Anton Thaler e la chiesa di S. Giacomo

La vecchia chiesa di S. Giacomo è uno dei monumenti più rilevanti di Laives. Viene citata una prima volta in un atto notarile del 1237 nella frase “curia que jacet in Campoledro juxta ecclesiam sancti Jacobi de Cinte”. La curia di cui trattasi è il maso adiacente alla chiesa, mentre è noto che per molto tempo il paese di S. Giacomo, poi denominato anche “Unterau”, era detto Cinte o Schinte. Il termine, a quanto pare, deriva dal latino “cinctum” – ma non ne saremmo poi così sicuri. Potrebbe dunque darsi che in quel luogo, in un certo periodo anteriore all’edificazione della chiesa stessa, esistesse un altro edificio sacro o un castello cinto da mura.
A prescindere dall’atto in premessa, la chiesa probabilmente risale almeno al XII secolo. Cosa c’era prima non si sa. In quel periodo, i signori di Firmian / Sigmundskron esercitavano sulla stessa il diritto di patronato, ottenuto dai signori di Weineck. Ricordiamo che i Weineck (e precisamene Otto) risultano anche affidatari di Lichtenstein sopra Laives. Insomma una famiglia tra le più influenti dell’epoca.
La chiesa è dedicata all’apostolo Giacomo (il maggiore), a santa Barbara e a san Cristoforo. San Giacomo, tra l’altro, era il patrono dei pellegrini e ovviamente la via da nord per Roma passava proprio sotto la collina che ospita la chiesa.
Uno dei suoi curati più importanti e amati fu certamente Anton Thaler. Mantenne l’incarico dal 1910 fino alla sua morte nel 1936. Nella sua edizione dell’8 febbraio 1936, il quotidiano “Dolomiten” dedica una lunga e calorosa commemorazione al sacerdote defunto. “Al cimitero di S. Giacomo, da lui stesso realizzato, riposa da sabato primo febbraio il curato Anton Thaler, nel mezzo dei suoi parrocchiani a cui ha dedicato molte cure in vita e in morte”.
Gli abitanti di S. Giacomo lo piansero come un proprio padre. “Non avremo mai più un curato come Toni”, prosegue l’articolo. Per ben quattro volte la comunità intera si raccolse attorno alla sua bara esposta nella chiesa. Il funerale fu un evento memorabile. “Una cosa mai vista”, scrive il giornale.
Anton Thaler nacque a San Valentino in Campo (nel testo la frazione viene chiamata “Gombre”, fantasiosa italianizzazione tolomeiana di Gummer) il 19 marzo 1872, sesto di dodici figli. Studiò, come il fratello Josef, al liceo dei padri Francescani di Bolzano e fu ordinato sacerdote a Trento il 12 luglio 1896. Era di salute assai cagionevole ma non per questo si risparmiò nell’espletazione del suo ministero. Fu cooperatore a S. Pietro di Laion, Nalles, Cornaiano e Merano. Finalmente il 3 gennaio 1903 fu assegnato con questo compito a S. Giacomo, dove trovò una situazione molto precaria. “Mancava anche l’indispensabile”, scrisse. Si dedicò anima e corpo alla chiesa, che fece ingrandire, alla catechesi dei bambini e alla cura dei poveri e degli ammalati. La realizzazione del cimitero è una sua opera. “Prima di allora i defunti dovevano essere tumulati a Bolzano.”
Il tram tra Bolzano e Vurza comportò una notevole espansione della frazione di “Unterau”, e anche le esigenze ecclesiastiche aumentarono a dismisura. Thaler vi fece fronte con la solita passione e dedizione. “Non permise a nessuno di entrare nel regno dei cieli senza i sacri sacramenti”. Per corrispondere alle esigenze della popolazione, celebrava la santa messa in italiano e tedesco. La morte sopravvenne probabilmente a causa di un infarto. Anton Thaler, a cui oggi è dedicata la strada che porta alla “sua” chiesa, fu il quarto curato di S. Giacomo. Il primo, nel 1883, fu Daniel Ludwig, a cui succedettero Peter Senoner e Anton Rinner.

Autore: Reinhard Christanell

27 gennaio: per non dimenticare

Shoah è un termine ebraico che significa “tempesta devastante”: tale fu lo sterminio sistematico e organizzato del popolo ebraico da parte della Germania nazista e dei suoi alleati durante il secondo conflitto mondiale. Sterminio che portò all’assassinio di sei milioni di ebrei d’Europa tra il 1939 e il 1945. Il Giorno della Memoria è la ricorrenza internazionale per commemorare le vittime della Shoah; la data scelta è il 27 gennaio perché in quel giorno, nel 1945, le truppe dell’armata rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia.
La ricorrenza quest’anno viene celebrata nella nostra provincia con un fitto calendario di appuntamenti e cerimonie, poiché Bolzano è stata scelta quest’anno come “Città della Memoria 2022”.

