Una vita tra gli States e Bolzano

QuiIntervista a Simonetta Nardin, bolzanina con forti radici nell’Unterland (papà di Salorno, mamma di Roveré della Luna), è giornalista ed esperta di comunicazione. Ha lavorato a lungo negli Stati Uniti, al Fondo Monetario Internazionale, dove da ultimo ha diretto l’ufficio stampa.
È rientrata a Bolzano per camminare in montagna, stare vicino alla famiglia e mangiare Kastanienherzen a volontà. Nel tempo libero si sta dedicando alla storia della famiglia materna durante la Prima Guerra Mondiale.

La cosa che mi piace di più di me.
Le mie idiosincrasie.

Il mio principale difetto.
Le mie idiosincrasie.

Da bambina sognavo di diventare…
…un’eroina del Far West e cavalcare attraverso montagne e praterie in coppia con Kit Willer, il figlio di Tex.

Un libro da portare sull’isola deserta.
Il buio oltre la siepe, di Harper Lee, una delle mie prime letture, libro che potrei rileggere in eterno.

L’ultima volta che ho perso la calma. 
Cinque minuti fa, e la riperderò fra cinque minuti. 

La mia occupazione preferita.
Leggere il New Yorker.

l Paese/luogo dove vorrei vivere.
Il Giappone, quando verrà dichiarato zona non sismica.

Il colore che preferisco. 
Tutti i rossi di Rothko.

Il mio piatto preferito.
l baccalà mantecato al latte, come lo faceva mia mamma. 

Il mio musicista preferito. 
Tchaikovsky.

Il mio artista preferito.
Brancusi. 

Non sopporto…
…la prepotenza, nei gesti grandi come in quelli piccoli, quotidiani.

Dico bugie solo…
A me stessa.

La mia paura maggiore. 
Morire troppo presto.

Il regalo che ho amato di più.
Una scatola da 36 di pennarelli Carioca – non dimenticherò mai la gioia che mi diede quel meraviglioso tripudio di colori.

La disgrazia più grande. 
La povertà educativa e culturale.

Il mio primo ricordo.
Gente raccolta nella casa di famiglia, perché era morta mia nonna materna.

Il mio più grande rimpianto. 
Regrets, I have a few, but then again, too few to mentions… O meglio, al contrario di Frank, troppo numerosi per menzionarli tutti.

Dove mi vedo fra dieci anni. 
Qui.

Per un giorno vorrei essere… 
Una rockstar durante il concerto più grande della sua vita.

Nel mio frigorifero  non manca mai… 
Una bottiglia di vino bianco.

Se fossi un animale, sarei …
Un labrador.

In famiglia mi chiamano…
La Simo.

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
Ogni volta che i miei figli si comportano eticamente.

Il mio motto. 
Aut viam inveniam aut faciam – Troverò una strada o ne farò una!

Autrice: Caterina Longo

Sofia de Majo indossa la maglia azzurra

Alla giovane ballerina meranese Sofia Nicole De Majo piace collezionare allori: due medaglie mondiali, una d’oro e una d’argento; due medaglie europee e numerosi altri titoli nazionali. Nel 2007 ha fatto ingresso nel mondo dell’agonismo e da lì sono molte le soddisfazioni raggiunte, così come gli ostacoli incontrati. Nonostante numerosi infortuni, oggi indossa nuovamente la maglia azzurra, così come aveva già fatto nel 2019. Da sempre allieva di Nadia Bozza alla scuola di danza Onlydance Merano, dopo 20 anni di carriera, Sofia oggi sogna di diventare tecnico e giudice di gara.

Sofia, come e quando è iniziato il tuo percorso con la danza?
La danza ha sempre fatto parte della mia vita. Ho iniziato a ballare all’età di tre anni, però ricordo mia mamma che mi raccontava che prima di imparare a camminare, avevo già iniziato a camminare sulle punte.

Quali stili hai praticato e cosa balli oggi?
Ho provato un po’ tutti gli stili di danza, ma oggi mi concentro sulla danza classica, sul contemporaneo e il jazz. Purtroppo, dopo l’operazione non mi sono sentita di proseguire con l’Hip Hop a causa del dolore al ginocchio. Mi mancano le lezioni con la mia insegnante Paola, perché era la disciplina dove mi sfogavo di più. La carica che ti regala questo stile è unica.

