Le lettere di Kafka, scritte a Maia Bassa

A 101 anni dalla morte di Franz Kafka, ripercorriamo la sua vita – non solo pubblica ma anche intima – attraverso le lettere che scrisse alla sua amata Milena tra il 1920 e il 1923, molte delle quali risalgono al periodo altoatesino dell’autore. Uscite per la prima volta in italiano nel 1988 a cura di Ferruccio Masini, l’edizione da cui partiamo è quella del 2021, pubblicata da Mondadori nella collana “Oscar moderni. Cult”.

Franz Kafka nacque nel 1883 a Praga, in Boemia, una regione storica della Repubblica Ceca all’epoca sotto il dominio asburgico, ed è stato uno degli autori in lingua tedesca più importanti del Novecento. Nel 1919 conobbe a Praga Milena Jesenská, giornalista scrittrice e traduttrice ceca. Tra i due nacque un grande amore, certamente complesso, difficile, a volte incomprensibile, a volte febbrile, ma sempre totalizzante. Franz aveva trovato in Milena “Un fuoco vivo come non ne ho mai visti prima”.

Con lei ebbe un intenso carteggio, testimone di questo amore, di cui purtroppo conserviamo solo le lettere che lui scrisse a lei, circa centotrenta dall’aprile del 1920 al dicembre del 1923 (Lettere a Milena, pubblicate in italiano per la prima volta nel 1988, a cura di Ferruccio Masini). Sei mesi dopo Kafka morì in un sanatorio per una malattia polmonare che da anni lo stava consumando. Lo scambio di lettere con il suo fuoco vivo è di fondamentale importanza non solo per ricostruire gli ultimi anni di vita di uno dei più importanti esponenti della letteratura europea del XX secolo, ma anche per percorrere i profondi e tormentati corridoi della sua anima, in quegli anni legata indissolubilmente a quella di Milena. Basti pensare che fu proprio a Milena che Franz, o Frank come lo chiamava lei con gli altri, affidò nel 1921 quindici grandi quaderni che formavano i suoi Diari. 

È interessante evidenziare che è proprio dall’Alto Adige, dalla pensione Ottoburg di Maia Bassa (Merano) che partì il più grande numero di lettere che Franz indirizzò a Milena. Durante la primavera del 1920 lo scrittore stava alloggiando lì per motivi di salute e scriveva a Milena praticamente tutti i giorni, spesso più volte al giorno. Milena era capace di calmare le angosce esistenziali che non lasciavano dormire Kafka, così vicino alla verità della vita da sentirsi lontano e incompreso nel mondo che abitava (“La cosa più importante è evidente: nella cerchia intorno a me è impossibile vivere umanamente”). Le lettere pacifiche di Milena lo rendevano felice e riuscivano a dare sollievo alle sue angosce e paure: “ai piedi di queste lettere potrei sedere, felice oltre misura, questa è pioggia sulla testa che arde”. 

Lo scambio epistolare fu ricchissimo, meno frequenti invece i difficili incontri tra i due amanti che all’epoca erano impegnati in altre relazioni amorose. Si trattava di incontri fugaci che seguivano a molte ore di treno, ma erano comunque abbastanza: “Be’, domenica saremo insieme, cinque, sei ore, troppo poco per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi”, così Kafka in una lettera a Milena.

Una raccolta di lettere fondamentale per ricostruire la vita di due figure importantissime del Novecento e della loro storia d’amore. Un invito a ricordare che l’amore è la via più immediata, anche quando tormentata, per scoprire il profondo di se stessi:

“Sembra un’idea bislacca, ma è così. […] amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso”.

Autrice: Lidia Tecchiati

Lena Wild, la Svezia e l’intelligenza artificiale

Lena Wild è la giovane ricercatrice altoatesina che, in Svezia, si sta facendo strada in campo Stem. Sono l’intelligenza artificiale e le sue applicazioni ad interessarla. Lena Wild non rinuncia neppure alla scrittura; ha infatti da poco pubblicato un libro. 

Lena Wild, che tipo di percorso universitario l’ha portata ad occuparsi di applicazioni di intelligenza artificiale?

Ho studiato filologia classica, filosofia e fisica tecnica a Vienna. Nell’ambito di un progetto, sono finita in un gruppo che lavorava sulla fisica delle particelle al Cern. Ho poi svolto la mia tesi di laurea magistrale in fisica nello stesso gruppo all’indirizzo, anche se mi sono occupato meno di fisica delle particelle e più di machine learning per la fisica delle particelle. Dopo il master, volevo rimanere in quest’area dell’intelligenza artificiale, ma volevo cambiare campo perché la fisica delle particelle di era un po’ troppo lontana dai problemi concreti per me. Per caso, ho ottenuto un posto di dottorato in Svezia, all’indirizzo, dove ora sto svolgendo ricerche sull’intelligenza artificiale nel traffico stradale e sulla guida autonoma.

