Jörg Zemmler e il piano bar, ovvero: sfuggire alle classificazioni

Jörg Zemmler, artista multiforme e multimediale che ha la sua base tra Siusi e Vienna, è da parecchi anni attivo in più ambiti del campo artistico, muovendosi sui territori della letteratura, dell’arte visiva, della musica. Ed è proprio in campo musicale che ha mosso i primi passi facendosi poi assorbire dalle altre forme d’arte, a trecentosessanta gradi.

“Mi manca ancora – scherza a proposito Zemmler – il campo della danza, ma non perché mi sia posto un limite, è solo che non ci sono ancora arrivato. Prima o poi non escludo di lanciarmi in una performance di danza. Uno dei miei motti è che nella vita si può provare a cimentarsi in qualunque cosa, al di là dei risultati che si conseguono. Nella mia vita mi sono trovato a fare cose che non mi piacevano, come andare a scuola, fare il cameriere e altro. La musica è stata la prima forma artistica in cui mi sono imbattuto, dapprima come consumatore, se così possiamo dire, poi a un certo punto ho sentito l’esigenza di farla. All’inizio ascoltavo i Metallica ad esempio, il punk, i Nirvana, poi sono arrivato all’elettronica. A vent’anni ho avuto la mia prima band, non sapevo suonare niente, ma sapevo di voler fortemente avere una band.”
Sono almeno vent’anni che Zemmler si dedica a progetti musicali molto personali, anche quando si tratta di lavori realizzati con altre persone, dagli esordi d’inizio millennio nel progetto BOB condiviso con Peter Pichler ed intitolato curiosamente Greatest Hits vol.1.
Così come altrettanto curioso è il fatto che il nuovissimo disco (disponibile dallo scorso 16 aprile su vinile, CD e in formato download sulle piattaforme musicali) di Jörg si intitoli Piano Bar.
“La forma artistica con cui mi esprimo – ci spiega – non è importante per me, è solo una questione di momenti. Chiaramente nel momento in cui decido di lavorare in campo musicale allora mi concentro su quello, non avrebbe senso lavorare oggi su un progetto in musica e domani passare ad uno di letteratura e via dicendo, ci deve essere continuità. Innanzitutto le cose devono avere una certa bellezza, e anche nel brutto ci può essere bellezza; e ci vuole serietà nel farle. E naturalmente ci vogliono cuore e determinazione. A me piace cambiare, ora è uscito questo disco, in autunno uscirà un libro, lo scorso anno ho fatto un film. A volte le cose si incontrano, come in un concerto che terrò prossimamente a Brunico, per il quale mi è stato chiesto di fare anche delle letture, ma si tratterà di una cosa in via eccezionale, di solito preferisco non mescolare.”
Il disco è stato praticamente realizzato quasi in solitudine, lavorando con un pianoforte ed un computer.
Quest’ultimo usato in luogo di una loop station e di un sustain digitale con cui Zemmler cerca di estremizzare i limiti del suono dello strumento ottenendo digitalmente dei reverberi che in natura non ci sarebbero.
è una cosa che chi assiste ai suoi concerti può poi sperimentare dal vivo, considerato il fatto che l’artista sul palco costruisce il brano nota per nota, creando le parti che parti userà manderà in loop per poi eseguirci sopra il brano davanti agli occhi (e alle orecchie) del pubblico.
“Questo – prosegue Zemmler – fa sì che ogni esecuzione sia diversa dall’altra, ogni sera i brani si modificano. Non sono mai uguali alla sera precedente. Quanto poi al titolo, Piano Bar è una definizione convenzionale, un preconcetto. La società decide cosa debba essere il genere piano bar, ma in realtà le cose sono diverse, è l’ambiente in cui suoni che definisce il genere e non il contrario. Alla fine dello scorso anno ho suonato a Palermo in un locale che si chiama Tatum Art (un nome che è tutto un programma, n.d.r.), uno di quei posti dove la gente va per ascoltare ma anche per mangiare o socializzare, ballare. Per assurdo personalmente mi interessa di più il pubblico che non viene per ascoltare ma che poi finisce per farsi coinvolgere. A Palermo il pubblico all’inizio è rimasto spiazzato, essendo abituato a concerti jazz abbastanza standard; diciamo che il problema più grande è trovare qualcuno che organizzi concerti di questo genere, magari anche rischiando, ma con la voglia di non presentare per forza qualcosa di ascoltato.”
Il disco verrà presentato il 18 maggio prossimo all’UFO di Brunico con replica il giorno successivo presso il Künstlerbund a Bolzano.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

