Il pensiero lento, profondo e dolce di Alexander Langer

Il tratto che più caratterizza la personalità di Alex Langer – e che più ci manca – è la libertà di pensiero. Una libertà autentica, capace di andare oltre schemi preconcetti, pregiudizi, posizioni condizionate al senso di appartenenza. Un pensiero critico, non distruttivo, curioso. Idee che volevano poter abitare la realtà.

Qualcuno, per crearsi un alibi, lo definì un “bastian contrario”, ma non lo era affatto. Di fronte a una realtà segnata dal male, cercava le vie alternative. In questi trent’anni che ci separano dal suo tragico addio (3 luglio 1995), credo non ci sia stata occasione importante in cui non mi sia chiesto io stesso quali domande si sarebbe posto Alex. Non quali risposte. Quali domande.

Ricordiamo tutti quelle parole pronunciate, non a caso, ad Assisi, in alternativa alla cultura della superficialità efficientista: “Io vi propongo il lentius, profundius e soavius, cioè di capovolgere ognuno di questi termini [Citius, altius, fortius: più veloci, più in alto, più forte, ndr.], più lenti invece che più veloci, più in profondità, invece che più in alto e più dolcemente o più soavemente invece che più forte, con più energia, con più muscoli, insomma più roboanti. Con questo motto non si vince nessuna battaglia frontale, però forse si ha il fiato più lungo”.

Il fiato e il pensiero lungo, in un mondo che, già allora, si avviava alla pratica del pensiero breve, perdendo testa, fiato e cuore.

Passava da una parte all’altra, Alex, non come fanno gli opportunisti voltagabbana, ma perché bisogna essere “mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. Perché occorrono “traditori della compattezza etnica”, o di qualsiasi altro tipo di appartenenza che disumanizza quando antepone l’io, il gruppo, alla comune natura umana (e non solo). Traditori “ma non transfughi”.

Langer fu un uomo dal pensiero libero. Non vincolato a un’ideologia, non chiuso nella gabbia di un’appartenenza etnica, privo di pregiudiziali e di tabù, come nel campo della bioetica, della pace, della politica. Non un fanatico con la verità in tasca, ma l’uomo delle domande che possono far male, in primo luogo a chi le pone. E che a volte, per un maledetto istante, tolgono il fiato.

Autore: Paolo Bill Valente

Intrugli, sughi, intingoli, singoli

È di nuovo il momento di fare la cernita delle proposte musicali in formato singolo, sempre in attesa che i nostri artisti ci propongano nuove opere legate ad una progettualità più estesa e di lunga durata.

La stagione estiva sembra promettere bene sotto questo profilo, nel frattempo, in attesa che le promesse vengano mantenute o disattese vediamo appunto le ultime uscite sul mercato dei singoli: Gloria Abbondi, alias Zelda Mab, che più che essere un alter ego è il nome di un progetto ha pubblicato a maggio un nuovo singolo, Segreti di miele. Il nuovo, breve brano arriva dopo la buona prova dello scorso marzo che portava il titolo di Blue cobalto, un brano che sembrava più interessante di quelli ascoltati un paio d’anni fa nell’EP Elettricità. Zelda Mab continua a fare tutto da sola, inclusa la realizzazione dei video con cui presenta le sue canzoni. Cosa più che apprezzabile. Peccato che Segreti di miele soffra un po’ di quelle problematiche legate alla metrica che avevamo riscontrato nel suddetto EP dell’artista bolzanina.

Contemporaneamente al singolo di Zelda, è uscito – lo si può ascoltare tramite bandcamp – un singolo con due lati A attribuito ai Desperate Cowboys, anche stavolta però non si tratta di un gruppo ma di un progetto in cui a fare tutto è un eclettico musicista dai trascorsi legati a generi musicali totalmente differenti. Roland Novak è un appassionato di rock’n’roll, nell’accezione più classica del termine, in passato è stato chitarrista dei Godzilla Intermezzo, cover band dei Motörhead fondata con Reinhold Giovanett, in seguito ha fatto parte di William T & The Black Fifties, gruppo ispirato al rockabilly primordiale (firmando anche dei brani col cantante William Telser). Angry Sad Adult Oriented Post Punk Emo è la definizione con cui Novak presenta il progetto, definizione che sembra voler prendere in giro coloro che vogliono a tutti i costi dare una definizione di ciò che fanno: il singolo intitolato Have You Seen Your Therapist Lately? Si compone di due brani abbastanza differenti tra loro, A Friend si sviluppa intorno ad una base di batteria campionata insistente su cui giocano elettronica ed elettricità. Per contro The Lesser Me In You parte invece da una chitarra acustica su cui l’elettronica si innesta con i filtri applicati alla voce e pochi altri effetti. Novak che si presenta con occhiali scuri, cappello da cowboy e tutta argentata, fa intendere che questo post-punk da camera (nel senso che è realizzato in una stanza da letto) è il suo trend attuale, ma nulla è scritto per il futuro, che potrebbe riservarci altre sorprese, come il ritorno a suonare dal vivo o l’allargamento del gruppo ad altre persone.

