La strada dedicata a Giulio Pastore

In zona Agruzzo vi è, nei pressi di via Einstein, una via minore, intitolata a Giulio Pastore. Nato a Genova il 17 agosto 1902, già a dodici anni lavorò, rimasto invalido il padre per infortunio sul lavoro, alle Manifatture Lane di Borgosesia. Fu allora che fece l’esperienza di associazionismo giovanile cattolico; divenne presidente della Gioventù Cattolica della Valsesia.  Dal 1918 fu organizzatore sindacale; come tale fu segretario dell’Unione del Lavoro di Varallo. Nel 1920 organizzò il primo Convegno della GC e nel settembre 1923 quello della Federazione diocesana. Con l’avvento del fascismo non mancarono gli attriti con i fascisti della provincia. Nel dicembre 1924 fu nominato direttore del periodico locale “Il Cittadino”, la cui tipografia fu distrutta dai fascisti. Dopo un periodo di lavoro al Piccolo Credito Novarese, passò al Banco di San Paolo. Anche a Novara, dal 1927 al 1935, si impegnò nella GC. Nel 1935 si trasferì a Roma, come membro della Presidenza centrale della GC. Dopo il 1938 partecipò con gli ex dirigenti del Partito Popolare Italiano, in particolare con Alcide De Gasperi, alla preparazione di programmi volti ad assumere, crollato il regime, ruoli di responsabilità nella vita politica e in quella economico sociale. Dopo l’8 settembre 1943 partecipò alla progettazione del nuovo ordinamento sindacale; fu membro della direzione clandestina della D.C.  Il 30 aprile 1944 fu arrestato e rinchiuso a Regina Coeli. Liberato il 4 giugno, fu nominato nel direttivo del sindacato unitario, la CGIL. Dall’agosto1944 al febbraio 1946 fu segretario generale delle ACLI. Alla fine del 1945 lavorò con Amintore Fanfani nell’Ufficio studi e propaganda della D.C. Nel dopoguerra fu anche sindaco di Varallo. Nel 1950 fu tra i fondatori della CISL, il sindacato di ispirazione democratica di cui fu Segretario generale fino al 1958; in tale anno entrò nel governo Fanfani come  Ministro per lo sviluppo del Mezzogiorno e come tale rimase fino al 1968. Morì a Roma il 14 ottobre 1969.

Autore: Leone Sticcotti

Tutto il rione ha partecipato alla “castagnata di comunità”

Domenica 9 novembre La Rotonda, servizio della Cooperativa Sociale OfficineVispa, ha organizzato una grande castagnata di comunità, pensata per riportare vita, incontro e partecipazione in una piazza che negli ultimi tempi appariva sempre più vuota. 

La Rotonda, in via Alessandria 47B, nasce nel 2006 come servizio socio-culturale dedicato al quartiere, con l’obiettivo di coinvolgere gli abitanti in modo propositivo attraverso attività settimanali portate avanti insieme ai volontari. Per questa occasione, ciò che normalmente si svolge all’interno è stato spostato all’aperto, trasformando la piazza in uno spazio animato, caldo e accogliente. 

Alla realizzazione dell’evento hanno contribuito OfficineVispa e La Rotonda, in collaborazione con l’Associazione Vispa Teresa, Il Girotondo, Il Sorriso–Das Lächeln, Musicablu, Incontriamoci, COOLtour, con il supporto di Ipes e del Comune di Bolzano. Le attività proposte sono state molte e varie: giochi e animazione, un piccolo mercatino, balli di gruppo, tavoli di burraco e un coinvolgente drum circle aperto a tutti. 

Molto apprezzata anche la musica dal vivo dei ragazzi di Musicablu, che hanno cantato e suonato dando energia a tutto il pomeriggio. Non sono mancati gli spazi dedicati alla convivialità: caffè con banchetto informativo, castagne, popcorn e zucchero filato hanno attirato famiglie e curiosi. I più piccoli hanno potuto partecipare a laboratori creativi e all’apprezzatissima pittura sul viso. 