Se capiamo bene, la sua ricerca riguarda l’ideazione di una intelligenza artificiale che possa guidare i mezzi pesanti?

Esattamente. Stiamo lavorando a sistemi di formazione che utilizzano l’intelligenza artificiale per “capire” la strada in modo che il veicolo possa guidare in sicurezza.

Può spiegarci in maniera semplice cosa produrrà la sua ricerca?

Nella nostra ricerca, addestriamo le reti neurali a comprendere la strada in modo indipendente dai dati dei sensori, come per esempio le telecamere senza alcuna assistenza umana. Si tratta di un aspetto importante per le auto a guida autonoma, che hanno bisogno di un’immagine estremamente accurata della strada per navigare in sicurezza. Forniamo alla nostra Intelligenza artificiale tutti i dati raccolti sulla strada negli ultimi e li facciamo controllare: cos’è ancora corretto? Cosa è cambiato? E migliora queste informazioni in modo comprensibile, passo dopo passo. È come un navigatore satellitare con un cervello: pensa da solo e impara costantemente.

Lei ha appena pubblicato un romanzo può spiegarne i contenuti?

Il protagonista del romanzo, un fisico delle particelle al Cern, vive un’esperienza chiave, che sconvolge la sua intera visione del mondo. È il preludio di una corsa sfrenata, nel corso della quale l’assurdità della vita gioca un ruolo centrale.

Cosa l’ha spinta ad occuparsi di una ricerca tanto complessa?

Sono più o meno scivolata in questo campo. Ora penso che sia stata una coincidenza fortunata, perché la ricerca sull’IA è più o meno nel selvaggio West in questo momento. 

Tutto è nuovo, tutto cambia rapidamente. Un lavoro pubblicato sei mesi fa è già obsoleto oggi, il che a volte è difficile, ma può essere molto interessante soprattutto per un giovane ricercatore, perché semplicemente non ci sono vecchi esperti di lunga data in molte aree.

A che punto stanno le sue ricerche?

Sono circa a metà del mio dottorato.

Lei vive in Svezia per ragioni di studio o private?

Qui vivo, studio e lavoro.

Conta di ritornare a vivere e lavorare in Alto Adige?

Non nel futuro a breve e medio termine, perché probabilmente lì non avrei le opportunità e le risorse di che potrei avere qui. A lungo termine, non so assolutamente nulla e non sto nemmeno pianificando nulla.

Come donna, addentrarsi in questo ambito scientifico le ha causato difficoltà o addirittura discriminazioni?

Naturalmente, come molti campi tecnici, la ricerca sull’Intelligenza artificiale è dominata dagli uomini. Questo non rende necessariamente le cose più facili. Tuttavia, non ho necessariamente scelta: se voglio lavorare in questo campo, e lo voglio, non posso lasciare che queste condizioni di quadro mi fermino. Per questo motivo mi ricordo spesso di un’affermazione che ho sentito una volta durante una conversazione: Una donna deve fare almeno il doppio per ottenere lo stesso lavoro di un uomo. Ma per fortuna non è troppo difficile.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La forza come fragilità, attraverso l’obiettivo di Stefania

Giulia Artemisia Buonerba intervista Stefania Accettulli, giovane regista di Bolzano.

Stefania ha i capelli corti e uno sguardo che osserva e ascolta come fa cinema: attento, diretto, mai distratto. Se le chiedi qual è il suo biscotto preferito, ti guarda in un modo che ti fa rivalutare tutta la tua infanzia. Regista emergente tra Roma e Bolzano, ha iniziato al liceo Pascoli partecipando al Festival Studentesco. Da lì non si è più fermata: laurea in Linguaggi Multimediali a Bologna, poi corti scritti e diretti a Roma, ora in giro per i festival.

L’ho intervistata con il mio solito tono da caffè e brioche, e lei ha risposto con la precisione di una regista in fase di montaggio. Abbiamo parlato di cinema, set, donne forti (ma fragili), intelligenza artificiale… e canzoni.

Da dove è cominciato tutto?

Al Festival Studentesco. Lì ho capito quanto mi piacesse raccontare per immagini. Da allora non ho più smesso.

Nei tuoi lavori scegli sempre la fiction. Perché non documentari?

Mi affascina creare ciò che non esiste. La fiction è come scrivere un mondo e poi entrarci dentro con la macchina da presa. Mi dà un senso di controllo: creativo, emotivo, narrativo.

Come nasce un film, dall’idea al prodotto finito?

Si parte da un’intuizione. Poi si scrive il soggetto, si sviluppa la sceneggiatura, si cercano produttore, budget, distribuzione. Se va bene, due anni. Ma spesso ne passano cinque. O più.

Il set è davvero stressante e iper-gerarchizzato?

