogliete il cioccolato fondente a bagnomaria o nel microonde, facendo attenzione a non bruciarlo.

Una volta che le stelle sono cotte e raffreddate, tuffate delicatamente la parte superiore nel cioccolato fuso. Fate attenzione a non coprire completamente la base. Cospargete la superficie con la granella di nocciole.

Lasciate raffreddare completamente prima di servire o confezionare il regalo.

I droni #1

L’incanto che i droni esercitano sui bambini nasce da un insieme di fattori psicologici, sensoriali e simbolici. In altre parole, non è “solo” un giocattolo che vola: è un oggetto che tocca corde profonde della curiosità e dell’immaginazione infantile. Parallelamente, l’agricoltura non vive di fantasie, bensì di profonde trasformazioni grazie alla tecnologia. Tra queste, i droni rappresentano uno degli strumenti più versatili e innovativi. La loro forza non sta nella capacità di rumoreggiare e osservare dall’alto, ma soprattutto nella raccolta di dati preziosi, finalizzata all’attuazione di norme più consapevoli, attraverso il metodo scientifico.

Il primo grande vantaggio dei droni è la rapidità di acquisizione delle informazioni. Dove un tecnico impiegherebbe giorni e giorni a percorrere e censire un campo, un drone può sorvolarlo in pochi minuti, ripetutamente, registrando immagini ad alta risoluzione e dati utili a identificare problemi invisibili a occhio nudo. Grazie a sensori termici, multispettrali o RGB evoluti, è possibile monitorare lo stato vegetativo delle colture.

Importante anche la riduzione di CO2 rispetto ai mezzi tradizionali nonché la valutazione dei danni da eventi alluvionali e grandinate: le immagini permettono stime rapide e atti utili per richieste di supporto. Personalmente non sono del tutto favorevole alle assicurazioni: credo che dovrebbero essere facoltative e ritengo che lo Stato – spesso carente a causa di condoni, consumo di suolo, disboscamento o pratiche ecologiche insufficienti – debba risarcire integralmente le vittime, specie in caso di dolo. Attualmente in Italia si contano varie emergenze legate a scambi internazionali, trasporto di organismi nocivi, riscaldamento globale e sistemi fitosanitari non sempre adeguati, con la diffusione di coleotteri, nematodi galligeni, falene, eriofidi, cocciniglie particolarmente dannosi.

Come vedremo, alcuni modelli, sempre più diffusi, sono progettati per distribuire prodotti fitosanitari, sementi o fertilizzanti liquidi. La precisione del volo permette di trattare solo le parti realmente bisognose, riducendo l’impatto ambientale. Inoltre, i droni possono operare in terreni difficili, pendii ripidi o zone non accessibili ai mezzi tradizionali (cfr. vigneto eroico) offrendo un’alternativa più sicura per la salute dell’operatore.

Accanto ai benefici pratici, è importante ricordare che l’uso dei droni, oggi, è regolato dalle stesse norme di elicotteri e aeromobili: occorrono formazione, abilitazioni e il rispetto delle regole di sicurezza e delle zone d-flight (definite da EASA e ENAC). Tuttavia, una volta limati ed equiparati questi passaggi a livello europeo, giacché la tecnologia diventa un alleato prezioso, essa sarà capace di migliorare la gestione aziendale sotto ogni punto di vista, deroghe comprese.

Autore: Donatello Vallotta

Waalweg di Marlengo e Castel Monteleone

In ogni stagione passeggiando lungo il Waalweg di Marlengo, è possibile godere di un paesaggio del tutto particolare, inusuale per il nostro territorio, e osservare le linee armoniche di un castello poco noto ma che merita di essere visitato e frequentato nelle serate letterarie o nelle serate concertistiche. Un paesaggio che ricorda le colline toscane: cipressi a delineare la proprietà e vigneti piantumati a creare una sorta di grande anfiteatro che degradano dolcemente dalle pendici di Monte Marlengo, dove svetta Castel Monteleone, verso l’abitato di Cermes. Il toponimo noto fin dal 1271 fu italianizzato nel 1940. 

Furono i conti di Marlengo a costruire il primo nucleo del maniero nella prima metà del XIII secolo. 

