Il passaggio di Dürer in Bassa Atesina

Nell’ottobre del 1494 la valle dell’Adige tra Bolzano e Salorno fu sconvolta da una grande alluvione. Secondo le cronache bolzanine, le già precarie vie di comunicazione del fondovalle furono rese impraticabili dalle acque esondate, costringendo mercanti, pellegrini e viandanti a percorrere itinerari alternativi per raggiungere Trento e le città venete. Proprio a quell’autunno viene ricondotto con certezza il primo viaggio del celebre pittore di Norimberga, Albrecht Dürer, in direzione di Venezia.

Di questo itinerario ci rimangono diversi acquerelli, preziose testimonianze dei paesaggi tirolesi che l’artista incontrò lungo il cammino. Non sappiamo con precisione quali tratti della valle fossero stati inondati, ma tutto lascia supporre che il settore più devastato fosse quello tra Egna e la Chiusa di Salorno, punto nevralgico del corso dell’Adige, spesso soggetto a esondazioni anche in epoche più recenti.

È dunque plausibile che Dürer, provenendo da Bolzano, abbia seguito la strada pedemontana tra Laives, Bronzolo e Ora, superando Castelfeder ed Egna. Giunto nei pressi di San Floriano, si trovò verosimilmente nell’impossibilità di proseguire lungo la via maestra. Fu così costretto a affrontare una lunga salita attraverso Pochi di Salorno e la valle di Cembra, fino a Segonzano e a Pergine Valsugana. Da qui proseguì verso Bassano e infine Venezia. A Segonzano, non a caso, Dürer immortalò nei suoi acquerelli le famose “Piramidi di terra”.

La storia del pittore si intreccia con quella del piccolo borgo di San Floriano, dove, sui resti di un antico villaggio romano, fin dal XIII secolo sorgeva il noto ospizio denominato Klösterle. Questo imponente edificio, da cui oggi prende il via la moderna “via Dürer”, accoglieva migliaia di viandanti in viaggio verso l’Italia e Roma. San Floriano era inoltre un’importante Urpfarre (pieve madre) della Bassa Atesina, con giurisdizione su paesi come Salorno, Cortina, Magrè, Pochi e Cauria. La sua rilevanza, a dispetto delle ridotte dimensioni, potrebbe essere spiegata con il ruolo di centro amministrativo di una curtis longobarda, paragonabile a quella di Enn, che estendeva la propria influenza su Bronzolo, Ora, Egna, Montagna e Mazzon.

Il Klösterle fu probabilmente un punto nevralgico lungo le vie di comunicazione nord-sud. Qui passava la via Claudia Augusta e qui trovarono ospitalità viaggiatori, mercanti e pellegrini. La fondazione di Egna, voluta dal vescovo di Trento alla fine del XII secolo, segnò però l’inizio del suo lento declino: sempre più viandanti preferivano fermarsi nelle locande del nuovo centro urbano e commerciale sorto lungo l’Adige.

Tra le opere di Dürer collegate al suo viaggio italiano figurano anche paesaggi della Bassa Atesina. Dopo Bolzano, proseguì lungo la cosiddetta via del Brennero fino alla piana tra Laives e Ora. Alcuni studiosi hanno collegato a questo tratto il dipinto del San Girolamo penitente (oggi alla National Gallery di Londra), nel quale compare un’imponente roccia porfirica rossastra. Secondo alcuni, Dürer si ispirò alle formazioni della Vallarsa (Brantental), nei pressi di Laives; altri ritengono che l’artista abbia ritratto le verticali pareti porfiriche del Monte di Mezzo, sul lato destro dell’Adige. 

Giunto nei pressi di Laghetti, il maestro intraprese infine il percorso che conduceva a Segonzano, lo stesso che ancora oggi può essere seguito come “sentiero di Dürer”. Un itinerario che non è soltanto memoria storica, ma anche un cammino che unisce natura, arte e cultura, offrendo vedute suggestive su tutta la valle dell’Adige.

Autore: Reinhard Christanell

Ospiti d’onore: Kandinsky a Merano

La città di cura e i suoi dintorni attirarono numerosi intellettuali, musicisti, scrittori e artisti. La natura ora incontaminata ora addomesticata dal lavoro di giardinieri esperti rappresentava sempre e comunque uno spettacolo. Così anche i meleti intorno al borgo di Lana nel mese della fioritura dovevano aver colpito la vista e il cuore di più di un forestiero.