Lo è ma non solo. è vero che si lavora anche 13 ore al giorno, ma è una macchina collettiva bellissima. Ognuno ha un ruolo essenziale. Anche chi porta il caffè può compromettere una scena. Funziona solo se tutti rispettano tutti.

Le protagoniste dei tuoi corti sono spesso donne in ambienti maschili. È un tema che senti tuo?

Mi interessa la fragilità da cui nasce la forza. Le mie protagoniste fanno judo o sono nell’esercito, ma il centro è la loro vulnerabilità. È da lì che parte tutto.

Guardando al futuro, cosa ti spaventa?

L’intelligenza artificiale. Oggi può generare spot interi con attori virtuali e movimenti di macchina credibili. Ho mostrato un video AI a delle persone: nessuno ha capito che non c’erano attori veri. È un rischio enorme per chi lavora nel cinema.

E nel presente? Il prossimo obiettivo?

Un lungometraggio. Finora ho lavorato solo su corti: l’ultimo si chiama Aura, è in giro per i festival di Cinema.

Continui a muoverti tra Roma e Bolzano. Cosa ti fa tornare?

L’aria. E lo spazio mentale. Roma è intensa, ma ti riempie troppo. A Bolzano trovo il vuoto necessario per respirare. E respirare è la base per creare.

Ultima domanda: se fossi una canzone, in questo momento, quale saresti?

Anchor, di Novo Amor.

Perché?

Mi ispira tenerezza, quella che trovi dove non te l’aspetti. E nostalgia per qualcosa che hai vissuto. Sono emozioni che cerco spesso. Anche nel quotidiano.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour

Ecco le opere dei ragazzi di Artivism

Giulia Buonerba intervista i giovani ragazzi e ragazze che hanno preso parte alla mostra Artivism, allestita presso Via Sassari 13 negli spazi culturali di COOLtour.

Appena entro nello spazio espositivo della mostra Artivism, la sensazione è quella di trovarsi dentro una dichiarazione. Non una semplice esposizione, ma un’affermazione: “Ehi, guarda qui. Ascolta. Resta.”

La mostra nasce all’interno del progetto “Il mondo è donna”, che organizza eventi e interventi artistici per sensibilizzare sui temi di parità di genere e diritti delle donne. Artivism è un grido condiviso, modulato da pennelli, grafica, collage e voci giovani che non hanno paura di dire cose scomode.

Il primo quadro mi inchioda. Letteralmente. Il volto di una donna bellissima emerge da uno sfondo monocolore. Due squarci profondi le attraversano il viso. L’autore è Alex, che mi accoglie con un’aria gentile da filosofo punk. Mi racconta che l’opera è ispirata a Lucio Fontana — sì, proprio quello degli squarci — ma con un’intenzione diversa:

“Ho pensato alla donna più bella che avessi mai visto. Volevo raffigurarla nel suo massimo splendore… e poi rovinarla. Ma non rovinarla davvero, capito? Volevo mostrare il dolore che provoca la bellezza, e quello che vive dentro la bellezza. Quelle lacrime che sgorgano dai solchi… sono squarci. E quegli squarci contengono l’incontenibile. Non solo delusioni d’amore, come vorrebbe chi tende a banalizzare il dolore delle donne. E poi guarda: lei è bellissima. La sofferenza non la sfigura, non la rovina. Questo è anche un modo per rispondere all’odioso ‘sorridi che sei più bella’.”

Il secondo artista con cui parlo si chiama Albert e ha 14 anni. Il suo lavoro lo ha presentato all’esame di terza media. Il quadro è pieno di rosso: dominante, acceso, irruente.

“È la rabbia,” mi dice. “Quando ho pensato a cosa rappresentare, mi è venuta in mente subito la storia di mia cugina, che, dove lavorava prima, veniva pagata molto meno dei colleghi maschi pur facendo lo stesso lavoro. Non è giusto, e non ha nessun senso.”

Lo dice con la naturalezza di chi non ha bisogno di spiegare l’ovvio. Forse perché lo è davvero.

L’ultima artista che incontro è Anita, graphic designer. Il suo lavoro è composto da tante piccole illustrazioni, tutte allineate, come tessere di un domino sociale.

“L’idea mi è venuta durante la presentazione del Gender Report a Bolzano,” mi racconta.

“Ho pensato che ogni disuguaglianza è una piccola crepa. Ma se le metti tutte insieme… diventa un crollo.”

La sua opera è delicata ma potente. Ogni disegno racconta qualcosa: disparità salariale, rappresentanza politica, aspettative sociali. L’effetto d’insieme è una dichiarazione chiara: le cose si possono cambiare, anche a partire da ciò che sembra minimo.

“Un’illustrazione da sola è poco,” dice. “Ma cento illustrazioni insieme… sono una rivoluzione.”

Esco dalla mostra con ancora negli occhi i rossi di Albert, gli squarci di Alex, le miniature parlanti di Anita. Artivism dimostra che la rabbia, il dolore, l’ingiustizia possono essere tradotti in immagini, condivisi, trasformati.