L’affluenza è stata sorprendente e ha superato ogni aspettativa degli organizzatori. Il feedback ricevuto è stato estremamente positivo: molte persone si sono dette contente e quasi stupite della vivacità della piazza. Alcuni residenti hanno commentato: “Finalmente fanno qualcosa anche per noi”, confermando l’importanza di offrire occasioni semplici ma capaci di far sentire tutti parte della stessa realtà. Proprio questo spirito ha reso la giornata ancora più significativa. Molti partecipanti hanno raccontato di aver riscoperto il piacere di incontrarsi senza fretta, condividendo un sorriso, una chiacchiera o un cartoccio di castagne fumanti.

La castagnata ha mostrato come, con poche risorse ma con molta cura, sia possibile rianimare uno spazio pubblico e renderlo un luogo vivo, sicuro e accogliente. È emerso chiaramente il desiderio collettivo di continuare a costruire momenti che rafforzino i legami e alimentino il senso di appartenenza. L’auspicio condiviso è che iniziative di questo tipo possano ripetersi, mantenendo accesa l’energia positiva generata durante questa giornata speciale.

Autrice: Salma Sammah COOLtour

L’inverno dell’accoglienza: il freddo e la gestione dei ricoveri

Simone Bracalente, responsabile Area Minori e Famiglie presso l’Associazione Volontarius, illustra il ruolo dell’InfoPoint nella distribuzione dei posti letto nei ricoveri notturni invernali messi a disposizione dalla Provincia per le persone senza dimora e riflette su come la situazione si è evoluta negli ultimi anni.

Che ruolo ha la Volontarius nel gestire l’accesso ai dormitori invernali?

Il nostro ufficio InfoPoint, in via Raiffeisen 5, gestisce e coordina tutti i ricoveri notturni invernali, insieme agli enti gestori. Ha inoltre il compito di raccogliere le registrazioni per gli inserimenti in lista d’attesa e inviarle a tutte le strutture aperte sul territorio. È anche un ufficio aperto alle donazioni di coperte da parte della cittadinanza. 

Come si presenta la situazione quest’anno? 

Alcuni comuni hanno adottato criteri diversi da quelli indicati dalla Provincia per l’accesso ai dormitori invernali. Dopo venticinque anni in cui a tutti era garantito un posto letto, ora è richiesto un documento valido per soggiornare in Italia; questo cambiamento è stato probabilmente dettato dal fenomeno che abbiamo osservato nell’ultimo biennio: l’arrivo di persone sul territorio appositamente per l’accoglienza notturna invernale. Al momento solo Brunico ha ancora disponibilità e la Provincia sta valutando come facilitare gli spostamenti verso i vari ricoveri. Solo monitorando le presenze si capirà se le persone resteranno o si sposteranno altrove quando i posti finiranno.

Qual è una delle principali problematiche che state riscontrando? 

Il nostro territorio offre tante opportunità di lavoro, ma molto spesso inseriamo nei ricoveri notturni invernali persone che hanno regolare contratto di lavoro e che hanno difficoltà ad accedere al libero mercato della casa. Gli alloggi per lavoratori e lavoratrici sono pieni e quindi spesso si occupano posti letto in dormitori aperti per le persone senza dimora sprovviste di un lavoro. Probabilmente c’è da fare una riflessione più ampia: la problematica rientra nella questione del mercato abitativo. È una situazione difficile e se pensiamo a questa fascia più fragile è chiaro che le difficoltà aumentano.

Chi sono oggi le persone che richiedono un posto letto? 

L’Alto Adige è un territorio di transito per persone che arrivano dal Nord Europa. Ci sono persone che arrivano o tornano perché sanno già il tedesco e quindi non devono ripartire da zero. A questo si aggiunge la migrazione interna: persone che d’estate lavorano al sud, dove trovano occupazione e alloggio, e che, con la riapertura della stagione invernale o della raccolta delle mele, tornano in Alto Adige.

Il vostro ruolo è cambiato?

