Un autunno con pochi, ma sugosi, intingoli

Un po’ come nel mondo della ristorazione, che tra fine ottobre e i mercatini di Natale se ne va in vacanza, anche per il mondo musicale sembra riflettersi il trend della cosiddetta stagione morta. Se gli albergatori probabilmente si accodano al cliché della cosiddetta “settimana sharm”, dalla nota località sul Mar Rosso gettonata in questo periodo per le sue temperature estive, i musicisti se ne stanno semplicemente in letargo, magari sfruttando il momento per creare e comporre.

Tra le uscite della stagione, segnaliamo il nuovo singolo del team A_Phan & FRNRKE, un duo viennese con metà dei piedi ben piantati in Alto Adige, visto che le corde vocali a cui la nuova canzone, Blooming, si affida sono quelle della bolzanina Erika Farina, che nella denominazione del duo appare con le lettere del suo codice fiscale.

Figlia d’arte, Erika risiede da tempo nella capitale austriaca – dove il duo si esibisce abbastanza regolarmente – ed ha dato via al connubio artistico con A_Phan, suo compagno anche nella vita, alcuni mesi fa. Dopo un primo criptico singolo, in verità non abbastanza esplicativo riguardo a quali fossero le loro intenzioni in campo musicale, i due artisti con Blooming (è possibile ascoltare la canzone su bandcamp o altre piattaforme) ci offrono una bella dimostrazione del loro potenziale, con un brano convincente al 100%. Non vi diremo chi sono i genitori di questa cantante, ma immaginiamo non farete troppa fatica a scoprirlo, diremo solo, a ragion veduta, che buon sangue non mente.

Rimanendo nell’ambito delle voci femminili, il colpo gobbo della stagione è sicuramente quello di Anna Carol, che dopo il buon riscontro del nuovo disco uscito in primavera, a rimorchio della partecipazione al concerto romano del Primo Maggio, sta mettendo a frutto la visibilità ottenuta in quella kermesse. Sembra che questo possa essere l’anno del suo lancio in grande stile e a indicarlo c’è il nuovo singolo Invece di stare con te, inciso sotto la produzione di Federico Dragogna (che lo scorso anno si era occupato del debutto di un’altra bolzanina, Tessa Kai) e condiviso col cantautore Dente, apprezzato artista che calca le scene italiane da ormai una ventina d’anni. All’insegna della canzone d’autore indie, il brano, composto a quattro mani dai due interpreti, è piacevolmente riuscito e ci conferma il buono stato di grazia di Anna Carol, che, tra l’altro il 5 dicembre prossimo si esibirà nella sua e nostra città, per la prima volta calcando un palco importante come quello del Teatro Cristallo.

A distanza di un anno dall’uscita dell’ultimo disco, Pulse, il JEMM Music Project ha pubblicato nel corso dell’estate il remix di uno dei brani lì inclusi, Oxident, sempre sotto l’egida della 12ville Records, neonata etichetta che in coabitazione con le edizioni Raetia si vuole occupare della produzione di artisti locali. Per l’occasione il brano, contrariamente al repertorio strumentale abituale della formazione fondata da Max Castlunger e Marco Stagni, è stato remixato con l’aggiunta della voce di Berise, cantante degli Shanti Powa da sempre aperto a collaborazioni e contaminazioni musicali, purché stimolanti, come dimostrato lo scorso anno dal singolo del suo gruppo che ospitava la fisarmonica di Herbert Pixner.

Chiudiamo il menù degli intingoli tornando ad una voce femminile, quella di Nina Duschek, indubbiamente la voce altoatesina più chiacchierata dell’autunno, grazie ai provini del talent televisivo X Factor: la cantautrice meranese, dopo il provocante singolo dello scorso febbraio, My Rules, e il caustico Unapologetic uscito a maggio, batte il ferro fin che è caldo con la nuova uscita, un brano rock dal riff efficace e dalle liriche esplicite intitolato New Life, come i precedenti prodotto da Fabian Pichler, ottimo veicolo per l’estensione delle sue corde vocali. Per chi volesse vederla sul palco, la prossima occasione a Bolzano sarà sul palco del Waag Cafè il due dicembre prossimo, ma nel frattempo la nostra cantautrice sarà transitata sui palchi esteri di Locarno e Innsbruck.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il vescovo che sfidò i conti del Tirolo

