Il Santiago saluta l’estate con le sette note

Dopo un anno intenso e ricco di soddisfazioni, con una comunità paesana che si è dimostrata compatta nell’apprezzarne le proposte, l’Oratorio Santiago di San Giacomo – ormai punto di riferimento locale per l’aggregazione delle persone del posto ma anche di più lontano – ha salutato in musica la propria affezionata comunità in una splendida giornata di sabato con un concerto davvero speciale. Sì, perchè il gruppo protagonista della serata, i “Breeze of sound”, è composto da artisti e musicisti tutti originari di San Giacomo e Pineta. 

Sulle note di bossanova, swing e jazz, molte sono state le persone che hanno deciso di godersi la frescura della sera a suon di musica.

Le attività dell’Oratorio riprenderanno in settembre e per l’occasione è prevista una grande festa di apertura alla quale sarà difficile mancare.

Nel frattempo il piazzale della parrocchia di San Giacomo sarà allietato dalla festa campestre degli alpini: il gruppo delle penne nere locali compie infatti quest’anno la bellezza di 70 anni, e per celebrare il giubileo al meglio sono state organizzate diverse iniziative. La prossima sarà appunto nel piazzale della parrocchia nel fine settimana del 26 e 27 luglio. Oltre alle prelibatezze della della cucina tradizionale proposte dagli Chef Giorgio Nardelli e Alessandro Grezzani, sabato si ballerà con la musica di Enzo Allegri, e domenica con Devis Ballerini. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

Autrice: Raffaella Trimarchi

I Baiuvari tra il Tirolo, il Trentino e il Veneto

Le migrazioni sono tra i fenomeni più profondi e duraturi della storia dell’umanità. In certi casi si trattò di invasioni violente (come quelle degli Ostrogoti o dei Longobardi, che occuparono gran parte della penisola italiana); in altri si tratto invece di insediamenti graduali e pacifici, che modificarono in profondità la struttura demografica, linguistica e culturale delle regioni alpine.

Uno degli esempi più rilevanti – e per certi versi ancora poco indagati – fu la migrazione dei Baiuvari che tra il VI e l’VIII secolo riguardò un territorio compreso tra l’attuale Baviera, il Tirolo austriaco, il Trentino-Alto Adige e parte del Veneto settentrionale. I Baiuvari nacquero probabilmente tra il IV e il V secolo d.C. dalla fusione di residui elementi romanici e germanici. 

Furono alleati dei Franchi merovingi, e poi, nel 788, vennero incorporati nell’Impero Carolingio da Carlo Magno, che costrinse il duca Tassilone III della dinastia degli Agilolfingi (tra l’altro parente di Carlo da parte di madre e marito della figlia dell’ultimo re dei Longobardi Desiderio) ad abdicare. Questo evento segnò l’inizio di un’espansione  franco-bavarese verso sud. Singolare la circostanza che qualche secolo dopo, nel 1027, anche i primi conti di Bolzano fossero di origine bavarese. 

Dalla metà del VI secolo, gruppi baiuvari cominciarono a migrare verso le Alpi e oltrepassarle. Le motivazioni principali furono, a parte il desiderio di nuove terre coltivabili e pascoli, il declino delle strutture tardo-romane e ostrogote e  la necessità dei Franchi di presidiare le vie di comunicazione strategiche, come il passo del Brennero, il Resia e il Monte Croce Comelico.

Nel Tirolo settentrionale, i Baiuvari si insediarono nella valle dell’Inn e nelle valli laterali. Nel Tirolo meridionale (oggi Alto Adige) e in Trentino, gli insediamenti furono inizialmente più frammentati, ma comunque significativi. I Baiuvari si stabilirono in zone montane e periferiche (ma anche a Bolzano), spesso integrandosi con i Longobardi, a loro volta “fusi” con l’antica popolazione romana. 

Tra le aree più importanti troviamo l’Oltradige e la Bassa Atesina, le valli di Non e di Sole, l’Alta Valsugana, le Giudicarie, l’Altopiano di Pinè (Miola, Faida, Montagna e Rizzolaga), il Fersental (Val dei Mocheni) con località come Persen, Palù (Palau), Vignola, Frassilongo (Florutz), Roveda (Gereut), gli Altipiani cimbri con Lavarone (Lafraun), Luserna, Folgaria (Filgreit), Vallarsa (Brandtal), Terragnolo (Latal), Val Ronchi (Rauttal) e Roncegno (Rundscheiner Berg) sopra Borgo. 

