Marco Perrone: quando la musica è un affare di famiglia

Per chi bazzica, o ha bazzicato, la scena musicale bolzanina, quello di Marco Perrone è un nome che difficilmente risulterà sconosciuto, soprattutto a chi ha vissuto anni creativi e propositivi come quelli di fine Settanta, tutto il decennio degli Ottanta e quello dei Novanta.

Marco Perrone era un ragazzino quando insieme all’ancor più giovane Nando Nuresi si è ritrovato nella Stanza, una delle formazioni faro di quegli anni, al fianco di ragazzi più grandi intenti a creare un suono originale, riuscendoci. Da allora i gruppi si sono succeduti, Perrone è stato sempre un punto di riferimento sia all’interno di band con un suono autonomo e personale, sia in cover band come Westbound che al fianco di cantautori quali Davide Marciano: non solo, si è sempre distinto per la ricerca sonora e per aver creato un vero e proprio stile nell’ambito soprattutto di quello che un tempo veniva chiamato jazz-rock o prog ma che ora sconfina anche altrove.

Non ci stupisce quindi vederlo tornare proprio in questi giorni con un disco fisico, digitale, accreditato ad un Marco Perrone Project, registrato con turnisti pescati in rete e con qualche artista e amico locale, intitolato No Distance e nato dopo una gestazione particolarmente lunga.

“Sicuramente – ci racconta – all’origine di tutto il lavoro c’è un viaggio fatto ormai quasi vent’anni fa. Un viaggio reale, tangibile che poi si è sviluppato ed è continuato come viaggio interiore. Nel 2007, stavo attraversando un periodo un po’ tormentato, mi sentivo inadeguato, fuori luogo, ed ho sentito la necessità di stare con me stesso. Una possibilità era affidarmi ad uno psicologo, come alternativa ho deciso di partire, da solo, per un posto che non conoscevo, di cui non conoscevo nemmeno la lingua. Così mi sono ritrovato a New York, girandola in lungo e in largo, potendo confrontarmi solo con me stesso. È stato un viaggio importante, era anche la prima volta che salivo su un aeroplano; al ritorno raccontando questa esperienza a mia moglie sono uscite le prime idee per i contenuti dei brani che ora compongono il disco”.

A conferire al disco l’atmosfera familiare, oltre alla presenza di Daniela, moglie di Perrone, che si è occupata delle liriche, dei cori e molto altro, c’è anche la presenza in alcuni brani della preziosa e inconfondibile chitarra di Nando Nuresi, suo compare di pentagramma sin dall’adolescenza e poi via, via anche in gruppi chiamati Cela Aguai, Logo, DNA. Familiare, si è detto, ma non per questo poco professionale: Perrone mette in mostra tra le quindici tracce il suo gusto musicale, rimasto inalterato per tutti questi anni, maturato magari, ma intatto. Fusion, funk e prog colto si mescolano ricreando alla perfezione le suggestioni newyorchesi che stanno alla base del disco, il basso del titolare fa da filo conduttore, per le tastiere e gli arrangiamenti (orditi partendo dai suoi demo casalinghi che non smette mai di registrare ogni qualvolta le idee cominciano a piovergli addosso) si è avvalso dell’aiuto del musicista siciliano Gabriele Agosta, conosciuto via internet nel periodo del covid, come buona parte degli altri qui coinvolti.

“Pensa – prosegue –, che persino Evi Mair l’ho contattata tramite una piattaforma online in cui è possibile trovare musicisti e cantanti disponibili per progetti del genere. Non la conoscevo e solo dopo ho scoperto che viviamo nello stesso posto! Qualcuno ha collaborato dall’Argentina, qualcuno dagli Stati Uniti, soprattutto tutti sono bravissimi. In particolare però vorrei citare la mia amica Libby Byers, pittrice americana, bolzanina d’adozione. Purtroppo ci ha lasciati qualche anno fa, ma sono orgoglioso di essere riuscito a farle recitare il testo del brano Wandering in The Night, uno dei più suggestivi del disco, in cui si racconta di una lunga passeggiata notturna attraverso i meandri di Manhattan.”

