Elya Rose ci racconta come vive la musica

Laura è una cantautrice bilingue di Bolzano. La sua identità musicale nasce dall’incontro tra il cantautorato italiano degli anni 70 e 80, il jazz e il latin jazz che ha respirato in famiglia e l’influenza della musica anglosassone. Il suo nome d’arte, Elya Rose, è ispirato dai nomi delle sue nonne: Elia e Rosa.

Com’è nata la tua passione per la musica?

Ha sempre fatto parte della mia vita: intorno ai cinque anni ho fatto l’audizione per lo Zecchino d’oro. Ho sempre suonato uno strumento, dal il piffero al il flauto traverso alla chitarra e per questo ringrazio la forte tradizione musicale delle scuole tedesche: tutti i miei compagni di classe suonavano qualcosa, e così ho cominciato anch’io. Inoltre il musical è stato il mio primo grande amore, mi ha insegnato a stare sul palco e l’importanza delle emozioni nel cantato: una cosa che porto con me anche nel mio cantautorato. 

Che ruolo hanno la musica e il songwriting nella tua vita?

La musica è una costante, un’attività così naturale che non ci devo neanche pensare. Scrivo canzoni da dieci anni anche se i primi cinque li considero “un periodo di prova”. Trovo affascinante creare un mondo all’interno di un brano, e penso che scrivere e ascoltare canzoni sia la sola via per capire davvero cosa proviamo. Amo il processo di scrittura, è un processo quasi artigianale: colpi imprecisi al blocco di marmo dei miei pensieri finché non si delinea un’immagine, che va poi portata alla luce con estrema pazienza. La rima giusta, la parola giusta, l’accordo giusto…

Qual è il tuo ultimo progetto?

“The Water’s Rising”. La canzone è nata nel 2021 come una semplice nota audio, che ho poi riesumato dal dimenticatoio insieme al mio produttore, Lorenzo Campaner. Lavorandoci si è evoluta in un brano che dà voce all’ansia legata al cambiamento climatico. Con questo pezzo ho voluto denunciare la corruzione, l’indifferenza e la complicità di chi trae profitto dalla distruzione dell’ambiente, lasciandoci un futuro sempre più incerto. Musicalmente è molto diversa dal mio stile abituale: ho scelto suoni elettronici e un assolo di chitarra distorto che esprime tutta la tensione che sentivo. Questa canzone è un invito a fermarsi, a guardarsi intorno e a capire che, se non agiamo ora, rischiamo di non avere più nulla da salvare. È disponibile su YouTube e le piattaforme come Spotify e Apple Music.

Pubblicherai un album?

Al momento sto lavorando al mio primo album, incentrato sulle situazioni tragicomiche in cui ci si ritrova dopo la fine di una lunga relazione e il trasferirsi in un’altra città. Per seguire il processo creativo ci sono i miei profili Instaram e Tiktok @elyarose_music dove documento la scrittura dei brani, con tutti gli errori e le frustrazioni del caso, la creazione dell’album in studio, offro qualche sguardo dietro alle quinte dei video musicali e ovviamente faccio l’occasionale reel comico necessario per la visibilità: essere artista, ormai, vuol dire essere anche social media manager. A fine estate uscirà “To say goodbye”. Un brano fresco e solare, costruito su sonorità leggere di ukulele, con un ritmo upbeat e vibrazioni estive. Il testo racconta la fine di una relazione vista con occhi nuovi: non più come una perdita, ma come un passaggio necessario verso una nuova libertà. Tra malinconia e leggerezza, è una riflessione sul lasciar andare, ambientata tra città nuove, cieli aperti e la riscoperta di sé.

E per sentirti dal vivo?

Suonerò il 4 luglio in apertura di Puntino, cantautore Triestino in tournée, inoltre faccio busking per strada a Bolzano e Trieste (annuncio in anticipo quando e dove sui social). Infine c’è un concerto pianificato per l’uscita di To Say Goodbye, ma la location è segreta, seguitemi per restare aggiornati! 