Quali sono i maggiori successi che hai raggiunto?
In quasi 20 anni di danza e in 14 di competizioni sono molto felice dei risultati ottenuti negli anni. Il primo posto di danza classica al mondiale del 2014, i due secondi posti all’europeo di Praga e al mondiale di Ossa nel 2019, sono quelli di cui vado più fiera.

Qual è la gara che porti più nel cuore? Perché?
Sicuramente il mondiale del 2014 a Mikolajki. È stato il mio primo campionato del mondo: un’esperienza unica in cui inaspettatamente ho portato a casa la medaglia d’oro.
Inizialmente non mi ero nemmeno resa conto di aver vinto, ma nel momento in cui ho guardato la mia insegnante Nadia commossa e ho sentito l’inno italiano, lì ho realizzato di avercela fatta.

Qual è stata invece la delusione più grande?
La mia delusione più grande è stata non poter partecipare al mondiale del 2015 a causa di un infortunio che mi ha lasciato a casa senza poter partire con la mia squadra.

Che tipo di infortunio è stato? Cosa ha comportato questo per la tua carriera?
Frattura al ginocchio sinistro. Mi hanno operata e sono dovuta rimanere ferma per sei mesi:un inferno per me. Era la prima volta che non danzavo per così tanto tempo ed è stata davvero tosta.Ho pensato di mollare tutto, ma poi grazie al sostegno della mia insegnante ho capito che non dovevo cedere. A ricordarmelo ogni giorno oggi c’è un mio tatuaggio, che recita: “Quando stai per mollare ricordati perché hai iniziato”.

Poi ti sei ripresa e hai recuperato alla grande. Quando hai fatto ritorno in campo gara?
Gli appuntamenti erano i campionati assoluti italiani, ed è stato proprio in quell’occasione che ho avuto il mio riscatto: 3° posto di danza classica, un grandissimo successo per me!

Inaspettatamente ora rindossi la divisa azzurra: come è successo?
Dopo quasi un anno di stop dalle competizioni causa Covid-19, c’era una voglia immensa di tornare in pista e il grande ritorno è stato agli Assoluti di dicembre 2020. Con sorpresa ho ottenuto risultati che non mi sarei mai immaginata, in quanto il livello era alto ed eravamo in molti a partecipare. Ho conquistato la medaglia d’oro nella danza contemporanea e la medaglia d’argento nella danza classica, qualificandomi così per gli Internazionali. Ma non solo, sono anche entrata a far parte del Club Azzurro con i migliori atleti selezionati dalla FIDS (Federazione Italiana Danza Sportiva).

Quali sono i prossimi traguardi che vorresti raggiungere?
I miei obiettivi futuri sono diventare tecnico e ufficiale di gara.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Il mio sogno nel cassetto era poter diventare una ballerina professionista, ma a causa degli infortuni subiti l’ho dovuto accantonare. Un domani mi piacerebbe molto collaborare con Nadia nella scuola di danza.

Che rapporto hai con la tua insegnante Nadia dopo tutti questi anni insieme?
Nadia mi ha vista crescere e mi ha reso ciò che sono oggi. Fin da piccola ero sempre a danza, non volevo mai saltare una lezione. Nadia è come la mia seconda mamma, c’è sempre stata, ha sempre creduto in me e per questo la ringrazio. Ci sono però anche Paola e Ulli (insegnanti di Hip Hop e Contemporaneo), che sono state per me un punto di riferimento importante in questi anni di allenamenti.

Cosa vuol dire per te ballare?
Ballare per me è vita, è il mio modo per potermi sfogare ed esprimermi. Credo però che la danza non sia solo divertimento, ma anche disciplina, educazione e rispetto per ciò che si fa.

Autrice: Chiara Caobelli

A servizio di tutti gli “over”

QuiIntervista a Gianni Libardi che vive a Merano, è originario di Bolzano e attualmente svolge quotidianamente servizio di volontariato all’interno della Parrocchia di Santa Maria Assunta, dove tra l’altro si occupa dell’organizzazione di una parte delle attività del circolo anziani. È felicemente in pensione da circa quattro anni.

La cosa che mi piace di più.
Rendermi utile per il prossimo.

Il mio principale difetto.
Sono impulsivo.

Il mio momento più felice.
La nascita dei miei due figli.

La persona che ammiro di più.
Mia moglie, per la pazienza che ha nei miei confronti.

Un libro sull’isola deserta. 
Non sono uno che legge molto i libri.

La mia occupazione preferita. 
Organizzare viaggi ed eventi.