Nel 1426, il figlio di Christoph Fuchs von Fuchsberg e Barbara von Passeier, Wolfgang, sposò l’erede Dorothea von Lebenberg. Di conseguenza, anche il Castello di Lebenberg e le vaste proprietà dei Lebenberg a Marlengo passarono alla famiglia. 

Wolgang apportò numerose modifiche strutturali e ampliamenti al castello. I suoi eredi ampliarono il castello più volte adeguandolo alle esigenze della famiglia che lo possedettero per quasi quattro secoli fino al XIX secolo. Dodici generazioni, 264 membri i cui ritratti compaiono nell’ampio albero genealogico. 

Nel XV secolo la reputazione della famiglia aveva raggiunto il suo apice, ed era proseguita per tre secoli. Le tre linee della famiglia ampliarono ed ammodernarono i rispettivi castelli aviti. Molti dei membri della famiglia Fuchs von Fuchsberg ricoprivano ruoli importanti alle dipendenze dell’imperatore, ed erano anche strettamente legati agli influenti conti Trap con i quali si sposarono per più generazioni. 

La chiesetta del Castello di Monteleone, che era stata eretta nel XIV secolo fu ampliata nel XVI secolo la cappella dedicata a Santo Stefano, creando nel XVI un piccolo edificio a pianta accentrata ma dislocata su due piani. Furono fatte affrescare le pareti le volte a crociera, e l’immagine del martirio del santo sulla sua facciata. Da poco ritrovati sono invece gli affreschi raffiguranti i quattordici Santi ausiliatori.  Cinquecenteschi sono i cortili interni. Fu però il XVIII secolo a vedere le trasformazioni più eleganti, dettate dalla necessità della famiglia di comparire con una residenza adeguata all’ambiente di corte e alla moda. Nascono in età teresiana la sala degli specchi e il giardino all’italiana. A fine settecento nacque il salone in stile impero di raffinata eleganza.  

La linea Lebenberg della famiglia Fuchs von Fuchsberg fu l’ultima a estinguersi nel 1828 con il conte Johann, la cui lapide si trova nella chiesa parrocchiale di Marlengo. Il feudo di Appiano (Castello di Appiano e residenza di San Valentino) così come le proprietà e i diritti nell’area di Marlengo, Cermes, Ultimo e Tesimo alla vedova Maria Anna, nata contessa von Mohr. Dopo la loro morte nel 1832, i loro eredi vendettero l’ampia proprietà della famiglia Fuchs in diverse aste tra 1833 e il 1836.  

Il castello passò per matrimonio, come dote, ai Miagro, che durante la Prima guerra mondiale, si trasferirono in Piemonte. Il maniero passò di mano più volte fino a quando nel 1924 fu acquistata dall’olandese Adrian van Rossem van Sinoutskerke. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

La piazza dedicata all’imperatore Adriano

Piazza Adriano: importante crocevia tra via Druso, Corso Italia e via Roma, è intitolato ad un imperatore romano. Publio Elio Traiano Adriano, più noto come Adriano, era nato da famiglia romana il 24 gennaio 76 d.C. a Italica, vicino a Siviglia (Spagna). Rimasto orfano dei genitori a otto anni, l’imperatore Traiano trattò Adriano come proprio figlio. Fu infatti Adriano a succedergli, l’11 agosto 117. La sua politica ebbe per principale obiettivo la pace, che cercò di perseguire anche con l’abbandono di alcune province, come l’Assiria, la Mesopotamia, l’Armenia, conquistate dal suo predecessore. Un altro caposaldo della sua politica fu l’idea di ampliare i livelli di tolleranza; esempio ne è, oltre ad alleggerire la posizione degli schiavi, il suo atteggiarsi nei confronti dei cristiani. Tra le riforme promesse da Adriano va ricordata quella della pubblica amministrazione. Consolidata la sua posizione, intraprese una serie di viaggi, che lo portarono a visitare tutti i territori dell’Impero. Viaggiava accompagnato da un numeroso seguito di studiosi e tecnici; il tutto per risolvere i più urgenti problemi relativi all’economia, al benessere, alla sicurezza delle varie province. Partito da Roma nel 121, impiegò due anni a visitare la Gallia, la Germania, il Norico e la Britannia; fu lui a progettare il Vallo Adriano, l’opera di difesa che si estendeva per 117 km dal Mare del Nord e quello d’Irlanda. Passò poi in Africa, in Siria, in Grecia, dove si trattenne a lungo, spinto da ammirazione e amore per la cultura, l’architettura e la scultura greca, tanto che ebbe il soprannome di “Graeculus”. I popoli dell’Impero conobbero un’era di benessere. A parte la lotta per domare la rivolta degli Ebrei, nell’Impero di Roma regnò la pace. Nel 134, stanco e malato, Adriano tornò a Rona, dove iniziarono i lavori per la costruzione di Castel Sant’Angelo. Fece costruire la Villa Adriana,  non lontano da Tivoli. Morì il 10 luglio 138 d.C. Fu sepolto a Castel Sant’Angelo.