Uno dei personaggi più importanti – e nello stesso tempo più dimenticati – della nostra storia regionale è stato senza dubbio Egno von Eppan. Ultimo erede di una delle casate più potenti del Medioevo tirolese, i conti di Appiano, Egno esercitò un’influenza decisiva sul destino politico della Valle dell’Adige e del Trentino nel XIII secolo. La sua figura si colloca a metà strada tra due epoche e due poteri: quello dei vescovi-conti e quello dei principi laici destinati a costruire il futuro Tirolo.

Egno può essere considerato il precursore di Mainardo II, il conte tirolese che riuscì a unificare la regione sotto un unico dominio. I due erano cugini, ma tra loro non correva buon sangue: ambivano entrambi al controllo delle stesse terre, delle stesse fortezze e delle stesse rotte commerciali che collegavano il mondo tedesco all’Italia.

Il contesto in cui Egno visse era quello delle grandi tensioni tra Papato e Impero, quando imperatori e papi si contendevano il diritto di nominare i vescovi, i quali spesso governavano territori vasti come veri e propri sovrani. Nel 1027, l’imperatore Corrado II aveva “donato” al principe-vescovo di Trento il dominio su gran parte del Trentino e della Bassa Atesina fino a Bolzano, e a quello di Bressanone la parte settentrionale dell’Alto Adige. Fu in questo intricato scenario che Egno von Eppan fece la sua comparsa.

Eletto vescovo di Bressanone nel 1240, Egno mostrò subito grande abilità politica e diplomatica. Pochi anni dopo fu trasferito alla sede di Trento, dove si trovò al centro di un durissimo conflitto con Mainardo II, che aspirava a estendere la propria influenza a sud dell’Adige. Il contrasto non era solo religioso o feudale, ma strategico: chi controllava i castelli lungo l’asse Bolzano–Trento dominava le vie di comunicazione e i traffici tra il Nord e il Sud delle Alpi.

Per difendere i propri territori, Egno rafforzò i suoi centri di potere, tra cui il Castello del Buonconsiglio a Trento e una rete di fortificazioni nella Bassa Atesina. Tra queste, spiccavano la Laimburg presso Bronzolo – punto strategico sulla via dell’Adige – e il Castel Firmiano sopra Bolzano, antica roccaforte degli Appiano.

Un altro sito legato alla sua sfera d’influenza fu Lichtenstein sopra Laives, costruito intorno al 1160 e distrutto nel 1290 dal conte Mainardo II durante la guerra contro il vescovado trentino. Anche se Egno non è nominato direttamente come signore del Lichtenstein, la sua distruzione dimostra la violenza dello scontro e la fragilità del potere episcopale in quell’area di confine.

Attraverso queste roccaforti, Egno von Eppan riuscì per un certo tempo a contenere l’espansione tirolese, difendendo l’autonomia del principato vescovile di Trento. Ma la sua non fu soltanto una battaglia militare: fu anche un confronto amministrativo e culturale. Egno promosse una gestione più efficiente delle terre vescovili, il rafforzamento della cancelleria latina e una riorganizzazione del clero, tentando di coniugare spiritualità e governo in un’unica visione di ordine e civiltà.

Morì il 1º giugno 1273 a Padova, durante un viaggio verso Roma. Con lui si chiuse la parabola politica della famiglia di Appiano, e poco dopo il Tirolo sarebbe passato definitivamente sotto il controllo dei conti tirolesi, aprendo una nuova fase storica per la regione. Oggi la figura di Egno von Eppan resta quella di un ponte fra mondi diversi: tra la cultura latina e quella germanica, tra la spiritualità del vescovo e la concretezza del sovrano, tra l’antico potere ecclesiastico e il nascente stato territoriale tirolese. Nei castelli che ancora punteggiano le colline tra Bolzano e Trento, tra la Laimburg, Firmiano e il perduto Lichtenstein, vive la memoria di un’epoca in cui la Valle dell’Adige non era solo via di transito, ma cuore pulsante di potere, fede e identità alpina.