Un altro artista eclettico che difficilmente si ripete nelle sue proposte è Peter Burchia, cantautore, busker, chitarrista degli Shanti Powa, artista visuale di tutto rispetto.

Il 22 maggio scorso Burchia ha pubblicato via Spotify e YouTube il suo nuovo singolo, Ikarus, una canzone che si distacca nettamente da Rain, il singolo di un anno fa uscito su musicassetta e figlio ritardatario delle session del LP che l’artista aveva realizzato nel 2022.

Stavolta, per la produzione, Peter si è affidato al giovane Ludwig Mayr, dell’altipiano del Renon, che aveva già collaborato al remix di Look Back, la traccia che intitolava il LP del 2022: insieme hanno vestito la composizione – in lingua tedesca, al posto dell’abituale inglese usato dal cantautore – suonata in origine su un organo Farfisa anziché sulle corde della chitarra. Il risultato è un brano che si riconduce al pop germanico, però con influenze reggae/dub indubitabilmente mutuate dal ritorno di Burchia tra le file degli Shanti Powa, il tutto abbellito con un sax suonato da Valentin Gasser. Il testo del brano prende spunto dal mito greco di Icaro e dal suo desiderio di volare e vedere il mondo dall’alto, a dispetto del pericolo che dietro questo volo si può nascondere.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

I confini ed i popoli nella Bassa Atesina

L’invenzione dei confini risale probabilmente all’epoca in cui scomparve il nomadismo dei cacciatori e raccoglitori e si diffuse capillarmente l’agricoltura. Da allora gli esseri umani hanno passato buona parte del loro tempo a delimitare e difendere porzioni più o meno grandi di territorio. 

A nulla sono valse le straordinarie scoperte scientifiche degli ultimi millenni, che hanno consentito lo sviluppo di tecnologie rivoluzionarie in molti settori, come per esempio i trasporti e le comunicazioni. Stiamo andando rapidamente verso un’epoca in cui la fisica quantistica grazie alla conoscenza delle caratteristiche imprevedibili di particelle infinitesimali stravolgerà per sempre la nostra concezione della realtà – ma le leggi della geopolitica e i suoi interpreti “moderni” rimangono quelli dell’età della pietra, quando si difendevano i “sacri confini” a mani nude o con la clava. 

La nostra piccola terra è, da questo punto di vista, un caso esemplare. Da quando i Romani ritirarono le proprie insegne, la regione fu esposta a ripetute ondate migratorie. I primi ad arrivare furono gli Ostrogoti di Teodorico e i  Longobardi, ma il loro impatto fu tutto sommato moderato. I Goti, stanziati con il consenso di Bisanzio – tanto che il loro re Teodorico si riteneva il nuovo imperatore romano d’occidente – , si limitarono a fornire il ceto dirigente senza alterare la composizione etnica. I Longobardi, pur affermatisi più stabilmente, finirono col latinizzarsi nel corso dei secoli e divennero di fatto gli antagonisti dei Teutisci. Diverso fu l’effetto dell’arrivo silenzioso ma determinante dei Bavari a partire dall’VIII secolo: essi penetrarono lentamente nella “carne” del fondovalle, portando mutamenti profondi, soprattutto nella struttura insediativa e linguistica. Saranno proprio loro, insieme agli altri popoli più o meno numerosi presenti sul territorio, a costituire, nel corso del tempo, la base della nuova popolazione alpina poi denominata tirolese dopo il XII secolo.

Ma cosa venivano a cercare i Bavari da queste parti? A differenza di Goti e Longobardi – popoli guerrieri che conquistarono interi regni – i Bavari non imposero un dominio politico. Essi stessi erano il frutto di una mescolanza fra antichi Celti Boi e le residue popolazioni romaniche d’Oltralpe; certo è che, spinti dai Franchi di Carlo Magno, nuovi padroni dell’Europa in via di formazione, che si imposero sui Longobardi nel 774, si stanziarono lungo gli itinerari alpini, con il compito di presidiare territori disordinati e spesso infestati da predoni.