Accadde anche a Gabriele Münter, l’artista berlinese che con Wassily Kandinsky e Franz Mark avrebbe fondato, nel 1911, il movimento espressionista “Der Blaue Reiter”. Ella giunse nel Burgraviato con il compagno Wassily Kandinsky nel maggio del 1908. Fecero una prima tappa a Chiusa dove, sin dal 1874 operava una interessante colonia artistica capeggiata dal pittore tedesco Alexander Koester, e poi proseguirono il viaggio verso Lana. 

La scelta di soggiornare a Lana anziché a Merano poteva avere molte ragioni, ma certamente il piccolo borgo, seppur più defilato, risentiva comunque favorevolmente dello sviluppo turistico della vicina città di cura. 

Di contro esso poteva offrire un soggiorno più a contatto con la natura e più al riparo dalla mondanità. La coppia restò a Lana tre settimane, tra il 6 e il 29 maggio. Dal soggiorno dovettero scaturire più di un disegno, schizzi e dipinto di piccolo formato. Entrambi ritrassero lo spettacolo dei campi in fiore. Gabriele Münter scelse un panorama ampio che mettesse a fuoco la campagna, gli alberi col loro carico di fiori ma anche le montagne con alcune cime ancora innevate. 

Wassily Kandinsky fissò sulla tela una raffigurazione più ravvicinata, mettendo a fuoco il terreno in primo piano e al centro uno solo degli alberi in fiore, insistendo sulla consistenza dei fiori stessi. La montagna è accennata, non se ne vede lo sviluppo verticale, ma solo la base che fa da sfondo all’albero. 

Nell’aprile del 1914, a sei anni di distanza dal suo primo soggiorno, il celebre pittore Vasilij Kandinskij era ritornato a Merano per una breve vacanza con la madre, la sorella ed alcuni amici russi. Questa volta aveva preso alloggio presso il Caffè-Ristorante Passerschlucht, non lontano dalla gola del fiume Passirio e dal cosiddetto Ponte romano. 

Ubicato in luogo ameno e suggestivo, immerso nel verde vicino alle Passeggiate Gilf, il Caffè-Ristorante Passerschlucht, dava in affitto anche alcune camere ammobiliate con balcone. I tavolini posizionati nel giardino e il via vai degli avventori del bar e ristorante allontanavano il senso di isolamento e legavano il luogo all’ampio circuito delle passeggiate.   

A Merano, il 1914 si era dimostrato foriero di importanti novità e l’artista russo aveva potuto viverle in prima persona. In città, proprio all’imboccatura delle Passeggiate d’inverno era stato costruito l’imponente ed elegante edificio del nuovo ufficio postale. 

Alla stazione ferroviaria si pubblicizzava con entusiasmo il nuovo vagone diretto da Merano e Parigi, che andava così ad unirsi a quello diretto per San Pietroburgo. Le Passeggiate Tappeiner, nucleo fondante delle cure meranesi, avevano aperto il nuovo prolungamento. Infine, anche nell’ambito dell’affluenza turistica vi era stato un netto balzo in avanti raggiungendo il tetto massimo delle quarantamila presenze, numero che non sarà mai più raggiunto. 

Le tensioni politiche che serpeggiavano in tutta Europa e che sfociarono nell’assassinio a Sarajevo dell’erede al trono d’Austria, forse in riva al Passirio giungevano più attutite ma sicuramente i primi refoli di guerra avevano iniziato a farsi notare.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Riscone, Castel Lambertoe la statua di Kummernus

Un castello immerso nel silenzio, al sommo di una piccola collina, al centro della val Pusteria ma tuttavia in posizione defilata rispetto alle attuali vie di comunicazione. Così potremmo definire Castel Lamberto / Lamprechtsburg, sito non distante da Brunico ed isolato fra i boschi e il verde dei prati che ancora piuttosto abbondanti circondano il capoluogo pusterese. Gli ampi spazi delle corti e del cortile sono circondati su tutti i lati da un basso muro, mentre la collina scende a precipizio verso la Rienza.