Autore: Reinhard Christanell

Friedrich Wasmann: un pittore amburghese a Merano 

Qualche anno prima che Merano diventasse città di cura e si dotasse di tutte le strutture necessarie per l’accoglienza, il giovane pittore amburghese Friedrich Wasmann decise di fermarsi nel piccolo borgo cinto da mura e affacciato sul torrente. Affascinato dal paesaggio incontaminato il suo primo soggiorno meranese, avvenuto tra il 1830 e il 1831, raggiunse i due anni di permanenza e poi l’artista decise di riprendere il suo viaggio per raggiungere Roma.

A Roma Wasmann frequentò pittori molto famosi come dove frequentò artisti famosi come Bertel Thorvaldsen, Joseph Anton Koch, Friedrich Overbeck che lo ispirarono e gli consentirono di progredire nella propria arte. L’alunnato presso il pittore amburghese Schur, la frequenza delle Accademie di Dresda e Monaco non erano ai suoi occhi sufficienti. I due anni romani furono per lui il punto di svolta stilistico. Anche sul piano personale Roma fu per Friedrich Wasmann un momento di crescita che culminò con la conversione al cattolicesimo. Rientrato a Merano nel 1839 dopo qualche mese si trasferì a Bolzano dove c’erano maggiori prospettive di lavoro e dove grazie alla società nobile e altoborghese lì residente Wasmann divenne in breve un ritrattista famoso, richiesto, e assediato dalle commissioni. Vi rimase fino all’estate 1843. A Bolzano ebbe modo di conoscere anche la giovane donna che sarebbe divenuta sua moglie: Emilie Krämer.  Nel 1846 decise di stabilirsi definitivamente a Merano con la moglie e la suocera. Anche nella città di cura i suoi ritratti erano assai richiesti e la clientela costituita da molti turisti erano una promessa di lavoro. Anche a Merano la clientela divenne assai numerosa e fatta di meranesi di ogni estrazione sociale e di turisti. I suoi ritratti sono talmente dettagliati da poter raccontare la storia della moda e della sua epoca. Particolare spazio e attenzione, infatti, egli la pose alle acconciature, ai gioielli, all’abbigliamento. A Merano però furono molto richiesti anche i suoi paesaggi, così innovativi per il suo tempo poiché colti a stretto contatto con la natura e considerati oggi tra i primissimi esempi di pittura tedesca “en plein air”. La sua vita artistica si intreccio con quella della città che andava rapidamente trasformandosi con l’abbattimento delle mura, la costruzione dei terrapieni per dar vita alle Passeggiate Lungopassirio, quindi lo spostamento dei mulini e dei mestieri che avevano bisogno di stare accanto al fiume. La città insomma che si allontanava sempre più da quella che lui aveva ritratto nel suo primo soggiorno. Ebbe così modo di vedere la costruzione del Kurhaus e della Wandelhalle che egli ritrasse creando per i posteri una importante testimonianza di vita cittadina. Wasmann visse appieno anche la sua vita personale e artistica tanto da scriverne una autobiografia che fu pubblicata da Bernt Grönvold. Morì a Merano il 10 maggio 1886, la sua lapide posizionata dietro il duomo lo ricorda, alcune delle sue opere sono esposte a Castel Tirolo e a Palais Mamming.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

La torta di mele

INGREDIENTI

4 mele Golden

250 gr di farina 00

250 gr di burro semi fuso 

150 gr di zucchero 

3 uova

Un pizzico di sale

Il succo di mezzo limone

Cannella (facoltativo)

Una bustina di lievito per dolci

PREPARAZIONE

Sbucciare le mele, tagliarle a spicchi e affettarle con la mandolina e bagnarle con il limone.

Rompere le uova in una terrina capiente e sbatterle un po’ con la frusta.

Aggiungere lo zucchero e lavorare bene. 

Aggiungere il burro fuso e mescolare con cura.

Unire la farina e un pizzico di sale.

Lavorare bene il composto affinché diventi una crema morbida.

Aggiungere il limone e la cannella mescolare. 

Unire la bustina di lievito e lavorare bene il composto.

A questo punto incorporare le mele e mescolare affinché saranno unite bene all’impasto.