E che a volte basta davvero un’opera — una sola — per cambiare lo sguardo di chi guarda.

E cambiare lo sguardo significa cambiare la narrazione, spezzare un pregiudizio, aprire una possibilità.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour

La strada dedicata a Giovanni Segantini

Tra le vie della circoscrizione Gries San Quirino dedicate a pittori, come Michael Pacher e Martin Knoller, vi è via Giovanni Segantini, sul quale diamo qualche notizia. Nato ad Arco (TN) il 15 gennaio 1858, trovò lavoro a Milano presso la bottega dell’artigiano decoratore Luigi Tettamanzi; dal 1873 lavorò come garzone in quella del fratellastro Napoleone; frequentò poi a Milano circa tre anni i corsi dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Iniziò a dipingere e già nel 1879, durante l’esposizione di Brera, ottenne i primi riconoscimenti. Con Luigia Bigatti, detta Bice, conosciuta nel 1880, si trasferì a Pusiano, in Brianza. Poté dedicarsi a soggetti riguardanti la vita agreste, il lavoro nei campi, il pascolo, la tosatura e la filatura. Pittore delle montagne, nei suoi quadri i soggetti protagonisti sono i paesaggi, i villaggi, le malghe, il bestiame ed i riti quotidiani delle genti di montagna. Non mancarono i riconoscimenti, come la medaglia d’oro per il dipinto “Ave Maria a trasbordo”, durante l’Esposizione Internazionale di Amsterdam. Nel 1886 con Bice e i quattro figli si trasferì a Savognino, nel Canton Ticino. Nel 1894 passò a Maloja, in Engadina, piccolo villaggio in cui visse sino alla morte, avvenuta il 28 settembre 1899. Fu intenso l’itinerario artistico di Segantini, nelle numerose opere, tra i 132 dipinti ad olio delle tappe di vita, Milano (1878-1881), Brianza (1881-1886), Savognino (1886-1894), Maloja (1894-1899), ma anche dei 110 disegni e pastelli, il tutto sapendo coniugare verismo, simbolismo e divisionismo. Convertito alla teoria scientifica della scomposizione dei colori, così Segantini definiva e giustificava la sua famosa “maniera”: “Più puri saranno i colori sulla tela, meglio condurremo il nostro dipinto verso la luce, l’aria e la verità”. Su vita e opere di Segantini è stato prodotto un film-documentario “Segantini-Ritorno alla Natura” di Francesco Fei (2016).

Autore: Leone Sticcotti

Che perduri la tranquillità

Coltiva la passione della fotografia da quando, quattordicenne, girava per la bella Firenze, dov’era ospite degli zii. Ama fotografare le cose che lo colpiscono e quindi dà spazio al paesaggio, alla natura, alla macro, alla foto d’azione ai concerti musicali. Lo fa dapprima col bianco/nero, e poi col colore, visto che la natura per fortuna ce li fa percepire. Ha avuto modo di conoscere molti musicisti e sportivi anche a livello internazionale, alcuni di loro diventati amici.

La cosa di me che mi piace di più.

La tenacia. 

Il mio principale difetto.

A volte divento caparbio. 

Il mio momento più felice.

Sono più di uno! La nascita delle mie tre figlie, del nipotino e l’attesa per l’arrivo di una nipotina.

Da bambino sognavo di diventare…

Astronauta. 

Il luogo dove vorrei vivere.

Sono già in un paradiso… 

Il mio piatto preferito.

Il pesce. 

Non sopporto…

La maleducazione. 

Per un giorno vorrei essere…

Un gabbiano, per vedere il mondo da un’altra prospettiva. 

Nel mio frigorifero non mancano mai….

Le olive. 

Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…

Sbagliando mi sono poi rimesso in gioco ripartendo da zero. 

La prima cosa che faccio al mattino.

Mi pettino, anzi più che altro li cerco… 

Il superpotere che vorrei avere.

Calmare la cattiveria nel mondo, prima che degeneri. 

Il mio sogno ricorrente.

Che perduri la tranquillità. 

Il mio ultimo acquisto.

Un impianto stereo.

Cosa apprezzo di più nel luogo in cui vivo..

L’integrazione culturale.

Amo il mio lavoro perché…

Sono libero di organizzarmi e sono sempre a contatto con le persone. 

La persona che ammiro di più.

Quella che non ha i miei difetti. 

Il mio motto.

Guardare sempre il bicchiere mezzo pieno.

La massima stravaganza della mia vita.

Scendere dall’auto per fotografare un leone in primo piano.

La mia maggiore paura.

Il ripetersi delle cose fino alla monotonia.

Il mio colore preferito.

Il bianco.

Il mio primo ricordo.

In piedi tra le gambe del papà sulla Vespa.