Il Paese dove vorrei vivere. 
Cosa c’è meglio della nostra Italia?

Il mio piatto preferito. 
La carbonara e la pizza.

Non sopporto… 
I presuntuosi e i prepotenti.

Per un giorno vorrei essere… 
Una persona tranquilla e rilassata.

La mia paura maggiore. 
Perdere un figlio.

Nel mio frigo non manca mai… 
Lo yogurt.

Se fossi un animale sarei…
Un leopardo.

Mi sono sentito orgoglioso quando… 
Quando sono stato di vero aiuto per qualcuno.

Il mio motto. 
Cercare di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno.

Il capriccio che non mi sono mai tolto. 
Nessuno, perché mi sono sempre concesso quello che ho potuto permettermi.

Il giocattolo che ho amato di più. 
Il trenino della Lima e Rivarossi.

I miei poeti preferiti. 
Pascoli e D’Annunzio.

I miei pittori preferiti. 
Raffaello e Michelangelo.

Il dono di natura che vorrei avere. 
Più pazienza.

Dico bugie solo… 
Le dico spesso per scherzare.

Dove mi vedo fra dieci anni. 
A Merano.

Il colore che preferisco.
Il blu.

L’ultima volta che ho perso la calma. 
Mi capita spesso…

Da bambino sognavo… 
Di guidare i camion.

Ricordando le Frauen für den Frieden

All’inizio della Passeggiata Guncina si trova, dall’autunno 1986, un’aiuola che adorna una lapide commemorativa, a forma di bomba, con incisa una scritta bilingue; in italiano : “TESTIMONIARE IL PASSATO ATTRAVERSO IL PRESENTE PENSANDO AL FUTURO * BOLZANO ALLE VITTIME DEI BOMBARDAMENTI * DONNE PER LA PACE”. Appare anche il nome di ISOLDE DOLDI DIEFFENBACH, ideatrice dell’iniziativa, a coronamento dei sette anni di attività del gruppo denominato “Frauen für Frieden”. Dal primo incontro a Bolzano del 26 febbraio 1980 e dal “Friedenszeitung” dell’aprile 1980, scaturì una serie di iniziative per sensibilizzare la popolazione sui temi della pace e della guerra, in particolare sul problema dei missili nucleari. Feste per la pace, come quella a Bressanone (18-19 ottobre 1980), Marce per la pace, come quelle sul Colle, ripetute dal 1980 al 1984, e quella a Naz-Sciaves del 4 aprile 1983; la partecipazione alla manifestazione con corteo per le vie di Bolzano del 12 dicembre 1981 e alla Giornata per la pace in Sudtirolo (Bolzano 10 dicembre 1983). Da ricordare le “Schweigestunden” in piazza Erbe, i Seminari sul Colle, “Nonviolenza attiva “ (6-7 febbraio 1982) e “Vivere senza violenza” (6 maggio 1984). Le “Frauen für Frieden” furono attive anche fuori provincia, partecipando a manifestazioni a Monaco di Baviera (8 maggio 1980), Francoforte (6-8-marzo 1981), Ginevra (25 gennaio 1982), Vienna (15 maggio 1982), ma anche in varie località italiane (Verona, Aviano, Roma, Comiso, Peschiera); parteciparono anche, nel settembre 1981, alla Marcia Perugia-Assisi. Da ricordare la manifestazione europea al Ponte Europa, presso Innsbruck (23 aprile 1984), con i due “Treni della pace”, uno da Monaco e uno da Verona. Anche il Monte Piana nelle Dolomiti di Sesto, uno dei teatri della prima guerra mondiale, fu luogo di manifestazioni (1° settembre 1985-31 agosto 1986-30 agosto 1987).

Autore: Leone Sticcotti

Game ground

Nei giorni scorsi Bolzano si è trasformata nella capitale italiana del gaming, grazie ad un vero e proprio festival del videogioco. Oltre 100 postazioni giocabili nelle diverse location del centro storico e nei principali poli di aggregazione, panel, conferenze e una serie di eventi dal vivo hanno coinvolto artisti e creator. Nelle foto alcuni tra i partecipanti.
Copyright: arting with light – Shakira Casin.