Prendete una tortiera dal diametro di 24 cm e foderate il fondo con la carta da forno.

Unite il composto e livellatelo bene.

Infornate a 180 gradi (forno preriscaldato) funzione statica per 40/45 minuti.

Una volta cotta lasciate raffreddare e spolverizzate con zucchero a velo.

Giornate europee dei Cortinari 2025

Dal 19 al 25 ottobre si è svolto in Spagna a Jaca, a 818 m s.l.m., capoluogo della comarca di La Jacetania, in Aragona, provincia di Huesca, il 41° Congresso Europeo dei Cortinarius, organizzato dall’Associazione Micologica J.E.C. Per raggiungerlo, a circa 1500 km da BZ, i soci Bresadola hanno affrontato un viaggio di due giorni, con pernottamento intermedio a Béziers, in Occitania. L’organizzazione dell’evento è stata curata da Joaquin Fernandez e Luis Ballester, con la direzione scientifica di Claudio Rossi. Dello stesso comitato facevano inoltre parte Rafael Mahiques, il celebre Tor Erik Brandrud, Josep Ballarà ed Eleazar Suarez. L’Italia, oltre a Rossi, ha presenziato con Gian Mario Delogu, Daniele Ferri, Giovanni Turrini, Roberto Cipollone ed il sottoscritto, insieme ad altri micologi quali Luisa Atzei, Marco Chiarini, Vincenzo Marinetti, Luca e Giovanni Mistè e Giancarlo Radaelli. Dopo tre settimane di siccità in zona, l’edizione è stata segnata da condizioni dapprima piuttosto calde e umide con frequenti scrosci di pioggia, specie serali e mattutini. A metà settimana un radicale cambio di circolazione ha apportato spolverate di neve sui versanti pirenaici francesi e un’aria molto fresca e pungente a tutte le quote. Le condizioni meteo, sebbene favorevoli alla crescita fungina, in teoria, hanno reso difficile l’esplorazione dei boschi e non hanno favorito un’abbondante fruttificazione. Le specie di Cortinarius rinvenute sono state infatti poche — circa 25 — rendendo il convegno uno dei più “scarni” degli ultimi anni. Gli aspetti delicati sono stati la mancanza di una sala studio più ampia, i tempi di attesa mattinali per le navette, l’assenza dei francesi ed il cibo. Tuttavia gli spagnoli amano molto fare quelle pause pranzo condivise al limitar del bosco con prodotti tipici e ci hanno fatto assaggiare tante specialità. Le escursioni si sono svolte in scenari di straordinaria bellezza, tra i versanti pirenaici e altre vallate, quali il Passo del Somport, il Passo del Portalet, Foret de Sansanet, Foret de Borce, Canfranc, nonché aree calcaree più interne come Fiscal, Banastas (Carrascal de Nisano) e Oroel. Le foreste, estese e ricchissime, ospitano faggi, abeti bianchi, pini silvestri, uncinati e neri, oltre a querce secolari pirenaiche e lusitane, lecci, roverelle e cespugli di bosso. Nelle zone pianeggianti pioppi, salici, frassini e olmi, che creano mosaici vegetali di grande fascino e colori. Non è mancato nemmeno il momento culturale con la visita alla celebre Cittadella, un’imponente fortezza a pianta stellare progettata dall’ingegnere militare italiano Tiburzio Spannocchi nel XVI sec. Jaca è un luogo magico, tanto per la presenza dei Pirenei, quanto per il Cammino aragonese di Santiago, che si dipana nei paraggi; questo tratto – a detta di molti pellegrini – è quello che più facilmente resta aggrappato al cuore.

Autore: Donatello Vallotta

Nidi artificiali per uccelli e ‘pipistrelli’

Da oltre quindici anni, anche nello scorso autunno 2025, si è provveduto alla pulizia e al controllo annuali dei circa 1.350 nidi artificiali per uccelli e per chirotteri (‘pipistrelli’), installati nei parchi, nei giardini, lungo alcune passeggiate e nel cimitero di Oltrisarco.