Rotolo al papavero con panna ai mirtilli rossi

Ingredienti

Preparazione:
circa 35 minuti
Per 1 rotolo
(circa 12 fette)

Rotolo al papavero
3 tuorli
40 g miele
4 albumi
1 p. sale
20 g zucchero
70 g semi di papavero, macinati finemente
20 g farina
1 b. zucchero vanigliato
1 p.c. cannella

Ripieno
200 ml panna
2 C zucchero
150 g confettura di mirtilli
rossi
zucchero a velo

Preparazione

Per il rotolo al papavero sbattere i tuorli con il miele a bagnomaria, poi continuare a sbattere togliendo il recipiente dalla fonte di calore.
Sbattere leggermente gli albumi con il sale, aggiungere lo zucchero e montare a neve ferma.
Incorporare il composto di tuorli e miele agli albumi montati a neve.
Mescolare i semi di papavero, la farina, lo zucchero vanigliato e la cannella e incorporarli al composto.
Stendere l’impasto fino allo spessore di un dito su una teglia rivestita di carta da forno e cuocere nel forno preriscaldato a 180 gradi per circa 5 minuti.
Sformare su un panno da cucina cosparso di zucchero e rimuovere delicatamente la carta da forno.
Montare la panna e incorporarvi lo zucchero e la confettura di mirtilli rossi.
Infine spalmare la panna ai mirtilli rossi sul pan di Spagna al papavero e arrotolarlo ben stretto su sé stesso servendosi del panno da cucina.
Tagliare a fette il rotolo, cospargere di zucchero a velo e servire.

Variante

Rotolo di grano saraceno: sostituite i semi di papavero con della farina di grano saraceno a grana fina.

Vacanze…

Il mese di luglio, chissà perché, mi porta a pensare a tutti coloro che si mettono a disposizione degli altri per aiutarli in qualche modo o per prendersene cura. Lo feci già l’anno scorso, pensando al comparto sanitario che fa sempre più fatica a venire incontro alle esigenze dei pazienti. Ma anche ricordando i preti di quartiere di una volta, che erano un punto di riferimento anche solo per chiacchierare, come diceva anche Adriano Celentano nel suo “Ragazzo della via Gluck”.
In quest’estate torrida – in cui anche i rari fronti freddi valgono ormai solo come eccezione che conferma la regola – in realtà sono molte di più le categorie di persone che si prendono cura di qualcuno. Senz’altro me ne dimenticherò qualcuna. I nonni dei nipoti, i figli dei genitori, le badanti dei tantissimi nostri anziani sempre più anziani. Poi ci sono i tanti educatori e animatori, spesso adolescenti, che fanno giocare i bambini nelle tante iniziative estive che oggi sostituiscono i cortili di una volta. A prendersi cura degli altri sono anche tutti coloro che si relazionano con dei clienti e utenti, siano essi negozianti, artigiani che installano condizionatori e altro, forze dell’ordine, addetti ai servizi al pubblico nei più diversi modi.
Di questo mondo di persone che si mettono a disposizione degli altri fanno parte tutti coloro che organizzano iniziative di animazione per gli anziani ancora autosufficienti e che hanno bisogno di refrigerio e – sicuramente – anche di un po’ di compagnia. Ci sono poi i vigili del fuoco, che intervengono nelle più varie emergenze: incendi, incidenti stradali anche tragici, ma anche semplici disinfestazioni da nidi di vespe e altro. In montagna a vigilare c’è poi il soccorso alpino, sempre pronto ad intervenire.
Mi piace (ci piace?) però pensare anche che durante l’estate tutti noi siamo disposti a dare una mano, in caso di bisogno, a un vicino in difficoltà, a un bambino molto piccolo che momentaneamente non trova la mamma, o a un anziano disorientato alla fermata del bus. Spesso anche solo una telefonata o un messaggio sullo smartphone possono cambiare la giornata ad una persona in difficoltà o anche solo triste e sola.
Vacanza, forse, allora è anche fermarsi un attimo, smettere di correre per guardarci intorno e vedere se qualcuno ricerca un nostro gesto gentile, un sorriso. Scoprendo che non occorre andare chissà dove o fare chissà cosa per sentirci meglio perché abbiamo contribuito a far stare meglio qualcun’altro.
Buonismo? No, è umanità.
Teniamocela stretta.

Autore: Luca Sticcotti

“Elezioni comunali? Nel complesso pochi i cambiamenti”

A distanza di due mesi dalle elezioni di maggio, la quasi totalità delle amministrazioni comunali altoatesine si è rinnovata. Ci sono alcuni cambiamenti significativi che riguardano i centri principali e alcune linee di tendenza, che abbiamo pensato di analizzare con il politologo Günther Pallaver.