Il castello deriva il proprio nome da san Lamberto, cui è dedicata la piccola cappella sul lato orientale. Lamberto fu vescovo di Maastricht nel 672 e il suo culto è diffuso nella Germania occidentale, nel Belgio e nei Paesi Bassi. L’origine del castello è argomento di dibattito e le ricostruzioni fra gli studiosi sono ancora piuttosto divergenti. È probabile una sua fondazione da parte dei signori di Riscone (Rischon), ministeriali dei vescovi di Bressanone che assunsero in seguito il nome del castello da loro abitato divenendo “signori di Lamprechtsburg”. Il castello compare per la prima volta in un documento nel 1228-30 ma già nel 1380 i signori di Lamprechtsburg risultano estinti. Subì distruzioni in seguito ad eventi bellici e passò diverse volte di proprietà. All’interno della cappella una lastra tombale ricorda Johann Nepomuk Winkler von Colz zu Rubatsch, già ufficiale in un reggimento di corazzieri austriaci che, sconvolto dalla brutalità della guerra dei sette anni cui aveva partecipato, decise di dare una svolta clamorosa alla propria vita: si ritirò in un convento certosino ed assunse il nome di Pater Ambros. In seguito divenne l’ultimo prelato della Certosa degli Angeli in val Senales, chiusa nel 1782 dall’imperatore Giuseppe II.  Costretto a far ritorno in val Pusteria e a ritirarsi nel castello paterno, morì pochi mesi dopo in seguito ad una caduta da cavallo: una passione che non aveva evidentemente perduto neppure in convento e che non aveva mancato di stimolare nei contadini della val Senales la nascita di alcune curiose leggende. 

L’aspetto attuale della cappella risale al Seicento, ma la costruzione sorge su strutture preesistenti. All’interno i tre altari barocchi danno una fisionomia di elegante sacralità all’aula, come si addice ad una cappella gentilizia. Nell’angusto corridoio d’entrata trova però posto una “santa” Kummernus. La presenza di questa santa ci catapulta invece in un ambiente popolare, ricco di leggende e credenze ma anche di una toccante umanità. Sono i bisbiglii delle donne raccolte in preghiera nottetempo come presso un santuario, invocando la santa a risuonare nella chiesa. Durante i periodi in cui si svolgevano i grandi mercati del bestiame di Stegona, alla periferia di Brunico, infatti la cappella di Castel Lamberto era frequentata soprattutto di notte da numerose donne che venivano a pregare santa Kummernus della grazia di rimanere incinte.

Kummernus o Kummernis, entrò nella tradizione popolare a partire dal XV secolo, ma si tratta di un personaggio plasmato su un errore di interpretazione. Fra i pellegrini nordici il Cristo raffigurato in stile bizantino, abbigliato e ancora vivo e con gli occhi aperti, fu erroneamente interpretato come donna e ne nacque la leggenda e la figura della “santa” Kummernus, che la Chiesa ufficiale non canonizzò e non riconobbe mai. Si tratta di una figura di donna barbuta e crocifissa. Di lei si tramanda che fosse figlia di un re e che dovesse andare in sposa ad un dignitario di corte pagano. La sua fede in Dio e il suo amore per il Cristo non le permettevano di andare incontro ad una simile fine quindi scongiurò il padre di ritirare il suo impegno. Il padre non stette neanche a sentirla e proseguì coi preparativi delle nozze. La notte prima della cerimonia nuziale Kummernus pregò intensamente affinché le fosse risparmiato il matrimonio con un pagano. Quando l’indomani il padre andò a prenderla per condurla allo sposo la vide in volto e trasecolò: a Kummernus era spuntata la barba. Il padre adirato la fece portar via e diede ordine che fosse crocifissa come lo fu il Cristo che tanto adorava. 

COME ARRIVARVI

Il castello è congiunto con Brunico da un comodo, piacevole ed antico sentiero che si diparte dalla periferia orientale della città, oltre il centro storico, mantenendosi sempre sulla sinistra orografica della Rienza. In alternativa si può procedere anche da Riscone utilizzando la strada asfaltata che da lì si diparte verso Valdaora. L’intera zona ben si presta a svariate passeggiate. Si consiglia l’utilizzo di una carta topografica, ad esempio la cartina Tabacco 033 (Brunico e dintorni).

Sull’altro versante della valle, sorge la frazione brunicense di Teodone: vi ha sede lo splendido Museo etnografico della Provincia di Bolzano (via Duca Teodone 24, tel. 0474 552087), articolato su diversi edifici rurali ed in buona parte strutturato come museo all’aperto. Orario: da Pasqua alla fine di ottobre, martedì-sabato (9.30 – 17), domenica e festivi (14 – 18).