Autrice: Anna Michelazzi

La strada dedicata a Alessandro Volta

A riconoscimento della sua grande statura nel campo della fisica, il Comune di Bolzano gli ha dedicato una delle maggiori vie della zona industriale. Chi era Alessandro Volta?
Nato a Como il 18 febbraio 1745, morto prematuramente il padre, fu lo zio, un canonico, a interessarsi dell’educazione di Alessandro, il quale rivelò presto capacità e interessi nello studio. Nel 1757 iniziò gli studi umanistici, retorici e filosofici, presso il Collegio dei Gesuiti a Como; si distinse nelle varie discipline, ma dedicò tempo anche allo studio dei fenomeni naturali. Fu attento osservatore  di tali fenomeni anche al Seminario Benzi. Finito il liceo si mise a studiare, da autodidatta, i fenomeni elettrici, sui quali nel 1769 compose il primo lavoro “De vi attractiva ignis elettrici ac phaenomenis indipendentibus”; in tale scritto tracciava un programma di ricerca teso a unificare le forze elettriche con quelle di attrazione di origine newtoniana. Il secondo lavoro, del 1771, fu “Novus simplicissimus electricorum tentaminum apparatus”, nel quale, tra l’altro, presentava una nuova macchina elettrostatica. Continuò le ricerche costruendo nel 1775 un nuovo apparecchio in grado di fornire elettricità senza bisogno di un continuo strofinio. Tale strumento, chiamato “elettroforo perpetuo” fu subito utilizzato nei laboratori europei. Dal 1778 ricoprì la cattedra di Fisica sperimentale all’Università di Pavia. Nacque così l’invenzione della pila, la “pila di Volta”, così chiamata perché formata  da dischi sovrapposti di rame e zinco, alternati a pannolini imbevuti ciascuno di acqua con acido solforico. Nel 1801 Volta illustrò la pila all’Institut de France, alla presenza dell’imperatore Napoleone I Bonaparte. Nel 1819,  ormai famoso e onorato con nomine a  prestigiose cariche, Alessandro Volta si ritirò tra Como e la casa di campagna di Camnago, dove morì il 5 marzo 1827; in suo onore Camnago divenne Camnago Volta.

Autore: Leone Sticcotti

“Io creo per me, per affrontare quello che mi accade”

Oggi vi proponiamo la cronaca dell’incontro tra una giovane bolzanina, Giulia, e Davide Gigli, un architetto che si diletta con l’arte: pittura, poesia e fotografia.

Davide Gigli mi apre il cancelletto con in mano un attrezzo da giardinaggio. Sorride, con quell’espressione disarmante che hanno solo le persone buone: quelle che tengono la porta aperta finché non è passato anche l’ultimo della fila, e lo fanno senza sbuffare, con un sincero “si figuri!”.

Mi accoglie in un giardinetto con divanetti e piante rampicanti (almeno credo, potrebbero anche essere solo molto determinate a crescere in verticale).

“Allora,” inizio, “l’artista Davide Gigli…”

“No no,” scuote la testa con vigore, “io non sono un artista.”

Do una rapida occhiata ai miei appunti: pittore, poeta, fotografo. Guardo lui. Guardo il succo che mi ha versato. Riguardo lui. Ascolto la sua storia. 

Davide nasce a Bolzano ma cresce a Torino. Lì si iscrive ad Architettura, ed è lì che comincia a produrre le sue prime opere. “All’epoca non avevo ancora la corazza che ho oggi,” mi dice. “Ero molto trasparente. Sicuramente troppo ingenuo. Sono rimasto ferito dalle cattiverie umane: le bugie, le prese in giro, la competizione spietata. Ho avuto bisogno di buttare fuori tutto questo.”

Prima le poesie, poi i quadri: una specie di diario del disagio in codice visivo.

“Iniziavo buttando colore sulla tela, come Pollock,” racconta. “Era istintivo, come tutto in gioventù. Ma già quello mi faceva stare meglio.”

“Con il tempo è arrivata la costruzione dell’opera. Ma è rimasta l’urgenza. Quella è il motore di tutto.”

Davide è autodidatta. Non cerca il realismo, né la perfezione tecnica: “A me interessa trasmettere. È per questo che non mi definisco artista. Io creo per me, per affrontare quello che mi accade. Soprattutto le cose difficili. Poi, se qualcuno si commuove vedendo i miei lavori… beh, tanto meglio. Ma quello viene dopo.”

Quando sente questa urgenza, Davide scende in cantina. È lì che ha il suo studio. “Ti mostro!” esclama con entusiasmo. 

Poso il bicchiere di succo (che nel frattempo è diventato il quarto, ma chi sta contando?) e lo seguo.