In totale, sono trentatré le aree naturali pubbliche, interessate dalla presenza di dette strutture artificiali e fanno parte di tutte le circoscrizioni cittadine. L’ultima installazione di nidi per uccelli e ‘pipistrelli’, avvenuta nel mese di ottobre 2025, riguarda il rione di Oltrisarco, con il parco delle scuole Tambosi e il parco Mignone, oltre alla passeggiata, lungo la sponda destra del torrente Talvera. 

Nel parco Petrarca, con la sua ampia estensione, è avvenuta l’installazione del maggior numero di nidi artificiali per uccelli insettivori e di rifugi artificiali per ‘pipistrelli’. Qui, le occupazioni delle strutture da parte degli uccelli, hanno superato il 96%. In questo parco, la prima azione di simile protezione era stata avviata dallo storico direttore della giardineria comunale, Gildo Spagnolli, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. L’attuale dirigente, Ulli Buratti, ha voluto continuare l’iniziativa, coadiuvata dalla signora Katia Zanoner. Incaricato di tutte le installazioni e dei controlli annuali con la rilevazione dei relativi dati è sempre stato l’esperto naturalista Sergio Abram, da una quarantina d’anni anche consulente della ditta germanica Schwegler, che ha prodotto oltre venti milioni di dette strutture, esportandole in tutti i continenti. 

Le specie ornitiche occupanti i nidi artificiali per la nidificazione primaverile-estiva e per il pernottamento autunnale-invernale, sono tredici, tra cui cinciallegra, cinciarella, cincia mora, cincia bigia, codirosso, rampichino, torcicollo, pigliamosche, passera d’Italia, passera mattugia, picchio muratore, picchio rosso maggiore e picchio verde. Per i chirotteri, finora, è stata accertata la presenza di specie appartenenti al genere Pipistrellus, tra cui Pipistrellus kuhlii-pipistrello albolimbato, e al genere Nyctalus con Nyctalus leisleri-nottola di Leisler. Per quanto riguarda l’occupazione dei rifugi, da parte di chirotteri, il maggior numero visitato è stato rilevato nel cimitero di Oltrisarco con ventotto unità. Al momento del controllo, è stata rilevata la presenza di quaranta Pipistrellus kuhlii e di sette Nystalus leisleri, circa il triplo, rispetto allo scorso anno. La nottola di Leisler, in particolare, compie lunghe migrazioni, tra i siti riproduttivi, spesso locati nei Paesi baltici, in Polonia e in Russia, e i territori di svernamento, nelle regioni meridionali europee. Alcune specie di chirotteri utilizzano i rifugi artificiali, in tutte le stagioni dell’anno: in primavera-estate, per partorire e per allevare la prole; a fine estate-autunno, per accoppiarsi; in autunno-inverno, per svernare, in una sorta di letargia. Le strutture, occupate nelle diverse stagioni, non sempre sono le stesse; inoltre, femmine e maschi, soprattutto nel periodo in cui è allevata la prole, possono soggiornarvi in gruppi separati o, per i maschi, anche singolarmente. Nella parte media-alta della passeggiata del Guncina, tra i mammiferi, oltre ai chirotteri, i nidi artificiali per uccelli sono stati utilizzati anche dal ghiro-Myoxus glis, per il soggiorno e la riproduzione. Nei nostri territori, oltre la metà di ottobre, è difficile rilevare la presenza del ghiro, all’interno di dette strutture artificiali. Un’eccezione si è avuta nell’autunno del 2024, in cui i ghiri hanno occupato i nidi artificiali fino all’inizio del mese di novembre. Con l’aumentare del freddo, il ghiro si ritira a svernare, in profondità, all’interno di muri a secco o nel terreno, dov’è maggiormente protetto dalle rigide temperature invernali. 

Autore: Sergio Abram, naturalista

La strada di Oltrisarco dedicata alla memoria di Francesco Rismondo

Nel quartiere Oltrisarco, da via Roma si raggiunge, a sinistra della ferrovia, una via minore, dedicata alla memoria di  Francesco Rismondo. 