Mentre prima si poteva dare accesso a chiunque, ora è più complesso. Bisogna esaminare i documenti in possesso delle persone e decidere chi può o meno accedere a un ricovero notturno. L’InfoPoint è un osservatorio importante che, facendo parte della rete, presenzia ai tavoli tecnici che a loro volta informano la politica; pertanto ha la possibilità di condividere dati preziosi per innescare processi di cambiamento e indurre le Istituzioni a fare scelte più lungimiranti.

Autrice: Anna Michelazzi

Senza confini

Sono ormai più di 7 anni che sul nostro giornale trovate uno spazio di riflessione che cerca di andare al di là dei muri, degli steccati, dei cancelli che spesso noi stessi ci siamo posti e ci poniamo, nella nostra bella terra fra i monti, con lo scopo consapevole o inconsapevole di frenare i nostri vicendevoli incontri. Come spesso accade si tratta di bastoni tra le ruote che finiscono per diventare una zappa sui piedi. Gli esempi di ciò sono innumerevoli, non per niente questa rubrica prosegue imperterrita dal 2019, seguendo man mano ricorrenze e attualità, locale o non. 

Nello specifico in questo numero Paolo Bill Valente prende le mosse dal dibattito, stucchevole, che nei giorni scorsi ancora una volta ha messo in discussione il tasso di “italianità” del nostro super campione del tennis (e del fair play) Jannik Sinner. 

Il modo con cui il giovane tennista sta gestendo questo delicato (?) aspetto delle sue relazioni pubbliche è straordinario. Basso profilo, sorrisi e parole sempre e assolutamente misurate sono state da lui spese anche in questo caso, alimentando la sua ormai leggendaria fama di sportivo mai sopra le righe e quindi sempre incredibilmente in grado di rispettare tutti.

La questione, oziosa, riguarda l’identità di Jannik. Italiano? Tedesco? Sudtirolese? Oppure – in quanto star mondiale di uno degli sport più pagati del mondo – cittadino per interesse di uno dei paradisi fiscali in Europa? 

Il successo di Sinner è planetario quanto la sua capacità di gestirlo. Al punto che – al netto di qualche triste eccezione nel panorama mediatico italiano – anche gli Schützen nei giorni scorsi nel criticarlo in realtà hanno lanciato un segnale davvero importante nell’ottica della relativizzazione dei confini che ci sta tanto a cuore e che Paolo Bill Valente richiama nella sua rubrica, che vi invito a leggere. 

“Proprio tu, che viaggi tanto nel mondo, sai bene che apertura e diversità non sono una debolezza, ma una forza”, hanno scritto i cappelli piumati dopo aver criticato il pusterese reo di aver detto di essere contento di essere nato in Italia e non in Austria. 

A nostro avviso Jannik intendeva di essere contento di essere sé stesso, ovvero essere nato a San Candido, un comune che fa parte di una provincia europea felicemente autonoma e pacificata, a due passi da un confine che oggi non è oggettivamente un problema per quasi nessuno di noi.

Autore: Luca Sticcotti

Abitare: giovani e famiglie sono fuori mercato

Affitti che salgono, stipendi che… restano fermi. In Alto Adige la casa per alcuni è diventato un tormento: studenti costretti a cambiare di continuo stanza, giovani coppie con un tempo indeterminato che “non basta più”, nuovi arrivati che pagano di più per stare peggio. La domanda che risuona potrebbe essere: vogliamo città belle per pochi o quartieri vivibili per tutti?

Non è solo una questione di mercato. L’Onu parla di diritto a “un alloggio adeguato” come parte del diritto a una vita dignitosa. In poche parole, avere “una casa” non è un premio per i migliori, non è appannaggio di chi sta in Serie A, ma un diritto sacrosanto.

Eppure la percezione è che, senza eredità o qualche altro tipo di spintarella, il biglietto d’ingresso stia diventando proibitivo per i più.