Un’altra voce bolzanina presente del disco è quella di Francisco Belmondo Bridi, anche lui uno di famiglia per Perrone, più noto per i suoi trascorsi come armonicista blues e country: nel brano You Call Me Love, sfodera una voce insospettabile che calza a pennello per la musica, una voce intrisa di sfumature davvero inattese e profonde. Il viaggio di Perrone si alterna tra brani cantati e strumentali, snodandosi con gusto ed eleganza. Sotto il nome di Marco Perrone Project qualche traccia è rinvenibile su youtube, qualche altra su Spotify, ma il disco intero in forma fisica a Bolzano è disponibile tra gli scaffali di Musik Import e a Trento tra quelli della Viaggeria.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

L’antica origine delle “Part” di Laives

“Come ai tempi del fascismo”, titolava il Volksbote del 21 febbraio 1946 un lungo articolo sui “Gemeindeteiler” (campagne comunali) di Laives. Cosa aveva spinto il giornale, a solo un anno dalla fine della guerra e dalla caduta del fascismo, a usare toni tanto duri?

Per capirlo bisogna conoscere la storia dei “Gemeindeteiler” – ora chiamati semplicemente Toaler o Part – sin dalle loro origini. A metà del XVIII secolo, il noto commerciante bolzanino Menz aveva prosciugato per scopi agricoli il Bozner Neufeld nella piana di Bolzano. Questo spinse anche gli abitanti dell’Oltradige e della Bassa Atesina a chiedere la bonifica dei paludosi Möser. Perfino Maria Teresa d’Austria aveva esortato la popolazione a «provvedere quanto prima alla suddivisione e alla messa a coltura dei Möser». Nel 1769 le amministrazioni di Caldaro, Termeno, Caldiff, Egna, Magrè, Cortaccia, Cortina, Königsberg, Neuhaus e Bronzolo scrissero al Governo territoriale di Innsbruck dichiarandosi pronte a «mettersi subito all’opera». In un primo momento il suolo fu suddiviso tra i tre comuni di Caldaro, Termeno e Cortaccia; successivamente le singole particelle furono assegnate ai vari

richiedenti.

Questa iniziativa delle comunità dell’Oltradige risvegliò presto l’interesse anche di Lana, Terlano e Laives. La Leiferer Au (o Au dei Lichtensteiner, amministrata in nome del principe-vescovo di Trento) era da sempre un “deserto paludoso”, che non produceva altro che fieno, paglia, rane e – purtroppo – il celebre “morbo di Laives”, la malaria. Il nuovo impulso riformatore dato da Maria Teresa portò ora a chiedere la divisione dei Möser, divenuti coltivabili grazie alla realizzazione di numerosi canali di scolo e alla precedente regolazione dell’Adige, che aveva trasformato l’intera vallata.

Nel 1786, finalmente, il Governo territoriale di Innsbruck decise di assegnare le terre del vecchio Leiferer Moos ai contadini locali. Tuttavia il commissario competente, Johann Peter von Eyrl, propose di rendere coltivabili soltanto 50 Tagmahd (circa 15 ettari), imponendo ai contadini la coltivazione del granturco per due anni. 

La protesta fu immediata: i contadini insorsero e si recarono al municipio. Un’aspra lettera del consigliere Franz von Goldegg al Capitanato distrettuale chiedeva che si tenesse conto di tutti i proprietari di Laives muniti dei giusti presupposti di legge. Il capo distrettuale von Lutterotti inoltrò le proteste al Governo di Innsbruck, che il 3 aprile 1789 adottò una decisione definitiva: “A causa dell’indebitamento del Comune di Laives, parte del Leiferer Moos (da cui il nome Toaler/Part) dovrà essere venduta al miglior offerente; il ricavato dovrà confluire nella cassa comunale per estinguere i debiti”. Fin qui, tutto chiaro. I contadini che finalmente ottennero i terreni si misero subito all’opera e realizzarono le necessarie migliorie. Ma, contrariamente alla disposizione governativa, i Gemeindeteiler non furono venduti “al miglior offerente”: il Comune preferì affittarli a lungo termine, conservando così il proprio patrimonio. I contadini firmarono quindi contratti di locazione pluridecennali, simili a concessioni ereditarie, che permettevano il passaggio dei terreni da una generazione all’altra.