I migranti germanici in queste zone vennero spesso chiamati Teutonici o Teutisci (todeschi), nomi generici che solo dal basso medioevo si trasformarono in Cimbri (senza alcun legame diretto con gli antichi Cimbri storici). A lungo, corsi d’acqua come l’Avisio (Eveys) furono considerati confini naturali tra il mondo linguistico latino e quello germanico. 

Lo stesso vale per il Noce (Ulz), che segnava la linea di separazione politica e culturale tra la Contea del Tirolo e il Principato vescovile di Trento, quest’ultimo inserito nel Sacro Romano Impero di Nazione Tedesca dal 1027 al 1803.

I Baiuvari non si fermarono al Trentino. Giunsero, seppur in misura minore, anche nel Veneto alpino, soprattutto nel Bellunese, sugli altipiani vicentini e nelle montagne veronesi, dove la lingua tedesca si conservò fino al XV secolo e oltre.

I Baiuvari contribuirono in modo decisivo alla germanizzazione delle Alpi centro-orientali, lasciando una traccia linguistica, toponomastica e culturale che si riflette ancora oggi nella toponimia, nei dialetti e nella cultura alpina. La loro presenza fu fondamentale per la formazione dell’identità tirolese, che si consolidò solo nei secoli successivi, quando nel 1027 l’Imperatore Corrado II concesse in feudo al vescovo di Trento i territori montani, riconoscendo formalmente una realtà già esistente “de facto”.

Autore: Reinhard Christanell

Antonio Manfredi: poeta, pittore, critico d’arte e cinematografico

La presenza di Antonio Manfredi a Merano fu un prezioso apporto alla vita culturale in città. Con i suoi numerosi contatti riusciva a far giungere in questa contrada molto di quanto si andava producendo nei maggiori centri intellettuale italiani: idee, tendenze, libri, personaggi. È Mary de Rachewiltz a mettere a fuoco la sua figura e il suo spessore con la sapienza dell’intellettuale e l’affetto di chi ebbe modo di conoscerlo e frequentarlo: “Per quarant’anni non si è mai lasciato sfuggire un libro importante per l’Italia, con ciò, pur senza cattedra, a gente come noi sperduti nei remoti angoli della provincia, maestro e guida silenziosa”.  Poeta noto ed apprezzato a livello internazionale, le sue raccolte di poesie erano state pubblicate dalle case editrici più prestigiose.

Era nato a Viareggio il 10 agosto del 1912 da una famiglia che, proprietari di cave, avevano subito un tracollo finanziario di proporzioni importanti con la crisi del Ventinove. Nipote del noto scultore Emanuele Baratta, ne ereditò la creatività e il bisogno di bellezza. Ottenuta la laurea in legge, la necessità impellente di trovare un lavoro lo condusse a lasciare la propria città natale per trasferirsi a Merano, dove si impiegò in Comune in qualità di archivista. Trovò dimora presso Frau Pircher in via Zingerle, dove abitava anche Anton Frühauf, e vi restò sino al 1967 quando sposò Lidia Borin. 

