Get Speck

Lo scorso 30 gennaio è stato l’anniversario della memorabile esibizione dei Beatles sul tetto della Apfel Corps di Bolzano. Il concerto durò circa 40 minuti, prima di essere interrotto dall’arrivo della Polizia, chiamata dai vicini turbati dal rumore. “Questi giovani non hanno nessun rispetto per chi lavora e deve riposare!” affermò Luise Ebner dopo aver chiamato il vicesindaco Knoll. Nella foto si può vedere uno scatto realizzato in piena enrosadira, mentre risuonavano sui tetti del capoluogo le note di “Get Speck”, ultimo brano eseguito dal vivo dai Fab Four.

Autore: Roberto Tubaro

AIAS: non è un mondo a parte, ma piuttosto una parte del mondo

AIAS è un’associazione nata nel 1966 per rispondere alle esigenze dei ragazzi con disabilità e per sostenere i loro famigliari. L’associazione, che inizialmente aveva la sede in via Vittorio Veneto, si è poi spostata in via Piacenza a Don Bosco, molti dei ragazzi accolti da AIAS abitano infatti nei dintorni.

Andrea di Curti, presidente dell’associazione, racconta le diverse attività svolte da AIAS insieme agli iscritti e il ruolo che ha nel quartiere.

Che funzione ha AIAS a Don Bosco?
L’associazione vuole essere un polo importante sia per i nostri ragazzi iscritti, sia per l’intero quartiere. La nostra biblioteca specialistica “Oltre l’Handicap” ha l’obiettivo di essere un luogo culturale per tutti. È possibile utilizzare i computer, prendere libri in prestito, studiare o leggere libri ai bambini nell’angolo a loro dedicato. Serve anche a noi per promuovere attività sociali e culturali, che hanno lo scopo di informare su ciò che facciamo. Don Bosco è ricca di associazioni, quindi per noi è anche bello far parte di questa rete.

Quali sono le attività che organizzate? Con quali altri enti collaborate?
Da tempo oltre a curarci dell’aspetto socio-sanitario dei nostri ragazzi ci occupiamo anche del loro tempo libero. Abbiamo una collaborazione con il canile Sill, per esempio, e ogni settimana portiamo i ragazzi a fare diverse attività con gli animali. Altre collaborazioni importanti sono quelle con la scuola di ballo Vanity Dance, in cui i ragazzi possono seguire corsi di danza, e con la palestra di pugilato, dove imparano l’autodifesa. Durante l’estate vengono svolte diverse iniziative, soprattutto musicali, al parco delle Semirurali ad esempio. Organizziamo inoltre diversi soggiorni estivi in montagna o al mare, in cui i ragazzi hanno l’occasione di fare molte attività divertenti, l’anno scorso, per esempio, hanno fatto canottaggio a Santa Giustina. Tutto questo non sarebbe possibile senza l’aiuto dei volontari, ma purtroppo facciamo sempre più fatica a trovarne. I giovani dovrebbero avvicinarsi a questo mondo anche solo per una breve prova, perché è quel genere di esperienza che va custodita per tutta la vita.

Autrice: Sarah Sartoretto COOLtour

Leonardo e la sua collezione di vinili rock

La cultura della musica rock nasce in America, ma negli anni ‘50 ha influenzato tutta Italia compreso il quartiere Sciangai di Don Bosco. Leonardo Reale ha vissuto la sua adolescenza proprio lì e in quegli anni ha sviluppa una vera e propria passione per questo genere musicale.

Come sei arrivato ad abitare alle Semirurali?
I miei genitori si sono trasferiti a Don Bosco nel ’46, mio padre lavorava nelle fabbriche della Lancia, quindi hanno assegnato alla mia famiglia una delle baracche di fianco alla fabbrica, costruite apposta per i lavoratori. Io avevo appena due mesi di vita e lì ho vissuto sei anni.
Nel ’52 mio padre ha ottenuto una casa, sempre data dalla fabbrica della Lancia, in via Resia, vicino al famigerato campo di transito. In questa casa ho vissuto con la mia famiglia per vent’anni, poi mi sono sposato e sono andato ad abitare in via Palermo, tornando quindi nel quartiere Don Bosco.