Biscotti di Claudia al cioccolato e ricotta

INGREDIENTI

  • 1 uovo
  • 250 g di ricotta
  • 70 g di cioccolato fondente
  • 270 g di farina 00
  • 30 g di cacao amaro in polvere
  • 8 g di lievito in polvere
  • per dolci
  • 120 g di zucchero semolato

Altro

  • qb zucchero semolato
  • qb zucchero a velo

PREPARAZIONE

Sciogliete a bagnomaria i 70 gr di cioccolato fondente e lasciate raffreddare.

Amalgamate con una spatola la ricotta con i 120 gr di zucchero. Una volta ottenuta una crema, aggiungete l’uovo intero.

Incorporate il cioccolato fuso ormai raffreddato ed aggiungete il cacao amaro, la farina ed il lievito, fino ad ottenere un impasto abbastanza consistente.
Riponete in frigorifero il composto coperto con la pellicola per 30 minuti.

Trascorso il tempo, formate delle palline della grandezza di una noce, passatele prima nello zucchero semolato e poi nello zucchero a velo, e ponetele sulla teglia coperta da carta forno.

Da questo impasto ricaverete circa 20 biscotti.

Infornate a 180° per circa 15 minuti e il gioco è fatto!

Tamponi e vaccino: le aziende si mobilitano

In Bassa Atesina l’obbligo di green pass per i lavoratori, scattato come noto il 15 ottobre scorso, ha portato ad un aumento della richiesta di tamponi. Il centro vaccinale di Ora, in via Nazionale 61, è diventato un punto di riferimento anche per i tamponi nella zona. Qui è possibile infatti fare test antigenici a pagamento (a 15 Euro) per tre volte la settimana, il martedì, il giovedì e la domenica Abbiamo chiesto a Martin Feichter, sindaco di Ora, come sta procedendo:”C’è grande richiesta, facciamo circa 300 tamponi al giorno – ma da noi non ci sono file: grazie alla prenotazione online obbligatoria, i dati sono già inseriti nel sistema, quindi in pochi minuti viene eseguito il tampone, senza attese. L’orario va dalle 17.30 alle 21 ma vorremmo ampliarlo” Sul sito del comune si legge che il servizio è dedicato ai cittadini residenti nei comune, oltre che di Ora stessa, di Bronzolo, Cortina, Cortaccia, Magrè, Montagna, Egna, Vadena, Termeno e Salorno. Chiediamo al sindaco come mai questa precisazione, che suona come una limitazione. “Abbiamo proposto noi, come comune di Ora, di fare da centro per i tamponi anche per altri comuni della Bassa atesina perché ci sono delle spese da affrontare, che così possiamo condividere, parlo dei costi del personale amministrativo e per il sistema di prenotazione. I comuni indicati sono quelli che hanno aderito a questo accordo”- ci risponde il sindaco. Sempre sul sito, si legge che i cittadini stranieri non possono usufruire del servizio. “È un inghippo procedurale per via della fattura, che però, mi dicono, stanno risolvendo” continua Feichter. Si ricorda che è possibile prenotare il tampone ad Ora dal sito del Comune www.comune.ora.bz.it
A Laives, Pineta e San Giacomo è invece possibile fare tamponi in diverse farmacie o direttamente all’ospedale di Bolzano, padiglione W (prenotando attraverso il sito sabes.it) Christian Bianchi, sindaco di Laives, ha comunicato infatti che “Laives ha optato per queste soluzioni, anzichè aprire un centro gestito dal comune stesso, perchè avvalendosi delle strutture sopra menzionate siamo in grado di fare molti più tamponi, in orari molto differenziati”. Il primo cittadino ha anche comunicato i dati sulle vaccinazioni, che comunque sono confortanti “A Laives il 92% delle persone sopra i 60 anni risulta vaccinata, mentre sotto i 60 anni risulta vaccinato l’81%. Laives si configura così come uno dei comuni con più vaccinati della Provincia, e quasi la totalità dei cittadini ha compreso il significato molto profondo di questo atto di responsabilità individuale, che poi diventa anche responsabilità collettiva”, continua Bianchi.