Auschwitz è uno dei nomi che tutti associamo alla deportazione e all’orrore dei campi di concentramento, orrore con cui vorremmo confrontarci come qualcosa che, seppur terribile e inimmaginabile è in qualche modo lontano da noi. Ma non serve andare troppo lontano nel tempo e nello spazio per trovare i fili che, anche nella nostra provincia, ci legano a quell’orrore. Come noto, dall’estate 1944 e fino alla fine della guerra a Bolzano, in via Resia, fu attivo “il campo di transito” nazista, da cui passarono migliaia di prigionieri politici e deportati verso i campi di sterminio. Ma i fili della storia non passano solo per il campo di via Resia; l’orrore non indossò solo le divise naziste, ma ebbe anche il volto di burocrati, funzionari e vicini di casa pronti a fare la propria parte nella “caccia all’ebreo”. Basta guardare, tra gli esempi possibili, in via Leonardo da Vinci a Bolzano. Qui al civico 20 abitavano Renzo Carpi, rappresentate di generi alimentari con la moglie Lucia e i tre figli Alberto, Germana e la piccola Olimpia. La mattina del 9 settembre 1943, Renzo e il figlio Alberto, di 17 anni, saranno i primi ebrei in Italia ad essere arrestati dopo l’armistizio dell’8 settembre -armistizio che aveva portato alla rottura dell’alleanza italiana con la Germania e quindi all’occupazione da parte dell’esercito tedesco dell’Alto Adige. Un arresto che, come indicato dalla storica Cinzia Villani, si colloca all’interno di iniziative a carattere locale, che anticiparono gli ordini ufficiali da parte del regime nazista. L’ordine di catturare i “Volljuden” da parte del SS Brigadeführer Karl Brunner arriverà infatti solo qualche giorno dopo, il 12 settembre. Per quanto riguarda il destino dei Carpi, di li a qualche giorno anche le donne di famiglia saranno arrestate e deportate ad Auschwitz-Birkenau, da cui non faranno mai più ritorno. La piccola Olimpia venne uccisa ad Auschwitz il 7 marzo – pochi giorni dopo avrebbe compiuto quattro anni. A lei la città di Bolzano ha dedicato, in via Visitazione, un parco giochi. Dal settembre 1943 molti altri arresti seguono in tutta la provincia: come tristemente noto, il 16 settembre a Merano -dove in passato si era creata una fiorente comunità ebraica- vengono arrestate e poi deportate dai nazisti 22 persone – in base ad una lista fornita dalla polizia italiana. Tra loro c’è anche Fanny De Salvo con la figlia, la piccola Elena, malata di tubercolosi e uccisa all’arrivo ad Auschwitz nel 1944.

Ida Kaufmann e Martin Krebs a Ora

Come emerso da ricerche e testimonianze, con la rigorosa attuazione delle leggi razziali fasciste e i provvedimenti di espulsione degli ebrei stranieri nella provincia di Bolzano, dal 1938 diverse persone di origine ebraica si trasferirono dal capoluogo e da Merano ad Ora, che allora faceva parte della provincia di Trento. Qui fu possibile per alcuni condurre un’esistenza nell’attesa di ulteriori sviluppi, non troppo lontano dalle città di provenienza, fino al 1943, momento in cui anche la Bassa atesina ebbe i suoi deportati. La sessantenne Ida Kaufmann lavorava come segretaria presso la ditta Steinkeller. Viveva in una stanza in affitto ad Ora e conduceva una vita modesta. E proprio ad Ora viene arrestata il 15 settembre per essere condotta in carcere a Bolzano e quindi deportata e uccisa ad Auschwitz. Oggi, anche grazie all’impegno della Bildungsausschuss di Ora con Irene Hager e alle intense ricerche di Donatella Vivian, la città ricorderà Ida Kaufmann e a Martin Krebs, anch’egli arrestato ad Ora e ucciso ad Auschwitz nel dicembre 1944, con due “pietre d’inciampo”. Le pietre saranno inaugurate in una cerimonia commemorativa sabato 29 gennaio alle ore 10, presso la piazza principale del paese (nel rispetto delle regole vigenti sul Corona virus).

INIZIATIVE A BOLZANO

Tra il fitto calendario di iniziative segnaliamo gli appuntamenti del Remember Festival (vedi articolo nelle pagine seguenti) e la mostra “1938-1945 La persecuzione degli ebrei in Italia ” al Teatro comunale di Bolzano, lun – ven ore 16 – 20, sab – dom ore 10 – 18, fino al 25.02, ingresso libero, super green pass e mascherina ffp2 obbligatori.
La mostra al Museo civico di Bolzano intitolata“Oltre quel muro – La Resistenza nel campo di Bolzano 1944-45“, presenta invece per la prima volta i documenti inediti che testimoniano l’incessante attività clandestina che coinvolse centinaia di persone dentro e fuori il Lager di via Resia, in aperta sfida alle SS. Al Cinema Capitol, il 3 febbraio alle ore 20 verrà proiettato “Il Sudtirolo ebraico” una serie di filmati che documentano la persecuzione delle famiglie ebraiche in Alto Adige, quasi sconosciuta a molti fino ad oggi. Il 10 febbraio, al Teatro Comunale va invece in scena “Se questo è un uomo. Uno spettacolo di Valter Malosti dall’opera di Primo Levi”, con repliche fino al 13 febbraio.
La Biblioteca civica, oltre ad ospitare numerosi incontri, propone, insieme alle succursali, diverse letture sulla cultura ebraica tra arte, letteratura e storia. Per il calendario completo delle iniziative intorno alla giornata della memoria vedi: eventi.comune.bolzano.it