Lo studio è a pochi passi dal giardino. Una stanza compatta, densa, ordinata. A terra, un album di fotografie e uno di disegni. Sulla scrivania, una teca ad anelli mastodontica piena di poesie. Alle pareti, i suoi quadri. Mi viene in mente la camera blindata di Bellatrix Lestrange: tocchi una cosa e ne saltano fuori dieci (da Harry Potter ndr).

Guardando la teca gli chiedo quanto ci metta a scrivere una poesia.

“La poesia va presa al volo, sennò scappa,” risponde. “Dieci, quindici minuti al massimo. Poi la sistemo, ma il grosso è lì, in quell’istante.”

Prima di uscire mi confida che adesso sogna di esporre. Magari vendere qualcosa, partecipare a un concorso.

“Ma senza fretta,” aggiunge. “Tanto l’urgenza, quando arriva, mi trova sempre”.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour

Teatro Stabile: la cultura come un servizio

La nuova stagione del Teatro Stabile si avvicina. La campagna abbonamenti – in corso fino al 12 ottobre – sta andando benissimo, ma ci sono ancora ancora posti disponibili. Il calendario degli spettacoli che si svilupperà tra la fine del 2025 e la prima parte del 2026 sarà come sempre ricchissimo e ve lo abbiamo presentato nel dettaglio nello scorso numero del nostro giornale. Della salute del Teatro Stabile ne parliamo invece oggi con il direttore, Walter Zambaldi.

Quest’anno si sta rivelando un vero successo la campagna abbonamenti, vero?

è proprio così. Abbiamo dei numeri eccezionali per quanto riguarda i rinnovi degli abbonamenti. Su Bolzano abbiamo una base di 2000 abbonati in crescita. Sono poi 150 a Vipiteno, 110 a Brunico, 230 a Bressanone e 300 a Merano.Si tratta di cifre veramente alte rispetto ad altri territori di riferimento. A Roma dovrebbero essere 80.000 gli abbonati, in proporzione. La prospettiva è dunque quella di un tutto esaurito anche per la prossima stagione. E riuscire ad esaurire il Teatro Comunale dal giovedì alla domenica, con 13/14 spettacoli all’anno è davvero una cosa importante. 

Quali sono i motivi di questo successo?

La progettualità, il concepire il teatro come servizio pubblico, lavorare sulla grandissima qualità delle produzioni, essere appetibili dal punto di vista produttivo sia a livello nazionale che a livello locale. Occorre naturalmente promuovere una confidenza con il teatro fin dalle generazioni più giovani. Non si deve mollare una virgola sulla necessità che la gente possa accedere agli spettacoli, non elaborando una proposta troppo d’élite e nello stesso tempo però non seguendo troppo le logiche del mercato. Insomma: bisogna riuscire a fare una fotografia reale del teatro contemporaneo e produrlo essendone i fautori.  

è una medaglia con tante facce, virtuose.

Sì e poi quando per tanti anni si vendono bene gli spettacoli prodotti agli altri teatri, si ha anche la possibilità di aumentare l’attività, investendo. Noi abbiamo giustamente l’obbligo del pareggio di bilancio e riuscire a distribuire virtuosamente i nostri spettacoli sul territorio nazionale è un fattore molto importante in questo senso.  Ci sono poi continue sinergie e collaborazioni con i principali teatri d’Italia. Questo il pubblico lo sente. Sa che a Bolzano la stagione è di alto livello, tra l’altro a fronte di prezzi che non hanno pari rispetto al resto d’Italia. 

Al di là della stagione, il Teatro Stabile porta avanti tutta una serie di progetti collaterali. Quanto sono importanti per voi?

Sono fondamentali, stanno nel mondo reale e completano la nostra presenza nelle viscere della società, nel suo tessuto civile. Il nostro compito è proprio quello di lavorare con la cittadinanza. 

Il nostro compito non è solo quello di aspettare la gente in teatro, ma anche di andare da lei. Questo perché non siamo un teatro commerciale bensì progettuale. è il motivo per cui frequentiamo ad esempio le carceri e le case di riposo. Portiamo dell’aria da respirare. Collaboriamo con molte realtà per utilizzare il teatro come strumento e non come puro intrattenimento. Nelle scuole siamo diventati materiali scolastica.

Interessante è anche il vostro slogan di quest’anno che definisce il teatro “il social più antico del mondo”. Ognuno di noi può fare una riflessione personale sul proprio modo di stare al mondo…

Sì, molti pensano di stare al mondo ma magari non lo sono in realtà. L’intimità sociale che si vive nel rito collettivo è vera perché ti riguarda come essere umano, ma è anche sociale perché hai vicine delle persone che respirano insieme a te. 