Com’è nata la tua passione per il rock?
Quando sono arrivato in via Resia non c’erano tante possibilità di ascoltare musica. L’unico mezzo di comunicazione era la radio, che però trasmetteva principalmente musica melodica e classica, mio padre era un appassionato di questo genere, quindi lo ascoltavamo spesso. Io però ero un ragazzo di quattordici anni a cui la musica classica stava iniziando ad andare un po’ stretta.
Un giorno alla televisione ho visto “il Musichiere”, un programma televisivo in cui si esibivano diversi cantanti. Quella è stata la prima volta che ho ascoltato musica rock e me ne innamorai all’istante. Solo dopo ho scoperto che negli Stati Uniti questo genere esisteva già da cinque anni.
Un altro contatto con il rock erano i Luna Park itineranti, che arrivavano nel quartiere e, per attirare il pubblico, trasmettevano questa musica con dei giradischi e dei grandi altoparlanti.
Negli anni ’60 ho iniziato a lavorare. La mia passione per il rock era così bruciante che ho iniziato a mettere da parte i soldi dello stipendio per potermi permettere un giradischi. Ci ho messo ben sei mesi di paga, ma alla fine sono riuscito a comprarne uno.

Come si è sviluppata poi questa passione?
Dopo il giradischi i soldi che mettevo da parte li usavo per comprare i vinili. Negli anni sono arrivato a collezionare un migliaio di dischi. Ascoltavo moltissimi cantanti sia americani che italiani: Elvis Presley, Little Richard, ma anche Celentano, Mina, Little Tony. Nel ’64 poi alcuni amici formarono una band rock di Sciangai, i Dedy Cemm. Il loro primo disco si chiamava “Gli angeli ci guardano” e fu prodotto dalla casa discografica Jaguar nel 1967. Io spesso li accompagnavo quando suonavano nei locali e, quando volevano fare una pausa, mi chiedevano di cantare. Amavo imitare Elvis Presley, infatti uno dei dischi a cui sono più affezionato è un quarantacinque giri di Elvis contente le canzoni “Don’t be cruel” e “Hound dog”: è il primo disco che ho comprato. Di tutti i cantanti il re del rock era quello che ammiravo di più.
Ancora oggi faccio qualche mostra dei miei dischi nel quartiere e li custodisco tutti gelosamente.

Autrice: Sarah Sartoretto COOLtour

Fare comunità grazie ai giochi da tavolo

Girando l’angolo che da via San Quirino porta su via Peter Mayr 2 è quasi difficile accorgersi della presenza del Centro Giochi Dinx. Questo perché dalla vetrina si intravedere a malapena l’arcobaleno di colori sprigionato dal muro composto dagli oltre 400 giochi in scatola e carte presenti nella sede. Si tratta di un piccolo ritrovo che accoglie gratuitamente, due sere a settimana, diversi appassionati genuini di giochi di società desiderosi di conoscere nuova gente e passare del tempo in compagnia.