Parallelamente allo studio, prima, e al lavoro, poi, aveva sempre coltivato le sue due più grandi passioni: la poesia e la pittura. Nel 1947 giunse il primo riconoscimento internazionale: vinse il Premio Internazionale di Poesia “Libera Stampa” di Lugano. Il premio gli permise di essere economicamente autonomo decidendo di lasciare l’impiego in comune. Per un certo periodo insegnò anche Italiano Seconda Lingua nelle scuole tedesche. Qualche tempo dopo gli proposero di lavorare alla COMIT a Milano. Gli anni milanesi non furono sempre facili giacché quel lavoro non era di suo gradimento, ma l’ambiente intellettuale effervescente gli offrì importanti sollecitazioni. Numerose furono le amicizie colte che lì poté stringere e che si mantennero vivide e profonde nel corso degli anni: da Sereni a Solmi, da Borlenghi a Erba, Morlotti, Scheiwiller, Fortini. Per non dimenticare la figura politicamente complessa e culturalmente poliedrica del banchiere mecenate Raffaele Mattioli. Presto giunse anche una nuova proposta di lavoro da parte della Radio Svizzera Italiana, un incarico come corrispondente letterario per il Nord-Est d’Italia, che egli accettò con entusiasmo. Si trattava, infatti, di inviare settimanalmente pezzi per la radio di Lugano: un lavoro che lo impegnò per più di un intenso trentennio. Era Eros Bellinelli la persona di riferimento col quale Manfredi si confrontava sui testi che inviava e che divenne poi un caro amico. Questo incarico conviveva con la sua quotidianità meranese e la arricchiva. Nel corso degli anni collaborò pure con numerose riviste letterarie fra le quali “Letteratura”, “Approdo Letterario”, “Il Mondo”, “La rassegna d’Italia”, “Letteratura moderna”, “La Chimera”, “Almanacco dello specchio”, “Paragone”. 

A Merano fu amico di Giuseppe Maviglia, Luigi Serravalli, Boris e Mary de Rachewiltz, Bruno Iori per citare solo alcuni fra gli intellettuali e i promotori culturali cittadini. Nell’amicizia, come ebbe a scrivere Mary de Rachewiltz, Manfredi era “l’amico che tutti sognano: discreto, gentile, costante e puntuale”. Partecipò attivamente alla vita culturale meranese collaborando all’organizzazione di mostre, scrivendone recensioni o veri e propri cataloghi, come fu per le personali di Marcucci, Morlotti, Birolli e Kuperion, pubblicati per i tipi di Scheiwiller “All’insegna del pesce d’oro”. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il disegno nell’anima

Valentina Stecchi è una disegnatrice, nell’anima e nel corpo. È una persona entusiasta e molto curiosa. Non esce mai di casa senza il suo blocchetto da disegno e una matita.

La cosa che mi piace di me.

Ascoltare una bella storia.

Il mio principale difetto.

Se mi indigno o mi entusiasmo per qualcosa sono molto chiassosa.

Il mio momento più felice.

Quando riesco a far ridere qualcuno.

Non sopporto… 

L’indifferenza.

Per un giorno vorrei essere…

Di nuovo bambina: per fare un sacco di monellate.

Se fossi un animale sarei…

Una lepre.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che…

Mi sono detta “basta, mollo il lavoro e faccio solo la mia vera professione: la disegnatrice”.

Dove mi vedo fra dieci anni.

In questo mondo e con qualche ruga di saggezza in più.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Ieri davanti al Tg… probabilmente accadrà anche oggi.

La prima cosa che faccio al mattino.

Stiracchiarmi.

Il superpotere che vorrei avere.

Una bacchetta magica, perché contiene un sacco di altri superpoteri.

Il mio sogno ricorrente.

Perdere il treno.

La disgrazia più grande.

Perdere il treno… no scherzo, perdere la speranza.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

Le persone a cui voglio bene.

Amo il mio lavoro perché…

È quello che sognavo.

L’errore che non rifarei.

Tutti gli errori sono occasioni.

L’ultima volta che ho pianto.

Ieri per un libro e oggi dal ridere.

Il mio motto.

“E dove hai fatto Natale fai Pasquetta!”

La massima stravaganza della mia vita.

Inventarmi parole e modi di dire, tipo “e dove hai fatto Natale fai Pasquetta!”

Il mio colore preferito…

Direi il rosso, ma non vorrei che gli altri colori si offendessero.

Autore: Marco Valente

Uno spettacolo “a tempo determinato”

Al Parco delle Semirurali, nel cuore del quartiere Don Bosco, la serata curata da Contro Tempo Teatro ha coinvolto e provocato il pubblico con ironia e riflessione. Diletta La Rosa e Flora Sarrubbo hanno guidato gli spettatori in un dialogo diretto e sorprendente sul tempo e le gabbie della vita quotidiana. Riviviamo la serata grazie alle foto di Niccolò Dametto.