Dopo l’annessione all’Italia, anche le autorità fasciste mantennero i vecchi contratti – in genere della durata di dieci anni – aggiungendo però una clausola significativa: il contratto poteva essere rinnovato soltanto se il terreno era stato «ben coltivato». E chi decideva se la terra era stata lavorata adeguatamente? Naturalmente il podestà e i suoi funzionari comunali, che così ottennero mano libera. In questo modo, cercarono di sottrarre ai vecchi affittuari i terreni più preziosi per procedere a una nuova ripartizione a favore degli amici in camicia nera. La diatriba così innescata proseguì per anni, con numerosi colpi di scena, e si concluse definitivamente solo all’epoca del sindaco Eduard Weis con la definitiva vendita dei terreni agli assegnatari.

Autore: Reinhard Christanell

Inaugurata una scuola moderna e inclusiva

È stata una giornata di festa per tutti: alunni, insegnanti e amministratori. Dopo anni di attesa martedì 11 novembre è stato inaugurato il nuovo plesso scolastico di San Giacomo. Si tratta di una struttura moderna e inclusiva, visto che  ospita al suo interno la scuola primaria di primo grado in lingua italiana e quella in lingua tedesca.

Si tratta del terzo edificio scolastico sorto nella frazione di San Giacomo. La prima scuola triviale – come allora si chiamavano le scuole elementari, oggi scuole primarie di primo grado – fu infatti aperta nel 1804 e trovava posto presso la chiesa vecchia di San Giacomo, nella casa del sagrestano.
Nel 1874 fu inaugurato un nuovo edificio nel fondovalle, lungo l’allora via Imperiale del Brennero (oggi via San Giacomo).

La costruzione fu realizzata dal Comune di Laives con il concorso del Comune di Dodiciville, poiché già allora la scuola era destinata ad accogliere anche gli alunni provenienti dalla zona di Agruzzo. L’edificio, corrispondente a quello che oggi ospita i Vigili del fuoco volontari di San Giacomo e la Casa delle associazioni, rimase in funzione fino al 1967, anno in cui fu inaugurato un nuovo complesso scolastico.
Col passare dei decenni, tuttavia, il rapido e costante sviluppo demografico della frazione rese quest’ultimo edificio insufficiente: per diversi anni molte classi furono costrette a svolgere le lezioni in container provvisori.
Proprio per superare definitivamente questa situazione si decise di demolire la vecchia struttura e costruire un nuovo edificio capace di ottimizzare gli spazi, rispondere alle esigenze della scuola contemporanea e garantire una maggiore efficienza energetica e urbanistica. Il risultato è l’attuale plesso scolastico, di cui le scuole hanno preso possesso già in primavera, abbandonando i container in cui erano state temporaneamente trasferite durante la fase di costruzione. Si tratta di un edificio che può a buon diritto essere annoverato tra le scuole più moderne, funzionali e accoglienti della nostra provincia, perfettamente in linea con i principi della didattica e dell’architettura scolastica contemporanea.

Così come nel 1874, anche questo nuovo edificio è stato realizzato con il concorso del Comune di Bolzano, erede amministrativo di Dodiciville, per accogliere anche i bambini e le bambine provenienti da Agruzzo e dalla porzione di San Giacomo appartenente al comune di Bolzano. 

La scuola è dunque di proprietà condivisa tra il Comune di Laives e il Comune di Bolzano e anche i costi di costruzione sono stati condivisi: per circa un 50% essa è stata realizzata con fondi provinciali, mentre la restante. quota è stata finanziata insieme da Laives e Bolzano. 

La scuola, tuttavia, si distingue per un’ulteriore caratteristica del tutto particolare: ospita al suo interno la scuola primaria di primo grado in lingua italiana e quella in lingua tedesca, unendo due comunità scolastiche in un’unica realtà moderna.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Le armi africane di Rudolf Carl, barone von Slatin, donate alla città

Fra i numerosi oggetti di grande interesse per la storia di Merano, il Palais Mamming ospita una saletta tutta dedicata alle armi africane, lance, spade e una sella, appartenute a Rudolf Carl barone von Slatin e da lui donate alla città. Ma chi era questo personaggio? E quando giunse a Merano? Rudolf Carl Freiherr von Slatin, noto come Slatin Pascha, (Ober St. Veit presso Vienna 1857 – Vienna 1932), era un ufficiale austriaco ed egiziano, maggiore generale britannico, esploratore, governatore egiziano della grande provincia del Darfur nel Sudan turco-egiziano e ispettore generale nel Sudan anglo-egiziano.