“Il nostro è un servizio rivolto a tutti: famiglie, ragazzi e gruppi – precisa Sabine Tomasini, presidente del Centro -. Per questo miriamo a diventare un punto di riferimento per qualsiasi attività ludica del territorio”. Una missione, questa, che prosegue da ormai 19 anni. Dinx è stato fondato infatti nel lontano 2003 per volere di alcuni accaniti giocatori che regolarmente si incontravano per sfidarsi con i titoli più celebri, dal Risiko al Monopoli passando per Scarabeo. Mossi i primi passi – tra cui le visite alle fiere di settore e l’organizzazione di numerose serate di gioco su a Castel Flavon – l’organizzazione si è trasferita da qualche anno nel quartiere San Quirino: “Presentiamo una collezione di giochi vastissima che cerca di soddisfare ogni esigenza. Basti pensare che a Bolzano Sud abbiamo un magazzino che contiene altri 5.000 giochi. Ai nostri tavoli si siedono persone che vanno mediamente dai 20 ai 45 anni, ma ci capita di riuscire ad avvicinare anche persone più piccole o più grandi. In sede abbiamo sempre un collaboratore pronto a rispondere a qualsiasi dubbio o domanda sui diversi giochi e regolamenti”, prosegue Tomasini.
D’altronde il gioco riveste un ruolo sociale essenziale nella vita quotidiana di molti di noi, ed è sicuramente un modo molto intelligente e divertente per impiegare il proprio tempo libero. La sua funzione ludica è uno strumento necessario per rafforzare l’educazione nei bambini e spingere molti adolescenti ad abbandonare per qualche ora pc e smartphone: “Sedersi attorno a un tavolo con la propria famiglia o amici e giocare tutti insieme è un’esperienza che le nuove tecnologie non possono sostituire. Tirare un dado, spostare con la mano una pedina e capire quali strategie da attuare non sono sensazioni replicabili attraverso uno schermo o tastiera”, precisa la presidente. Sono affermazioni confermate anche da svariati studi americani che certificano la crescita di mercato del settore ludico, accelerata in parte l’avvento del Covid. Come a voler rimarcare che, nonostante la molteplicità di giochi nuovi usciti per consolle e computer, il gioco da tavola fisico non scomparirà mai. è una passione che non tramonta e che viene tenuta viva proprio da associazioni come Dinx, che contribuiscono a rafforzare il senso di appartenenza alla comunità, creando nuovi legami e occasioni d’incontro.
E Dinx si muove anche su quattro ruote. Grazie al loro “Spielemobil”, un vistoso autobus azzurro, i collaboratori sono capaci di raggiungere diverse località della provincia per offrire un hotspot fisso dove noleggiare i giochi settimanalmente. Una vera e propria ludoteca viaggiante, che permette di organizzare eventi dedicati e che viene spesso sfruttata da scuole e associazioni interessate al tema del gioco di comunità.

Autore: Alexander Ginestous

Le meraviglie artistiche di Palazzo Menz

Lo sapevate che nel centro di Bolzano, in via della Mostra 2, c’è un bellissimo palazzo nel quale è possibile ammirare affreschi settecenteschi di rara bellezza? Si tratta di Palazzo Menz, per lunghi anni sede della Banca Commerciale italiana e gli affreschi sono quelli di Carl Henrici, realizzati nel 1776 per i Menz, ricca famiglia bolzanina di mercanti. Nello stabile oggi si trova un negozio, ma gli affreschi, considerati dai suoi contemporanei il capolavoro di questo artista, restano visitabili.

Balli in maschera, scene d’amore e paesaggi orientali affrescano le due bellissime sale, una delle quali veniva usata come sala da ballo. Un tripudio di colori che richiama lo stile veneziano del quale Henrici si fa interprete dopo il suo soggiorno nella Serenissima Repubblica di Venezia.
Henrici, artista nato nel 1737 a Schweidnitz nella Slesia e morto a Bolzano nel 1823, offre un magnifico esempio della pittura del XVIII secolo con la sua visione così perfetta di un mondo sognante e leggiadro, molto “laico”, specie se contrapposto alle opere più richieste al tempo a Bolzano, tutte a forte connotazione religiosa.
Qualche anno fa il critico d’arte Vittorio Sgarbi era venuto a Bolzano e fu fatto l’impossibile per consentirgli la visita agli affreschi. Un articolo del quotidiano Alto Adige ci porta alla mezzanotte di un giorno di marzo del 2017: telefonate, richieste, un custode ad accendere le luci. E Sgarbi rimase senza parole per qualche minuto, per poi confessare “Non li avevo mai visti e sono magnifici. Li conoscevo solo sui libri, quelli di Rasmo…”
Già, Nicolò Rasmo: un nome ancora oggi importantissimo per chiunque si occupi di storia dell’arte a livello locale, grande storico dell’arte e soprintendente della Provincia di Bolzano e di Trento. A Rasmo, cui il Comune ha dedicato una via nel rione Casanova, si riconoscono meriti nel campo della tutela del patrimonio artistico, alle problematiche della conservazione. Tra i tanti suoi scritti ve ne è uno dedicato a Palazzo Menz ed edito nel 1972 dalla Banca Commerciale Italiana, che finanziò anche il restauro dell’edificio danneggiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.