Associazione turistica di Brunico, viale Europa 26, Brunico, tel. 0474  555722

Autrice: Rosanna Pruccoli

Salari nel settore privato

Tra il 2018 e il 2023, i salari nominali nel settore privato altoatesino sono aumentati dell’11,8%, mentre il costo della vita è cresciuto del 20,3%.  A dirlo è un’indagine locale dell’Istituto per la Promozione dei Lavoratori. Non è la prima volta che questo accade e oggi giunge una conferma: gli stipendi nel settore privato non riescono davvero a tenere il passo con l’aumento dei prezzi. Gli aumenti salariali recentemente annunciati per i dipendenti del pubblico impiego rappresentano senz’altro un segnale importante, ma ora anche il privato è chiamato ad agire, dicono i vertici di IPL. Lo dicono ricordando che con il 76% in Alto Adige il settore privato detiene una quota significativamente maggiore dell’occupazione dipendente rispetto al settore pubblico (24%).

Guardando alle qualifiche professionali nel settore privato guarda caso si osserva che quelle più elevate hanno tendenzialmente registrato un aumento salariale maggiore rispetto a quelle più basse. Nello specifico: +15,9% per i dirigenti, +12,7% per i quadri, +11,3% per gli impiegati e solo +10,2% per gli operai.

La ricerca di IPL ricorda che il 20,3% dell’aumento del costo della vita tra il 2018 e il 2023 è dovuto principalmente alla crescita dei prezzi causata dalla crisi energetica del 2022, con un ulteriore rincaro registrato nel 2023. Un’onda lunga che non accenna a fermarsi. 

I dati relativi al 2023 non fanno che confermare le impressioni che tutti noi abbiamo avuto, gestendo le nostre finanze personali e famigliari. E con questo si conferma la crescita dello squilibrio tra coloro che fanno fatica (con le loro famiglie) a quadrare il loro bilanci e chi invece nella provincia gode di una posizione di privilegio economico, per un motivo o per l’altro. Sia esso la proprietà di immobili in affitto che la responsabilità di aziende con profitti in crescita. 

Non dobbiamo rassegnarci alla presunta normalità di questo squilibrio. Anche nel sistema Alto Adige è giusto che nella parte più dinamica del mondo del lavoro, ovvero il settore privato, riprenda un dibattito – serio – sulla necessità di sostenere i dipendenti, soprattutto quelli a basso reddito. Per evitare il boomerang costituito dall’esclusione di una fetta sempre più ampia di residenti lavoratori dall’accesso di larghe fette di beni di consumo. Stiamo parlando di beni di prima necessità, ma anche – ad esempio – della possibilità di godere di un periodo di ferie degno di questo nome. La tutela dei più deboli non può e non deve passare di moda.

Autore: Luca Sticcotti

In vendita fino al 12.10 gli abbonamenti alla nuova Stagione del Teatro Stabile

INSERZIONE PUBBLICITARIA – Silvio Orlando, Giuliana De Sio, Toni Servillo, Gabriele Lavia, Valentina Picello, Alessandro Haber, Neri Marcorè, Vinicio Marchioni ed Emma Dante sono tra i protagonisti della Stagione 2025/2026.

La Stagione 2025/2026 disegnata dal Teatro Stabile al Comunale di Bolzano si compone di 12 appuntamenti con l’eccellenza del teatro. 

“Il social più antico del mondo” è il titolo scelto dallo Stabile per i cartelloni 2025/2026: uno slogan che evoca la valenza sociale del teatro, un rito collettivo che non ha perso la sua forza vitale nel corso dei secoli e che – nel caso di Bolzano e del suo Teatro Stabile – continua a rafforzarsi. 

LE PRODUZIONI 

Fuoriclasse della scena e appassionato di musica classica, Toni Servillo è protagonista di “Oedipus Rex”, melologo che unisce le musiche di Igor’ Stravinskij al libretto che Jean Cocteau ha tratto da Sofocle. Lo spettacolo, che viene presentato in esclusiva al Comunale di Bolzano, dal 9 al 12 ottobre, nasce dalla coproduzione tra Stabile e Orchestra Haydn di Bolzano e Trento diretta da Donato Renzetti.