INIZIATIVE A MERANO

A Merano il Giorno della Memoria viene celebrato con una serie di manifestazioni capaci di coinvolgere tutta la cittadinanza.
Sabato 29 alle ore 20.30 in Sala civica lo staff della Biblioteca presenta il recital a cura di Matteo Corradini dal titolo “Tra il mare e la sabbia – La vita di Virginia Gattegno”; nata a Parma da famiglia ebrea, trasferitasi a Rodi nel 1936, nel 1944 dall’isola greca fu deportata a Auschwitz con tutta la famiglia. Virginia è sopravvissuta ed è l’ultima testimone veneziana della Shoah. Voci recitanti: Valentina Ghelfi e Matteo Corradini; fisarmonica e Glockenspiel: Riccardo Battisti. Mercoledì 2 febbraio ci saranno le repliche per le scuole superiori.
Sono state inoltre organizzate due visite guidate: domenica 30 alle ore 10.30 in sinagoga con Pietro Fogale, e lunedì 31 alle ore 14 Joachim Innerhofer porterà gli interessati nel centro della città alla ricerca delle tracce ebraiche a Merano; l’appuntamento è in piazza della Rena.
Fino al 31 gennaio è visitabile la mostra bibliografica in Biblioteca civica dal titolo “Shoah e memoria“, e al Centro per la Cultura gli scolari delle scuole medie G. Segantini e K. Wolf si metteranno a disposizione dei visitatori fungendo da guide alla mostra “Stelle senza cielo – I bambini e la Shoah”, dal museo Yad Vashem di Gerusalemme. Tutte le manifestazioni sono ad ingresso gratuito con green pass rafforzato e mascherina ffp2.

Autrice: Caterina Longo

Il passaggio dedicato all’artista May Hofer

È dal 13 giugno 2013 che lungo via Rosmini si trova in zona Museion il “Passaggio May Hofer”. Chi era e cosa fece? May Ottawa era nata l’8 settembre 1896 a Cybi, piccolo centro industriale presso Cracovia. Morto il padre Viktor, la madre si trasferì con la figlia a Pola. Scoppiata la prima guerra mondiale May frequentò per tre anni l’Accademia per l’arte applicata di Vienna, seguendo i corsi di tessuti di Rosalie Rothansis e di disegni di moda di Eduard Wimmer-Wisgrills. A Vienna conobbe il noto pittore e architetto dell’Accademia, Anton Hofer, originario di Bolzano; si sposarono a Vienna nel 1919. Anton Hofer decise di ritornare a Bolzano, dove il 21 marzo 1923 nacque il figlio Arno. Negli anni Venti May Hofer iniziò a Bolzano lavori in batik “su seta”; nacquero i primi arazzi a ricamo, mostranti immagini della terra slavo-polacca, la sua terra natia. Dopo anni di gestione della Pensione Belvedere a Miramare, May Hofer ritornò a Vienna seguendo all’Accademia il corso di ceramica a smalto del professor Nedbal e imparò la tecnica russa dello smalto a rete dalla moglie di Nedbal, l’ucraina Marika Dolnizka. Rilevato l’atelier di Emmanuel Fohn in un sottotetto di via Leonardo da Vinci, ne fece un ambiente in cui poté sviluppare la sua creatività, avente come riferimento il carattere popolare slavo, la mistica ortodossa, l’ambiente culturale ebreo-polacco. Realizzò una serie di mosaici intessuti, le cosiddette Textures di Limoges e Cloisonné. Dal 1964 partecipò a numerose mostre in Italia e all’estero. Dal 1972 al 1984 May Hofer viaggiò molto: Thailandia, Russia, Polonia, Israele, Bulgaria. Sono degli ultimi anni le opere in smalto, come i tabernacoli dello Jesuheim di Cornaiano e della Casa di Riposo di Castelrotto; per lo Schwesternheim di Fiè creò il quadro in smalto “Der gute Hirte”. Frutto dell’ultimo periodo creativo sono i tappeti-quadro. May Hofer morì a Bolzano il 3 maggio 2000, aveva 103 anni.

Autore: Leone Sticcotti

La musica da camera contemporanea del trio Tamayura

Tamayura è un termine del linguaggio poetico giapponese che indica qualcosa di molto prezioso ma di breve durata, giusto lo spazio di un momento; è anche il nome che un trio nato dall’incontro nella nostra regione di artisti con provenienza diversa, il cui disco, uscito proprio nell’anno della pandemia ha rischiato, a torto, di passare quasi inosservato, causa limitazione degli spostamenti e difficoltà nell’organizzare un’adeguata promozione a base concertistica.