La storia del palazzo affonda le sue radici nella fine del 1200. Apprendiamo che – dopo che il duca Mainardo II, nel corso della lotta coi principi vescovi di Trento, cui la città apparteneva, distrusse le mura e il castello del vescovo – sorse una contrada che oltre alla sede dell’amministrazione vescovile (l’attuale hotel Città) comprendeva le residenze di alcune delle più aristocratiche famiglie del paese: i Botsch (Palazzo Campofranco), i Liechtenstein (Palazzo Pock/Kaiserkrone), i conti Trapp e gli Starkenberg. Questi ultimi occupavano le due case adiacenti al palazzo vescovile sulle quali sorse poi il palazzo Menz. All’estinzione della famiglia, le case vennero assegnate ad altri, fino al 1666, anno in cui i Wettin se ne assicurarono il possesso per poi demolirle ed erigere al loro posto un palazzo particolarmente rappresentativo da abbinare al nome Rafenstein, ottenuto con l’acquisto dell’omonimo castello al solo scopo di assumerne lo stemma e il titolo nobiliare (e rivenderlo subito dopo).
Solo nel 1753 il palazzo fu acquisito dai Menz. In occasione dell’ingresso nella casa di Giorgio Paolo Menz, che nel 1776 sposava Elisabetta Clara Amorth, il palazzo fu radicalmente restaurato, è a quell’epoca che risalgono anche gli affreschi.
Le opere sono sotto strettissima tutela storico-artistica, ma essendo “private”, non sono mai state valorizzate.

Autore: Till Antonio Mola

Un nuovo Presidente e la speranza di una nuova Politica

Ho sempre vissuto l’elezione del nuovo presidente della Repubblica con grande interesse, quasi fosse una sorta di utile reset periodico della vita dello stato. Ogni elezione del capo dello stato ha una sua ritualità ma presenta sempre novità e colpi di scena. Ma – soprattutto – costringe tutti a tornare al punto di partenza del sistema democratico, ovvero alla nostra Costituzione di cui il Presidente è il massimo garante. E’ lì che risiede il nocciolo del patto tra cittadini e tra cittadini ed istituzioni. E il Presidente è un cittadino, uno come noi, al quale periodicamente spetta il difficile compito di tirare le fila, per 7 lunghi anni. Forse la mia passione è dovuta al fatto che il mio primo ricordo consapevole di un’elezione di capo di stato risale al 1978. In quell’anno fu il partigiano Sandro Pertini a ricevere il più alto incarico. Nei giorni scorsi mi è capitato di rivedere una docufiction ante litteram realizzata dal grande Gianni Bisiach, i cui protagonisti pochi mesi prima dell’elezione di Pertini erano lui stesso e l’ex Presidente Giuseppe Saragat. Entrambi intenti a raccontare la loro rocambolesca fuga da Regina Caeli del 1944, organizzata dai loro compagni partigiani Sebastiano Vassalli e Pietro Nenni. Dopo Pertini ancora per diversi anni le elezioni dei Presidenti della Repubblica hanno potuto vedere protagonisti coloro che portarono avanti la in prima persona lotta per la libertà e per la giustizia nel nostro paese, sfociata in una democrazia voluta con forza e poi vergata dai padri costituenti. Successivamente a quel periodo, da Napolitano in poi, il ruolo del Presidente della Repubblica è addirittura aumentato d’importanza, a causa della crisi dei partiti e della politica, spesso incapaci di rinnovare le capacità di mediazione che sono il sale stesso della democrazia. L’auspicio dunque è duplice: innanzitutto che il successore di Sergio Mattarella riesca a proseguire nel solco dei suoi due predecessori, riuscendo a trovare soluzioni di governo anche nei casi malaugurati in cui i partiti non trovino le necessarie intese. Ma soprattutto dobbiamo augurarci che partiti e parlamentari riescano a ritrovare la via maestra del bene comune, superando tutte le derive che negli ultimi anni hanno allontanato se non addirittura disgustato i cittadini.