Proseguono le collaborazioni con le realtà del territorio? 

Sì, la lista è infinita e ogni anno la integriamo.

Qual è l’età media del vostro pubblico?

Il pubblico giovane è in continuo aumento. Penso sia anche il frutto delle iniziative che proponiamo nella piattaforma  Officina Teatro che ogni anno raggiunge 45.000  studenti e studentesse in tutta la provincia. 

Avete un grande supporto da parte degli enti pubblici?

Sì, Provincia, Comune, Regione e Ministero. Al Ministero dobbiamo garantire quantità e qualità e il nostro lavoro viene passato al setaccio ogni giorno. Non possiamo sbagliare nulla ed è giusto così. I numeri che dobbiamo fare preservano dei requisiti che valgono sia a livello territoriale che nazionale. Dobbiamo tenere sulla tradizione e innovare nello stesso tempo. La nostra è una funzione complessa. Rispetto a un megaconcerto da 100.000 spettatori con tutto il suo forte impatto, noi di spettatori in un anno ne facciamo 250.000, ma attraverso un lento… rilascio di cultura.

Sono dosi omeopatiche? 

Sì, ma in realtà neanche tanto, visto che i nostri spettacoli in sala grande vengono visti in media da 3.000 persone. Abbiamo più spettatori noi che il Calcio Südtirol. Sono dati SIAE. Il teatro è un servizio, un antico mestiere fatto da persone che condividono sul palcoscenico delle storie con la città. è una cosa molto poetica, dalla tradizione millenaria e che non può essere persa.

Autore: Luca Sticcotti

Con la salsedine addosso

Qui Intervista a Maria Lo Russo, classe ‘75, che vive a Bolzano e coordina il centro di cultura giovanile Vintola 18 dal 1999. Pedagogista, amante del mare, dell’arte e dello sport, alterna con equilibrio il bisogno di solitudine rigenerante al piacere di condividere tempo e passione con gli affetti più cari. Crede nell’educazione come forza vitale e trasformativa. Vive con intensità, decide con coraggio, agisce con cuore.

La cosa di me che mi piace di più.

Il mio entusiasmo per la vita. 

Il mio principale difetto.                         

L’orgoglio.

Il mio momento più felice.

La nascita dei miei nipoti.

Da bambina sognavo di diventare…

Una hostess.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Nuotare con i delfini.

La mia occupazione preferita.

Coordinare e creare.

Il luogo dove vorrei vivere.

In riva al mare, sempre.

Il mio piatto preferito.

La pasta fatta in casa.

Non sopporto…

Invidia e superficialità.

Per un giorno mi piacerebbe essere…

Sindaco.

Nel mio frigorifero non mancano mai…

Banane e yoghurt.

Se fossi un animale sarei…

Una cagnolina gioiosa.

Sono stata orgogliosa di me quella volta che…

Quando ho attraversato lo stretto di Messina a nuoto.

Dove mi vedo fra dieci anni.

In costume, con la salsedine addosso.

Tre aggettivi per definirmi.

Appassionata, ironica, testarda.

La prima cosa che faccio al mattino.

Accarezzare il cane prima di bere il caffè. 

Il mio film preferito.

Pulp fiction.

Il superpotere che vorrei avere.

Il dono dell’ubiquità, grazie.

La disgrazia più grande.

La morte prematura dei miei cugini.

Il mio ultimo acquisto.

Scarpe altissime… bellissime.

L’errore che non rifarei.

Fidarmi del silenzio di chi avrebbe dovuto parlare.

Il mio motto.

Non prendere nulla troppo sul serio. Nemmeno questo.

L’oggetto a cui sono più legata.

Un quadro di famiglia.

Del mio aspetto non mi piace…

L’alluce.

La mia maggiore paura.

Spegnermi.

Il mio primo ricordo.

Un’insegna luminosa sul tetto della mia casa.

Terme di Levico, dove l’acqua cura

Inserzione pubblicitaria – Specializzazione in dolori articolari e reumatici, cura della fibromialgia, cura del sonno.