I 90 anni del Convitto “Damiano Chiesa”

Inaugurato ufficialmente il 30 aprile 1932 da Emanuele Filiberto duca di Savoia alla presenza della madre di Damiano Chiesa, l’istituto di via Fago ha ospitato per molti anni migliaia di bambini e ragazzi: convittori iscritti alle scuole superiori della città e semiconvittori delle scuole elementari e medie annesse. Dal 2001, anno in cui il Convitto è diventato provinciale, è una moderna istituzione pedagogica che ospita solo convittrici e convittori frequentanti gli istituti secondari di secondo grado di Bolzano, seguiti e supportati nello studio dal personale educativo. Mercoledì 25 maggio si svolgerà la grande festa per il 90esimo compleanno del Convitto.

Mercoledì 25 maggio 2022 alle ore 16 il Convitto “Damiano Chiesa” di Bolzano festeggerà i 90 anni dalla sua istituzione come Convitto nazionale (inaugurato ufficialmente il 30 aprile 1932) e i venti anni di attività come Convitto provinciale (passaggio avvenuto con l’anno scolastico 2001/2002).
I festeggiamenti si terranno presso il Convitto stesso in via Fago con inizio alle ore 16: ad un primo momento ufficiale con i discorsi di rito e i saluti delle istituzioni, seguiranno delle esibizioni musicali di alcune/i ragazze/i dell’istituto e della Banda Mascagni (che da alcuni anni è ospite della struttura per le prove); vi sarà inoltre la possibilità di visitare una mostra di documenti e foto d’epoca; un rinfresco concluderà la giornata in modo conviviale.

LA STORIA DEL CONVITTO
Il Convitto Nazionale “Damiano Chiesa” di Bolzano, istituito con R.D. nel 1931 (come ultimo nato tra i convitti italiani), occupa l’ex “Hotel Regina” (ex “Hotel Sonnenhof”), costituito da due fabbricati con parco, che viene acquistato in aprile per £ 1.050.000, ristrutturato con uno stanziamento di £ 300.000 e dato “in uso gratuito e perpetuo” al Convitto. Intitolato al patriota trentino Damiano Chiesa, l’istituto, con scuole elementari interne, inizia la sua attività già dal 1° ottobre di quell’anno.
La decisione rientra certamente nella politica di italianizzazione dell’Alto Adige allora perseguita ed è voluta dallo stesso Ettore Tolomei. “Il nuovo istituto di educazione ben risponde al duplice fine di agevolare gli studi ai giovani delle terre redente e d’irradiare in esse la nostra cultura e le idealità nazionali”, si disse. Nel 1934 venne edificato un terzo fabbricato al di là della strada con palestra, teatro e cortile.
Negli anni 1943/45, in seguito all’occupazione nazista, il convitto sospende la propria attività didattica e l’edificio, requisito dall’esercito tedesco, viene adibito ad ospedale militare. Terminata la guerra il comando dell’esercito inglese ne fa la propria sede operativa; l’attività didattica riprende il 1° ottobre 1946.
Dopo quasi tre decenni, con il D.P.R. 417/1974 viene finalmente prevista, all’interno dello stato giuridico degli insegnanti, l’istituzione del ruolo provinciale del personale educativo, equiparato giuridicamente ed economicamente al personale docente della scuola elementare.
A partire dagli anni Settanta si registra una diminuzione dei convittori ed un considerevole aumento dei semiconvittori, frequentanti la scuola elementare e la scuola media inferiore interne. La tendenza si inverte dalla seconda metà degli anni Ottanta con il diffondersi del tempo pieno nelle varie scuole di quartiere, che provoca invece una progressiva diminuzione della richiesta di iscrizioni di semiconvittori; dall’anno scolastico 1995/96 vengono così soppresse le due scuole annesse, cosa che comporta ovviamente un rapido calo della richiesta di iscrizione di semiconvittori (scomparsi del tutto dall’anno scolastico 2001/2002), compensato da un progressivo aumento dei convittori frequentanti le scuole superiori cittadine, che arriverà a contare oltre le sessanta presenze. Dall’anno scolastico 1996/97 la scuola elementare di quartiere in lingua italiana ”Antonio Rosmini” occupa l’ala del convitto precedentemente utilizzata dalle scuole annesse, con la possibilità di usufruire della mensa.
Il D.L. 434/1996 sancisce il passaggio alla Provincia Autonoma di Bolzano delle competenze statali sulla scuola, prevedendo all’art.14 anche il passaggio del personale direttivo ed educativo nei modi previsti per il personale insegnante e il trasferimento alla Provincia dei beni mobili e immobili dell’istituto. Nel 1998 viene firmato il primo Contratto collettivo provinciale della scuola, che comprende anche il personale educativo.
La L.P. 9/2001 decreta, a settant’anni dalla sua istituzione, la trasformazione del Convitto “Damiano Chiesa” da “Convitto Nazionale” in “Convitto Provinciale”, che diventa “una struttura convittuale e formativa provinciale destinata a studenti e studentesse frequentanti le scuole secondarie” e concorre altresì “alla realizzazione di attività di formazione in servizio destinate al personale scolastico”.
Dall’anno scolastico 2016/17 l’ospitalità del convitto si allarga anche alle alunne convittrici, che dalle cinque unità del primo anno sono aumentate fino a rappresentare oggi circa la metà degli iscritti.
Infine, dall’anno scolastico 2019/20 all’amministrazione del Convitto provvede l’ITCAT “Delai”.