Autore: Luca Sticcotti

“Il mio sogno? Una Merano a colori”

Coordinatore del centro di salute mentale a Casa Basaglia da circa un anno e mezzo, Francesco Boccia si è trasferito a Merano per motivi di lavoro. Da quando è arrivato qui in città ha cercato di portare avanti delle significative battaglie contro gli stigmi sociali e culturali legati alle malattie mentali e all’identità di genere. E lo fa scegliendo un modo autentico, parlando di se stesso e raccontando la sua esperienza come attivista per i diritti delle persone Lgbt.

// Di Francesca Morrone

In occasione di alcuni eventi celebrativi internazionali come “il coming out day” e non per ultimo la manifestazione spontanea a Merano a favore dei diritti delle persone Lgbt, anche il QuiMerano ha voluto dedicare uno spazio per raccontare chi sta dall’altra parte e che è disposto a  sacrificare i dettagli della propria vita privata a favore del riconoscimento di un diritto universale. 

Francesco Boccia, ci parli della sua storia. Quando comincia il percorso verso la dichiarazione della sua omosessualità? 
Devo premettere alcuni particolari della mia adolescenza: vengo dalla provincia di Salerno e sono cresciuto circondato dall’affetto di tre donne amorevoli, ma al tempo stesso molto presenti: mia madre, mia zia e mia sorella. Perdo mio padre giovanissimo a causa di un incidente stradale. A 26 anni mi invaghisco di un ragazzo, ma entrambi capiamo subito che quella esperienza è più grande di noi. A 15 anni la prendevo come un gioco, anche se i miei amici a scuola mi prendevano in giro. Credo che allora non ci fosse l’attenzione che c’è oggi sul tema del bullismo e quindi determinate discriminazioni passavano inosservate per chi le agiva, mentre la vittima non era in grado di comprendere la portata di quell’abuso. 

Che cosa succede dopo? 
Ho una lunga relazione con la mia compagna fino a quando una sera dopo una brutta discussione sento che c’è qualcosa che non va. Non ero soddisfatto della mia vita, qualcosa mi impediva di essere quello che forse il mio corpo e la mia mente volevano esprimere. Dico basta! Dopo qualche tempo e un percorso di psicoterapia, decido di liberarmi di un peso enorme che non sopportavo più e faccio coming out, dichiarando di essere attratto dagli uomini prima alla mia mamma e poi ai miei amici più stretti. 

Qual è stata la loro reazione? 
Innanzitutto ricordo che il mio allenatore in palestra mi disse, “Sei più luminoso, Francesco. Sembri felice, rinato”. E lo ero. Ero davvero felice di essermi alleggerito non di un segreto, ma semplicemente di qualcosa che volevo condividere con le persone a me care. Mia madre non mi ha parlato per parecchi mesi, ma io non le ho mai voltato le spalle e ho tenuto in piedi un rapporto telefonico fatto di monosillabi. Mai colpevolizzare i genitori, mai tagliare i ponti con loro; a volte si tratta di persone con un bagaglio di vita più limitato rispetto al nostro e con delle convinzioni che fanno capo alla cultura e alla mentalità del loro tempo. Oggi ci parliamo e corro subito a trovarla durante le vacanze, ma l’argomento “omosessualità” resta ancora un tabù per lei. Eh, gli amici: alcuni li ho persi, molti altri ne ho trovati. 

Cos’è cambiato dal suo coming out, dalla sua dichiarazione di omosessualità? 
È stato doloroso arrivare al coming out, il periodo della transizione l’ho vissuto con malessere e insicurezza, ero nervoso, irascibile, mentre dopo mi sono sentito libero. Oggi posso dire di essere una persona equilibrata e di stare bene con me stesso. Risolto questo aspetto, il mio percorso dopo il coming out è stato poco traumatico: non sono stato discriminato né offeso come persona.