Tutto è nato dall’incontro del sassofonista altoatesino Hans Tutzer con l’artista giapponese Karin Nakagawa, cantante, poetessa e in questo disco soprattutto musicista col suo koto, uno strumento a corda della tradizione nipponica che appartiene alla famiglia delle cetre. Tutzer, nato come batterista nella band giovanile degli Emphasis negli anni settanta, ma che è ora un apprezzato insegnante di musica, nonché membro di diverse realtà musicali come i Sax Four Fun e l’Ebnicher- Tutzer Project racconta così l’incontro con Karin Nakagawa: “Nel 2014 Karin ed io, che ancora non ci conoscevamo, siamo stati invitati a partecipare ad un workshop a Fiè, organizzato ogni due anni da Elisabeth Oberrauch. Si tratta di un’iniziativa durante la quale artisti, musicisti, attori vengono affiancati e si trovano a lavorare insieme per una settimana. Alla fine vengono presentati i vari lavori. Io sono stato sorteggiato per lavorare con Karin e abbiamo scoperto, oltre ad aver un grande affiatamento, che l’abbinata tra il suo koto e il mio sax soprano funzionava molto bene. Così è stato naturale decidere di continuare a sperimentare insieme”.
Karin Nakagawa, dal canto suo, pur essendo nata e avendo studiato in Giappone, negli ultimi anni è stata di base in Germania dove ha conosciuto il suo futuro marito, altoatesino: ecco spiegato l’arcano di come questa musicista che ha realizzato prestigiosi lavori approdando nel 2015 all’etichetta ECM, una delle leader per un certo tipo di musica jazz non tradizionale si sia trovata in Alto Adige. Il trio Tamayura si completa con il contrabbassista Paolino Dalla Porta, uno dei maggiori personaggi della scena europea nel suo strumento, nonché membro degli Oregon di Ralph Towner e Paul McCandless (ma i nomi inclusi nel suo curriculum potrebbero costituire una piccola enciclopedia del genere).
“Karin ed io – prosegue Tutzer – siamo andati ad un concerto degli Oregon a Bressanone, dopo lo spettacolo siamo andati a cercare i musicisti perché Karin aveva piacere di dare una copia del suo disco ECM a Towner, così abbiamo avuto occasione di parlare anche con altri del gruppo, tra cui Paolino, a cui abbiamo raccontato del nostro progetto come duo, è rimasto così ben impressionato che alla fine il duo è diventato un trio e nel giro di qualche settimana ci siamo trovati nel suo studio per provare!”.
Il disco è stato poi registrato all’inizio del 2018, in Germania, nello studio di Marco Ambrosini (anche lui del circuito ECM) che nel disco suona un’arpa tradizionale svedese parente stretta della viola d’amore oltre a figurare anche in veste di produttore insieme a Katharina Dustmann (che vi suona le percussioni).
Il risultato è un disco di notevole interesse, quasi interamente strumentale, eccezion fatta per alcuni interventi cantati dalla Nakagawa nel tipico stile vocale del Sol Levante: un perfetto equilibrio tra tradizione e jazz, una fusion non scontata che si lascia ascoltare come fosse un’attuale musica cameristica ricca di incredibili sfumature e passaggi, con brani composti da Tutzer e Nakagawa, in tandem ma anche per conto proprio o con altri partner, e con un brano firmato da Dalla Porta che nel disco è titolare con pieno diritto.

Dopo le registrazioni però, il disco è rimasto in stand by, un po’ per gli impegni di Dalla Porta e di Karin Nakagawa, un po’ perché Tutzer si è concesso il cosiddetto anno sabbatico e per un anno ha fatto un viaggio intorno al mondo. Al suo ritorno il Trio ha ricominciato a pensare a come pubblicare il suo lavoro. “Karin aveva da poco lavorato con una label norvegese che si chiama Losen Records, così abbiamo provato a rivolgerci a loro che sono stati ben disposti. Prima dell’uscita siamo anche riusciti ad esibirci una volta come trio in Umbria, ad un piccolo festival. Poi tutto si è bloccato, come tutti sanno. Il disco è uscito nel 2020, ma di promozione si è parlato solo nel 2021, quando Karin ed io abbiamo fatto qualche concerto in duo. Ora però si spera di poter riprendere il discorso e, se non ci saranno altri imprevisti, il 24 maggio siamo già in cartellone di nuovo con Paolino al Teatro Toniolo di Mestre.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Birti: una riqualificazione che divide

Il sindaco di Vadena Oberhofer difende il suo operato dopo l’accusa di aver modificato il piano di recupero elaborato dalla precedente amministrazione: “Lavoriamo nell’interesse dei cittadini”. L’opposizione: “Forte delusione”.

“Il nuovo progetto di riqualificazione di Birti? Non ha stravolto quello della vecchia amministrazione. Sarà solo sviluppato in maniera differente”. Il primo cittadino di Vadena, Elmar Oberhofer, rispedisce al mittente le accuse mosse dall’opposizione in merito alla mancata approvazione del Pdr deliberato nel settembre 2020 dalla Giunta dell’ex sindaco Beati. “Sono stati disattesi gli accordi presi”, tuona Sanka Jarcarova, capogruppo della Nuova Lista Civica di Vadena.
Parole alla quali si sono aggiunte anche quelle dell’associazione per la tutela dei beni artistici Italia Nostra: “Il piano precedente rispondeva ad un preciso indirizzo di riqualificazione urbanistica nel pieno rispetto della storia della frazione e con uno sguardo rivolto al futuro. Il nuovo studio invece non tiene in conto dell’esistenza delle antiche mura e del cimitero sotterraneo che vi insistono”, spiega Stefano Novello, presidente dell’associazione.
Un fuoco incrociato che sembra però non scalfire Oberhofer, che rimarca la bontà del suo operato: “Leggo molte accuse infondate nei confronti della mia Giunta. Non ci siamo inventati niente di nuovo e non siamo sicuramente degli sprovveduti. L’idea del parcheggio sotterraneo era presente anche nel precedente piano. Noi cerchiamo di portare avanti un progetto in cui crediamo e lo facciamo a favore di tutti i cittadini. La maggioranza crede fortemente in questa riqualificazione e i primi passi sono stati fatti”, spiega il sindaco.