In maggio i cittadini elettori della provincia sono tornati alle urne per rinnovare sindaci, consigli comunali e giunte. Se n’è parlato molto a livello locale e anche i nostri giornali hanno accolto inserzioni elettorali da parte dei principali candidati. Ora che ogni Comune può contare su un nuovo governo, abbiamo pensato di proporre ai nostri lettori una sintesi di quanto è avvenuto, partendo dal primo dato saltato all’occhio, ovvero l’ulteriore crescita dell’astensionismo. Molta curiosità ha suscitato anche il grande cambiamento avvenuto a Bolzano con la vittoria del nuovo sindaco civico di centrodestra Corrarati, che governerà con l’SVP, e l’elezione a Merano della giovane esponente della Volkspartei Katharina Zeller. Ne abbiamo parlato con Günther Pallaver, nato e residente a Bronzolo, professore universitario emerito di scienze politiche all’Università di Innsbruck.

L’INTERVISTA

Il primo dato da commentare è l’afflusso alle urne. Com’è andata?

Sono stati molto meno a votare, soprattutto italiani. Le elezioni comunali di solito sono caratterizzate da tre elementi: fiducia, identità e soprattutto vicinanza. Ma alle comunali l’afflusso è stato più basso che alle provinciali. Siamo arrivati in media al 60% che diventa il 52% a Bolzano (e il 42% al ballottaggio). A partire dalle comunali dal 2015 abbiamo perso il 5% in ogni tornata elettorale. Si tratta di una grande erosione, che alla base ha sicuramente tutta una serie di macro motivi (individualismo, trasformazione della società, ecc.). 

Quali sono gli altri elementi salienti di questa tornata elettorale?

Abbiamo sempre meno competizione perché ci sono sempre meno attori politici che si mettono a disposizione. Nel 2015 abbiamo avuto 21 comuni con una lista sola, che sono diventati 28 nel 2020 e quindi 36 con un solo candidato sindaco nel 2025. Con un candidato unico e una lista unica non c’è una scelta e non si tratta quindi di una vera e propria elezione. Questo non può che penalizzare la partecipazione al voto. Dobbiamo anche dire che c’è stato un cambiamento anche per quanto riguarda le liste civiche, che sono diminuite. Si tratta di un problema non solo altoatesino, ma europeo: la gente si mette a disposizione sempre meno e lo vediamo anche dal fatto che le liste sono sempre più corte. Sono due cose collegate: se non vai a votare è ovvio che non ti metti nemmeno a disposizione. 

Gli “italiani” come sono andati?

Per quanto riguarda il gruppo linguistico italiano possiamo dire che per motivi demografici è sempre meno presente nelle valli. Il resto lo fa la frammentazione: la sinistra italiana non si mette insieme con la destra italiana e quindi non si riesce a raggiungere il quorum per eleggere rappresentanti nei consiglio comunali. Potrebbe cambiare qualcosa con la recente riforma dell’autonomia, che prevede il diritto di voto non dopo 4 anni di residenza ma dopo 2. 

Occorrerebbe vedere quanti sono stati quelli che non hanno potuto, rispetto a quelli che non hanno voluto votare.  

In ogni caso notiamo che a livello comunale la impermeabilità elettorale è minore rispetto al livello provinciale. Impermeabilità è la tendenza di un gruppo linguistico a votare esclusivamente partiti che lo rappresentano. Ebbene: a livello provinciale c’è circa un 2% di elettori di lingua tedesca che votano partiti di lingua italiana. Questa percentuale sale al 10% per quanto riguarda gli elettori di lingua italiana che votano partiti di lingua tedesca. A livello comunale, come detto, questa tendenza è meno significativa. Poi: alle provinciali nelle liste dei partiti italiani si trovano sempre candidati di lingua tedesca, mentre questo non avviene con la SVP perché il loro statuto non lo prevede. Questo è vero a livello provinciale ma meno vero a livello locale, dove nelle liste della SVP infatti si trovano sempre più spesso candidati italiani. Nel momento in cui si perde consenso, si cercano candidati che consentano di invertire la tendenza. Si tratta di meccanismi irreversibili: una volta che incominci poi non riesci più a tornare indietro. In ogni caso notiamo che la logica etnica a livello comunale è molto diminuita. Lo abbiamo visto a Dobbiaco con Bocher, votato ed eletto per anni perché bravo. Ma è successo anche a Vadena, Salorno e adesso Laives. L’appartenenza etnica non è più un problema insormontabile. 

Com’è andata con la presenza politica femminile nei comuni?

Possiamo dire che c’è stato un piccolo miglioramento, anche se non rivoluzionario. Nel ‘95 avevamo 2 donne sindache e ora ne abbiamo 16. Nei consigli comunali nel 2020 la percentuale femminile era circa del 40%, oggi siamo arrivati al 43/44%. Un dato di fatto è che nei voti di preferenza non succede che le donne votino automaticamente le donne. 

La SVP come sta?