Ultimamente lei è stato protagonista della campagna elettorale  durante le ultime elezioni amministrative a Merano. Come slogan ha scelto volutamente lo slogan “Merano a colori. No stigma”: che cosa intedeva con qiuesta frase?
Lavorando in ambito psichiatrico sono consapevole del fatto che vi siano molti pregiudizi e reticenze nei confronti dei malati psichiatrici. Si tratta di un fenomeno culturale che grazie a diverse campagne di informazione e di sensibilizzazione cerchiamo di arginare ormai da molti anni. Inoltre c’è una certa correlazione tra lo stigma della malattia mentale e quello dell’omosessualità. Molti sono i giovani che, ad esempio, non potendo vivere serenamente la propria sessualità sviluppano malattie mentali. Per questo ho scelto di dedicare la mia campagna elettorale ai temi dell’omosessualità e della malattia mentale; sogno una Merano a colori, sogno l’abbattimento di pregiudizi e barriere nei confronti di uomini e donne che decidono di amare come desiderano, senza dovere essere giudicate o ancor peggio discriminate. Sarò davvero contento quando a Merano vedrò sventolare la bandiera a colori. 

Ora che si è fatto conoscere in città, quali sono i progetti in cantiere che l’attendono?  
Sabato 30 ottobre sono riuscito ad organizzare in via Cassa di Risparmio a Merano un flash mob  spontaneo di cittadine e cittadini che si sono raccolte per manifestare la propria solidarietà nei confronti dell’affossamento del disegno di legge Zan che attua nuove misure di prevenzione e di contrasto alla della discriminazione delle persone omosessuali e con disabilità. Sono intervenuti anche rappresentanti dell’Associazione Centaurus di Bolzano. Nel frattempo ho ricevuto delle chiamate anche da parte dell’Ufficio delle Pari Opportunità di Merano. L’affossamento del DdL Zan è stato un pugno in faccia per me. Un colpo al cuore, una sconfitta per l’Italia. Siamo molto indietro rispetto a molti paesi che hanno già una legge contro la omobitransfobia. In Italia, nonostante i dati allarmanti sulla violenza e la discriminazione, ancora oggi manca una legge che tuteli le persone omo, bi e transessuali. 

Cosa si sente di rispondere alle persone che dicono che non c’è bisogno di una legge contro l’omofobia? 
Che non è scontato, purtroppo. Le discriminazioni contro le persone omosessuali o con disabilità sono molto più frequenti di quanto noi crediamo. Dobbiamo poterci difendere da chi ci aggredisce non perché abbiamo fatto qualcosa, ma perché siamo e rappresentiamo qualcosa che distorce la loro visione di realtà.

In attesa dell’approvazione di uno strumento legislativo di tutela, cosa possiamo fare? 
In attesa della legge dobbiamo puntare molto sull’idea di educazione dei giovani e delle famiglie. C’è bisogno di conoscenza per scoprire  il mondo degli altri, di educazione per affrontare pregiudizi e tabù e di sensibilità per trattare tutti i nostri simili con rispetto e dignità. Ad esempio pochi sanno che il 17 maggio di ogni anno ricorre la giornata internazionale contro l’omobitransfobia. Questa giornata è stata scelta perché il 17 maggio del 1990 l’Organizzazione mondiale della sanità decise di depennare l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, definendola “una variante del comportamento umano”.