La valle dell’Adige era allora popolata da comunità romaniche e si parlava un latino volgare. Anche la scrittura ufficiale era quella latina: persino i Longobardi ricorrevano a scrivani latini per mettere per iscritto le proprie leggi tramandate in via orale. Fino al Mille, la documentazione era latina. Solo dal XII secolo iniziano a comparire nei documenti i primi toponimi e nomi personali in lingua germanica, specificati come “vulgariter” o “teutonice”. Il tedesco scritto appare dal tardo XIII secolo; ma il latino rimane per secoli la lingua dell’amministrazione, mentre tra le mura domestiche si parlava romanzo.

I Bavari penetrarono come una freccia nel cuore della Bassa Atesina romana, lasciando intatte le valli laterali come la Val di Non e la Val di Fiemme. Qui lavoravano le vigne per conto dei grandi monasteri e dei possidenti bavaresi che erano diventati i proprietari di molte tenute. Il vino atesino era molto apprezzato oltre le Alpi e contribuì, forse più delle armi, all’affermazione dei nuovi dominatori.

Il confine etnico tra Bavari e Longobardi, entrambi popoli germanici ma di diversa origine e approccio, si stabilì lungo l’Adige: riva sinistra ai Bavari, riva destra ai Longobardi. In direzione est-ovest, da Aldino il confine scendeva a Bronzolo e proseguiva fino a Castel Firmiano. Non era dunque, come spesso si crede, tra Mezzolombardo e Mezzotedesco – nomi attestati solo dal XVI secolo – dove si parlava semplicemente di “Mezum”, centro.

Autore: Reinhard Christanell

Tre giorni assieme per aiutare l’ambiente

I genitori insegnano i bimbi a prendersi prendersi cura di se stessi; ma spesso ci si dimentica che quel “se stessi” non indica solo la propria persona, ma tutto l’ambiente che ci circonda. È con questo spirito che opera “Plastic Free”, ed è con questa filosofia che Ornella Libardoni, referente per Laives, Bronzolo e Vadena del sodalizio ha organizzato assieme al Centro don Bosco tre giorni di sensibilizzazione con i ragazzi più giovani.

Signora Libardoni, come è andato il progetto?

È sempre un piacere incontrare i più giovani; ogni volta resto stupita da quanto si sentono coinvolti e indignati nel vedere quello che viene abbandonato lungo le vie cittadine, soprattutto pacchetti di sigarette e relativi mozziconi, cartacce, scontrini, incarti di caramelle e altre delizie. Nel corso delle tre giornate abbiamo organizzato dei giochi interattivi che simulano gli effetti della pioggia nei tombini: abbiamo mostrato loro che tutto quello che viene gettato in essi arriva al mare, con conseguenze disastrose. E, a proposito di mare, abbiamo anche ricreato una spiaggia con della sabbia piena di microplastica nascosta in profondità quando camminiamo su di essa. 

Avete anche organizzato quello che chiamate “clean up”?

Sì: durante il primo giorno abbiamo ripulito il parchetto adiacente al cimitero, dove i giovani hanno trovato i resti di un compleanno con tanto di palloncini scoppiati e abbandonati, e poi abbiamo compiuto una passeggiata ecologica fino al parco giochi di via Marconi, dove abbiamo trovato decine di resti di palloncini a terra, carte di merendine patatine e caramelle, lattine di bibite varie,un ombrello e perfino un pannolino. Nel terzo e ultimo incontro abbiamo coinvolto il gruppo delle classi quarta e quinta presso il centro giovanile don Bosco, e dopo la lezione didattica sul problema della plastica ci siamo fiondati a caccia di oggetti da raccogliere nel tratto di strada Nazionale che va dal semaforo adiacente il centro don Bosco a quello alla Crosara. 

Non deve essere stato semplice, considerando anche le temperature…

Non è lo stato, anzi, ma i ragazzi sono stati instancabili nonostante il caldo. Per noi adulti, poi, non è stato uno scherzo: organizzare operazioni simili richiede tanti sacrifici, basti considerare tutto il materiale che portiamo agli incontri, fra attrezzatura e vestiario, che poi deve essere lavato, chiaramente. Costa fatica, è vero, ma la soddisfazione di aver fatto il proprio dovere per aiutare il Pianeta è immensa.