Tamponi e “covid economy”, come stanno reagendo le aziende nella Bassa Atesina
Anche nei casi in cui, a livello organizzativo, tutto fila liscio, rimane comunque il costo del tampone. Una spesa che, alla lunga, pesa nelle tasche di chi ha deciso di non vaccinarsi, considerato che il green pass “da tampone” vale 48 ore. Per evitare ripercussioni sulla produttività, diverse ditte coprono i costi del tampone. La Rothoblaas di Cortaccia ha deciso di intraprendere questa strada. Il direttore Robert Blass precisa “Offriamo tamponi gratuiti perchè per noi le persone in azienda hanno tutte un ruolo indispensabile. Vede, noi siamo attivi a livello internazionale e non possiamo dire ai nostri clienti che siamo in ritardo con le consegne e operativi al 75% perchè qualcuno fa leggi senza pensare a come risolvere le conseguenze. Quindi, come sempre, ci siamo organizzati per conto nostro”. Al contrario di altri settori, in crisi per la mancanza di materie prime, per quello della fornitura di materiali per l’edilizia in legno è “alta stagione”. Altra musica alla Isolcell di Laives “Sono contrario a promuovere i tamponi, inquinano e non credo siano la soluzione al problema” ci dice Marco Pruneri, direttore dell’azienda. “Piuttosto, abbiamo puntato ad incentivare i vaccini. Quando è iniziata la campagna, abbiamo dato una giornata libera, poi con l’obbligo del green pass abbiamo deciso di dare un premio di 500 euro a tutti i dipendenti che portavano la prova della vaccinazione entro il 15 novembre” continua Pruneri. L’iniziativa è servita a convincere i recalcitranti? “Non sono tanti fortunatamente, e con questo incentivo qualcuno siamo riusciti a ‘portalo a casa’. Ma altri sono irremovibili. Pensi che un dipendente, rimasto anonimo, ha scritto sotto la comunicazione del premio di 500 euro affissa in bacheca: nemmeno per 50 mila!”
Sempre a Laives, diversa ancora è la situazione per la Röchling: “Fortunatamente la percentuale di lavoratori senza green pass è molto bassa, parliamo di meno del 5% su circa 700 dipendenti”- ci dice il vicepresidente Mirco Brusco. “Abbiamo stabilito delle convenzioni con le farmacie di Laives e San Giacomo per i tamponi – spiega la responsabile delle risorse umane Selenia Fornari – convenzioni intese non a livello di rimborso del costo del tampone, ma di allargamento degli orari in cui è possibile eseguire il test, per venire incontro alle esigenze dei lavoratori. Ma per l’azienda la questione è anche un’altra: “Alcune persone, contrarie al vaccino, si sono autosospese dal servizio. Essendo noi una ditta in cassa integrazione, non possiamo rimpiazzare i posti mancanti con personale in somministrazione”, continua Fornari. Ma la cassa integrazione è legata al Covid? “Si, è un effetto della pandemia, perché nel settore automotive (automobilistico, ndr), come noto, c’è una mancanza di microchip e molti nostri clienti sono costretti a chiudere le linee di produzione”. Questo porta ad un calo di ordini, mentre quelli da evadere rischiano intoppi a causa della mancanza di personale. Insomma una combinazione di fattori che porta ad un circolo vizioso, che certo non fa bene alla salute dell’economia.

Autrice: Caterina Longo

Vigili armati: scelte diverse in provincia

È di qualche settimana fa la notizia dell’intenzione da parte della sindaca di Egna, Karin Jost, di dotare gli agenti della polizia municipale di pistole. “Egna è un borgo ancora autentico, lontano dai ritmi caotici della città, in cui le mura degli antichi palazzi e i portici sono lo scenario ideale per degustare un bicchiere di Pinot Nero in tranquillità e fare acquisti all’aria aperta nella zona pedonale.” Così descrive, sul proprio sito, l’ufficio turistico della città Egna, uno dei borghi più belli d’Italia e che conta meno di seimila abitanti. Come si colloca, in questo contesto, la dotazione di pistole ai vigili urbani?
Precisiamo che la dotazione ha bisogno di un suo specifico iter amministrativo e che passa, in primo luogo, dall’approvazione di un regolamento da parte del consiglio comunale. Abbiamo chiesto delucidazioni in merito direttamente alla sindaca.

Karin Jost, a che punto è l’iter per l‘approvazione del regolamento per dotare gli agenti dell’arma?
L’iter non è ancora stato avviato. Abbiamo messo a bilancio i fondi per l’acquisto delle armi, ma non credo riusciremo a concludere l’iter per quest’anno. Una precisazione: la dotazione dell’arma riguarderebbe il servizio notturno, che vogliamo attivare nell’ottica di una polizia sovracomunale, insieme ad altri comuni della Bassa atesina. Ma, come detto, manca ancora il regolamento comunale, inoltre al momento siamo sotto occupati, con solo due vigili rispetto ai quattro previsti. Potremo quindi iniziare con il servizio notturno solo quando saremo al completo.