Una nuova piazza a Birti
Il nuovo progetto di riqualificazione dell’area Birti, argomento sulla bocca della politica locale da ormai quindici anni, è stato elaborato dall’architetto Uwe Bacher e prevede la costruzione di una nuova piazza con annesso un viale comprendente un marciapiede alberato (con accessi ai condomini), illuminazione e 17 parcheggi pubblici. Tutto ciò sorgerà su una superficie di poco più di 2.000 metri quadrati. La Giunta, nel suo progetto, si è impegnata per cercare di creare armonia tra l’esigenza di modernità e la tradizione rappresentata dall’imponente campanile risalente al 1200. L’obiettivo è quello di far diventare la piazza un punto di ritrovo per i residenti, ma anche un polo d’attrazione culturale.
Ma quali saranno quindi i prossimi passi? Alla domanda risponde direttamente Oberhofer: “A breve contiamo di approvare il piano definitivo e successivamente acquisteremo i terreni mancanti. In molti dimenticano la fatica fatta per acquistare l’areale, visto che più volte abbiamo dovuto contrattare per il prezzo e riformulare tutti i contratti. Ovviamente svolgeremo al più presto anche gli studi attorno al campanile per individuare eventuali reperti archeologici e capire quale soluzione adottare per la creazione del parcheggio interrato”. Proprio quest’ultimo, da 30 posti auto, verrà gestito da una cooperativa. Stessa cosa dovrebbe accadere con il diroccato e pericolante edificio Teza: “Recentemente è stata costituita la cooperativa Nuova Birti che intende acquistare l’immobile per costruire nuove abitazioni. Come amministrazione spero che si possa trovare un accordo con l’attuale proprietario per completare il rilancio totale della frazione, unendo così i bisogni dei residenti con quelli di chi svolge attività rurali”, spiega il sindaco. I costi totali per il Comune saranno di circa 600mila euro, a cui bisogna aggiungere i costi già sostenuti per l’acquisto del terreno di circa 148mila euro.

Il sindaco di Vadena Oberkofler

L’opposizione: “Il mondo non finisce a Vadena”
Ma la delusione per la capogruppo Jarcarova è forte: “Se il piano di recupero della nuova amministrazione dovesse andare in porto, le differenze a livello qualitativo con quello della vecchia giunta sarebbero enormi. Sembra che la Giunta pensi che il mondo finisca a Vadena, ma non è così. Servono orizzonti più ampi e le scelte urbanistiche ricadono pesantemente sui cittadini e sulla collettività”. A dare fuoco alle polveri è stato anche il nuovo muretto di 18 metri di lunghezza costruito al confine dell’area con la futura piazza oggetto di recupero. “Ci chiediamo quanto sia compatibile un muro in cemento armato con una torre romanica. Non ci vediamo nessun amore e rispetto dell’amministrazione verso il proprio patrimonio artistico”, commenta Jarcarova, che contava in un intervento tempestivo delle forze politiche per bloccare la costruzione. Cosa non accaduta in quanto, come precisato dal sindaco Oberhofer, il muretto è stato costruito da un privato.

Autore: Alexander Ginestous

Il Karate e quella forza interiore che fa vincere

Trionfo per i ragazzi dello Shotokan Ryu Karate di Laives nella competizione “Trofeo città di Arsiero”, in provincia di Vicenza, svoltasi nei giorni scorsi. Marica La Placa, Patrick Veronese e Luca Beriotto hanno guadagnato il podio nella competizione, che ha raccolto quasi 300 iscritti: “Sono numeri al di sopra di ogni previsione e testimoniano il fatto che nei giovani agonisti di questa disciplina la voglia di fare sport è altissima, dopo uno stop di quasi due anni a causa della situazione pandemica. E’ stata una gara di ottimo livello, in cui abbiamo confermato i nostri buoni risultati” – ci ha raccontato Michele La Placa, appassionato allenatore dell’associazione di Laives, di cui è anche fondatore. Una passione trasmessa appieno ai suoi ragazzi e ragazze, che nel “Trofeo di Arsiero” hanno quindi portato a casa i seguenti risultati: Marica La Placa è medaglia d’oro nel kata femminile Senior, mentre nella sezione Juniores del kata maschile Juniores Patrick Veronese è medaglia d’oro e Luca Beriotto medaglia d’argento.

Vittorie che riempiono i giovani di soddisfazione, ma mai di presunzione, perché il karate è soprattutto una disciplina di pensiero e non di ostentazione di muscoli: non a caso il suo ideale è “vincere senza combattere”. Un insegnamento racchiuso anche nel significato della parola karate, composta da vuoto e mano: un vuoto inteso come mettersi al lavoro per fare vuoto dentro si sé, fare i conti con sé stessi e trovare quella fiducia che, accompagnata dalla calma, spiazza l’avversario. Alle olimpiadi di Tokyo 2020 il karate è stato inserito “come sport in prova”, ma purtroppo non è stato confermato per le olimpiadi di Parigi 2024. 

Nato come disciplina riservato agli uomini, ormai il karate è ampiamente praticato anche da molte ragazze. Ne abbiamo parlato con Marica La Placa, che ha respirato l’aria di karate fin nella culla: papà Michele infatti è il fondatore e presidente dello Shotokan Ryu Karate Laives ed è Maestro 5° Dan. Nata a Bolzano nel 1999, Marica può vantare una bella collezione di vittorie come karateka: nel 2012 si era già aggiudicata la coppa Italia; nel 2013 è stata vice campionessa italiana, campionessa del mondo e seconda al Grand Prix d’Italia. Ci racconta che, dopo un periodo di stop per motivi lavorativi, ora ha potuto riprendere a pieno ritmo con il karate a livello agonistico.