Autore: Luca Masiello

“Coaching”: assieme per il primo passo

C’è chi lo associa a performance aziendali, chi a frasi motivazionali da palestra, chi ancora non ha ben capito se si tratti più di una moda o di una metodologia seria. Parliamo di coaching, un mondo tanto citato quanto spesso frainteso. Ma cosa significa davvero “fare coaching”? A spiegarlo è Christa Delmonego, presidente dell’Associazione Business & Managementcoaches da marzo 2025, ma prima ancora educatrice, streetworker, responsabile in comunità per minori, donna dalle molte vite professionali e dotata di una sola bussola: accompagnare le persone verso il loro prossimo passo.

Christa Delmonego, lei ha un percorso molto variegato. Come si è avvicinata al coaching?

È stato un percorso di ascolto e di incontro. Ho cominciato con all’interno del mondo dei centri giovani a Caldaro negli anni Novanta, un lavoro educativo molto libero, di relazione.

Poi ho fatto la streetworker a Innsbruck, con giovani fuori da ogni rete sociale. Lì ho imparato cosa significa esserci davvero per qualcuno, anche quando sembra che non ci sia nulla da fare. E più tardi, come responsabile al Kinderdorf, mi sono trovata accanto a bambini e ragazzi che avevano già vissuto più traumi di quanti noi ne vivremo in tutta la vita. Tutte queste esperienze mi hanno insegnato una cosa fondamentale: accompagnare non significa solo guidare, ma creare relazione, fiducia, ascolto profondo. E questo è anche il cuore del coaching.

Cos’è, in parole semplici, il coaching?

È un accompagnamento strutturato, orientato al futuro. Non si danno “consigli”, non si risolvono problemi al posto dell’altro, non si danno soluzioni preconfezionate. Si pongono domande, anche scomode, si fanno proposte, si visualizzano scenari. Si cerca insieme di capire: come ti senti? Cosa vuoi davvero? Qual è l’obiettivo di questo percorso? E quali passi concreti possiamo immaginare? Il coaching non ti dà risposte immediate, ma ti aiuta a rallentare, a mettere in “slow motion” ciò che ti succede, per vedere meglio. E, cosa importante, il coach si sceglie! Senza “feeling” non funziona.

C’è differenza tra coaching, consulenza e terapia?

Sono tre cose molto diverse, anche se possono avere punti di contatto. Il coaching è orientato al futuro e agli obiettivi, spesso in ambito lavorativo, anche se tocca pure aspetti personali. La terapia affronta tematiche profonde, traumatiche, esistenziali, che richiedono un altro tipo di sostegno. La consulenza, invece, fornisce soluzioni pratiche e strumenti tecnici. Talvolta, nel coaching, si possono offrire elementi di consulenza – per esempio, spiegare un modello comunicativo su cui lavorare – ma sempre al servizio di un obiettivo scelto dalla persona accompagnata.

Chi si rivolge al coaching? Serve solo ai manager?

Assolutamente no. Si rivolge a chi vuole fare chiarezza, cambiare qualcosa, sviluppare competenze, migliorare una situazione lavorativa o relazionale. Certo, spesso sono persone con responsabilità – leader, dirigenti, responsabili di team – ma può essere utile anche a singoli dipendenti, o a professionisti in cerca di nuovi input. Il coaching ti aiuta a capire dove sei, dove vuoi andare e come arrivarci. Anche nel mondo sociale o terapeutico, si lavora molto su questo confine tra supervisione e coaching, per accompagnare i team in modo più riflessivo.

Ci racconta un esempio concreto che aiuti a capire l’impatto del coaching?

Mi viene in mente il caso di un amministratore che aveva preso il posto di un predecessore molto stimato. Il team faceva resistenza, ogni proposta diventava un conflitto. Perfino gli orari di apertura degli uffici erano diventati terreno di scontro. In realtà, sotto quel tema si nascondevano paure, dinamiche irrisolte, relazioni congelate. Il coaching gli ha permesso di vedere tutto questo, di trovare strumenti per affrontarlo e, nel giro di pochi mesi, la situazione si è trasformata. La collaborazione è migliorata, le energie sprecate si sono ridotte. È stato un caso “da manuale”.

Nota delle particolarità nel modo di fare coaching qui in Alto Adige?