Quali i fatti e il contesto che l’hanno spinta a voler far dotare gli agenti dell’arma, anche rispetto ad altre possibili dotazioni – ad es taser, pistola spray irritante etc?
L’arma è l’ultimo tassello per la divisa completa, è per l’ autodifesa, dà più sicurezza ai poliziotti. Diversi altri comuni in Bassa atesina e nell’Oltradige ce l’hanno. Inoltre, il servizio notturno prevede esplicitamente l’arma. Ma so già che che ci sarà una discussione in consiglio perché non tutti sono d’accordo.

E gli agenti come la vedono?
So che in passato era stato loro chiesto e sono d’accordo.

Un percorso ancora in via di definizione quello di Egna, insomma. Abbiamo chiesto com’è la situazione nelle città in cui gli agenti l’arma la portano quotidianamente. Sergio Ronchetti, comandante della polizia municipale di Bolzano, ci riporta al quadro normativo, che, con la legge nazionale 65 del 1986 (art.5) prevede esplicitamente che gli “Gli addetti al servizio di polizia municipale ai quali è conferita la qualità di agente di pubblica sicurezza possono, previa deliberazione in tal senso del consiglio comunale, portare, senza licenza, le armi”. Attenzione però perché la qualifica di “agente di pubblica sicurezza” deve avvenire con provvedimento del prefetto.
“In Italia il 90% degli agenti è dotato di arma. Io ho iniziato nell‘83 e già allora c’era l’assegnazione individuale dell’arma in via continuativa. Arma che gli agenti possono portare anche fuori dal servizio, ma solo nel territorio comunale di appartenenza”- precisa Ronchetti. “C’è da dire che l’attività svolta dalla polizia locale abbraccia molti ambiti, siamo sul territorio e lo presidiamo, spesso alle dipendenze della questura. Insomma, l’agente è un poliziotto a tutti gli effetti, ma a differenza della polizia e dei carabinieri ha competenza solo territoriale. Avere l’arma quindi non è un obbligo, ma una opportunità e necessità. Certo, la funzione vuole essere di tipo dissuasivo perché per un malintenzionato stare di fronte a un poliziotto che ha solo la cintura e il fischietto non è la stessa cosa che che avere di fronte un agente armato” continua Ronchetti. E precisa: “In tanti anni non abbiamo mai sparato un colpo. Ma ci confrontiamo quotidianamente con situazioni al limite, il contesto è peggiorato, nelle città e anche nelle piccole realtà.”
Gli agenti di Bolzano sono dotati anche dello spray al peperoncino, che, ci dice Ronchetti, può essere usato per contenere gli eccessi in situazioni difficili.

Non è di avviso molto diverso il collega Roland Pichler, al comando della polizia municipale di Laives. Come Ronchetti anche lui ci riporta, in primo luogo, al contesto normativo che prevede le armi, in particolare nel servizio notturno (Dm 145/1987).

“Anche noi siamo dotati di armi – gli agenti le accettano, è una sicurezza in più per noi. Hanno una funziona di dissuasione: davanti a un agente con la divisa il malvivente non distingue se si tratta di un vigile, di un poliziotto o un carabiniere. Ci chiamano per i furti, per le risse e gli allarmi in banca”.
Certo, per portare l’arma serve un addestramento specifico, che deve continuare regolarmente, occorre sparare almeno 150 colpi all’anno al poligono”. Fortunatamente però “Negli ultimi anni a Laives non è mai stato sparato un colpo e personalmente, in 17 anni di servizio come agente, non mi è mai capitato”.

Che tipo di pistole avete?
Glock 19 di quarta generazione. È un’arma austriaca.

Acquistata però, ci conferma Pichler, in un negozio di Ora. Anche a Laives, gli agenti sono dotati di spray al peperoncino, molto efficace in diverse situazioni, racconta Pichler. Insomma, da questa prima panoramica emerge come, da un lato, l’arma agli agenti di polizia municipale sia parte, a livello normativo, di una loro funzione “allargata”, ben più ampia, semplificando, del vigile che fa la multa.
Dall‘altro, secondo i responsabili interpellati, l’arma avrebbe un’insostituibile funzione dissusasiva e di protezione personale per chi ogni giorno deve confrontarsi con “la strada”. Anche se è una strada altoatesina.
Si tratta di un tema che vogliamo guardare nelle sue diverse sfaccettature e che analizzeremo ancora nei prossimi numeri.