Vista la storia familiare, dedicarsi al karate era quasi in obbligo… come è nata in te la passione per questa disciplina? 
In realtà non mi hanno influenzata: prima di sceglierlo ho provato tanti altri sport, dalla pallavolo al pattinaggio, dalla danza classica all’arrampicata… solo che se ce l’hai nel sangue lo senti e non puoi che prendere questa strada. Mi ha spinto il gruppo – siamo molto uniti e per me è come una seconda famiglia: quando indosso il kimono mi sento a casa. E, certo mio padre ha saputo trasmettermi il suo amore per questa disciplina, gli si illuminano gli occhi ogni volta che parla di karate.

Quando hai iniziato?
A nove anni a Laives; abbiamo avuto vari cambi di palestra, ora ci alleniamo a Pineta, ma il gruppo è rimasto lo stesso, quello Shotokan Ryu Karate, nato oltre vent’anni fa, prima che io nascessi. Ho voluto provare con il mio gruppo di amiche di allora – loro col tempo se ne sono andate tutte, ma io sono rimasta.

Cosa ti dà il karate?
Sicurezza: per me è questo il karate, rispetto e sicurezza. E’ un percorso per migliorare il tuo io, che ti aiuta ad affrontare qualsiasi cosa. Praticandolo, ho imparato il rispetto per gli altri e per sé stessi.

Hai avuto difficoltà come ragazza?
No, nessuna difficoltà per il fatto di essere donna perché il karate è rispetto in tutto, quindi anche della parità tra i sessi. A proposito, c’è una cosa che mi riempie di orgoglio.

Di pure…
Tempo fa con lo Shotokan Ryu Karate mio padre ha offerto corsi gratuiti di autodifesa per le donne ed è stato belle vederle arrivare piene di entusiasmo e migliorare, imparare a sapersi difendere, un tema molto attuale oggi.

Come è stato in questi anni di pandemia allenarsi?
Abbiamo ripreso ad ottobre scorso dopo un lungo stop e non è stato facile perché l’agonismo richiede molta costanza e sforzo fisico: potenza muscolare, fiato, velocità e soprattutto devi essere concentrata, devi “esserci con la testa”, come si dice. Per fortuna la voglia di ripartire era tantissima ed in pochi mesi abbiamo recuperato alla velocità della luce.

Prossime sfide in programma?
Sicuramente il campionato italiano che si terrà a Rimini nel maggio prossimo e il Grand Prix d’Italia  che si svolge a dicembre in provincia di Monza.

Cosa ami fare quando non fai karate?
Nel tempo che rimane tra il lavoro e gli allenamenti mi piace stare in famiglia, con il mio ragazzo e la nostra gattina, leggere e naturalmente viaggiare!

Autrice: Caterina Longo

I primi 40 anni del club Est ovest

Sono trascorsi già quattro decenni da quel giorno in cui un gruppo di meranesi decise di dare vita a quella che sarebbe diventata una delle realtà culturali più attive dell’intera provincia: l’ost west club est ovest. “Abbiamo grandi progetti in mente per celebrare l’anniversario. Ma tutto dipende da come si evolverà la crisi pandemica”, spiega Giorgia Lazzaretto, una delle anime dell’associazione.

Giorgia Lazzaretto, non è certo il periodo più fortunato per celebrare il traguardo…
Direi proprio di no, purtroppo. Ma non ci perdiamo d’animo: il “compleanno” dell’ est ovest cade il 3 marzo; c’è ancora tempo, e speriamo tutti che la situazione possa cambiare. Ci piacerebbe organizzare diversi concerti di diversi generi musicali in diverse location della città. Le celebrazioni si terranno soprattutto, ma non unicamente, all’insegna della musica in tutto l’arco dell’anno, e come negli ultimi 40 anni il club riserverà un posto speciale ai musicisti sul proprio palco. E poi vorremmo riaprire le porte del country Club già in primavera.

In questo periodo siete aperti al pubblico?
No, non ancora, la sede è ancora chiusa. È troppo piccola, e le regole sono chiare: in questo periodo ci può stare al massimo una ventina di persone. 

Quanti soci contate?
Il numero preciso ancora non lo sappiamo, si aggira intorno ai 7 mila; sono tanti, ma sempre meno rispetto agli scorsi anni. Il Covid ci ha penalizzato parecchio, anche se adesso stiamo portando avanti una campagna per rinnovare le iscrizioni. Abbiamo fatto un’assemblea in presenza, ma stiamo promuovendo anche le iscrizioni online: basta collegarsi al sito www.ostwest.it

Siete in procinto di trasferirvi nella sede nell’edificio dell’ex Bersaglio, giusto? 
Non immediatamente: tutti i progetti sono quasi terminati, ma ci sono ancora dei problemi tecnici e di natura burocratica che non dipendono né dal Comune né dalla Provincia. Noi comunque continuiamo a lavorarci con costanza, e contiamo di inaugurare questo nuovo spazio nel giro di pochi anni. 

Come è andato il 2021?
Non abbiamo voluto demoralizzarci e abbiamo tentato di portare avanti il nostro lavoro nel miglior modo possibile e in alcuni casi anche in modo innovativo. All’inizio del 2021, ad esempio, è andato online il progetto Cow – culture in a box, dotato di una sua propria piattaforma digitale alla pagina www.cow-in-a-box.com
La serie si compone di tre formati (music, talk, town), ciascuno composto di quattro episodi. In una seconda stagione, partita nell’autunno 2021, sono stati realizzati ulteriori sette episodi. L’idea alla base di Cow è stata di mantenere viva l’offerta culturale anche durante la chiusura del locale, e allo stesso tempo fornire ad artisti e creativi culturali una piattaforma su cui avere la possibilità di portare avanti il proprio lavoro. Il progetto ha ricevuto un’eco molto positiva tra soci e spettatori. La prima stagione ha avuto un richiamo di oltre 15.000 visitatori sulla pagina.