I numeri, quando sono chiari, parlano. In Alto Adige, secondo Astat ed Eurac, più di una persona su tre dice che le spese abitative mettono in crisi il bilancio familiare: è il contesto quotidiano in cui si muovono studenti, giovani coppie, lavoratori stagionali e nuovi residenti. Secondo il portale Idealista, in Alto Adige servono 9,3 annualità di stipendio per acquistare casa; già nel vicino Trentino gli anni si abbassano a 6,5. È anche il motivo per cui tanti progetti di vita (figli, formazione) si decidono guardando prima la rata o il canone e solo dopo il resto. Nel 2024 si sono stati meno permessi di costruire e un crollo delle opere ultimate. Tradotto: arrivano meno case sul mercato, e quelle poche tengono i prezzi rigidi. E alti. Intanto, però, il turismo vola: 37,1 milioni di presenze nell’ultimo anno e un’intensità di 18,8 ospiti ogni 100 abitanti. Bene per l’economia, certo; ma gli appartamenti diventano terreno conteso.

Cosa fa la politica?

Edilizia sociale Ipes, convenzionata per il ceto medio, canoni calmierati per chi affitta lungo, qualche freno agli affitti turistici dove la pressione è più forte. Il punto, oggi, è far funzionare (e in fretta) ciò che già c’è. Anche perché l’idea che bastino incentivi o mutui agevolati a sistemare tutto è, da sola, illusoria. L’economista Mirco Tonin lo ha detto con chiarezza su salto.bz (4 novembre): se non cresce l’offerta, i sussidi tendono a spingere i prezzi e a favorire i proprietari; servono più case e un vero piano per l’affitto, non solo accordi con le banche. 

Per chi riesce ad accendere un mutuo, gran parte della vita ruota attorno alla rata: lavoro il più stabile possibile, meno libertà di scegliere o cambiare, progetti familiari appesi. Ma quanto è sano un sistema in cui la casa decide tutto il resto?

C’è un pezzo dell’abitare che spesso non si vede: quello che unisce casa, salute e vicinato. Il progetto Genea Plus aveva puntato su questo. Oggi Reinhard Mahlknecht (Croce Bianca) ricorda due idee ancora importanti: i posti letto di cure intermedie (letti temporanei per chi non ha più bisogno di ospedale ma non è ancora pronto a stare da solo a casa) e uno studio medico dentro il quartiere. “Sono obiettivi che ora l’Azienda sanitaria realizza anche con il PNRR; nel nostro cronoprogramma sarebbero già dovuti essere attivi e oggi sarebbero urgentemente necessari”.

Intanto l’esperienza di Genea ha spostato l’attenzione lì dove viviamo: a casa. “Stiamo cambiando l’assistenza agli anziani che restano al domicilio: servizi che vengono a casa, orari flessibili, un telesoccorso più semplice e sicuro, accompagnamenti e visite di volontari”. Un esempio concreto è Vivacare, partito da poco.

In poche parole: se l’abitare è anche prendersi cura, servono luoghi di supporto vicino a casa e aiuti flessibili che arrivano a domicilio.

Vivere assieme con il cohousing

E l’abitare collaborativo? Teresa Pedretti, direttrice di Irecoop, riavvolge il nastro: “Nel 2017 qui si sperimentava un cohousing con giovani che, in cambio di un affitto molto basso, restituivano tempo al quartiere. Da allora le pratiche si sono moltiplicate in Europa, ma ogni territorio deve trovare la sua ricetta”. La cosa comune a tutte? “Politiche che ci credono davvero, che trattano la casa come una componente centrale della vita delle persone”. Gli ostacoli, nelle nostre province, non sono solo normativi: “Manca spesso il coraggio pubblico di studiare, provare e soprattutto monitorare le sperimentazioni. L’abitare è complesso: sociale, culturale, economico. Serve capire cosa migliorare, non limitarsi ad avviare e poi dimenticare”. E dal lato dei cittadini non aiuta la confusione delle parole: “Si parla di co-abitazione senza un linguaggio condiviso sulle forme e sugli obiettivi”.