Rudolf Carl Freiherr von Slatin come nacque come quarto figlio del commerciante Michael Slatin, che dall’ebraismo si era convertito al cattolicesimo, e della sua seconda moglie Maria Anna Feuerstein.  Alla morte del padre, nel 1873, Rudolf stava frequentando l’Accademia di Commercio di Vienna. Venuto a sapere che in quel periodo un libraio tedesco residente al Cairo cercava un assistente, il giovane decise repentinamente di interrompere gli studi e partire per l’Egitto. Con il suo principale ebbe modo di viaggiare e con il console tedesco Friedrich Rosset a Khartoum. Tra il 1874 il 1876 viaggiò attraverso il Sudan, dove conobbe Eduard Schnitzer, il futuro Emin Pascià.

Nel 1877 ricevette la chiamata alle armi dell’esercito imperiale austro-ungarico, dove prestò servizio come tenente nel reggimento di fanteria 19 intitolato al Principe ereditario Rodolfo. Su raccomandazione di Schnitzer, nel 1879 Slatin fu chiamato in Sudan da Gordon Pascià come ufficiale egiziano. Il Sudan era stato conquistato nel 1821 dai viceré ottomani d’Egitto. Slatin divenne ispettore finanziario e nel 1879 fu promosso governatore (mudir) della provincia di Dara nel Darfur. Nell’aprile 1881 Slatin fu nominato governatore (mudir umum) dell’intera grande provincia del Darfur dal Khedive Tawfiq e ricevette il titolo di Bey. Il fatto che Slatin, un “infedele”, governasse la popolazione musulmana suscitò indignazione e guerriglia. Il 23 dicembre 1883 anche Slatin cadde prigioniero del Mahdi Muhammad. Dopo undici anni di prigionia, riuscì a fuggire a fuggire con l’aiuto dell’Intelligence inglese. Il viaggio di 1000 chilometri attraverso il deserto durò tre settimane raggiungendo nel marzo del 1895 Assuan. Rientrato in Europa, scrisse una autobiografia della sua vita avventurosa in inglese e in tedesco che fu pubblicata nel 1896.  Nel 1899 Slatin fu elevato al titolo di cavaliere austriaco dall’imperatore Francesco Giuseppe I e nel 1906 allo status di baronale austriaco. 

Nel luglio 1914 incontrò a Vienna Alice, baronessa von Ramberg, di sedici anni più giovane di lui e la sposò. Due anni dopo nacque la loro figlioletta Anne. Purtroppo però, nel giugno 1921, Alice morì lasciandolo solo con la bambina.  Due anni dopo la morte della moglie, padre e figlia si trasferirono a Merano, a Villa Mathilde a Maia Alta. Qui vissero anni sereni ma un’operazione oncologica si concluse con la morte di Slatin. Slatin fu sepolto il 6 ottobre 1932 nel cimitero di Ober Sangt Veit con un funerale di stato.

Autrice: Rosanna Pruccoli

I videogames per studio

Lorenzo Tondo sta terminando i suoi studi in Game Development nei Paesi Bassi; sviluppa “giochi applicati”, videogiochi che hanno uno scopo che va oltre il solo intrattenimento. Ha fondato Novak Studios, un team di sviluppo che utilizza il gioco come vettore di innovazione, per mostrare anche in Italia che i videogiochi possono essere uno strumento serio e concreto, non una semplice “perdita di tempo”.

La cosa che mi piace di me.

Cercare sempre feedback su ciò che faccio e non accontentarmi del primo risultato.

Da bambino sognavo di diventare…

Sono sempre stato appassionato di giochi e videogiochi, quindi direi proprio lo sviluppatore di giochi!

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Sempre restando a tema, far vedere ai miei genitori che i videogiochi non fanno male, anzi.

Il luogo dove vorrei vivere.

Ho visitato Stoccolma qualche anno fa ed è diventata la mia città preferita, quindi direi lì.

Il mio piatto preferito.

Qua in Olanda dove vivo è popolare il “Kapsalon”, una specie di misto di insalata, carne e patate.

Non sopporto…

Chi vede un singolo punto di vista. Ci sono così tante buone idee al mondo, basta solo guardare un po’ oltre i confini.

Per un giorno vorrei essere…

In un paese dove faccia un po’ più caldo e non piova tutti i giorni.

Se fossi un animale sarei.