Sì, direi che ci sono alcune caratteristiche. La multiculturalità, il bilinguismo, ma anche una certa ritrosia culturale. In alcuni ambienti parlare dei propri problemi è ancora visto come un segno di debolezza. Il coaching, invece, richiede apertura, fiducia, disponibilità a mettersi in gioco. Come associazione, cerchiamo di sensibilizzare proprio su questo: il coaching non è una bacchetta magica, ma uno spazio protetto per esplorare possibilità.

Quali sono, secondo lei, i falsi miti più comuni da sfatare?

Che sia solo per chi ha problemi. Che sia una moda. Che basti un weekend per diventare coach. In realtà, servono anni di formazione, esperienza, lavoro su di sé. E poi: il coaching non è una formula pronta, ma un processo artigianale, cucito su misura. Non funziona se manca la volontà di cambiare. E non funziona se manca la fiducia.

Lei ora è presidente dell’associazione Business & Managementcoaches…

Esatto. È un ruolo che mi stimola molto, anche perché siamo un team nuovo e stiamo imparando a conoscerci. Stiamo riflettendo su come comunichiamo, su come collaboriamo e su come gestiamo eventuali conflitti. Accompagniamo persone e gruppi: non possiamo permetterci di predicare bene e razzolare male. Ci serve tempo per costruire fiducia anche al nostro interno, ma la mia speranza è che possiamo essere di esempio. Siamo in cinque, tutti volontari, e questo rende il lavoro ancora più prezioso.

C’è qualcosa di profondamente umano nel coaching, se praticato con cura: l’idea che nessuno debba cavarsela da solo, ma che ognuno possa trovare dentro di sé le risorse per crescere. Magari con uno sguardo esterno, capace di fare domande giuste al momento giusto.

Autore: Marco Valente

Hommage per Mary in forma d’arte

Un Hommage per Mary: tredici artisti dedicano la propria opera a Mary de Rachewiltz per i suoi 100 anni. Sono Ulrich Egger, Lois Fasching, Martin Geier, Bernhard Grassl, Eduard Habicher, Elisabeth Hölzl, Alina Kalczyńska-Scheiwiller, Margit Klammer, Erich Kofler-Fuchsberg, Annemarie Laner, Jaqueline Legér, María Sánchez Puyade, Frank Wing e Stefan Fabi. 

Sono quindi fotografie, come quella di Ulrich Egger, ma anche sculture in marmo, legno e gres, come quelle di Margit Klammer e Lois Fascing, poi installazioni, tessuti ricamati, come quelli di Maria Sanchez Puyade, e quindi tessuti stampati, a sfilare nella sala e nella pinacoteca di Palais Mamming in occasione della mostra dedicata alla poetessa plurilingue Mary de Rachewiltz, figlia di Ezra Pound. 

Molti di questi importanti artisti, entrati in contatto e quindi in amicizia con la poetessa, sono rimasti colpiti dalla sua personalità e, nel corso degli anni si è stretta e rinsaldata una amicizia. Per la loro opera alcuni si sono lasciati ispirare o affascinare dai testi delle sue poesie fino a sceglierle come anime conduttrice della loro opera. Altri si sono concentrati sul suo volto e sull’aura positiva che Mary da sempre emana. Altri ancora si sono sentiti liberi, sicuri di essere da lei compresi, di creare installazioni o opere astratte ispirati dall’animo sempre curioso e sempre all’avanguardia di Mary. La mostra aprirà il 27 giugno e resterà visitabile gratuitamente a Palais Mamming fino al 2 novembre. L’esposizione ha il carattere biografico e cerca di mettere a fuoco gli aspetti salienti della vita di Mary ma anche gli aspetti inaspettati e sorprendenti come il suo grande interesse per quegli alimenti che, come il mais dolce e lo sciroppo d’acero, potevano essere un utile alleato nel combattere la fame nel mondo. 

Quella di Mary è una vita intessuta della semplice quotidianità e della ricchezza intellettuale dei circoli letterari, delle università, delle case editrici italiane, americane, europee, le relazioni culturali e amicali con scrittori, poeti, artisti e musicisti. 

Documenti, libri, lettere autografe, opere d’arte oggetti simbolo di una vita interessante sono gli oggetti che sfileranno sotto gli occhi dei fruitori.