Si può fare in città, a Bolzano o Merano? “Più che possibile, doveroso – dice Pedretti –.  Non solo per i prezzi, ma perché troppi giovani se ne vanno. I fattori che trattengono sono sempre due: lavoro e casa. Il lavoro c’è; la casa rischia di diventare un’emergenza anche per i redditi medi”. Il ruolo della Provincia, in questo quadro, non è decorativo: avviare, supportare e monitorare “player” differenti (anziani, giovani, misti) senza confinare la coabitazione alla sola risposta all’emergenza.

E qui arriva il punto forse più concreto: “Quando le persone si candidano a coabitare sono individui soli; la prima necessità è costruire una comunità. Non credo alla sostenibilità nel tempo di progetti basati su valori astratti: coabitare è faticoso. Regge se c’è un obiettivo comune: crescere i figli con più servizi, dividere costi che da soli non si reggono, ottenere servizi specifici. La formazione serve se aiuta a definire scopi condivisi, non se resta teoria.”

Che cosa si potrebbe fare

Sul fronte “offerta”, dunque, l’orizzonte è duplice e molto pragmatico. Da un lato sbloccare alloggi a canone lungo con regole semplici perché senza case il resto è retorica. Dall’altro, attivare piccoli esperimenti di co-abitazione in immobili esistenti, dove i gruppi sono accompagnati davvero: se funziona, bene; se non funziona, si adatta. In mezzo, c’è l’ordinaria manutenzione: la rigenerazione urbana, per esempio. Dove anche gli spazi hanno bisogno di una conversione, di cura, per permettere al quartiere di appropriarsene. Forse la domanda giusta è ancora la più semplice: l’abitare è un privilegio o un diritto che vogliamo rendere veramente reale? Se scegliamo la seconda risposta, c’è da sperimentare, anche a costo di sbagliare, e guardare la città dagli occhi di chi sta ai margini.

Autore: Marco Valente

Gestire i pericoli naturali con il cambiamento climatico

Sono trascorsi sette anni da quel giorno di fine ottobre in cui la tempesta Vaia si abbattè sull’Alto Adige con raffiche di vento che raggiunsero i 130 chilometri orari e sradicando migliaia di alberi: in totale in quell’occasione furono danneggiati circa 5900 ettari di bosco, pari all’1,7 per cento del patrimonio forestale altoatesino. Oggi la zone di Aldino, Nova Levante e Nova Ponente sono oggetto di studio da parte degli esperti affinché certe catastrofi possano essere evitate.

Esattamente sette anni fa oltre 2000 ettari di bosco nella zona intorno al Passo di Costalunga furono danneggiati dalla terribile tempesta Vaia. Grazie al coordinamento delle operazioni di rimozione e alla sinergia tra autorità, aziende e proprietari boschivi, recentemente è stato possibile portare a termine i lavori rapidamente e senza ulteriori danni. “L’Agenzia per la Protezione civile è partner del progetto X-RISK-CC, che in collaborazione con altre dieci istituzioni dell’arco alpino si occupa dell’adattamento agli effetti degli eventi meteorologici estremi legati al cambiamento climatico”, spiega Willigis Gallmetzer, direttore del Centro funzionale provinciale dell’Agenzia per la Protezione civile. 

Aldino, Nova Ponente  e Nova Levante 

In particolare, ad essere oggetto di studio è l’area colpita dalla tempesta Vaia ricadente nei territori comunali di Aldino, Nova Levante e Nova Ponente: proprio in questi Comuni l’Agenzia per la Protezione civile ha organizzato tre workshop ai quali hanno partecipato – oltre al personale del Centro funzionale provinciale, dell’Ufficio Meteorologia e prevenzione valanghe, dei Bacini montani e del Servizio forestale – anche rappresentanti delle amministrazioni comunali, delle organizzazioni di soccorso, delle organizzazioni turistiche e dei gestori di servizi essenziali. 

Sulla scorta dell’analisi dell’evento passato e delle proiezioni future in materia di fenomeni estremi, sono state approfondite tutte le tappe della gestione del rischio, dalle fasi di prevenzione e preparazione fino ad arrivare al superamento e alla ricostruzione, individuando contestualmente i settori che necessitano di miglioramento. 