Un gatto. Il misto perfetto tra avventurarsi in giro sugli alberi e dormire tutto il giorno.

Sono stato orgoglioso di me…

Quando uno dei giochi che ho sviluppato ha vinto il premio di “Progetto dell’Anno” alla mia università.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Quando Unity (uno dei software che uso) mi ha “corrotto” i dati di un progetto.

Tre aggettivi per definirmi…

Creativo, testardo e amante dei rischi

Il mio film preferito.

Hamilton: An American Musical.

Il superpotere che vorrei avere.

Aggiungere una venticinquesima ora alle giornate sarebbe fantastico.

Il mio sogno ricorrente.

Continuare il lavoro che faccio ora anche dopo aver finito gli studi.

Il mio ultimo acquisto.

Un gioco, “Mini Metro”, lo consiglio.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

Qui in Olanda chiunque, senza eccezione, parla bene l’inglese. Questo rende molto più facile la vita.

Autore: Marco Valente

Funghi Champignon al forno con hummus

INGREDIENTI

Per i funghi impanati

500 g di funghi Champignon

2 uova a temperatura ambiente

pangrattato q.b.

grana grattugiato q.b.

sale e pepe q.b.

Per l’hummus di fagioli bianchi

400 g di fagioli bianchi precotti

succo di mezzo limone

1 cucchiaio di olio extravergine di oliva

2 pomodori secchi sott’olio

1 cucchiaio di acqua

PREPARAZIONE

Funghi impanati

Pulisci accuratamente i funghi Champignon eliminando ogni residuo di terra, quindi lavali e asciugali bene.

In un piatto fondo sbatti le uova con un pizzico di sale e pepe fino a ottenere un composto omogeneo.

In un altro piatto mescola pangrattato e formaggio grana grattugiato.

Passa i funghi prima nelle uova e poi nel mix di pangrattato e formaggio, assicurandoti che siano ben ricoperti.

Disponili su una teglia rivestita di carta forno.

Cuoci in forno preriscaldato a 180°C per circa 35 minuti, finché risulteranno dorati e croccanti.

Hummus di fagioli bianchi

Scola e sciacqua i fagioli bianchi precotti (se in scatola); puoi anche prendere altre varità di fagioli.

Trasferiscili in un mixer o in un contenitore alto e stretto.

Aggiungi i pomodori secchi, il succo di limone e l’acqua.

Frulla fino a ottenere una crema liscia e omogenea.

Versa l’hummus in ciotoline e completa con un filo d’olio a crudo.

Le atmosfere di Tacus

L’architetto e artista bolzanino Silvano Tacus ha saputo trovare presto la sua strada all’arte diventando una presenza irrinunciabile nel panorama artistico bolzanino. È stato a partire dal 2000 che ha provato il desiderio di cimentarsi nell’arte avvicinandosi all’acquerello e fu Pedro Cano (Blanca 1944) – uno tra i più grandi pittori spagnoli contemporanei per la tecnica dell’acquarello – il suo primo maestro. Guardando le opere di Tacus non vi sono dubbi che in Cano egli abbia trovato il fascino e il sentiero da cui partire per il proprio viaggio artistico.  

Affascinato dai giochi di luce e ombra, tacus cerca di restituirli sulla carta ritraendo i dintorni bolzanini. Molto interessanti sono gli acquerelli che ha dedicato ai castelli. 

Attraverso alcuni viaggi ebbe poi modo di approfondire la difficile tecnica dell’acquerello en plein air in zone dalle atmosfere molto diverse di quelle altoatesine, dove la luce calda si rifrange con effetti indimenticabili. Così, alla ricerca della luce, si è recato a Marrakech, Patmos, Cartagena, Blanca, Salonicco. In alcune località dell’Alto Lazio Tacus conosce il fascino dei giardini storici dove le piante si contendono lo spazio con gli antichi vasi o con le statue. A questo soggetto Tacus non solo riesce ad imprimere un patos particolare, un legame col passato, ma la sensazione per chi osserva queste opere è quella di trovarcisi all’interno pervasi dagli aromi delle erbe e dai profumi dei fiori. Da questa esperienza nascono le opere che furono esposte alla mostra collettiva a tema tenutasi a Villa Borghese a Roma.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Una visita agli stupendi portali romanici di Castel Tirolo

Una piacevole passeggiata dal centro del paese di circa venti minuti, vi condurrà attraverso un paesaggio interessante, fatto di vigneti e piramidi di terra fino alla zolla morenica di Castel Tirolo. Qui vi attende una affascinate scoperta. Oltre all’edificio stesso del maniero, e agli oggetti importanti esposti nel circuito permanente del Museo Storico della Provincia di Bolzano, il Castello avito dei Conti del Tirolo conserva due portali marmorei istoriati che devono essere visti e apprezzati. Si tratta del portale che dà accesso alla grande sala dei cavalieri e alla cappella.  