Sotto le tende del Don Bosco

Il Campo Tenda del Centro Don Bosco di Laives, nato nel ‘50 dalla volontà di Don Luigi Simoni e Gino Coseri, spegne 75 candeline. Erano ben 52 i partecipanti al primo turno, che ha visto la vittoria dei Falchi, tra proposte laboratoriali, scenette teatrali, bivacchi, camminate e la buona cucina degli chef mensa scolastica comunale. Ecco alcune immagini del Campo.

“Il floorball mi ha fatto viaggiare, ma anche crescere e cantare l’inno”

Da Bolzano alla nazionale italiana, passando per la Svezia e l’Austria: a soli 24 anni, Vincent Manzardo è un esempio di passione, disciplina e internazionalità. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare il suo percorso, tra studio e sport, e per scoprire da vicino il mondo ancora poco conosciuto del floorball.

Raccontaci in breve chi sei… quanti anni hai, dove sei cresciuto.

Sono nato il 17 marzo 2001 a Bolzano, dove sono cresciuto in una famiglia numerosa, con tre fratelli, e ho completato lì tutto il mio percorso scolastico. È una città che mi è piaciuta molto come luogo in cui crescere. A 19 anni mi sono trasferito in Svezia, a Malmö, dove ho giocato per il Malmö Floorball Club e ho iniziato gli studi in relazioni internazionali all’università.

Dove ti trovi adesso e cosa stai facendo?

Attualmente vivo a Vienna, dove gioco nel Wiener Floorball Verein e studio all’Accademia Diplomatica. Vienna è una città fantastica, e anche l’ambiente universitario è perfetto per me. La squadra in cui gioco è composta soprattutto da studenti austriaci, e sono stati tutti molto accoglienti, il che ha reso facile ambientarmi.

Quando ti sei avvicinato al floorball?

A 15 anni. Fino a quel momento praticavo ciclismo, ma durante la pausa invernale sentivo il bisogno di fare qualcosa di diverso per mantenermi in forma. Un amico mi ha invitato a provare un allenamento di floorball e… non sono più tornato indietro.

Chi ti ha portato a provarlo e cosa ti ha colpito?

È stato Alessandro Russo, difensore dell’SSV Bolzano/Bozen e ancora oggi un mio grande amico. Fin da subito ho percepito un bellissimo equilibrio tra serietà e divertimento: ogni allenamento era divertente. E poi era il mio primo sport di squadra: mi sono subito innamorato di tutto ciò che ruota intorno a una squadra – dalle trasferte alle cene insieme.

Cosa ti piace di più di questo sport?

La velocità del gioco e la fisicità. Con 15 giocatori disponibili, i cambi sono continui e il ritmo resta sempre altissimo per tutti i 60 minuti.

Con che squadra giocavi a Bolzano? Com’è la cultura del floorball qui?

A Bolzano ho giocato con l’SSV Diamante Bozano/Bozen, la squadra più titolata d’Italia. In generale, in Italia il floorball è ancora uno sport di nicchia, ma in Alto Adige è leggermente più conosciuto, anche grazie alla popolarità dell’hockey su ghiaccio. 

Quali sono le principali differenze tra il floorball e l’hockey su ghiaccio?

Nel floorball si gioca con una pallina in plastica forata, non con un disco. La stecca è più corta e leggera, e si gioca con scarpe da ginnastica. Il campo è più piccolo e, tranne il portiere, non ci sono protezioni. Le balaustre nel floorball sono più basse, quindi non ci sono cariche come nell’hockey, ma il contatto corpo a corpo c’è eccome.

Hai indossato la maglia della nazionale più volte: che emozioni si provano?

Emozioni fortissime, ogni volta. Fin da piccolo sognavo di cantare l’inno e rappresentare l’Italia. Il floorball mi ha dato questa opportunità. A febbraio scorso abbiamo sfiorato la qualificazione al mondiale per un solo gol nella differenza reti. Una delusione che però mi motiva ancora di più a riprovarci.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Dal punto di vista sportivo, riconfermare la vittoria del campionato austriaco con la mia squadra e continuare il percorso in nazionale. A livello personale, voglio godermi appieno l’ultimo anno da studente e poi entrare con entusiasmo nel mondo del lavoro.

Autore: Niccolò Dametto