Aggiornare i piani di pericolo

Da un confronto interdisciplinare, teso a definire misure concrete per affrontare al meglio gli scenari futuri, è anche  emersa la necessità di aggiornare i Piani delle zone di pericolo tenendo conto dei cambiamenti climatici, migliorare la comunicazione e introdurre un sistema di allerta precoce in caso di previsioni di eventi estremi.

La partecipazione al progetto di tutti i rappresentanti del territorio permette di sviluppare piani d’azione mirati per la gestione futura dei pericoli naturali, che andranno oltre i confini dei tre Comuni e fungeranno da modello per l’intero Alto Adige e l’area alpina.

L’Agenzia per la Protezione civile è partner del progetto X-Risk-Cc (“How to adapt to changing weather eXtremes and associated compound RISKs in the context of Climate Change”, in italiano “come adattarsi ai cambiamenti climatici estremi e ai rischi ad essi associati”). 

Il partner principale è il centro di ricerca Eurac Research; il progetto è finanziato dal programma Interreg Alpine Space 2021-2027.

Autore: Luca Masiello

Nulla è scontato. E la forza sta nelle differenze

Quando si esce dalla stazione centrale di Vienna, la prima piazza che si attraversa è dedicata all’Alto Adige: Südtiroler Platz. Il nome fu assegnato nel 1927 per ricordare il distacco del Sudtirolo dal resto del Paese e come gesto di solidarietà verso una popolazione esposta al nazionalismo del regime fascista.

L’Alto Adige, in realtà, non ha mai fatto parte della Repubblica austriaca. Ha però condiviso pienamente, per quasi sei secoli – da quando la contessa Margherita cedette il Tirolo ai duchi d’Austria – il destino dei territori legati alla corona asburgica.

Oggi chi esce su piazza Alto Adige a Vienna trova una stele rossa che racconta la storia dell’autonomia. Durante l’inaugurazione – il 13 ottobre, a 65 anni dalla risoluzione dell’ONU che invitava Austria e Italia a trovare un accordo – il presidente Arno Kompatscher, insieme al suo omologo viennese Michael Ludwig, ha sottolineato come la stele “vada oltre la classica narrativa vittimistica dell’Alto Adige”. “Racconta la nascita di un’autonomia e mostra come sia possibile superare i conflitti di confine, come si possa rendere concreta una convivenza pacifica.” Non è stata la violenza a prevalere in Alto Adige, ma lo Stato di diritto e la diplomazia. “Questa stele – ha aggiunto Kompatscher – ci ricorda che autonomia e pace non sono scontate, ma richiedono un impegno e un’attenzione costanti.”

Che non si tratti di percorsi scontati e di traguardi acquisiti una volta per tutte lo dimostrano anche le recenti cronache legate a Jannik Sinner. Non passa giorno senza che il ragazzo di Sesto venga interrogato sulla sua “italianità” – a conferma del fatto che molti dei paladini della Costituzione italiana non ne hanno mai letto oltre i primi cinque articoli.

In un’intervista televisiva, Sinner ha affermato di essere felice di essere nato in Italia e non in Austria o altrove, perché dell’Italia apprezza le differenze culturali (“la tutela della diversità”, leggiamo anche sulla stele viennese…). Una tirata d’orecchie, per quanto garbata, gli è arrivata dal comandante degli Schützen, Christoph Schmid. Pur esprimendo disagio per le parole di Sinner (che, in realtà, non ha detto di essere contento di non essere austriaco, ma semplicemente felice di essere nato in Italia), anche Schmid riconosce che “apertura e diversità (Vielfalt) non sono una debolezza, ma una forza”, e che tutti abbiamo la responsabilità di vigilare sulla “consolidata diversità culturale” della nostra terra.

In un mondo che sembra muoversi nella direzione opposta, la tutela delle diversità è un messaggio tanto più necessario. In Europa, in Medio Oriente, in tutto il pianeta.

Autore: Paolo Bill Valente