I testi di sala, le didascalie e le citazioni oltre alle poesie, sono trilingui: tedesco, italiano e inglese. Queste sono infatti le tre lingue in cui Mary crebbe, che studiò, approfondì, ne divenne interprete e – infine – scrisse le sue poesie. Non si può infatti parlare né comprendere appieno la poetessa se non la si immagina aggirarsi fra mondi culturali diversi, fra parole che più di altre potevano di volta in volta esprimere al meglio i suoi stati d’animo. La mostra è nata dalla collaborazione di Palais Mamming con Brunnenburg e con l’Accademia di Merano.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il foulard scout di papà 

Padre adottivo e affidatario di due bambine stupende, Thomas Girotto è commercialista e presidente della Sezione Scout Cngei di Bolzano. Ama l’Alto Adige e si sente sia italiano che tedesco. Da sportivo gli piace la competizione, ma sa anche accettare le sconfitte. 

La cosa di me che mi piace di più.

L’entusiasmo che metto nel fare le cose.

Il mio principale difetto.

Fare ogni tanto il “Herr Allwissend”.

Il mio momento più felice.

Quando mi hanno messo in bracciomia figlia Anna.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Montarmi un bel televisore in camera da letto.

La mia occupazione preferita.

Occuparmi dei bambini (anche di quelli degli altri).

Il luogo dove vorrei vivere.

Dove il cellulare non prende.

Nel mio frigorifero non manca…

Il latte per la colazione.

Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…

Ho preso il coraggio di presentarmi alla ragazza che ora è mia moglie.

Dove mi vedo fra dieci anni.

A consolare le pene d’amore di mia figlia adolescente.

La prima cosa che faccio al mattino.

Consultare l’agenda degli appuntamenti.

Il superpotere che vorrei avere.

Riuscire a dormire solo 4 ore a notte.

Il mio sogno ricorrente.

Io, che pur con grande affanno, riesco a volare.

Il mio ultimo acquisto.

Una nuova fresatrice per il mio piccolo laboratorio da falegname.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo.

La vicinanza ai nonni.

Amo il mio lavoro perché…

Mi dà ogni giorno modo di conoscere gente interessante.

L’errore che non rifarei.

Praticare uno sport (il calcio), per il quale non sono assolutamenteportato.

Il mio motto.

Improvvisare, adattarsi, raggiungere lo scopo.

La massima stravaganza della mia vita.

Lo smalto sulle unghie dei piedi – cosa non si fa per i figli…

L’oggetto a cui sono più legato.

Il mio foulard scout.

Del mio aspetto non mi piace…

La panzetta del 40enne (e mia moglie continua a farmelo notare).

Il mio primo ricordo.

Io sul trattore verde a pedali all’asilo nido.

Autore: Marco Valente

Stop

I muscoli contano più del cervello. Il cervello fa risparmiare i muscoli. Stop. “Se l’ignoranza fosse un vuoto sarebbe facile riempirlo di cose, cultura, civiltà. Ma l’ignoranza è un pieno! È un muro, ed i muri si possono solo abbattere. O scavalcare”. Stop. Un privato può esporre nel BalconORTO una bandiera straniera? Il Governo, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ufficio Cerimoniale di Stato ci dice di sì, a condizione che ne rispetti il decoro. Stop. Come è possibile che il fumo degli incendi del Canada sia giunto fino a noi in Europa? Tutto merito della corrente a getto che scorre nell’alta troposfera; in Giappone, con gli incendi in Siberia, capita esattamente la stessa dinamica, lo stesso cielo lattiginoso, carico di inquinanti, anche se la distanza è di circa 4000km e non 7500. In Canada sono bruciati per ora 35mila km² di vegetazione. Stop. Dove è finito l’anticiclone delle Azzorre e perché con l’anticiclone subsahariano soffriamo così tanto il caldo? Sono due masse molto differenti, d’origini diverse; l’azzorriano è di estrazione oceanica, dunque T max gradevoli e giornate ventilate, notti fresche; il subsahariano nasce nel deserto e si porta appresso l’afa che esacerba la sofferenza fisica, con notti tropicali; inoltre presenta alti valori di geopotenziale con zero termico sopra i 5000 metri. Il surriscaldamento del pianeta sta deviando gli andamenti (cfr. Celle di Hadley, Ferrel e Polare). Stop. Più in generale ci siamo incamminati verso un nuovo clima, dai fenomeni sempre più estremi. Bisogna agire subito prima di capitolare. Stop. Il termine antropocene venne proposto ufficialmente nel 2000 dal premio Nobel per la chimica dell’atmosfera Paul Crutzen e dal biologo Eugene Stoermer in un bollettino durante un convegno IGBP; non furono i primi a coniare un termine che segnasse in modo netto l’impatto umano sulla storia naturale della Terra. Fin dall’Ottocento ci avevano già provato Stoppani (geologo), Vernadskij (geochimico), Teilhard de Chardin (paleontologo) e Andrew Revkin (biologo e giornalista scientifico). Stop. Dopo antropocene, polemicamente, sono nati i neologismi capitolocene o wasteocene. Stop. “Però a quelli in malafede sempre a caccia delle streghe, non vi sembrerò normale, ma è l’istinto che mi fa volare” l’ignoranza oggi, signori, è un vizio capitale!  Stop. Papà, papà, perché con i fondi del PNRR non stanno sistemando le tubature colabrodo dell’acqua dell’intero Paese? Perché non stanno dimorando alberi come se non ci fosse un domani contro le abominevoli estati che ci aspettano? Peraltro acqua e ossigeno non sono essenziali alla vita? Stop. In queste settimane attenzione a Cacyreus marshalli, la farfallina dei gerani, che deposita in prossimità dei boccioli minuscole uova, dalle quali nasceranno i bruchi che si ciberanno nei nostri fiori. Non usate veleni, piuttosto Bacilllus Thuringiensis. Stop. “Nera che porta via, che porta via la via, nera di malasorte che ammazza e passa oltre, acqua di spilli fitti dal cielo e dai soffitti, acqua per fotografare per cercare i complici da maledire”. Stop. 