Rimane il partito dei comuni. Su 116 comuni solo 12 non sono della Volkspartei. E non è solo l’attrazione emanata dal partito a fare la differenza, ma anche una questione strutturale. è l’unico partito che ha appunto una struttura in ogni paese. Altrimenti anche a livello locale la SVP deve registrare una erosione, ma grazie anche al fatto che a livello locale gli altri partiti  sono meno presenti, alla fine la Volkspartei vince. 

Ecco. Che fine hanno fatto liste civiche, Freiheitlichen e Südtiroler Freiheit?

Le liste civiche sono diminuite, i Freiheitlichen quasi spariti, gli unici ad aumentare sono stati gli esponenti di Südtiroler Freiheit.  

Stiamo parlando però solo di una presenza, nessuno dei loro candidati sindaci ha potuto pensare di impensierire i candidati della SVP?

Proprio così. L’unica eccezione è stato Villandro dove il candidato, consigliere provinciale, è arrivato al 44%. 

La SVP poi è riuscita a riconquistare Merano e a conquistare Laives, dicevamo…

Sì, è un grande risultato. Ma la SVP non si capisce più bene dove va. A Bolzano sono blockfrei, ma poi governano con la destra anche se la maggioranza del loro elettorato aveva votato per il candidato del centrosinistra Andriollo. A Merano invece il PD è andato con la Zeller, mentre appunto la Zeller faceva propaganda per Andriollo su Bolzano. Anche il segretario del partito Steger ha confermato che nel partito esiste un problema con i valori e senza quelli la gente non sa più come orientarsi. 

Forse è il risultato di una politica fatta con continui e alternati colpi al cerchio e alla botte, mentre poi in definitiva a prevalere sono le questioni economiche. 

Sì, e si tratta di un problema che rischia di crescere in futuro. 

A Bolzano poi c’è il cambiamento epocale, con la destra al governo.

Sì. è epocale appunto perché il centrodestra governa per la prima volta. Ma se andiamo a vedere i numeri in sostanza il centrodestra è tornato sui livelli di consenso che aveva già raggiunto a suo tempo con il sindaco Benussi, che però non riuscì a fare la giunta e si dimise.  

Fratelli d’Italia è davvero erede del MSI di una volta? Sembra un partito molto più moderato…

Guardando i programmi elettorali di Fratelli d’Italia vediamo che si tratta di un partito completamente diverso. Non si trova più nulla di antiautonomistico e nessuna riga sulla scuola bilingue che una volta invece era un cavallo di battaglia. Ci sono ancora dei momenti identitari, con Galateo che sfila con Casapound, ma si tratta solo di messaggi lanciati a una parte dell’elettorato. 

L’elettorato di centro a Bolzano dov’è andato?

Probabilmente con la civica di Gennaccaro, ma in parte probabilmente proprio con Fratelli d’Italia. A livello provinciale l’elettorato italiano vota meno di quello tedesco per una percentuale del 20%  e questo si vede anche a Bolzano. Ma ora il fatto che la destra governi a Bolzano potrebbe dare una spinta anche a quei loro elettori che finora sono stati delusi dalla condanna all’opposizione. Vedremo… La SVP ha ottenuto tutto quello che voleva e personalmente sono convinto che il centrodestra a Bolzano riuscirà a governare per questi cinque anni. Lavoreranno senz’altro su alcune iniziative simboliche, ma i simboli non bastano. Se gli autobus non funzionano fai ben poco con i simboli. 

Come vede il sindaco Corrarati?

Lui è un centrista. E il fatto che abbia convinto Salvadori a lasciare dopo lo scivolone social su Goebbels è un buon segno. 

Interessante è la presenza in giunta di un nuovo cittadino “storico” con Tritan Myftiu, di origine albanese. 

Sì, per Bolzano si tratta del il primo assessore con background migratorio. Senz’altro lui non potrà battere il ferro dell’italianità, essendo albanese. La sua presenza in giunta è un passo in avanti non solo per il suo partito, ma per tutta la comunità.

Per il prossimo futuro cosa ci possiamo aspettare?

Secondo me la Volskpartei potrebbe assestarsi sul 30%, rimanendo comunque di gran lunga il partito più votato. Basta guardare la provincia: con il 35% dei consensi sono riusciti comunque a fare una giunta in cui hanno quasi l’80% degli assessori, come quando avevano la maggioranza assoluta. è comunque indubbia un’erosione dell’elettorato tedesco e sappiamo che Kompatscher se ne andrà alla fine di questa legislatura. Vedremo chi arriverà. A me preoccupa l’avanzamento della destra di lingua tedesca (Südtiroler Freiheit), perché potrebbe riaccendere i conflitti etnici. Penso inoltre che Fratelli d’Italia manterrà questo livello di consenso. Nei prossimi anni quindi non vedo in arrivo grandi cambiamenti. Centrale sarà come sempre la Volkspartei che però, come detto, è disorientata. Non si sa in quale direzione si muova. E in un sistema politico in cui questo partito è così importante, davvero è essenziale capire dove va e se è capace di mantenere la sua coesione. Kompatscher cerca di uscire dalla sua esperienza politica con la riforma dell’autonomia. Ma di questa riforma, sventolata come una grande riforma, in realtà rimane poco. è tanto fumo e poco arrosto. Qualche mese fa abbiamo avuto un meeting con insigni giuristi costituzionali e loro hanno detto la stessa cosa. 