Filippo Dini, regista e interprete amatissimo dal pubblico e dalla critica, affronta “Il Gabbiano” l’opera più lirica di Anton Čechov. Ad affiancarlo in scena dal 20 al 23 novembre troviamo Giuliana De Sio.

“Sabato domenica e lunedì”, attualissima commedia di Eduardo De Filippo, rivive dal 15 al 18 gennaio grazie alla regia di Luca De Fusco e all’interpretazione di Teresa Saponangelo e Claudio Di Palma.

Neri Marcorè e il regista e drammaturgo Giorgio Gallione hanno molto frequentato i materiali gaberiani. Il nuovo spettacolo “Gaber – Mi fa male il mondo” – a Bolzano dal 12 al 15 marzo – è un’esplorazione nell’universo creativo, etico e letterario di due grandi autori del teatro e della canzone come Giorgio Gaber e Sandro Luporini. 

Dal 9 al 12 aprile Silvio Orlando interpreta il suo primo Pirandello, vestendo i panni di Ciampa, cuore pulsante di “Il berretto a sonagli. 

GLI SPETTACOLI IN OSPITALITÀ

Completano il cartellone gli esempi più luminosi di allestimenti teatrali che si confrontano con testi immortali e drammaturgie contemporanee. Dal 4 al 7 dicembre Gabriele Lavia, gigante della scena, dirige e interpreta “Re Lear”, uno dei capolavori della drammaturgia shakespeariana. In scena, in questo allestimento monumentale, Lavia è affiancato da 14 attori e attrici. Un’altra importante rilettura di Shakespeare sarà presentata dall’8 all’11 gennaio. È quella di Antonio Latella, maestro del teatro contemporaneo, che dirige “Riccardo III”. Nel ruolo di Riccardo III troviamo Vinicio Marchioni, in dialogo con un cast calibratissimo di 11 attori/attrici. Con “Volevo essere Marlon Brando” Alessandro Haber torna a Bolzano dall’11 al 14 dicembre per interpretare uno spettacolo in cui ripercorre la sua carriera lunga decenni e una vita fuori dagli schemi. La regia è di Giancarlo Nicoletti.

C’è un filo rosso che parte da Anton Čechov e passa da Tennessee Williams nell’analizzare la società tramite le dinamiche familiari. Con questa prospettiva Leonardo Lidi dirige “La gatta sul tetto che scotta”, affidandosi all’interpretazione di Valentina Picello e di altri/e otto interpreti. Lo spettacolo andrà in scena dal 22 al 25 gennaio. 

Dal 26 al 29 marzo Emma Dante, artista siciliana conosciuta in tutto il mondo per il suo stile passionale e coinvolgente, presenterà Re Chicchinella, terzo spettacolo adattato da una fiaba de Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de peccerelle, meravigliosa raccolta di novelle in lingua napoletana che Giambattista Basile creò nel 1634. 

Anche quest’anno, grazie alla consolidata collaborazione con il Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento, la Stagione si impreziosisce di due appuntamenti con la danza contemporanea internazionale. Dal 27 al 30 novembre Marcos Morau dirige la compagnia di danza AterBalletto sulle musiche di Ennio Morricone nello spettacolo “Notte Morricone”. “The Wall_Dance Tribute” è il titolo della nuova coreografia di Michela Merola, diretta da Manuel Renga sulle musiche del celebre concept album dei Pink Floyd The Wall, presentata dal 5 all’8 marzo. 

ABBONAMENTI

I prezzi degli abbonamenti rimangono invariati rispetto alle passate stagioni. 

I turni degli abbonamenti sono quattro. Turno A: giovedì h. 20.30; TURNO B venerdì h. 19.00; TURNO C sabato h. 19.00; TURNO D domenica h. 16.00. 

I nuovi abbonamenti sono in vendita fino al 12 ottobre. 

La biglietteria del Teatro Comunale di Bolzano è aperta con il seguente orario: da martedì a venerdì dalle 14.30 alle 19.00 e sabato dalle 15.30 alle 19.00. 

Infoticket + 39 0471 053800  

info@ticket.bz.it

www.teatro-bolzano.it 

(inserzione pubblicitaria)

Sinigo torna a vivere grazie al Paloo Fest

Sinigo non è solo un quartiere di Merano: negli ultimi due anni sta diventando un laboratorio a cielo aperto di rigenerazione urbana e partecipazione. Il Paloo Fest, in programma il 5 e 6 settembre, ne è la dimostrazione più vibrante. Organizzato dal Centro Giovani Tilt insieme a numerose realtà locali, l’evento non è una semplice festa, ma la tappa conclusiva di un percorso iniziato nel 2024, che mira a riscrivere la narrazione del quartiere puntando su cultura, creatività e coinvolgimento diretto degli abitanti.