PATOLOGIE ARTROREUMATICHE
Dolori alle articolazioni e alle ossa:
• artrosi generalizzata
• artrosi localizzata, primaria
• artrosi non specificata, sede non precisata
• fibromialgia e reumatismi extra articolari
diffusi, non specificati

TERAPIE
Immersione in acque termali e/o applicazione di fanghi sulle articolazioni colpite:
• ciclo di 12 fanghi
terapeutici o
• ciclo di 12 bagni
terapeutici o
• ciclo di 12 fanghi

  • 12 bagni
    terapeutici

FIBROMIALGIA
Un percorso dedicato a pazienti affetti da sindrome fibromialgica, dalla Ricerca scientifica delle Terme di Levico.

TERAPIE
• 6 Bagni termali
• 6 trattamenti massofibro
• 3 sedute di psicoterapia collettiva
-possibile abbinamento con consulenza nutrizionale
• possibile integrazione con fango termale

CURA DELL’ANSIA E DEL SONNO
Per una migliore qualità della vita, dalla Ricerca scientifica delle Terme di Levico la conferma del ruolo complementare dell’Acqua Forte nel trattamento dell’ansia e dei disturbi del sonno.

TERAPIE
• 6 Bagni termali
• 3 sedute di dry floating experi ence con percorso guidato di meditazione
• 3 massaggi in acqua
• possibile abbinamento con 3 trattamenti di crioterapia sistemica.
I percorsi sono personalizzabili.

ACCESSO IN CONVENZIONE
Per accedere alle terapie delle Terme di Levico in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale è necessario:
• prenotare la visita medica di ammissione al numero 0461-706077 oppure scrivendo a info@termedilevico.it ;
• presentarsi alla visita medica presso le Terme con l’impegnativa rilasciata dal medico di base o specialista, l’eventuale documentazione clinica, un documento di identità e la tessera sanitaria.

L’INTERVISTA

Artrosi, fibromialgia, ansia e sonno non riposante si curano alle Terme di Levico. Vi proponiamo un’intervista al direttore sanitario Patrizia Manica.
La dottoressa Patrizia Manica è direttore sanitario delle Terme di Levico dal 2012. È specialista in idrologia medica, autrice e co-autrice di numerose pubblicazioni scientifiche in medicina termale.

Dottoressa, quali sono le comuni e più diffuse patologie artroreumatiche?
Nel linguaggio comune questa patologia la chiamiamo artrosi, localizzata oppure generalizzata. è caratterizzata da infiammazione agli arti, ai muscoli ed alle ossa, e provoca dolore e progressiva difficoltà di movimento, anche la deformazione degli arti.

I trattamenti praticati alle Terme di Levico curano le artrosi?
Sono particolarmente indicate perché hanno azione anti-infiammtoria, analgesica e miorilassante con riduzione del dolore. Importante è la visita medica di ammissione in quanto individua lo stadio della patologia prescrivendo i trattamenti più adeguati.

Quali sono le terapie adatte per la cura delle patologie artroreumatiche?
Fanghi e bagni, meglio se in abbinata, ma è il medico al momento della visita inziale a decidere quali dei due è adeguato o se è bene siano abbinati. Un suggerimento pratico: meglio è se l’impegnativa prevede il trattamento in abbinata fango con bagno per poter scegliere quello più adatto.

Dottoressa, cos’è la fibromialgia?
è una patologia che appartiene alle reumatiche, caratterizzata da dolore diffuso e sintomi di stanchezza profonda, da sonno non riposante, colon irritabile, digestione difficile, sensazione di memoria labile, ecc.

Perché le Terme di Levico sono particolarmente adatte per la cura della fibromialgia?
Perché le terapie che vi si praticano sono ben tollerate. Infatti, riducono l’intensità del dolore e sono di supporto al controllo del sonno.

Qual è la terapia specifica per la cura della fibromialgia?
Soprattutto la balneoterapia, validata scientificamente da ricerche mirate, effettuate presso le nostre terme.

Alle Terme di Levico si pratica anche la cura dell’ansia e del sonno. Con quale terapia?
La balneoterapia è un toccasana in proposito, particolarmente consigliata per chi soffre di tali disturbi. Tanto più che le patologie derivate da ansia e sonno non riposante sono assai diffuse e sono aumentate nel periodo post-pandemico.

TERME DI LEVICO
Viale Vittorio Emanuele, 10
38056 – Levico Terme (TN)
Ufficio informazioni e prenotazioni
Dal lunedì al venerdì
ore 8 – 12.30 e 14 – 17.30
Il sabato ore 8 – 12.30
Tel. 0461 706077
info@termedilevico.it
www.termedilevico.it

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