Un 25 aprile di nuovo “insieme”

Presso il Piazzale delle Festa al Talvera, in occasione della festa della Liberazione, si è svolta una manifestazione con musica, spunti di riflessione e testimonianze che hanno riportato le persone insieme in piazza per celebrare questa importante ricorrenza. Gli scatti sono di Valentina Gentili COOLtour.

Rinascere insieme, sulla stessa barca

Tutte insieme sulla stessa barca, pagaiando sull’acqua al ritmo di un unico respiro: per le Dolomites Pink Ladies la via della ripresa dopo il tumore passa di qui. “Dragon Boat” è infatti il nome di questa nuova terapia, che si è rivelata utilissima nella riabilitazione post operatoria del tumore al seno.

La terapia riprende una disciplina sportiva orientale di antica origine praticata su acque ferme, cioè fiumi o laghi, con imbarcazioni con la testa e la coda a forma di drago, di qui il nome “Dragon Boat”. Non a caso il drago è simbolo di rinascita, quella rinascita che, uscita dopo uscita, ritrovano le tante “Dolomites Pink Ladies”. Il progetto, che ha stabilmente preso il via nel 2019, è arrivato al 39 equipaggio; lo scorso 30 aprile sono ripresi gli allenamenti settimanali sul Lago di Caldaro, che andranno avanti fino a fine ottobre, abitualmente ogni sabato.
Una bellissima iniziativa, organizzata da Lilt in collaborazione con Uisp, ideata e coordinata dalla dottoressa Valentina Vecellio, del centro senologico dell’ospedale di Merano. La dottoressa Vecellio è anche la capitana dell’equipaggio, in quanto istruttrice certificata in attività motoria oncologica presso la clinica universitaria di Colonia/Bonn, tecnico Coni per ginnastica finalizzata alla salute e al fitness, oltre ad aver preso il brevetto Coni per il Dragon Boat, e molto ancora.
A una solidissima preparazione medica e tecnica, la dottoressa unisce un’energia umana e un entusiasmo incontenibili, quelle di chi sa per esperienza di cosa si sta parlando, essendo passata anche lei attraverso il tumore.

Tanti cuori che battono all’unisono
In dialogo, la dottoressa ci spiega il contesto del “Dragon Boat”, che naturalmente non parte dal nulla e rientra in un progetto più ampio della “terapia del movimento”, in corso all’ospedale di Merano.
Come noto, dopo gli interventi al seno per via del tumore, le terapie e i trattamenti antiormonali, molte donne hanno ricadute pesanti come fatica, stanchezza infinita e artralgie. Se una volta si consigliava il riposo, gli studi degli ultimi anni dimostrano invece che molti di questi sintomi possono essere ridotti con un’attività fisica mirata – naturalmente personalizzata a misura di ogni singola paziente. In particolare, proprio l’attività fisica “ciclica” come la pagaiata si è rivelata estremante utile per contrastare il linfedema dopo l’operazione al seno. Ma non solo: la dottoressa ci racconta che, grazie al dragon boat, le donne si riscoprono, trovano nuova forza e coraggio dentro di sé per reagire attivamente alla situazione. “è un po’ come quando si va in montagna, dobbiamo concentrarci su ogni singolo passo; questo ci ricarica, porta a un cambio di prospettiva mentale.”- spiega Vecellio. E poi c’è l’aspetto sociale, della condivisione: quelle pagaiate date all’unisono al ritmo del tamburino uniscono le Pink Ladies nel battito di un’anima sola, che scivola sull’acqua.
“E’ da brivido sentire questo spirito di corpo, e anche il drago sembra animarsi”, racconta commossa Vecellio.