Autore: Donatello Vallotta

Athletic Club ‘96: un secondo posto che vale tantissimo

L’Athletic Club ‘96 Bolzano torna da Brescia con un ottimo secondo posto nella Finale Oro del Campionato Italiano maschile di Società. 

Si tratta di un piazzamento che, pur non replicando la vittoria dell’anno scorso, conferma la solidità e l’alto livello della squadra altoatesina in un contesto nazionale che si è fatto molto più competitivo. Il presidente e fondatore Bruno Telchini ha sottolineato come questa edizione sia stata segnata da un innalzamento generale del livello tecnico, ma anche da dinamiche regolamentari che hanno influenzato l’esito finale.

La prestazione dell’Athletic Club ‘96 è stata di grande valore: il club ha centrato nove podi su venti gare, con diversi atleti protagonisti assoluti. Mohamed Amin Jhinaoui, già nome di spicco nel panorama internazionale, ha dominato sia nei 3000 siepi che nei 5000 metri, offrendo una doppietta da incorniciare. Il giovane Oliver Mulas, ha conquistato un importante secondo posto nei 110m ostacoli con un nuovo record personale di 13”60, dando un segnale molto promettente anche in vista degli Assoluti e dei campionati europei Under 23 di Berlino.

Brayan Lopez si è confermato un uomo squadra: secondo nei 400 metri, ha guidato magistralmente le due staffette, in particolare la 4×400, che ha fermato il cronometro su 3’12”52, tempo valido per la qualificazione agli Assoluti. Insieme a lui, nella formazione del miglio, c’erano Michele Tricca, Abdessalam Machmach e Joao Carlos Pina Barros. Nella 4×100, invece, Lopez ha sostituito con successo l’infortunato Jacques Riparelli, affiancando Monte, Badolato e Ianes, mostrando una notevole versatilità.

Altre buone notizie sono arrivate nel getto del peso, dove Nick Ponzio ha chiuso in terza posizione con 20.28 metri, in una gara di altissimo profilo vinta da Leonardo Fabbri con 21.22m. Sempre terzi sul podio sono giunti anche Federico Lorenzo Bruno nel triplo e Hakim Elliasmine negli 800 metri.

In un contesto così competitivo, è naturale che non tutte le prove siano andate secondo le attese. Purtroppo non sono mancate alcune controprestazioni da parte di alcuni “senatori”: va però riconosciuto che l’impegno non è mai mancato. Come spesso accade nello sport, dare il massimo non garantisce sempre il risultato sperato.

Con questo nuovo podio, il sodalizio bolzanino si conferma tra le grandi realtà dell’atletica italiana. Nell’ultimo decennio, l’Athletic Club ‘96 ha conquistato il titolo nazionale quattro volte, è salito sul secondo gradino del podio in due occasioni, è arrivato una volta terzo, una quarto e una quinto. Una continuità di risultati che testimonia non solo la qualità tecnica, ma anche la solidità strutturale e la visione a lungo termine della società.