Per un anno intero, infatti, Paloo non è stato soltanto un “festival”, ma un vero e proprio contenitore di attività, incontri, laboratori e azioni diffuse che hanno messo al centro la comunità. 

Passeggiate urbane, workshop di arte pubblica, attività di cura degli spazi e percorsi di cittadinanza attiva hanno preparato il terreno per l’appuntamento di settembre, quando le strade e le piazze si trasformeranno in un mosaico di suoni, colori e relazioni.

Venerdì sarà la giornata delle sfide

Venerdì 5 settembre sarà la giornata delle sfide, dei laboratori e della musica dal vivo: bambini, ragazzi e adulti troveranno attività pensate per tutte le età, dai laboratori creativi di ÓPLab alle sfide di scacchi del Csk Merania, dalle letture ad alta voce curate dalla Biblioteca civica di Merano ai progetti di mobilità inclusiva di Adlatus, Independent e Roland. La danza e il canto animeranno la serata con la scuola Lunika, le Gypsymoonsisters e il coro multilingue di Trait d’Union, fino ad arrivare alla musica dei giovani talenti di MusicaBlu e BluSpace, passando per l’energia dei The Decades e del Dj Alex Stan. Tutto partirà tra l’altro con una sfida per giovani volontari di tutta la città di Merano: giochi senza frontiere a squadre per divertirsi insieme e dedicare la giusta importanza all’impegno civico dei giovani della città.

Sabato: dal mercatino alla musica dal vivo

Sabato 6 settembre il quartiere si risveglierà con il Mercatino Hobby & Second Hand, tra vintage, artigianato e oggetti unici. Non mancheranno momenti di comunità come il cerchio di mamme proposto dalle doule, le attività solidali delle associazioni Geko, Basaglia e Scalda Cuore, e l’uscita di plogging organizzata da Plastic Free. Con Belva Studio, invece, chiunque potrà contribuire a un grande workshop di pittura collettiva. La giornata culminerà in piazza, prima con i giovani musicisti locali e poi con il gran finale dei Litfibeer, pronti a trasformare Sinigo in una grande pista da ballo sotto le stelle.

Ad accompagnare le attività, anche lo stand gastronomico degli Alpini di Sinigo e Marlengo, che porteranno convivialità e sapori della tradizione.

Trasformare il rione in un luogo vivo e condiviso

“Il Paloo non è un evento che arriva dall’alto, ma nasce dal quartiere e per il quartiere – spiega Adele Aderenti, coordinatrice del Centro Giovani Tilt –. In questi mesi abbiamo visto crescere un senso di appartenenza e di fiducia reciproca: abitanti, associazioni e realtà diverse si sono incontrati e hanno costruito insieme. Il festival è solo la punta dell’iceberg di un processo che dura tutto l’anno e che continuerà a trasformare Sinigo in un luogo vivo e condiviso”.

Il Paloo Fest è festa e riflessione, intrattenimento e costruzione di futuro. Ogni edizione aggiunge un tassello a un progetto di comunità che non si esaurisce nei due giorni di musica, ma prosegue con iniziative permanenti. A Sinigo, il 5 e 6 settembre, non si partecipa solo a un evento: si entra in un processo collettivo di cambiamento. 

E la musica, stavolta, sarà la colonna sonora di un quartiere che sta finalmente  riscoprendo se stesso.

Autore: Luca Masiello

Nuova vita per il castello di Salorno

La passione per il proprio territorio può diventare un motore di rinascita e condivisione. Lo dimostrano i tre lunghi anni di scavi, studio e dedizione spesi dai tredici volontari dell’associazione Haderburg, che ha da poco inaugurato ufficialmente la cisterna medievale dell’omonimo Castello a Salorno.

// Di Daniele Bebber

Si tratta di un gioiello architettonico che poco alla volta sta restituendo alla comunità di Salorno interessanti pezzi di storia. Una storia che viene narrata fra le colonne di questo giornale nell’approfondimento a pagina 18, fra l’altro.