Autrice: Caterina Longo

Alle origini di Laives, il villaggio retico

Laives è una località che incuriosisce fin dal nome. All’arrivo, il paesone ai piedi del Montelargo sembra assorbito da una modernità piatta e priva d’anima “storica”. Ci vogliono pazienza e dedizione per rinvenire, nelle vecchie strade, significative tracce di un passato millenario che in epoca asburgica sembrava ridotto al destino di un’anonima entità “rurale alle porte di Bolzano”. Soltanto la leggenda di Nisselburg, ricco e blasfemo borgo sommerso dalle acque del cristallino lago della Vallarsa, mantenne in vita i fantasmi di tempi remoti.
La riscoperta della storia locale inizia nella seconda metà del ‘900 preceduta, negli anni ’30, dalla straordinaria individuazione da parte di Peter Eisenstecken dell’insediamento preistorico – mai esplorato del tutto – di Trens Birg in cima al Montelargo. Grazie all’intensa attività edilizia in varie zone del paese (soprattutto Reif e Jauch), un appassionato gruppo di archeologi (tra cui Lorenzo Dal Rì e Alberto Alberti) ha saputo riportare alla luce parte dei tesori nascosti sotto il terreno. Vanno ricordati anche il lavoro di riordino dell’archivio comunale del compianto Christoph Hartung von Hartungen e il prezioso “Dorfbuch” di Georg Tengler. I misteri irrisolti non sono tuttavia pochi ma la città che cresce incessantemente sembra posseduta dal diavolo della speculazione che rade al suolo tutto ciò che si frappone alla realizzazione dei suoi interessi.
Tra il VII e il VI secolo avanti Cristo nasce il villaggio che visitiamo oggi. Si trova nella parte alta del conoide del Vallarsa, all’imbocco dell’omonima valletta che conduce a Nova Ponente e all’ombra delle caratteristiche colline moreniche del Peterköfele e della Gampnerknott. Dal medioevo in poi, la località è conosciuta con il nome di Reif (riva) – nome per l’epoca comune giacché, qui come in altri paesi, queste Reif erano adibite a punto di raccolta del legname destinato, attraverso le zattere dell’Adige, alle città padane. Sicuramente, in origine il nome del sito non era questo ed aveva invece attinenza con il popolo che lo abitava. Nessun dubbio sul fatto che Laives / Leifers sia un nome di origine retico-etrusca e se questo era il primo insediamento del fondovalle, qui dev’essere nato anche il suo nome.
Da scartare le interpretazioni ufficiali proposte finora: da liber (terreno libero) a clivus (pendio). È impensabile che il popolo non indoeuropeo dei Reti, arrivato sette secoli prima dei Romani, abbia atteso tutto quel tempo per dare un nome – addirittura latino – al proprio paese. Inoltre, i Romani in questa provincia usarono prevalentemente i cosiddetti prediali. Ne riparleremo, per intanto accontentiamoci di sapere cosa “non” significa Laives.
Il villaggio – case in pietra con tetto e tramezze di legno – era piuttosto ampio, anche se la presenza di edifici e della strada comunale non ha permesso di esplorarlo tutto. Vi si praticava l’agricoltura (coltivazione di orzo e altri cereali, allevamento di animali domestici) e in particolare la viticoltura che non abbandonerà più il paese. Molte le macine di porfido a tramoggia e leva ritrovate insieme a vasellame di ceramica di ogni foggia e dimensione, attrezzi di ferro come zappe e falcetti, fibule e altri “gioielli” – oggetti quasi tutti riferibili a varie culture italico-etrusche. Di particolare interesse, in una delle 14 case, il famoso tesoretto interrato di 22 denari d’argento romani risalenti ad un periodo repubblicano dal 155 al 115 a.C. Il villaggio sulla riva del Vallarsa, che sicuramente era la prima fonte d’acqua di questa gente, subì gravi danni – poi riparati completamente – a causa di un incendio di vaste dimensione. Infine, verso il II secolo a. C. fu pacificamente abbandonato, le masserizie asportate e la popolazione spostata più a valle (Galizia) dove forse trovò condizioni di sicurezza e economico-commerciali (iniziavano a passare i primi Romani) migliori.
Non si può neppure escludere che il “trasloco” fosse avvenuto in seguito al “richiamo” di una divinità adorata.