Nato il 15 aprile 1885 a Spalato (Dalmazia), fece gli studi commerciali all’Università di Graz. Fin da giovane si dedicò all’attività sportiva; fu presidente del “Veloce Club”, di ciclisti, e dei “Canottieri” di Spalato. Scoppiata la prima guerra mondiale, con la moglie Lidia Bugliovazzi, sposata nel 1914, entrò sotto falso nome nel Regno d’Italia. Il 16 giugno 1915 si arruolò volontario nel Regio esercito; all’inizio per le sue conoscenze linguistiche fu impiegato come interprete, poi, per le sue insistenze, fu assegnato al fronte; Incorporato nell’ 8° Battaglione ciclisti dell’ 8° Reggimento bersaglieri, inviato al fronte del Carso, si distinse, il 21 luglio, sul Monte San Michele, meritandosi la Medaglia d’oro. Ferito a Opacchiasella (Opatje Selo), cadde prigioniero. Portato in un ospedale di Gorizia, fu identificato e, processato per diserzione e alto tradimento, condannato al capestro; la sentenza fu eseguita il 10 agosto 1915, secondo quanto riportato da un notiziario di Innsbruck; la notizia fu confermata da amici irredentisti ai giornali italiani. Alla sua memoria il 18 giugno 1952 venne conferita la Medaglia d’oro al valor militare, con la motivazione: “Volontario di guerra, irredento, animato dal più alto patriottismo, nelle prime aspre lotte, sul Monte San Michele, combatteva accanitamente dando prova di mirabile slancio e di indomito ardimento, finché cadeva gravemente ferito. Catturato, riconosciuto dal nemico, affrontava serenamente il patibolo, confermando col martirio il suo sublime amor di patria”. 

Oltre a Bolzano, anche altre città italiane hanno dedicato una via a Francesco Rismondo, come Ancona, Bergamo, Bologna, Brescia, Catania, Firenze, La Spezia, Milano, Padova, Pisa, Roma, Torino, Trieste, Venezia, Verona. A commemorarlo, inoltre, vi sono cippi e monumenti in diverse città.

Autore: Leone Sticcotti

I mezzi pubblici del Casanova: un disagio quotidiano 

“Bolzano è piccola.” “Basta andare in via Resia.” “Prendi la macchina.” Sono risposte che molti abitanti del quartiere Casanova si sentono dare quando spiegano le difficoltà che incontrano per spostarsi con i mezzi pubblici. Ma cosa succede se la macchina non si ha? O se si è anziani, una persona con disabilità, una ragazza che rientra tardi la sera o semplicemente qualcuno che vorrebbe muoversi in modo più sostenibile? 

Il quartiere Casanova conta secondo i dati del 2008 circa 3.500 residenti, senza includere la parte “vecchia” di Don Bosco, che utilizza le stesse fermate del trasporto pubblico. Si tratta di una massa di residenti, sicuramente  oggi più alto, che non trova ancora un’adeguata risposta sul piano dei collegamenti pubblici. 

Attualmente il quartiere è servito da tre linee della Sasa: la Linea 3, attiva tutto il giorno, ma con tempi di percorrenza per raggiungere il centro molto variabili (tra 15 e 45 minuti a seconda del traffico e del meteo), la Linea 6, limitata alla mattina e la Linea notturna N35, che dopo mezzanotte non raggiunge più il centro, ma si ferma in via Firenze, riducendo la connessione tra periferia e città. Il Casanova dispone anche di una fermata ferroviaria, ma i treni si fermano solo una volta all’ora (con un raddoppio alle 6 e alle 7 e una soppressione a metà mattina e tra le 20.18 e le 22.18 in direzione Bolzano, mentre in direzione Merano la frequenza rimane di una volta all’ora). Negli altri orari, metà dei convogli della tratta Merano–Bolzano passano, ma non si fermano. 

Le richieste dei residenti di poter usufruire del totale dei convogli non hanno ancora ricevuto una risposta positiva, nonostante le varie possibilità come l’introduzione di una fermata su chiamata come fatto per Settequerce. Anche il tentativo del 2012 di potenziare la rete urbana con la Linea 16, che collegava il Casanova al centro passando per Druso e Gries in soli 15 minuti, è durato poco. La linea è stata infatti soppressa nel 2015. Una perdita che ha riportato il quartiere a una condizione di parziale isolamento, costringendo molti a cambi di linea o lunghi tragitti a piedi per raggiungere varie zone cittadine. 