Autore: Francesca Morrone

Il merlo dispettoso

“Papà, sembra estate!” Esclamava una bambina appena imboccato il Tappeinerweg, domenica scorsa. La mole del monte San Viglio soggiogava il sole e dipingeva già il tramonto sulla città del Passirio. Mentre camminavo ormai dal primo pomeriggio avevo la stessa sensazione: fa troppo caldo per essere appena la seconda decade di gennaio. Tanto piacevole goderselo, fare il pieno di vitamina D tra muretti, vigne, capre, polvere e profumi di fieno quanto assistere ad una primavera sontuosa che mostra i muscoli e una mancanza di timidezza quasi surreale. In cielo neanche una nuvola. La qualità dell’aria con quegli strati densi di smog, perennemente ammantati e ben visibili da ogni dove non mi hanno mai fatto così tanto apprezzare la mascherina. Perché chissà cosa c’è lì dentro, in quell’aria di polveri sottili, di fumi di comignoli, di gas di scarico: se a Seul e nelle più grandi metropoli planetarie questo scenario si ripete spesso durante l’anno, in cui ogni cittadino dimostra l’apprezzabile senso civico di indossarla, qui da noi fra le conche, le pareti e i dolci declivi non lo è affatto; a quando il prossimo cambio di circolazione per poter ritornare a respirare l’inverno? Nei boschi arsi, esposti a sud ovest, habitat di pini silvestre, cipressi, edera e dove i bozzi di processionaria iniziano a svilupparsi, in cui il bambù piantato da qualche proprietario sprovveduto ha oramai colonizzato l’equilibrio arborio di alcune fasce si sentono rumori tra le foglie secche del sottobosco: è un gatto bianco, sporcato di qualche macchia nerastra nella sua livrea, che va appostandosi sopra un lungo tronco caduto in cerca di una preda, un’arvicola probabilmente. In cielo volteggiano due poiane a cerchi concentrici fino a scomparire dietro Castel Tirolo.
In questo quadretto vi racconto la battaglia che ha messo a dura prova la mia pazienza e l’ordine nel BalconORTO. Ogni mattina trovavo sempre il balcone tutto sporco di terra; pensavo al favonio che le correnti settentrionali portano con sé, ma dopo il ripetersi di questa situazione, l’assenza notturna di forti raffiche e le deiezioni sulle piastrelle ho capito che si trattava di un merlo che aveva preso di mira il mio balcone. È iniziato l’appostamento, per dare un volto a questo volatile dispettoso: sicuramente un maschio visto il disordine che si trascinava dietro, bello panciuto e tozzo, nero come la pece e con un becco dal colore inusuale, più rossastro rispetto al vivido arancione: l’ho chiamato Rutilio. Dopo una accurata pulizia, ho coperto i vasi col tnt, in altri ho infilato degli stecchi di legno a mo’ di spuntoni e per ora, pare, che la tregua regga.

Autore: Donatello Vallotta

La traiettoria in Europa dell’autonomia altoatesina

Ricorrono in questi giorni i cinquant’anni dell’entrata in vigore del secondo Statuto di autonomia. “L’Autonomia è di tutte le altoatesine e tutti gli altoatesini”, ha detto il presidente Arno Kompatscher. E la vicepresidente Waltraud Deeg ha definito lo Statuto “il fondamento per uno sviluppo sociale e umano sostenibile e giusto”.

Nei giorni in cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella conclude il suo settennato, ricordiamo le sue parole sull’Autonomia altoatesina, pronunciate a Castel Tirolo nel novembre del 2019.
“Nel secondo dopoguerra”, disse, l’Alto Adige “rimane davvero come un unicum assoluto”, a cominciare dalla possibilità data agli optanti di ritornare in patria. Ci sono “un legame e una responsabilità che uniscono passato, presente, futuro. La sapiente lungimiranza degli statisti di quell’epoca la possiamo misurare appieno anche soltanto confrontando le recenti, drammatiche, vicende che hanno segnato la vita delle popolazioni balcaniche nei decenni scorsi”.
L’Alto Adige “costituisce un esempio di autonomia a livello mondiale, che assicura non soltanto la serena convivenza, ma lo sviluppo armonioso di questo straordinario territorio, portando benessere e prosperità anche nelle sue aree più periferiche”.
Nata dall’esigenza di tutelare l’identità di una minoranza, “l’autonomia – da garantire con decisione, da parte delle Istituzioni – ha abbracciato sempre più anche una dimensione territoriale, sviluppando un complesso di regole che garantisce crescita sociale ed economica a cittadini di gruppi linguistici diversi, impegnati a fornire ciascuno un proprio contributo originale al futuro di una terra comune”.
Una traiettoria perfettamente coerente con il procedere del progetto di integrazione europea, “nel quale l’amica Repubblica d’Austria e la Repubblica Italiana sono, insieme, direttamente impegnate”. “Dobbiamo essere consapevoli” concludeva Mattarella, “che in un mondo sempre più globalizzato soltanto il disegno europeo sarà in grado di rappresentare e di proteggere le nostre comunità permettendoci di continuare ad accrescere il nostro sviluppo sociale. Al di fuori di questo progetto non vi può essere, in realtà, per i popoli europei, né sovranità né indipendenza, bensì l’esatto contrario”.

Autore: Paolo Bill Valente