Autore: Reinhard Christanell

Quei lunghi cammini senza Internet

Sorriso contagioso, entusiasmo da vendere e centinaia di chilometri “macinati” sulle proprie gambe, zaino in spalla: sono Sara e Tiziana, rispettivamente di Milano e di Bolzano, insegnante una e ingegnera l’altra, appassionate della natura e grandi amiche. Il destino le ha fatte incontrare fra le montagne dell’Alto Adige e presto le ha portate a percorrere insieme il primo cammino, la Via Francigena, a cui ne sono seguiti molti altri. Fin qui nulla di troppo speciale, ma c’è un “ma”…

Per le loro camminate Sara e Tiziana spengono il cellulare e si affidano interamente alle carte geografiche e alla bussola. Quello che getterebbe nel panico la maggior parte di noi, si trasforma per le due giovani “Panama Walkers” -questo il loro nome d’arte- in un’esperienza ogni volta indimenticabile. Ne abbiamo parlato con Tiziana.

In cammino per giorni, senza internet, né gps, come nasce l’idea?
E’ partito come una sfida: chiacchierando con un’amica, ci ha detto perché non provate a staccare totalmente? Abbiamo deciso di affidarci alle mappe e utilizzare il telefono solo la sera, ma giusto per le chiamate, niente internet o Whatsapp. 

Com’è questa esperienza?
Si è rivelata una scelta azzeccata: è come tornare in un tempo sconosciuto. Ritroviamo una forte connessione con la natura, si acuiscono i sensi, ti devi orientare, magari chiedere. E alla fine della tappa è bello ritrovarsi con gli altri pellegrini, senza stare a guardare il telefono. Ormai è un’esperienza di cui non possiamo più fare a meno. 

E il cappello Panama?
Tutto è nato perché abbiamo fatto il primo cammino ad agosto, per proteggerci dal solleone in Toscana. Tra pellegrini e è solito darsi dei soprannomi, e ci chiamavano le ragazze col cappello… ci è sembrato un nome azzeccato.

Hai qualche aneddoto da raccontare?
L’anno scorso sulla Magna via d’estate, in Sicilia, ci ha sorpreso un temporale inaspettato. Eravamo in mezzo al nulla, c’era solo una piccola casetta, da cui è uscita una signora, che ci ha chiamato e ci ha fatto stare un’ora finché non è finita la pioggia… un’accoglienza incredibile che ci ha aperto il cuore.

Questa esperienza ha cambiato il tuo modo di approcciarti al cellulare e a internet nella vita quotidiana?
Bella domanda! Il momento in cui tocca riaccendere ti prende un po’ l’ansia, perché sai di trovare magari la casella di posta elettronica piena e tanti messaggi Whatsapp. Poi certo inevitabilmente si torna ad utilizzarlo, ma tendenzialmente lo spegniamo nel weekend durante le camminate in montagna.

Capitolo zaino: non deve essere facile prepararlo…
Il primo cammino è sempre quello più pesante. Poi con l’esperienza capisci che anche un paio di calzini in più fa differenza. Si impara a farlo, e questo torna utile anche per le gite di un giorno, o per le vacanze al mare. 

E la pagina Instagram? Come si concilia con la vostra “filosofia”?
Abbiamo creato la pagina si, ma postiamo solo una volta arrivate a casa, quando il cammino è terminato. L’idea ci è venuta perché in molti ci chiedevano consigli sui cammini.

Prossimi progetti?
La via Lauretana, da Perugia a Loreto, in luglio, più o meno 180/ 200 chilometri.

Un consiglio per chi volesse provare?
Tutti possono farcela, magari iniziando con cammini di 2-3 giorni e vedere come reagisce il corpo… basta buttarsi, un passo dopo l’altro!

Autrice: Caterina Longo

Nuovo polo scolastico in arrivo

Dopo anni di attese, è arrivato il via libera al nuovo polo scolastico di San Giacomo. Insieme al complesso scolastico, che ospiterà cinque sezioni tra scuola italiana e tedesca, sorgerà anche una nuova mensa, una biblioteca e una microstruttura per i piccoli. Si completa così la riqualificazione complessiva di una zona che ospita già il teatro e il palazzetto dello sport. I lavori inizieranno tra poche settimane.