Le conseguenze di questa situazione sono evidenti: il centro diventa lontano; chi deve raggiungere la stazione centrale, ad esempio, deve partire con un’ora di anticipo per non rischiare di perdere la coincidenza. Gli studenti e i lavoratori pendolari diretti a Trento hanno in media solo quattro minuti di coincidenza — troppo pochi, visto che il treno da Merano arriva in media con cinque minuti di ritardo alla fermata in quartiere. 

A peggiorare la situazione, da alcune settimane gli ascensori della fermata ferroviaria sopraelevata sono fuori uso, rendendo impossibile l’accesso a chi ha difficoltà motorie, passeggini o borsoni pesanti. A questo si aggiunge il fatto che la linea 3 non arriva direttamente in stazione, ma si ferma in via Alto Adige; l’alternativa sarebbe la linea 10A in via Resia, ma in entrambi i casi, per chi ha problemi di mobilità, questo significa dover percorrere a piedi un ulteriore tratto. Il quadro notturno non è migliore: la linea N35, con la sua frequenza di 15 minuti, spesso arriva in anticipo rispetto all’orario previsto e riparte senza attendere, lasciando le persone in attesa del mezzo successivo. Un problema che non riguarda solo la puntualità, ma anche la sicurezza di chi viaggia di notte. Considerando la densità abitativa e la varietà sociale del Casanova, l’attuale offerta di trasporto pubblico appare insufficiente. Ogni singolo disservizio, preso da solo, potrebbe sembrare minore, ma nell’insieme, disegna l’immagine di quartiere vivo, popoloso e vario, le cui persone ancora non vedono ascoltate le proprie necessità quotidiane per poter vivere la città di Bolzano in maniera più tranquilla e sicura.

Autrice: Anna Michelazzi

Volontariato e gentilezza

Daniel Brusco, 44 anni, laivesotto, è fundraiser di Volontarius Odv; per 15 anni ha coordinato la rete di volontari dell’associazione. Ha due figli ed è attivo nello scoutismo, di cui condivide e promuove i valori nella vita di tutti i giorni. Ama partire in camper e porta calma e gentilezza nei contesti in cui lavora.

La cosa che mi piace di me.

Cerco di vedere sempre il lato positivo.

Il mio principale difetto.

Sono un procrastinatore.

Da bambino sognavo…

Di diventare un pilota di elicotteri.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Un lungo viaggio a piedi con tutto il necessario nello zaino.

Il luogo dove vorrei vivere.

In una casetta sperduta in montagna.

Il mio piatto preferito.

Parmigiana di melanzane, canederli al formaggio.

Non sopporto.

La saccenza, specialmente se è accompagnata da stupidità.

Nel mio frigo non mancano mai…

Le uova, base delle mie colazioni.

Se fossi un animale sarei…

Un orso. Non so se in letargo, ma sicuramente un orso.

Sono stato orgoglioso di me…

In genere lo sono quando mi riescono delle cose a cui non credevo nemmeno io.

Tre aggettivi per definirmi.

Curioso, paziente, dubbioso.

La prima cosa che faccio al mattino.

Rendermi conto di essere al mondo… ho il risveglio lento!

Il mio sogno ricorrente.

Mi trovo in equilibrio precario su un dirupo sopra Laives, in un posto che nella realtà non esiste.

Il mio ultimo acquisto.

Un libro.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

I boschi e le montagne che ci circondano.

Amo il mio lavoro perché…

Dà l’opportunità agli altri di fare qualcosa di bello.

L’errore che non rifarei…

Tirarla un po’ lunga con l’università.

La persona che ammiro di più.

Ammiro coloro che hanno semprela risposta giusta al momento giusto.

Il mio motto.

“Ma sì, in qualche modo faremo”. Ma è un motto che spesso mi mette in situazioni scomode…

L’oggetto a cui sono più legato.

Il mio fazzolettone scout.

Del mio aspetto non mi piace.

Ho fatto pace col mio aspetto, sto bene con me stesso.

Il mio primo ricordo.

Mia mamma mi dice che comincerò la scuola e io le rispondo che sono troppo piccolo.

Autore: Marco Valente