Parlando dell’iniziativa di recupero della cisterna, questa è partita quasi per caso dall’idea di Michele Girardi, membro dell’associazione, diventando uno dei recuperi più significativi nel patrimonio locale. 

“È un po’ imbarazzante dirlo – racconta – ma sì, l’idea è nata da me. Quando sono entrato nell’associazione, alcuni anni fa, ho sentito di dover dare un contributo più concreto alla cura del castello, perché c’era tanto da scoprire e valorizzare.” Il progetto ha preso chiaramente forma e vigore da un non scontato entusiasmo collettivo, volto a riportare alla luce un qualcosa risalente alla metà del XII secolo, epoca coeva alla fondazione del castello stesso. 

“Da ragazzino mi ero calato lì sotto e sapevo che c’era qualcosa di speciale. Nessuno ne conosceva davvero le dimensioni o lo stato perché all’epoca era piena di materiale. Per me era chiaro, quella cisterna meritava d’essere riportata alla luce.” Con il supporto della Sovrintendenza ai Beni Culturali, in particolare della dottoressa Dalla Torre, è arrivato quindi il via libera ufficiale. Si è trattato di una fiducia rara, concessa a un gruppo di volontari per svolgere direttamente i lavori sotto la supervisione di un archeologo. A quel punto è stata avviata la “macchina del recupero”: attrezzi prestati da cittadini, materiali acquistati di tasca propria, o costruiti artigianalmente, e l’indispensabile aiuto dei Vigili del fuoco di Salorno per lo svuotamento iniziale. 

“Il lavoro è stato immenso. Ogni sabato e domenica, per tre anni consecutivi, ci siamo calati nella cisterna raccogliendo e setacciando oltre 30 metri cubi di materiale, pari a circa 5-6 tonnellate – racconta Girardi -. Pensavamo di avere sotto un metro di detriti, invece erano due e mezzo. Questo ha allungato i tempi, ma non ha mai spento l’entusiasmo.” 

Il 14 settembre dell’anno scorso è stato estratto l’ultimo secchio. Da quel momento si è aperta la seconda fase, quella volta a rendere la cisterna fruibile al pubblico. Non potendola mantenere asciutta, la scelta è ricaduta sulla progettazione di una pedana in acciaio a metà altezza, che consente ai visitatori d’ammirarla nel suo stato naturale, pian piano anche con l’acqua a riempire, un po’ come accadeva nei tempi antichi. La nuova struttura, interamente progettata da Michele Girardi è stata trasportata in quota con l’elicottero. “È stato il progetto più bello che abbiamo vissuto nel nostro mondo associativo. Un progetto che ci ha uniti così tanto che non abbiamo mai avuto un conflitto. Questo ci dà forza per guardare avanti”. 

Fondamentale è stato il sostegno della comunità: “Chiunque abbiamo interpellato ci ha dato una mano – continua –  ad esempio Aldo Larger, falegname per hobby, ci ha costruito quattro setacci. Anche alcuni ragazzi sono venuti con i genitori ed hanno vissuto un’esperienza senz’altro unica, educativa e coinvolgente”. Guardando al domani, l’associazione Haderburg ha delle idee in cantiere, “progetti ambiziosi, impegnativi anche dal punto di vista economico, ma non ci spaventano”. Nel frattempo, il pensiero va alla possibilità di coinvolgere nuovi volontari, soprattutto tra i più giovani, strutturandosi meglio sul piano comunicativo, con una presenza più attiva sui social e con la realizzazione di un sito internet. 

E il castello? 

“Attrae molti visitatori, ma sono più i turisti che non i salurneri a visitarlo. Quindi invitiamo tutti, specialmente i nostri concittadini, a scoprire e vivere questo luogo, simbolo della nostra storia e identità”.