“Un grande e importante traguardo per la nostra città”. È con queste parole che il sindaco di Laives Christian Bianchi ha commentato il via libera della Provincia al finanziamento da quattro milioni di euro che contribuiranno a realizzare il nuovo polo scolastico elementare in lingua italiana e tedesca di San Giacomo. Una prima tranche da 1,5 milioni verrà versata entro la fine di quest’anno, mentre i restanti 2,5 milioni entreranno nelle casse del Comune entro il 2023.
Un’opera pubblica di grande interesse che la comunità aspettava da quasi cinque anni, e che ora potrà finalmente vedere la luce dopo numerosi ritardi: come comunicato dall’amministrazione, nelle prossime settimane verrà consegnato il cantiere, mentre durante il periodo estivo partiranno i primi lavori di abbattimento e di costruzione della scuola provvisoria, grazie all’ausilio di container. Solo successivamente si procederà con la demolizione completa della vecchia scuola.
“Il percorso è stato lungo e i colloqui tantissimi. Non è stato semplice far comprendere alla provincia che Laives aveva diritto ad un aiuto per questa importante opera, così come non lo è stato impegnarsi per la modifica della legge provinciale. Ma il risultato ottenuto è importantissimo”, ha spiegato Bianchi attraverso i propri canali social, certificando la solidità dell’asse di collaborazione tra giunta locale e provinciale.
I lavori sono stati affidati alla fine di marzo alla ditta Lovisotto di Treviso che ha vinto la gara d’appalto indetta negli scorsi mesi. Il nuovo complesso scolastico permetterà di rispondere alle nuove esigenze demografiche e ai nuovi programmi didattici della frazione, inserendosi in un quadro di opere e di cantieri che andranno a modificare e arricchire il centro durante i prossimi anni. Questo anche in vista della crescita futura della popolazione scolastica di San Giacomo e Laives, più volte sottolineata dall’amministrazione locale. All’interno del nuovo polo saranno presenti cinque sezioni, tra scuola italiana e tedesca, che potranno contare su tutte le aule accessorie necessarie. Due gruppi linguistici che non saranno più separati ma che godranno allo stesso tempo della propria autonomia e di diversi concetti didattici riuniti sotto lo stesso tetto, anche in senso simbolico. “Oltre alla costruzione della nuova scuola, verrà realizzata anche una nuova mensa, una biblioteca e soprattutto una microstruttura per bambini da 0 a 3 anni, completando così la riqualificazione complessiva di una zona molto importante, dove c’è già un bellissimo teatro ed il palazzetto dello sport”, prosegue Bianchi. Si tratta di un polo che presenterà nuovi spazi per svolgere attività didattiche e che darà nuovo lustro edilizio al quartiere.
Ma l’attenzione dei progettisti si è riversata anche sull’impatto ambientale e sostenibile dell’opera, sia per quanto riguarda gli aspetti costruttivi sia per quanto concerne gli impianti tecnici. La scuola verrà realizzata secondo i requisiti previsti da CasaClima School. La certificazione di qualità comprende numerosi criteri che vanno dall’efficienza energetica, alla scelta ecologica dei materiali da costruzione fino al comfort degli spazi interni.

Autore: Alexander Ginestous

La dottoressa – atleta

QuiIntervista a Valentina Vecellio, 1 Dan di Yoseikan Budo, atleta di corsa in montagna, Mtb, maratoneta, triatleta, autrice di tre libri, timoniera di dragon boat, coordina in qualità di istruttrice certificata in attività motoria oncologica clinica Ott la “Terapia del movimento per pazienti oncologiche della Ginecologia” all’Ospedale di Merano e la riabilitazione delle donne reduci dal tumore al seno.

La cosa che più mi piace di me.
Tre C: costanza, curiosità e coerenza.  

Il mio principale difetto.
L’eccessiva autoanalisi.

Il mio momento più felice.
La mia festa di matrimonio e il viaggio di nozze con mio marito Walter.

La persona che ammiro.
La mia cara mamma, che mi guarda dal cielo.

Un libro sull’isola deserta.
“Yellowstone Wolves: science and discovery in the World’s First National Park” su come la reintroduzione dei lupi – dalla cui socialità l’essere umano ha solo da imparare – abbia dato nuova vita al Parco Nazionale di Yellowstone (USA).

La mia occupazione preferita.
Fotografare in natura, in compagnia del mio fido pastore tedesco.

Il paese dove vorrei vivere.
L’Italia, perché è il paese più bello del mondo. Non basta una vita per scoprirla.

Non sopporto… 
L’indifferenza, la supponenza e l’antropocentrismo di questi tempi.