Però in estate avete organizzato parecchi eventi in presenza di pubblico…
Sì, con la fine di maggio abbiamo aperto la residenza estiva del country Club: sotto rigide regole di sicurezza e con l’aiuto di numerosi volontari siamo riusciti ad organizzare circa 50 manifestazioni. Tra giugno e ottobre, poi, abbiamo organizzato ben 12 diverse manifestazioni musicali, 19 incontri letterari, 3 serate teatrali 3 Infocafé Femministi, 3 serate di discussione sui temi delle missioni di pace in Darfur, 2 serate di gioco con scacchi e watten e 2 Poetry Slam. 

LA STORIA DEL CLUB EST OVEST
Il 3 marzo del 1982 alcuni giovani meranesi della sinistra alternativa fondano l’Associazione per un centro giovanile e di comunicazione. La prima sede è in un garage di un condominio in via Schiller a Merano.
La realtà in cui nasce il sodalizio è ancora quella di un Alto Adige fortemente diviso tra gruppi etnici, che non condividono quasi nessuno spazio del tempo libero. All’epoca sono quasi assenti i centri giovanili che non siano legati alla vita parrocchiale. I giovani della sinistra langeriana cercano un’alternativa, un luogo dove trovarsi, non legato alle pratiche religiose, né vincolato agli schieramenti etnici. Nasce quindi l’associazione dichiaratamente apartitica, aconfessionale e multietnica.
Nei quarant’anni della sua storia il sodalizio ha cambiato più volte sede, passando dai Portici e altri garage nel quartiere Steinach, prima di approdare all’attuale sede di Vicolo Passiria, dove prima si trovava una Bottega del Mondo. Il sodalizio ha cambiato anche nome, diventando ufficialmente Centro per la Cultura e la Comunicazione ost west club est ovest. Si sono succedute varie gestioni e programmazioni, ma il centro rimane un importante punto di riferimento per la cultura indipendente a Merano e in tutta la provincia. Negli ultimi dieci anni circa l’associazione ha vissuto una crescita sostanziale e costante, frenata solo dalla pandemia.

Autore: Luca Masiello

Sei corde jazz a Merano

QuiIntervista a Paolo Bonvissuto. Nato in Piemonte ma di origini siciliane, cresciuto a Taranto la città dei due mari e meranese di adozione, Paolo Bonvissuto coltiva la passione della musica jazz da più di trent’anni. Suona una chitarra di liuteria che lo accompagna durante i suoi concerti, l’ultimo a Porto San Giorgio, in provincia di Fermo, al festival “Jazz al Castello”. Conta collaborazioni nazionali ed internazionali con musicisti come Ellade Bandini, Roberto Ottaviano, Claudio Fasoli, Ares Tavolazzi, Maurizio Giammarco e l’amico da poco scomparso Franco Cerri.

La cosa che mi piace di me. 
La curiosità.

Il mio principale difetto. 
Il perfezionismo. 

La volta che sono stato più felice.
Tre mesi fa, quando è nata Emma e sono diventato nonno.

Un libro da portare sull’isola deserta.
Il piccolo principe. 

La mia occupazione preferita.
Andare in moto e in bicicletta per esplorare posti nuovi. 

Il paese dove vorrei vivere.
Qui a Merano, dove mi trovo ora.

Il mio piatto preferito. 
Cresciuto a Taranto, direi… orecchiette e cime di rape.

Non sopporto… 
Negli anni ho sviluppato una dote rara: la pazienza!

La mia paura maggiore.
Perdere le persone care. 

Nel mio frigo non manca…
La Coca Cola, anche se non la compro per non berla tutta!

Se fossi un animale… 
Sarei un lupo.

Mi sono sentito orgoglioso… 
Quando mio figlio Mattia di soli 15 anni mi seguiva nei concerti jazz con la sua tromba. 

Il mio motto.
Comunque vada sarà sempre un successo.

Il capriccio che non mi sono mai tolto..
Suonare con Pat Metheny.

Il giocattolo che ho amato di più. 
Una roulette che mi regalò la mia mamma, quando ero bambino. 

Il dono di natura che vorrei avere. 
La capacità di sintesi.

La qualità che preferisco in una donna…
Il sorriso.

…e in un uomo.
La sensibilità.

Dico bugie solo…
Non le dico più. 

Dove mi vedo fra dieci anni.
In viaggio tra Merano e Lussemburgo, dove vive mia nipote Emma.

Il colore che preferisco.
Il blu. 

L’ultima volta che ho perso la calma.
Non me la ricordo.

Da bambino sognavo…
Ero un sognatore, volevo fare tante cose, praticare sport, studiare musica…

Autrice: Francesca Morrone

Via Fago: alla scoperta del Bunker H

Andiamo alla scoperta di uno dei luoghi più singolari della città di Bolzano. Ripercorriamo la genesi e poi – soprattutto – la riconversione del bunker di via Fago in uno spazio orginale ed esclusivo per le espressioni artistiche. Nel bunker H nel 2019 sono state anche effettuate alcune riprese con la star hollywoodiana William Defoe.