INTERVISTA ALLA BARONESSA ALBRIZZI

La storia del Castello di Salorno si intreccia profondamente con quella della famiglia Albrizzi, proprietaria da secoli. A raccontarlo in sintesi è la baronessa Elisabetta Ruben Albrizzi. “La nostra famiglia è arrivata in questo castello quando abbiamo ottenuto il feudo – racconta la baronessa -. Fu assegnato ai miei antenati, gli Zenobio, patrizi veronesi che erano al tempo stesso nobiltà veneta e asburgica. Avevano concesso prestiti agli Asburgo, che in cambio affidarono loro un ampio territorio, da Lavis a Salorno, fino a Montagna, dove ancora oggi siamo presenti”. Nel 1648, il feudo passò dunque alla famiglia Zenobio e successivamente agli Albrizzi, di cui la baronessa fa parte. Il castello, un tempo presidio militare, era già in disuso nel Seicento, racconta la storia, ma ha continuato a rientrare nei diritti feudali rimanendo legato ai passaggi strategici sull’Adige. “Negli anni Duemila il castello mostrava gravi segni di instabilità – ricorda -. Fu mio padre a intervenire, avviando un’opera di consolidamento delle mura. Si innamorò tanto dell’idea di restituire questo luogo alla collettività. Da lì partì il progetto di restauro, iniziato nel 2000 e concluso nel 2003”.

Cosa significa oggi essere proprietari di un castello? 

Nel nostro caso parliamo di un rudere. Non è abitabile e questo rende le cose più complesse. È un grande onere, ma anche un grande onore. Sentiamo il peso e il dovere di custodirlo e valorizzarlo, proprio come ha fatto nostro padre.

Siete gli unici in zona a possedere un castello? 

Certamente il nostro è tra i pochi ad essere ancora in mani private. Noi però non risiediamo in zona, viviamo a Venezia e veniamo soprattutto d’estate.

Com’è il rapporto con l’Associazione Haderburg? 

Qualcosa di magico. Li ammiro profondamente. Hanno iniziato come un piccolo gruppo e oggi sono una realtà solida, mossa da una passione autentica. Collaboriamo attivamente e loro ci supportano in modo eccezionale con progetti concreti, idee e un grande spirito di dedizione.

Conserva qui qualche ricordo d’infanzia?

Da bambina venivo spesso in questo castello, era abbandonato a tal punto che non c’era quasi la strada d’accesso, ma si giocava ugualmente. Era un luogo di avventure e immaginazione.

Adesso sono i suoi figli a vivere quel legame con la storia… 

Anche loro stanno iniziando a comprendere cosa significhi avere un bene così importante. È qualcosa che si capisce con il tempo. Vedi l’impegno che comporta, ma anche il valore che rappresenta e spero che abbiano anche loro lo stesso sentimento di responsabilità e amore che abbiamo ricevuto noi.

Autore: Daniele Bebber

Vivere insieme è meglio. La Giornata dell’Autonomia

Il 5 settembre si celebra la Giornata dell’Autonomia. Solo un rito di poco interesse riferito a un tema che appassiona solo gli storici? Magari fosse così. L’Autonomia è oggi più che mai una risposta possibile, forse doverosa, a molte delle crisi che insanguinano il mondo e che si fondano, in buona parte, sul nazionalismo.

Ucraina e Israele/Palestina sono due esempi che, pur con le loro differenze e particolarità, contengono molti elementi che ritroviamo nella storia altoatesina: la negazione dell’altro, la strumentalizzazione delle differenze etniche e linguistiche, l’arroganza del più forte, lo spostamento dei confini, la volontà di dividere, l’erezione di muri.

Hanno in comune anche altri aspetti. Ad esempio, la presenza di persone – sempre minoritaria, in questi casi – che indicano nel vivere insieme la soluzione, anziché nella separazione. Persone convinte che uno Stato laico e democratico debba essere in grado di garantire pari diritti a tutte le minoranze che in esso convivono, a tutte le espressioni culturali, linguistiche, religiose.

C’è poi, da ricordare e da sottolineare, il ruolo delle Istituzioni sovranazionali nella vicenda altoatesina. Furono le Nazioni Unite negli anni Sessanta a riportare Austria e Italia al tavolo delle trattative. Fu il processo di unificazione europea a offrire ai due Stati un linguaggio comune. Oggi ONU e UE sono in crisi. Speriamo sia una crisi di crescita.

Infine, il ruolo della diplomazia e della politica. Mentre qualcuno fece ricorso alle armi e altri rivendicavano la loro supremazia culturale, un patto internazionale – l’Accordo Gruber-Degasperi firmato appunto il 5 settembre del 1946 – pose le basi dell’Autonomia. All’indomani di una tragica guerra. La politica, pur non essendo sempre all’altezza (nemmeno oggi), fu però capace di produrre e attuare lo Statuto di Autonomia (1948) e la sua riforma (1972).

Niente di tutto ciò è esportabile? Almeno l’idea di fondo – vivere insieme è meglio – forse sì.

Autore: Paolo Bill Valente