Per un giorno vorrei essere.
Samantha Cristoforetti.

Nel mio frigo non mancano…
Verdura, yogurt e agrumi.

Se fossi un animale sarei…
Una lupa.

Mi sono sentita orgogliosa..
Lo sono stata molte volte durante la mia carriera sportiva, accademica e professionale, in particolare alla discussione pubblica della mia tesi di Master in Comunicazione medico-scientifica all’Università La Sapienza di Roma, in presenza della mia famiglia, di professori e colleghi, valutata con 110 e lode, borsa di studio e pubblicazione.  

Il mio motto.
Non mettere limiti ai tuoi sogni, ma proteggili dal primo raggio di sole.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Un volo biposto in parapendio.

Il giocattolo che ho amato di più.
Big Jim, per le sue doti atletiche e i suoi equipaggiamenti tecnico-sportivi.

I miei poeti preferiti.
Hermann Hesse, Lord Byron e Goethe.

I miei pittori preferiti.
Leonardo da Vinci e Gustav Klimt.

Non sopporto…
Le chiacchiere.

Dico bugie solo…
A fin di bene.

Dove mi vedo fra dieci anni
Dove mi portano il cuore e le mie passioni.

Autore: Luca Masiello

Treccia dolce

INGREDIENTI
200 g di farina manitoba
300 g di farina 00 
100 g di zucchero
90 g di burro
1 uovo
9 g di lievito di birra
300 ml di latte
1 scorza di arancia grattugiata (1 arancia)
100 g di uva passa
Granella di zucchero qb

PER SPENNELLARE
1 tuorlo d’uovo
Latte qb

CONSERVAZIONE
La treccia di Pasqua avrà un tempo di conservazione molto breve prima che perda la sua morbidezza. Conservatela per massimo un paio di giorni in un sacchetto per alimenti ermetico. Se ve ne sarà rimasta ancora dopo quel tempo non buttatela, potrete scaldarla al forno e tornerà di nuovo morbida.

PREPARAZIONE

In una ciotola sbriciolate e sciogliete il lievito di birra in 150 ml di latte tiepido e mescolatelo con la farina manitoba. Create un impasto omogeneo, quindi lasciatelo lievitare per circa 30 minuti in un luogo riparato da correnti d’aria e coprendo la ciotola con la pellicola.

Impastate la farina 00 (una farina 170W) con il latte rimasto, l’uovo sbattuto e lo zucchero. Amalgamate dapprima con una forchetta, dopo con le mani.

Unite il burro e fatelo amalgamare nell’impasto. Se avete a disposizione una planetaria utilizzate il gancio a K o quello a foglia per far incordare bene.

Riprendete a questo punto il primo impasto, che avrà raddoppiato di volume e unitelo a quello appena preparato. Impastate per bene utilizzando ancora la planetaria. Aggiungete anche la buccia di arancia grattugiata. Dovrete ottenere un composto morbido ed elastico, se necessario aggiungete ancora un po’ di farina. Alla fine riprendete l’impasto, formate una palla e mettetelo a lievitare in un recipiente coperto con un panno o con della pellicola per almeno 2 ore. Se avete più tempo lasciatelo lievitare più a lungo, dovrà ad ogni modo raddoppiare il suo volume.

Mettete ad ammollare l’uvetta in un recipiente con un po’ d’acqua tiepida.

Passato il tempo riprendete la pasta, infarinate leggermente il piano di lavoro e allargatela leggermente per inserire l’uvetta ben strizzata. Impastate con le mani per far amalgamare bene l’uva passa all’impasto.

Dividete l’impasto in tre parti uguali e dategli la forma di tre cordoni di circa 40 cm di lunghezza. Intrecciateli tra loro a creare la treccia pasquale, facendo attenzione a non stringere troppo.

Lasciate lievitare nuovamente la treccia di Pasqua ancora per un’ora, sempre coprendo con un panno.

Passato il tempo spennellate tutta la superficie con un tuorlo sbattuto insieme a qualche cucchiaio di latte e cospargete con granella di zucchero.

Cuocete la treccia pasquale dolce in forno caldo a 180 °C per 40 minuti, coprendo dopo 10 minuti di cottura con un foglio di carta argentata.

Nidi artificiali per uccelli e pipistrelli

Come avviene ormai da anni, anche lo scorso autunno, si è provveduto alla pulizia e al controllo annuale dei circa 1.100 nidi artificiali per uccelli e per chirotteri (“pipistrelli”), installati nei parchi, nei giardini, lungo alcune passeggiate e nel cimitero di Oltrisarco.