I due portali sono composti da numerose metope marmoree, scolpite ad altorilievo, che rappresentano un unicum nel territorio tirolese e un esempio eclatante di scultura romanica. Opera dei maestri comacini, sono la testimonianza di una collaborazione fra il committente, Mainardo II, e gli artisti al di là e al di sopra dei confini territoriali, culturali e linguistici. È molto probabile che Mainardo II Conte di Tirolo, abbia potuto apprezzare i bassorilievi presenti nella Basilica di San Michele a Pavia durante l’incoronazione dell’imperatore che lì aveva avuto luogo. E, a sua volta, abbia deciso di impreziosire il proprio castello con opere simili, incaricandone gli stessi scultori. I Maestri comacini (Magistri cumacini ) erano raggruppati in corporazione, fra loro c’erano professionisti specializzati come costruttori, muratori, stuccatori e artisti. Queste imprese erano itineranti e attive tra il VII e l’VIII secolo, nella zona tra il Comasco, il Canton Ticino e in generale la Lombardia.   

Il loro programma iconologico è incentrato su peccati e salvezza divina, in un’appassionante e continua lotta tra il Bene e il Male, dove il Bene è destinato a trionfare. Le immagini hanno quasi sempre una doppia valenza del linguaggio simbolico medievale: alcune figure, animali o vegetali, possono essere simboli di un messaggio e contemporaneamente del suo contrario. Per fare un breve esempio analizziamo il portale della cappella che è di qualità molto elevata e ogni bassorilievo è una grandiosa opera d’arte. Partendo dal basso del lato sinistro, si incontra la figura del centauro, simbolo del male, colto nell’atto di scoccare la sua freccia in direzione della raffigurazione del Cristo. Il riquadro appena sopra rappresenta Adamo ed Eva accanto all’albero mentre un serpente sta tentando Eva. Più sopra un agnello viene liberato dalle fauci del leone. Nella cornice esterna alla lunetta un diavolo munito di forcone ricaccia un dannato in un pentolone posto sul fuoco acceso. Più sopra due scimmie, simbolo del male, osservano ciò che sta avvenendo. Mentre nella chiave di volta la mano di Dio benedicente dà accesso la splendida rappresentazione della lunetta: la Deposizione del corpo del Cristo morto. Cristo è ancora sulla croce e Giuseppe d’Arimatea cerca di togliere i chiodi dalle mani mentre Simone da Cirene è pronto a raccogliere tempestivamente il corpo. Sul lato inferiore della lunetta sono rappresentati due arcangeli recanti il libro della legge. Una eterna lotta dunque fra simboli infernali e simboli sacri. Nella lunetta del portale della sala dei cavalieri invece è raffigurato Daniele nella fossa dei Leoni, ossia la storia biblica del profeta Daniele, che fu gettato fatto gettare nella fossa dei leoni dal re Dario, ma fu salvato miracolosamente grazie alla sua fede. La storia è diventata un tema artistico molto diffuso e un modo di dire per indicare una situazione di grave pericolo o difficoltà. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

La salute mentale? E’ un diritto!

In un lunedì mattina di ottobre duecento ragazzi e ragazze si sono ritrovati nel Teatro di Gries. è un numero che fa notizia, soprattutto in un momento in cui la scuola altoatesina fatica a garantire partecipazioni extracurricolari. Ma quel giorno, in quel luogo, c’era un’urgenza più forte: parlare di salute mentale. Con loro. Non solo di loro.

Il convegno, promosso da UNICEF Alto Adige e ASSB, si è presentato fin dal titolo come una presa di posizione: “La salute mentale è un diritto. Giovani, i loro bisogni e contributi (spesso trascurati)”. E già il sottotitolo valeva una dichiarazione politica. Perché sì, di salute mentale si parla (sempre più spesso, per fortuna) ma quanti davvero ascoltano i giovani, con attenzione autentica, senza soluzioni preconfezionate?