Autrice: Caterina Longo

I laboratori Aias: socialità e apprendimento

Compirà 55 anni il 3 dicembre la Onlus AIAS che offre assistenza alle persone con disabilità presenti sul nostro territorio. Abbiamo parlato con Chiara Rullo, psicologa e psicoterapeuta, che, oltre ad aver lavorato 7 anni per l’associazione, progetta ora le diverse attività a titolo di volontariato.

“Mi è sempre interessato lavorare con i ragazzi e le loro famiglie, proponendo progetti sempre nuovi e stimolanti; nonostante oggi svolga il mio lavoro in altri luoghi, ho desiderato rimanere dentro AIAS per aiutare. Ogni volontario – spiega Chiara Rullo – è una parte fondamentale per la nostra associazione, siamo tutti costantemente formati e impegnati a conoscere le specificità di ogni nostro ragazzo; è un ruolo di responsabilità. Dopo il lockdown, tuttavia, i numeri dei volontari sono calati e siamo sempre alla ricerca di nuove persone che desiderino imparare e mettersi in gioco offrendo il loro servizio.”

Ragazzi e famiglie GMA

Dalla lettura del giornale alla formazione
“Dietro ad ogni nostra iniziativa c’è un lavoro per incentivare l’apprendimento. ‘Good Morning AIAS’ (GMA) è l’insieme di tutte le attività che proponiamo al mattino e nasce dall’esigenza di estendere il doposcuola a chi la scuola non la frequenta più, ovvero gli adulti, coloro i quali che per diverse ragioni non hanno ancora iniziato a lavorare nei laboratori. Ci ritroviamo quattro mattine a settimana, iniziamo alle ore 8 con la lettura del giornale, passiamo ai giochi e all’utilizzo del computer, ma esercitiamo anche la comprensione del testo durante la lettura dei libri. Non mancano però – racconta la volontaria – tutte quelle attività motorie, ludiche e ricreative: penso al nuoto o al tempo che i ragazzi possono passare con i cani per imparare a gestire le proprie emozioni.”
Tra i progetti, portati avanti anche con la biblioteca dell’associazione, vi è l’idea di realizzare un fumetto contenente diverse storie che hanno per protagonisti i ragazzi stessi. Il tutto, come ricorda Rullo: “è finalizzato a incrementare le attività quotidiane che possono essere utili ai ragazzi durante la propria vita. Ad esempio, in mattinata, andiamo a fare la spesa in vista di una merenda o un aperitivo di gruppo. Questo consente ai ragazzi di imparare, oltre ad organizzarsi, anche il valore del denaro, diventando così sempre più autonomi.”

Chiara Rullo

l doposcuola e le attività serali
“A novembre prenderà vita il nostro ‘doposcuola’; al di là dello studio e dell’apprendimento bisogna recuperare nei ragazzi la voglia di fare movimento, uscire, incontrarsi… In questo tempo, essendo mancata la socialità, abbiamo percepito in loro molta pigrizia, alcuni tendono perfino a stare più tempo da soli. Il nostro obiettivo sarebbe invece quello di potenziare le loro abilità, migliorando la cooperazione e l’attenzione, valorizzando i momenti di socialità e di gruppo, sia nei nostri laboratori che in altri ambienti. Pur ospitando piccoli numeri di persone alla volta, si riesce a creare un clima bello e propositivo.”
La festa per i 55 anni
“Il 20 novembre – ci preannuncia Chiara Rullo – verrà organizzato un evento a Castel Mareccio per festeggiare (con qualche settimana in anticipo) l’anniversario dei 55 anni dalla nostra fondazione.”

Autore: Andrea Dalla Serra

Südtiroler Volksquid Game

Con milioni di spettatori nel primo mese di programmazione, Südtiroler Volksquid Game batte persino le visualizzazioni del video del guardiacaccia Markus (quello de’ “il l’orso”). Indebitati fino al collo, 456 altoatesini decidono di partecipare ad un gioco di sopravvivenza per vincere un grosso premio in denaro. Tra i principali protagonisti troviamo un imprenditore che ha anticipato soldi per comprare mascherine non certificate, un politico che ha speso fondi pubblici in yogurt e caramelle, un altro che ha puntato tutto sui test di massa e un medico che ha lasciato il lavoro per sostenere le campagne no-vax.

Autore: Roberto Tubaro