Telchini conclude – “Questo secondo posto non è un passo indietro, ma la base da cui ripartire, con rinnovato entusiasmo, per tornare sul gradino più alto del podio”.

Autore: Niccolò Dametto

Il paese di Montagna e Castel d’Enna

Montagna è un comune di 1.751 abitanti il cui toponimo è attestato come Montana nel 1215, come Montagna nel 1234 e come villa Muntagne nel 1307. Esso deriva dal latino muntanea, ossia “di monte”. Nel 1435 l’insediamento fu chiamato invece Montæny. Il paese merita di essere visitato per le strutture preistoriche e per le antiche vestigia altomedievali e medievali: Castelfeder infatti è un insediamento preistorico e romano su una collina di porfido, strategicamente importante, che costituisce una cupola spaziosa a struttura multipla. Ci sono poi: il “Castello superiore” (in tedesco Oberburg, che sorge a circa 190 metri sul fondovalle ed è situato a 405 metri sul livello del mare), la chiesa di Pinzano (Pinzon) che come altare può vantare il trittico del Maestro Hans Klocker da Bressanone,  e infine Castel d’Enna Schloss Enn. 

Infine non fa male ricordare che nella frazione comunale di Gleno risiedette Ettore Tolomei (1865-1952), il senatore nazionalista italiano massimo artefice dell’italianizzazione della toponomastica germanofona del Tirolo meridionale a seguito dell’annessione all’Italia. Egli riposa nel locale cimitero: dagli anni sessanta in poi la sua tomba venne ripetutamente fatta oggetto di atti vandalici da parte dei gruppi irredentisti locali (quali il Befreiungsausschuss Südtirol) ed è pertanto sorvegliata costantemente dalle forze dell’ordine.

Lo stemma del paese raffigura un leone d’argento e gli artigli d’oro, su sfondo azzurro: “D’azzurro, al leopardo illeonito d’argento, con le branche d’oro”. Adottato dal comune di Montagna nel 1967 esso era l’insegna dei Signori di Enn.  

Svettante sul comune di Montagna si erge dunque il magnifico Castel d’Enna. Il castello sorse attorno al XII secolo come castello-recinto, contenente verosimilmente un palazzo baronale.Costruito dalla famiglia d’Enna, venne da loro utilizzato come residenza. A causa però dell’espulsione di questa famiglia da parte del conte Mainardo II, il castello passò in mano a diversi proprietari e negli anni vennero eseguiti diversi lavori di ristrutturazione.

All’inizio del XVI secolo apparteneva a Blasius Anich, giudice distrettuale di Egna, e fu modificato su imposizione diretta dell’imperatore Massimiliano. Queste modifiche riguardavano il portone interno, la cappella, gli angoli dei fabbricanti, alcune stanze interne e le pareti dei locali (che ricevettero un rivestimento ligneo). Inoltre fu anche rifatta la sala grande, mantenutasi inalterata fino ad oggi.

Nel 1648 il Castel d’Enna venne infine venduto al veneziano Pietro Albrizzi, e nel 1880 i suoi successori si occuparono della sua totale ristrutturazione. Solamente nel 1880 l’edificio fu sottoposto ad un profondo restauro in stile neogotico, su progetto dell’architetto Otto Schmid. Questi lavori cambiarono molto l’aspetto dell’edificio, aggiungendo alcune torrette, erker, guglie, pinnacoli, abbaini, la cinta esterna e il mastio. La famiglia Zenobio Albrizzi ne è a tutt’oggi proprietaria. Il castello possiede un importante archivio storico, risalente al Quattrocento, che oggi si trova parzialmente depositato presso il Palazzo Albrizzi in Venezia. 

Il Castel d’Enna venne anche utilizzato in passato come tribunale e nelle sue segrete venivano torturati i prigionieri. I loro gemiti e i loro lamenti si sentivano fino al paese e per questo motivo vi sono alcune leggende legate a queste rovine. Per esempio si dice che nell’XI secolo tre cavalieri fossero stati imprigionati per aver ucciso con perfidia il Conte Enrico di Appiano. Vennero quindi duramente condannati ed espiarono al tempo la loro azione. Tuttavia sembra che anche dopo la morte non abbiano trovato pace perché si dice che i loro spiriti vaghino ancora nel castello in attesa della loro redenzione.

Autrice: Rosanna Pruccoli