Gli ambienti suddetti, coinvolti nell’installazione di dette strutture, fanno parte di tutte le circoscrizioni cittadine, tranne quella di Oltrisarco, cui l’azione era stata a suo tempo proposta ma che, finora, non ha avuto accoglienza.
Ricordiamo che in totale sono stati collocati circa 800 nidi per uccelli e oltre 300 rifugi per chirotteri, con soddisfacenti risultati inerenti alla loro utilizzazione.
Nel parco Petrarca è stato installato il maggior numero di dette strutture per uccelli e per “pipistrelli”. Qui, i primi nidi per piccoli uccelli insettivori, una cinquantina di unità, erano già stati installati, trenta anni fa, quando la giardineria comunale era diretta da Gildo Spagnolli. Dell’installazione di quei nidi – come pure di quella di tutti gli altri con i relativi controlli annuali – me ne ero occupato personalmente.
Nel maggiore parco cittadino, gli uccelli hanno occupato il 96% delle strutture artificiali, occupati per la riproduzione da cinciallegra, cinciarella, cincia mora, rampichino, picchio muratore, passera d’Italia, passera mattugia, codirosso e pigliamosche. In questo territorio vive anche una colonia di pipistrello albolimbato che, all’interno dei rifugi, sverna regolarmente. Altri gruppi di chirotteri del genere Pipistrellus e Nyctalus, pure rilevanti per numero d’individui, occupano i rifugi collocati nella passeggiata Lungo Isarco, nel Parco Ducale, in Piazza Don Bosco e nel cimitero di Oltrisarco.
I “pipistrelli” utilizzano i rifugi artificiali in tutte le stagioni dell’anno. In primavera-estate, per partorire e per allevare la prole; a fine estate-autunno, per accoppiarsi; in autunno-inverno, per svernare, in una sorta di letargia. Le strutture, occupate nelle diverse stagioni, non sempre sono le stesse. Inoltre, femmine e maschi, soprattutto nel periodo in cui è allevata la prole, possono soggiornarvi in gruppi separati o, per i maschi, anche singolarmente.
Le specie, trovate all’interno dei rifugi più frequentemente, comprendono il pipistrello albolimbato e, con minore frequenza, il pipistrello nano, il pipistrello pigmeo e la nottola di Leisler. Quest’ultima specie, migratrice su lunghe distanze – come il pipistrello nano – in prevalenza, occupa le strutture artificiali installate nel cimitero di Oltrisarco.
Finora, i soli mammiferi a utilizzare i nidi e i rifugi artificiali installati a Bolzano, sono i chirotteri e il ghiro. Quest’ultimo, perlopiù e con pochi esemplari, occupa le strutture, nella parte media-alta, della passeggiata del Guncina. Qui, l’utilizzo dei nidi da parte degli uccelli, rispetto a una decina di anni fa, è diminuito. Probabilmente, ciò accade per la presenza di piccole colonie di gatti lungo la passeggiata. Oltre a una più contenuta occupazione delle strutture, sono state rinvenute deposizioni complete abbandonate e intere nidiate con i piccoli morti, segno che uno o entrambi i componenti la coppia genitrice possono essere stati predati. Ciò non accadeva prima della presenza dei felini che, da alcuni studi condotti, costituiscono una costante presenza predatoria, nei parchi e nei giardini pubblici e privati, con una diminuzione della biodiversità selvatica.
Nei vari ambienti cittadini, in totale, le specie ornitiche utilizzatrici dei nidi artificiali, a scopo riproduttivo, sono 12, tra cui cinciallegra, cinciarella, cincia bigia, cincia mora, cincia dal ciuffo, passera d’Italia, passera mattugia, codirosso, rampichino, picchio muratore, torcicollo e pigliamosche.
Le strutture artificiali con il foro d’involo di 45 mm di diametro sono state occupate anche da picchio rosso maggiore e quelle con diametro superiore pure dal picchio verde, ma solo per il pernottamento. Come noto, entrambe le specie sono solite scavare da sé, all’interno di grossi rami e tronchi, le cavità in cui covano le uova e allevano la prole.
In molte aree verdi del comune, l’installazione di nidi artificiali per uccelli ha permesso la comparsa di nuove specie nidificanti, come picchio muratore, rampichino, codirosso, torcicollo, cincia mora, cincia dal ciuffo, cincia bigia e pigliamosche.

Autore: Sergio Abram, naturalista