Autore: Leone Sticcotti

Gli studenti del Torricelli e “La Corrida”, il loro giornalino

Luca Schöpf frequenta la classe quinta al liceo Evangelista Torricelli ed è uno dei caporedattori del giornalino scolastico La Corrida. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare questa esperienza.

Com’è nata La Corrida? 

È nata quattro anni fa dopo dieci anni di assenza del giornalino scolastico. Al primo incontro eravamo una decina insieme a un professore di riferimento. Abbiamo parlato di idee ed eletto il primo caporedattore. Dopo i primi mesi abbiamo iniziato a plasmarlo a nostro piacimento con criteri che ci riunivano: l’obiettivo di creare un gruppo con lo scopo di migliorare e imparare. Abbiamo scelto il nome La Corrida come riferimento al simbolo del Torricelli, il toro, e al fatto che questo giornalino, come la corrida, è una grande sfida. Dopo mesi di lavoro riuscire a stamparlo e distribuirlo è stata una grande emozione. 

L’appoggio scolastico c’è sempre stato?  

Sì, il primo anno la scuola ci finanziava. Dal secondo anno con l’arrivo nel giornalino di altre insegnanti siamo riusciti a entrare in contatto con COOLtour dell’Associazione La Strada-Der Weg e grazie alla collaborazione con loro siamo riusciti ad aumentare i numeri e a elevare il livello del materiale tipografico. L’appoggio scolastico si fa sentire dalle insegnanti D’Angelo, Terzoni, Della Nebbia e Caliari che ci forniscono correzione dei testi e sostegno. 

Quanti siete in redazione e come vi organizzate? 

Negli anni i numeri sono variati molto: da una decina a circa sei. Da quest’anno siamo in una ventina. L’anno scorso l’ex caporedattore ha finito il liceo e quindi da quest’anno abbiamo ricominciato tutto da capo ridistribuendo i ruoli e i temi. Siamo in cinque capi redazione a gestire i partecipanti:  io, Mun, Silvia, Dorotea e Maya. 

Avete una dimensione anche digitale?

Sì, esce poco dopo quella cartacea sul sito della scuola; stiamo inoltre cercando di migliorare la pagina instagram @lacorridadeltorri. Oltretutto abbiamo iniziato a lavorare per realizzare un podcast “La Voce del Toro” in collaborazione con Spazio. Credo che le prime puntate usciranno a gennaio. 

Quali sono i temi principali che trattate?

Abbiamo articoli che spaziano dall’attualità alla scienza ai giochi logici e l’oroscopo; c’è attenzione anche per l’arte e la creatività grazie alla sezione dedicata ai disegni e alla scrittura creativa. 

Come prevedete di portare avanti il progetto anche quando la redazione arriverà alla maturità e quindi lascerà la scuola? 

Non c’è mai stata una maggioranza di una specifica classe quindi c’è un buon ricambio e il testimone viene passato in maniera tranquilla; stiamo già iniziando a istruire i più piccoli così che possano prendere le redini dall’anno prossimo. 

State già progettando il futuro del giornalino?

Ci piacerebbe spingere il giornalino perché sia un progetto visto e compreso di più in modo da diventare un luogo di confronto in cui esprimersi e imparare insieme.

Autrice: Anna Michelazzi