Autore: Luca Sticcotti

Da settant’anni col cappello alpino

Era il 1955, quando un gruppo di reduci di guerra di Laghetti decise di riunirsi nel preciso intento di convincere Antonio Piffer a fondare la sezione alpini del paese. Da allora sono trascorsi settant’anni, ma lo spirito di solidarietà, servizio e fratellanza che animava quel gruppo è rimasto lo stesso.

Nella lunga storia degli Alpini di Laghetti, è doveroso ricordare i momenti di profondo impegno, come l’aiuto prestato durante il terremoto del Friuli, o la costruzione del monumento ai caduti; ma anche quell’occhio particolare nei confronti di chi, in paese, si trova in difficoltà. 

Così, per celebrare l’importante traguardo dei settant’anni, nei giorni scorsi è andata in scena una grande festa in località Pinara, alla quale ha partecipato un’ampia rappresentanza dei gruppi Ana altoatesini e del vicino Trentino. 

Tra gli ospiti d’onore, le penne nere di Collalbrigo a rappresentare la sezione di Conegliano (Treviso).

“Con loro abbiamo un legame sincero e profondo – racconta Claudio Toniatti, capogruppo a Laghetti da vent’anni -. Ci siamo conosciuti all’adunata di Bolzano del 2012 e ci siamo ritrovati a Trento. Solo una settimana fa eravamo loro ospiti per il centenario.”

Durante la festa in paese, un momento speciale è arrivato dal premio a sorpresa conferito a Johannes Bortolotti, comandante della compagnia degli Schützen di Laghetti, con i quali gli Alpini hanno instaurato un rapporto di collaborazione ormai consolidato. “Sia Johannes che io ricopriamo lo stesso ruolo da vent’anni – racconta Toniatti – e ogni anno ci aiutiamo reciprocamente nelle rispettive feste sociali. È nata una bellissima sinergia che ci impegniamo a portare avanti anche nel futuro”.

Non poteva mancare un tributo a chi, da decenni, è parte integrante della vita del gruppo: e dunque il direttivo ha voluto consegnare un attestato di riconoscimento ai soci Floriano Pellegrin, Claudio Defrancesco e Bruno Cristofori (detto Gigelo), consiglieri da oltre 40 anni nel sodalizio. 

Dunque la solidarietà, così come l’amicizia e la tradizione, sono i valori che, ieri come oggi, guidano gli Alpini di Laghetti. Sono meno le forze rispetto al passato, ma la determinazione è la stessa di sempre nell’essere una presenza attiva, discreta e preziosa per il prossimo.

L’INTERVISTA

Capogruppo Claudio Toniatti, secondo lei lo spirito alpino dei nostri giorni è cambiato tanto rispetto a quello di un tempo? 

Non penso sia cambiato, se mai sono cambiati altri fatti: i gruppi sono sempre più vecchi da quando la naja è stata abolita, quindi nuove leve non ce ne sono più. Chi ha fatto il servizio militare negli alpini e poi si è iscritto alle nostre associazioni va avanti con la mentalità che ci distingue. 

Qual è lo stato attuale del vostro gruppo parlando di soci e di simpatizzanti? 

Come gruppo Laghetti, ultimamente, siamo una trentina di soci e un paio di amici degli alpini.

Quali sono le attività che proponete, o all’interno delle quali collaborate, per supportare la vostra comunità? 

Nell’iniziativa “Paese Pulito” promossa dal Comune di Egna ci occupiamo di preparare il pranzo ai volontari. In questi ultimi anni sono sempre un’ottantina che partecipano al pulire vie, strade, argini. Noi, appunto, prepariamo il pranzo. Da un paio d’anni organizziamo poi una piccola festa in piazza Dürer, proponendo il piatto tipico Erengrestel.

L’anno scorso abbiamo anche partecipato al sabato in piazza, evento che viene proposto ogni anno e parte del ricavato va in beneficenza. 

Il 6 gennaio organizziamo poi la festa della Befana. Una volta si faceva in canonica, adesso i bambini in paese sono pochi e in questi ultimi anni l’abbiamo accorpata al nostro pranzo sociale.

Per un compleanno così, solitamente, si augurano altrettanti anni di vita, quindi cosa vi augurate per il futuro? 

Sperando che i soci attuali stiano sempre in salute, quindi fin che possiamo andare avanti… andiamo avanti! Poi, chi lo sa… staremo a vedere, magari arriveremo al punto che dovremmo fondare un gruppo più grande.

Autore: Daniele Bebber