“Il 40% dei ragazzi ha un disturbo psichico. Ma solo il 6% è trattato” – ha esordito Hubert Messner, assessore provinciale alla salute. Numeri che fanno tremare. E che trovano eco nella voce della dott.ssa Francesca Schir, presidente dell’Ordine degli Psicologi dell’Alto Adige, che ha ricordato: “La salute mentale è un diritto… ma rischia di diventare un privilegio. Non possiamo permettercelo”. C’è chi si ritira dalla scuola, chi vive l’ansia come un compagno di banco invisibile, chi sente di dover “valere qualcosa”. E poi, c’è la solitudine. Una solitudine acuita da un mondo che corre, che promette tutto ma non dà radici. “Da una parte abbiamo tutte le possibilità del mondo – ha continuato Schir – dall’altra non ci siamo mai sentiti così soli”.

“CHIEDIMI COME STO”

Schir ha raccontato di una ragazza che un giorno le ha detto: “Qualche volta mi piacerebbe che qualcuno mi chiedesse come sto. E che mi ascoltasse. Senza già avere la risposta pronta.” È qui che si gioca la sfida educativa. Non sulle diagnosi, ma sulle relazioni. Sul diritto a esistere in un mondo che ti riconosca.

Un diritto che riguarda anche le famiglie, come ha sottolineato Liliana Di Fede, direttrice di ASSB: “La salute mentale è “normale”. Fa parte della storia di vita di molti di noi. Le famiglie si sentono in colpa, ma non dovrebbero. Mi sentirei in colpa per essermi rotto una gamba?” Tra gli interventi, anche quello vivace e interattivo di Lorenzo Tondo, che ha rovesciato una delle domande più gettonate tra gli adulti: “I videogiochi fanno male?” La risposta? Dipende. Dipende dal contesto, dalla finalità, dal modo in cui vengono usati.

“Immaginate un ragazzo di 16 anni, depresso. Per lui il gioco di ruolo può diventare uno strumento terapeutico, uno spazio protetto dove esplorarsi. E ci sono studi in psichiatria che lo confermano”. E se il linguaggio cambia, è bene ascoltarlo. Come hanno fatto Samy, Manuel e Andrea, tre giovani videomaker che hanno presentato un cortometraggio di grande impatto. “Ci siamo divertiti a realizzarlo” – hanno detto. Ma quel divertimento ha creato un velo di emozione oltre che gli applausi più sonori della mattinata.

Subito dopo: un podcast, un fumetto, dei cartelloni sul bullismo. Tutto frutto del lavoro delle classi dell’IIS Claudia de’ Medici. Spazi creativi, certo, ma soprattutto spazi di protagonismo. A conclusione della mattinata, la parola è passata alla rete dei servizi territoriali. Il dott. Michael Rainer, responsabile dello sportello Young+Direct, ha detto chiaro: “Il problema non è solo che pochi chiedono aiuto. Il problema è: dove sono tutti gli altri?”. Ci vuole coraggio a chiedere. Ma anche responsabilità, da parte degli adulti, nel creare un clima in cui chiedere non sia un atto di debolezza, ma di consapevolezza. Lo hanno ribadito anche le voci dello Jugenddienst Merano, del Forum Prevenzione, dello Streetwork Bolzano, dello sportello di consulenza psicologica scolastica, e infine della Garante per l’infanzia e l’adolescenza che hanno partecipato alla tavola rotonda conclusiva. Parlare di salute mentale non è una moda, né un lusso. È una questione di diritti fondamentali. E non solo per i “giovani fragili”, ma per chiunque viva in questo tempo confuso, dove futuro e incertezza sembrano sinonimi. In fondo, come diceva Winnicott, “esistiamo sempre in relazione con qualcuno”. La salute mentale non è una faccenda individuale: è il riflesso delle nostre relazioni, del tessuto sociale che costruiamo. Nessun convegno può risolvere tutto. Ma può ricordarci che la salute mentale non è solo un diritto da rivendicare, ma anche un dovere verso noi stessi, come dicevano i ragazzi in sala.  Un dovere che comincia con un gesto semplice: chiedere all’altro, senza fretta né giudizio, “come stai?” E restare lì, in ascolto.

Autore: Marco Valente