In via Fago, a pochi passi dal centro della città, c’è un luogo che può essere considerato un piccolo gioiello urbanistico che racchiude in sé storia, geologia, arte e mistero. Ed è forse quest’ultimo aspetto quello più affascinante. Perché in molti da ragazzini, almeno una volta, si sono ritrovati di fronte al cancelletto d’ingresso del famoso bunker al civico 14. Un vero e proprio labirinto di sette mila metri quadrati che si snoda dentro alla montagna del Guncina, fatto di corridoi profondi e silenziosi, modellati nel tempo dalla roccia lavica, e che veniva utilizzato come terreno su cui testare il proprio coraggio in sfide spavalde tra amici. Un “sottomondo” da esplorare, costruito in maniera artificiale dai soldati tedeschi nel 1943 durante la Seconda guerra mondiale. Gli scavi infatti sono stati condotti tramite l’uso di candelotti di dinamite che hanno disintegrato la roccia al fine di realizzare un rifugio antiaereo. Dopo essere stato utilizzato anche dall’esercito italiano, è rimasto per molti anni abbandonato finché è stato preso in gestione dalla Cooperativa Talia nel lontano 2013. “Quando lo abbiamo rilevato era in condizioni disastrose. C’erano oggetti bruciati, scritte lungo i muri, materiale per le messe nere. Ma sin da subito abbiamo capito il potenziale di questo luogo e abbiamo provato a convertirlo a favore della città e dei cittadini”, spiega Gino Bombonato, presidente della cooperativa. È così che è iniziato un faticoso lavoro di recupero: “Dopo aver esplorato l’intero bunker lo abbiamo sistemato per poterlo aprire al pubblico e alle visite guidate. Non abbiamo voluto toccare tutto però”, racconta Bombonato, riferendosi a delle particolari aree in cui nel tempo l’azione di Madre Natura ha permesso la formazione di stalattiti, stalagmiti e cascate calcaree che i gestori vogliono preservare dall’intervento dell’uomo. Così come il laghetto, che appare e scompare per uno strano fenomeno naturale senza spiegazione: “Un giorno è pieno d’acqua e quello dopo è prosciugato. E raggiunge fino al metro di profondità”, ci dice Bombonato abbozzando un sorriso.

Perché il Bunker H, così ora denominato, è questo: un posto incredibile, ma ancora poco vissuto dai bolzanini. Per questo la cooperativa hanno deciso di affidarsi alla cultura e all’arte per attirare al suo interno giovani ed appassionati. E attraversando il cosiddetto “corridoio a U” non si può che rimanere a bocca aperta. Quindici murales e graffiti creati dall’estro di diversi street-artists accompagnano il cammino verso nuovi spazi da scoprire: “Il bunker si è trasformato in una galleria d’arte. Le opere al suo interno seguono due filoni: uno classico dedicato ai miti greco-romani e uno ai miti norreni. Sono capolavori prodotti da artisti giunti a Bolzano da tutta Italia”, prosegue Bombonato. Ma in quelle sale – dove è così facile perdersi – la cooperativa organizza anche concerti, eventi di teatro, riunioni e set cinematografici. Nel 2019 il regista Abel Ferrara ha scelto il bunker come location per alcune riprese del suo film “Siberia”, con il celebre attore Willem Dafoe come protagonista. Recentemente è stato aperto il bando “Bunker Clip” per dare la possibilità a videomaker e musicisti di realizzare un video nella location di via Fago. I vincitori verranno svelati durante la serata conclusiva del progetto che si svolgerà ad aprile. Dentro al bunker, ovviamente.

Autore: Alexander Ginestous

Remember Festival: l’importanza di ricordare

Ogni anno, il 27 gennaio, tutti ricordiamo i tragici avvenimenti della Shoah e ci sforziamo di non lasciar sbiadire quella memoria così dolorosa, ma allo stesso tempo così importante. Il Centro Giovani Villa delle Rose dell’associazione La Strada-Der Weg, anche per la sua ubicazione nel Passaggio della Memoria, ha molto a cuore questa tematica e ogni anno si impegna a organizzare un Viaggio della Memoria e degli eventi aperti alla cittadinanza per mantenere vivo il ricordo e rammentare l’importanza di imparare dal passato. Il Remember Festival è un insieme di eventi che danno spazio a importanti testimonianze e alle riflessioni sul tema della memoria, la Shoah e il nazi-fascismo di ragazzi ed esperti.

Dopo alcuni spettacoli andati in scena il 26 gennaio il festival continua il 27 con la cerimonia di deposizione delle corone presso il monumento a Manlio Longon, al Monumento alla deportazione di via Pacinotti e al muro del Campo di transito di Bolzano, dove vengono letti dei testi preparati dai ragazzi. Nello stesso giorno, al Bunker H in via Fago (ore 20.30), i partecipanti al Viaggio della Memoria hannoo modo di farsi Testimoni di Memoria con delle restituzioni presentate attraverso i linguaggi che ritengono più consoni alle emozioni e alle riflessioni che sono scaturite in loro durante l’esperienza. Venerdì 28 alle ore 18 alla Biblioteca Civica si terrà quindi un dialogo tra alcuni esperti sull’esperienza di Bolzano durante l’occupazione nazi-fascista. Infine sabato 29 gennaio alle ore 20.30, presso l’Auditorium Rainerum, avrà luogo una conferenza con il docente Matteo Saudino, in arte Barbasophia, youtuber e divulgatore che dialogherà con Luca De Marchi sull’importanza di affrontare a scuola le tematiche della memoria.

Tutti gli eventi sono gratuiti e si può accedere liberamente fino ad esaurimento posti. è necessario esibire il Supergreen pass, nel rispetto delle normative vigenti. Per info e prenotazioni:
villadellerose@lastrada-derweg.org

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour