La memoria del magnifico giardino Moser

Giovedì 20 ottobre è stata inaugurata al Centro Trevi di via Cappuccini la mostra: “Canova per Bolzano: il ritorno di Amore e Psiche”, aperta ancora fino al 27 novembre (da lunedi a sabato dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 19 – ad ingresso gratuito).

Da un lato la mostra si inserisce nelle celebrazioni per il bicentenario della morte di Antonio Canova, forse lo scultore neoclassico più conosciuto, dall’altro regala alla città di Bolzano il ricordo della magnificenza del Giardino Moser, un fiore all’occhiello della Bolzano ottocentesca di cui si era persa la memoria.

“L’intento di questa mostra – ci spiega il curatore Roberto Pancheri – è celebrare il bicentenario della morte di Antonio Canova attraverso una storia che ha un forte addentellato con la realtà locale. Non abbiamo in Alto Adige un originale di Canova, ma sappiamo che una copia del celebre capolavoro “Amore e Psiche giacenti”, di cui si conserva l’originale al Museo Ermitage di San Pietroburgo, era esposta in un giardino di Bolzano. La stessa venne acquistata nel 1868 da una nobile famiglia di Trento, i baroni Salvadori, che la portarono nella loro villa Margone, dove tuttora si trova. Gli attuali proprietari della villa, i signori Lunelli, hanno concesso in prestito temporaneamente quest’opera e quindi possiamo affermare che “Amore e Psiche” torna temporaneamente a Bolzano, dove il gruppo marmoreo è stato conservato per circa 50 anni in un meraviglioso giardino, purtroppo quasi interamente scomparso. Ce ne rimane testimonianza attraverso le foto d’epoca e soprattutto attraverso le descrizioni che viaggiatori e guide della città ci hanno dato. Ne rimane un piccolo frammento nel parco dell’Hotel Laurin, ma si trattava di un giardino molto più grande. Ricco di piante esotiche, di statue e dotato di un tempietto, ospitò questo gruppo marmoreo tra il 1816 ed il 1868, dopo un suo primo restauro.”

Pare che il gruppo sia arrivato in città a causa di un incidente…

“Si, questa è la parte che siamo riusciti a ricostruire su base documentale proprio in occasione di questa mostra. Questa copia canoviana dell’opera è giunta a Bolzano attraverso il convoglio che da Milano condusse a Monaco di Baviera i tesori d’arte dell’ex vicere del Regno d’Italia. Dobbiamo immaginare degli imballaggi che proteggono in casse di legno riempite di paglia, sculture, dipinti, mobili, argenteria ecc. Una di queste casse, durante il passaggio del convoglio attraverso la città di Bolzano, cadde dal carro e l’opera venne fortemente danneggiata. I carrettieri decisero di disfarsene, vendendola per poco prezzo a un cittadino di Bolzano, Karl Sigmund Moser, che oltre a essere un ricco conciapelli, era un intagliatore di presepi e quindi aveva la sensibilità artistica e il gusto per capire che si trattava di una opera importante; inoltre la grande passione di Moser era il suo meraviglioso giardino, di cui forse ora a Bolzano si è persa memoria. Attraverso questa mostra pensiamo di aver ricostruito un tassello della memoria urbana di Bolzano.”

Autore: Till Antonio Mola

Non più di 16 colori…

Nato per sbaglio a Montebelluna in Veneto, dal settimo giorno di vita Sandro Acinapura è cresciuto a Bolzano. Musicista professionista (sì, si procura da vivere con la musica!), è appassionato di tecnologia e divoratore di serie tv. Sportivo moderato, non si separa mai dalla bicicletta per muoversi in città e passerebbe le sue giornate a nuotare.

La cosa di me che mi piace di più.

Cerco di capire e conoscere ogni cosa nella quale mi imbatto.

Il mio principale difetto.

Sono davvero poco paziente!

Il mio momento più felice.

Tanti. Scelgo il giorno in cui ho vinto il posto in Orchestra Haydn.

Il luogo dove vorrei vivere.

Torino.

Il mio piatto preferito.

Più che un piatto, mangerei Parmigiano Reggiano ogni momento!

Non sopporto…

La superficialità.

Nel mio frigorifero non manca mai…

Ovviamente il Parmigiano Reggiano!

Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…

Lo sono tutte le volte che riesco a soddisfare una richiesta di aiuto.

Dove mi vedo fra dieci anni.

A camminare sui sentieri delle nostre montagne.

La prima cosa che faccio al mattino.

Ascoltare un podcast leggero e divertente, mentre faccio colazione

Il mio film preferito.

Diversi, ma scelgo C’era una volta in America.

Il superpotere che vorrei avere.

Il teletrasporto tipo Star Trek.

Il mio sogno ricorrente.

Un incubo direi, cadere da grandissime altezze.

Il mio ultimo acquisto.

Un televisore.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo? 

Ovvio: le nostre montagne.

Amo il mio lavoro perché.

Anche se spesso è faticoso… chi non ama la musica?

La persona che ammiro di più.

In generale chi riesce ad essere se stesso senza bisogno di sembrare altro.

L’oggetto a cui sono più legato.

Volente o nolente il mio violino.

Del mio aspetto non mi piace.

Non riesco proprio a farmi piacere il mio viso.

La mia maggiore paura.

Non avere punti di riferimento intorno a me.

Il mio colore preferito.

Sono maschio, incapace perciò di vederne più di 16. Una via di mezzo tra un verde scuro e un blu scuro.

Il mio primo ricordo.

Mia madre che mi accompagna all’asilo.

La Bassa Atesina tra Bolzano e Trento

Pochi territori della “terra tra i monti” sono stati contesi come la Bassa Atesina. La porta del Sud – o del Nord, a seconda dei punti di vista. La terra dove la gente si incontra – ma anche si scontra. Esclusi i misteriosi Reti, che non conoscevano il confine tra le due tradizionali “metà“ della regione, tutti i popoli successivi hanno accentuato divisioni e motivi di screzio.

I Romani di Augusto, che nel 15 a.C. tolsero la terra ai Reti, la inglobarono nell’antico municpium di Trento, sorto qualche decennio prima. I Tridentini si erano sottomessi volontariamente a Roma. Da quel momento, gli altri abitanti della Bassa Atesina iniziarono a sospettare dei fratelli romanizzati e infatti di lì a poco questi aiutarono Druso a impossessarsi dell’intera valle dell’Adige. I Romani tennero il territorio dell’Unterland in uno stato di soggezione perpetua. Non permisero la rinascita dei villaggi o la creazione di città. La Bassa Atesina doveva rimanere territorio di confine militare. Troppo importanti erano le vie di transito verso Nord per rischiare nuove sollevazioni dei Reti decimati e umiliati.
Dopo i Romani, calarono in Bassa Atesina Goti e Franchi, Longobardi e Bavari. I primi durarono poco ed essenzialmente lasciarono le cose come le trovarono. Un altro fattore subentrò presto a contraddistinguere l’unica città importante della valle, Tridentum, dal pagus, la campagna: la religione. La città era cristianizzata, Trento divenne importante sede vescovile. In campagna non si voleva saperne di abbandonare i vecchi culti pagani. Saturno era ancora la divinità principale dei contadini dell’Unterland e a ogni tentativo di spodestarlo venne opposta fiera resistenza. San Vigilio in persona peregrinò da un paese all’altro, fece costruire molte chiese cristiane, perorò ovunque la causa della nuova religione ma con scarsi risultati: la popolazione non accettava la parola di Cristo, che forse veniva ancora identificato con coloro che avevano distrutto la comunità e civiltà secolare dei popoli alpini. La lenta cristianizzazione proseguì per secoli e si impose definitivamente solo dopo l’era di Carlo Magno e il medioevo.
Longobardi e Franchi prima, Longobardi e Bavari poi si contesero a loro volta la valle dell’Adige. Il confine rimase fluido per secoli, spostandosi ora di qua, ora di là del fiume Isarco. Bolzano rimase quasi sempre – con qualche fugace parentesi – una città bavara ma bisogna anche tenere conto che Bolzano prima del medioevo era poca cosa. Quello che oggi è Bozen Dorf apparteneva al grande comune longobardo di S. Genesio, la parte opposta della conca formava l’altrettanto grande arimannia di Novum. Attorno a S. Giacomo, Laives e Bronzolo sorgeva una linea di confine tra Trento e Bolzano ma Trento era certamente la città principale in quanto sede del ducato longobardo.
Carlo Magno unificò i territori ma poi, nel 1027, i suoi successori elevarono Trento a città principesca e i suoi vescovi a signori assoluti del territorio. La Bassa Atesina, Bolzano, la Venosta furono donati alla curia trentina che ne mantenne il possesso per molti secoli. Certo, ci fu l’epoca della contea del Tirolo dal XII a XIV secolo, che costrinse il vescovo a dividere con i conti parte del potere temporale, ma a livello ecclesiastico il territorio rimase sempre di pertinenza trentina.
La nascita degli stati nazionali e l’insorgente nazionalismo portarono nuova linfa alle divisioni della Bassa Atesina, già terra di forte immigrazione a partire dal IXX secolo. Napoleone agli albori dell’800 tracciò una prima, grossolana linea di confine attraverso la Bassa Atesina ma il colpo di grazia all’unità e indipendenza dell’Unterland lo diede Benito Mussolini: nel 1927 divise la Venezia Tridentina in due province, Bolzano e Trento. Il confine venne fissato tra Bronzolo e Laives. Bronzolo, Ora, Egna, Aldino (che venne ribattezzata Valdagno), Montagna, Termeno, Cortaccia, Magrè, Cortina e Salorno passarono sotto Trento e i governanti fascisti chiamarono la zona Val di Sopra. L’obiettivo era dichiaratamente quello di “modificare il carattere fisico, politico, morale e demografico del territorio”.
Dopo la guerra, in tutta la Bassa Atesina si rialzarono le voci per il ritorno alla Provincia di Bolzano. Una prima manifestazione ebbe luogo il 30 maggio 1946 a Castelfeder. Migliaia di persone chiesero il distacco da Trento e alla fine il Dr. Toni Ebner di Aldino fece approvare una risoluzione per il ritorno della Bassa Atesina alla Provincia di Bolzano. Il trattato di Parigi aveva promesso l’autonomia alla provincia di Bolzano e ai paesi “mistilingui” della Bassa Atesina. De Gasperi comprese che per estenderla anche a Trento era necessario “attaccarsi” al carro bolzanino. La Bassa Atesina trentina gliene forniva un ottimo pretesto. Il suo obiettivo era la regione Venezia Tridentina con i Trentini e una minoranza di lingua tedesca. Ma alla fine cedette: in un primo momento, solo Salorno e Egna rimasero con Trento, gli altri comuni tornarono a Bolzano. Poi 4000 persone si radunarono a Egna il 28 dicembre 1947 e chiesero nuovamente il ritorno anche di Salorno e Egna. Roma acconsentì e il 14 marzo 1948 diede il via libera al ritorno di tutti i comuni all’Alto Adige. Ma il catasto, il tavolare, l’ufficio del registro, l’agenzia delle entrate rimasero a Mezzolombardo e la pretura di Egna faceva ancora capo a Trento. Ci vollero altri quattro anni perché anche questi uffici tornassero in provincia.

Reinhard Christanell

Bolzano libera dalle auto

Ancora una volta Bolzano blocca il traffico per dare spazio alle bici e alla sensibilizzazione sul loro utilizzo. Più di quattromila bolzanini hanno partecipato alla classica iniziativa di Bolzanoinbici. Ecco alcune foto della giornata di domenica 9 ottobre, realizzate dalla redazione di COOLtour.

Povertà ereditaria

I poveri assoluti in Italia sono 5,6 milioni di persone, quasi uno su dieci. Nel nostro paese non abbiamo mai avuto così tanti poveri assoluti e dal fenomeno non è esente neanche la provincia di Bolzano, dove sono migliaia le famiglie che in queste settimane si stanno rivolgendo ad enti pubblici e privati per avere un sostegno. E non è solo una questione di bollette, l’unico riferimento a questo tema che abbiamo visto comparire nella recente (e triste) campagna elettorale. 

Ancora più impressione mi ha fatto constatare, grazie a un Rapporto Caritas pubblicato negli ultimi giorni, quali sono le categorie di persone che si stanno impoverendo oggi in Italia e in quali contesti matura questa crescente sfida alla sussistenza. Il dato è di quelli che vanno in completa controtendenza, rispetto all’impressione che maturiamo guardandoci intorno, fruendo le notizie sui media e facendoci condizionare dalle nostre aspettative, come avviene oggi quando per informarci ci appoggiamo quasi esclusivamente sui social network. 

“I livelli di povertà continuano ad essere inversamente proporzionali all’età”, si legge nel rapporto. Perché la percentuale di poveri assoluti si attesta infatti al 14,2% fra i minori (quasi 1,4 milioni di bambini poveri!) e al 5,3% per gli over 65. Non solo: tra il 2020 e il 2021 l’incidenza della povertà “è cresciuta più della media per le famiglie con almeno 4 persone, i nuclei con persona di riferimento di età tra 35 e 55 anni, i bambini di 4-6 anni, le famiglie degli stranieri e quelle con almeno un reddito da lavoro”, e tutto questo perché il lavoro (quando c’è) è troppo spesso precario e sottopagato, come ben sappiamo. Inoltre le maggiori difficoltà le hanno le famiglie a rischio che si trovano nei grandi centri del nord, perché al sud la vita costa molto meno.

Insomma: Il reddito di cittadinanza va senz’altro riformato, perché così com’è solo in parte riesce ad affrontare questo enorme problema. Ma è anche su altri livelli che occorre intervenire, ovvero contrastare il lavoro in nero e sostenere tutti i poveri e nuovi poveri che cercano aiuto non solo per ricevere beni e servizi, ma anche per essere ascoltati e consigliati. La povertà economica infatti quasi sempre si combina con altre forme di disagio sociale, articolandosi in mille modi, tutti bisognosi di essere capiti, compresi e sostenuti. 

Tornando al milione e mezzo di bambini poveri in Italia, il Rapporto Caritas ci dice che la povertà in Italia si eredita molto più della ricchezza. 

Dunque non ci resta che la speranza, speriamo non vana, che il nuovo governo sia in grado di maturare innanzitutto una consapevolezza di tutto ciò, per vedere se è possibile non dico ridurre ma almeno non ampliare ulteriormente il terribile divario che si registra oggi in Italia tra ricchi e poveri. 

Autore: Luca Sticcotti

Garanti di un pensiero, di un cammino (davvero) comune

Come ampiamente previsto, il Presidente della Repubblica austriaca Alexander van der Bellen è stato rieletto nel suo ruolo. La strada gli è stata spianata dai due principali partiti, popolari e socialdemocratici, che hanno rinunciato a presentare un proprio candidato, sottolineandone così la funzione di garante della Costituzione.

Un ruolo di garanzia che si estende in qualche modo anche all’Alto Adige, dal momento che l’Austria, a partire dall’Accordo di Parigi del settembre 1946, condivide con lo Stato italiano la responsabilità, di fronte al mondo, del buon funzionamento del modello autonomistico.

Tre anni fa, in occasione degli anniversari del Trattato di Saint-Germain (1919), dell’approvazione del Pacchetto (1969) e delle Opzioni (1939), van der Bellen fu in Alto Adige, tra castel Tirolo e Bolzano, assieme al Presidente Sergio Mattarella.

Van der Bellen aveva evocato le “forze distruttive della contrapposizione” che la “moderna Autonomia dell’Alto Adige” ha consentito di superare. “Assieme siamo riusciti rendere l’Alto Adige la terra fiorente e pacifica che oggi possiamo ammirare”. “Grazie al Pacchetto la politica dell’Alto Adige ha compiuto una svolta, passando dalla fase conflittuale, portata avanti anche con violenza, a quella del dialogo e dell’impegno corretto nella ricerca di soluzioni”.

Van der Bellen aveva poi definito “regimi inumani” quelli instaurati dal fascismo e dal nazionalsocialismo e indicato “la coraggiosa collaborazione tra forze che cooperano tra loro” come la via per trovare “soluzioni proficue”. Si tratta ora di “sviluppare ulteriormente questa Autonomia e di adeguarla alle attuali condizioni di vita ed esigenze. Assieme, nel rispetto reciproco e privilegiando ciò che unisce a ciò che divide”.

Mattarella aveva chiuso il suo intervento con queste parole: “Questa Provincia, tutti gli altoatesini-sudtirolesi, di lingua tedesca, italiana, ladina, rappresentano quanto ha auspicato il Presidente Kompatscher: una piccola Europa nel cuore dell’Europa”.

Era il novembre 2019. Poi venne la pandemia, poi venne la guerra.

Autore: Paolo Bill Valente

Giovinezza e i figli della terra di Vadena

Ogni epoca ha i suoi valori e i suoi idoli, ogni regime i suoi riti. Gli uni e gli altri influenzano il consenso dell’opinione pubblica – o popolo che dir si voglia. Le scene di vita quotidiana di un paese della provincia italiana possono contribuire alla conoscenza dei meccanismi che determinano nascita, vita e morte di un sistema politico.

Ma veniamo ai fatti. Il 23 gennaio 1935 – anno XII dell’era fascista – la “Alpenzeitung”, quotidiano filogovernativo di lingua tedesca diffuso dal 1926 al 1943, pubblicò nella sua rubrica “Aus Bolzano Stadt und Land” (la toponomastica era monolingue) un articolo intitolato “L’attività della federazione provinciale fascista – rapporto delle camice nere di Vadena in presenza del federale”. 

“Il federale – ci informa il cronista – ha visitato Vadena per proseguire nella sua attività ispettiva delle camice nere”. L’accoglienza dei fascisti e delle organizzazioni giovanili fu festosa e “la popolazione tutta si è radunata nella scuola del paese”. Tra le numerose autorità presenti, l’ispettore di zona Cav. Maculon, il podestà di Laives Barone Vittorio Altenburger, il parroco monsignor Zambiasi, il segretario politico Giovannini, l’ispettore amministrativo Migliucci, il segretario comunale di Laives, la fiduciaria del fascio femminile, il comandante degli avanguardisti e il maresciallo dei carabinieri. 

“Alle 20.30 in punto è arrivato il federale in compagnia del podestà di Caldaro Dr. Ravenna”, prosegue l’articolo. Al loro ingresso nella sala gremita fu intonato l’inno trionfale del Partito Nazionale Fascista “Giovinezza”. Momenti di grande emozione alle parole “Giovinezza, giovinezza, / primavera di bellezza! / Della vita nell’asprezza, / il tuo canto squilla e va!” Il federale commosso rispose con il saluto al duce.

Terminati i preamboli, il segretario politico elencò le attività del fascio nel trascorso anno XII. Il fascio di Vadena poteva contare su 39 iscritti, mentre i giovani fascisti erano 24. Tutti gli scolari facevano parte delle organizzazioni fasciste giovanili (figli della lupa e balilla), il fascio femminile vantava molte adesioni. “Il fascio di Vadena ha svolto una serie di iniziative ricadenti nei settori di sua competenza, in particolare per quanto riguarda l’attività di assistenza sociale. Inoltre – affermò il segretario politico – gli scolari di Vadena hanno espresso il desiderio che la loro scuola sia dotata di un apparecchio radiofonico e questo loro desiderio potrà senz’altro essere esaudito in quanto la radio rappresenta un importante strumento educativo e didattico”. Un po’ come la televisione e la rete internet in epoche successive. Il segretario politico concluse il suo rapporto con il saluto al duce.

Prese quindi la parola il federale. Sottolineò l’importanza di trovarsi in mezzo a tanti agricoltori che con dedizione e perizia lavorano la terra. “Il regime fascista – affermò il federale – presta grande attenzione alle esigenze del mondo rurale poiché chi ama la terra ama anche il fascismo e la patria”. Applausi.

Il federale citò quindi le gesta eroiche in guerra dei figli della terra. “Fu il duce a porre l’agricoltura al centro dell’economia nazionale”, disse. “Molti cercano di guadagnarsi il pane in città ma la vita sana e robusta si sviluppa solo in campagna”. Perciò il fascismo ha contrastato in tutti i modi la fuga dalle campagne. “Non dimentichiamo questi principi vitali e la devozione al duce”, concluse il federale. Applausi entusiasti del pubblico. In conclusone di serata, il pubblicò intonò altre canzoni patriottiche.

Autore: Reinhard Christanell

La via dedicata a Martin Knoller

La via che collega piazza Gries a via Michael Pacher, fiancheggiando la vecchia parrocchiale di Gries, è dedicata a Martin Knoller; chi era e cosa fece? Uno dei numerosi figli di Franz Knoller, pittore di pale d’altare, Martin era nato l’8 novembre 1725 a Steinach am Brenner; fu proprio tramite il padre che il giovane Martin si avviò all’arte.
Dopo gli studi a Innsbruck, frequentò l’Accademia di Vienna; esercitò l’arte a Roma, Napoli, Pompei, Milano, dove ebbe come mecenate il conte Firmian e dove sposò una milanese, Annunziata Cardani, figlia di un commerciante. Non mancarono i riconoscimenti pubblici. Fu intensa l’attività artistica anche nel Tirolo del Sud. Sono degli anni 1770/1773 gli affreschi sulla volta della navata della chiesa parrocchiale di Gries, è del 1776 la pala dell’altare maggiore, con “Estasi di S. Agostino”. Dal 1795 al 1801 furono eseguiti i dipinti dei sei altari laterali: Ultima cena, Ascensione, Epifania e Pentecoste, Resurrezione, Natività. Sono del 1802 i due ritratti dell’abate Nagel e del 1803 il proprio autoritratto per il convento di Gries. Per la chiesa di S. Giorgio in Weggenstein dell’Ordine Teutonico nel 1799 fu eseguita la pala d’altare raffigurante S. Giorgio. Da segnalare anche l’affresco, del 1801, nel salone di Villa Gerstburg, in via Claudia de’ Medici: è “Il Trionfo dell’Aurora”. A Martin Knoller si deve la decorazione di una stanza nel Palazzo Toggenburg. Non mancano lavori di Martin Knoller in altre chiese della diocesi: è del 1782 una “Morte di San Giuseppe” nella chiesa parrocchiale di Malles; del 1788 è “Maria Assunta” in quella di Merano, cui seguirono, sempre in tale chiesa, “La nascita di Cristo” e “L’Ultima Cena”. Per la chiesa di Villabassa sono del 1796 le tre pale d’altare “Lapidazione di Santo Stefano”, “Morte di San Giuseppe” e “Maria Assunta”.
Martin Knoller morì nella sua città d’adozione, Milano, il 24 luglio 1804. Fu sepolto nel cimitero milanese della Mojazza, fuori Porta Comasina.

Autore: Leone Sticcotti

Giornate FAI: alla scoperta del territorio, dell’arte e della storia 

Sabato 15 e domenica 16, come nel resto d’Italia, si sono tenute anche a Bolzano le giornate del Fondo Ambiente Italiano. I due momenti, svolti all’insegna dell’arte, della storia e della tutela del patrimonio culturale locale, sono stati un’occasione rivolta a tutta la cittadinanza per prendere parte a tre visite guidate tra Piazza Gries e via Martin Knoller. La grande novità di quest’anno: un tour all’interno del cimitero dell’antica chiesa parrocchiale del quartiere.

// Di Andrea Dalla Serra

La tutela paesaggistica e del patrimonio artistico, la sensibilizzazione della popolazione e, soprattutto, la restituzione dei beni alla collettività, sono tre dei principali obiettivi che, fin dalla propria nascita avvenuta nel 1975, il Fondo Ambiente Italiano si impegna a perseguire.

A livello provinciale, però, non è presente alcun bene FAI; il più conosciuto tra quelli in prossimità dell’Alto Adige, d’altra parte, è il Castello di Avio nel vicino Trentino. 

“Speriamo un domani di poter avere un bene FAI anche qui. Probabilmente, questa mancanza è dovuta anche al fatto che, a livello locale, c’è una storica attenzione al bene pubblico e alla tutela artistica”, spiega la referente del Gruppo giovani del FAI Bolzano, Federica Cassarà. “Il FAI ha il compito di vigilare sulla presenza di abusi o mancanze nei confronti dei beni culturali e per questo a livello nazionale si è spesso intervenuti per salvare dei beni che rischiavano di perdere il proprio splendore o non erano accessibili al pubblico. La Fondazione ha a cuore la cultura delle persone e lo dimostra anche tramite la restituzione dei beni alla cittadinanza”, continua.

I tre beni aperti quest’anno al pubblico sono stati: il convento di Muri-Gries (con visita guidata messa a disposizione dagli studenti del Liceo Carducci in qualità di ‘Apprendisti ciceroni); la chiesa di Sant’Agostino e l’antica parrocchiale di Gries con il suo storico cimitero. Queste ultime due hanno avuto le visite guidate tenute dai volontari della fondazione, tra cui il FAI di Merano. “Non è una cosa da poco il coinvolgimento degli studenti nelle visite guidate: io stessa mi sono avvicinata a questa realtà proprio attraverso la scuola e, successivamente, andando a studiare a Roma, una città nella quale c’è veramente molto da scoprire; qui a Bolzano, però, per non essere una città grande mi sento di dire che c’è un’offerta abbastanza varia e non sono poche le attività che prendono vita anche grazie alla quindicina di volontari del gruppo giovani e della delegazione del capoluogo”, evidenzia Cassarà. Nei prossimi mesi, infatti, è in programma uno scambio culturale e di visite reciproche con il FAI di Bari, come già accaduto con Trento e Brescia.

Nel convento

dopo 20 anni

Non è la prima volta che il convento benedettino Muri-Gries viene aperto al pubblico per le giornate organizzate dal FAI: “È successo già una ventina di anni fa, ma non è detto che la mia generazione abbia potuto usufruire di quell’occasione”, dice Cassarà. Il convento fu prima castello dei Conti del Tirolo, poi sede dei canonici agostiniani e, infine, utilizzato come monastero dei benedettini provenienti dalla Svizzera, precisamente da Muri. E furono proprio questi due ordini religiosi a contribuire alla fioritura del quartiere Gries e a investire le proprie energie nel settore vinicolo: “All’interno di questo convento, tuttora abitato, ci sono molti tesori, come la camera del prelato e la camera degli svizzeri. Avremmo voluto rendere disponibile il tour dentro alla famosa cantina, ma, essendo questo un periodo di vendemmia, non è stato possibile. Speriamo di poterlo fare nei prossimi mesi”, dice la giovane volontaria FAI.

Una chiesa da visitare

La chiesa parrocchiale di Sant’Agostino, situata a nord del complesso conventuale dei benedettini, è rimasta aperta solo il pomeriggio di domenica 16, a causa del suo impiego per le funzioni religiose. “Penso che la chiesa, che si affaccia proprio su piazza Gries, sia un luogo conosciuto ai più, nonostante ciò abbiamo voluto lo stesso fornire una guida più approfondita. Ad esempio – continua Cassarà – sono famose le decorazioni ad opera quasi esclusivamente di Martin Knoller”.

Il cimitero: tra aneddoti e curiosità

L’antica chiesa parrocchiale di Nostra Signora, dedicata appunto alla Vergine, è situata, così come lo storico cimitero di Gries, nel nucleo più antico dell’omonimo quartiere ed è visibile in quanto rialzata da una collinetta. Anche qui sorgeva un maso vinicolo e per questo l’area circostante prese il nome di “Keller”, cantina appunto. “Sicuramente molto apprezzato dal pubblico è stato il famoso altare di Michael Pacher, un vero e proprio genio del suo tempo che è riuscito a creare un punto di contatto tra arte nordica e rinascimentale. Per anticipare la visita guidata nella chiesa – conclude Cassarà – abbiamo voluto proporre una novità senza precedenti: un giro tra le lapidi del cimitero della parrocchia stessa. Il racconto di Gries e di tutto il capoluogo è così passato attraverso la spiegazione di alcune lapidi; abbiamo ripercorso, tra aneddoti e curiosità, alcune vicende legate al territorio altoatesino grazie alle storie di illustri personaggi che lo hanno abitato e vissuto. È un ambiente assolutamente suggestivo”.

Autore: Andrea Dalla Serra

La repubblica del frastuono: Casanova Republik

Una ventina d’anni fa erano tre studenti delle scuole magistrali che sognavano di fare i musicisti rock, senza una direzione ben precisa se non quella in cui li portava l’istinto, sull’onda della musica metal o punk che ascoltavano. Ora sono indubbiamente tre adulti che hanno deciso di provare a rimettersi in gioco, uno è un DJ, un altro ha optato per la letteratura e il terzo è rimasto in campo musicale come batterista pur essendo più noto come fonico e produttore: hanno scelto il nome di Casanova Republik (il nome che avevano ai loro esordi dicono di non ricordarlo nemmeno più), in omaggio al quartiere in cui due di loro abitano e che ritengono multietnico, a vocazione popolare e internazionale.

“L’idea – ci racconta il bassista e portavoce Andrea Montali – è stata di Alessandro Damian, il nostro batterista, che aveva un credito da riscuotere legato ai contributi per i lavoratori dello spettacolo danneggiati dal covid-19: bisognava però creare un progetto da presentare e lui ha chiesto a David Boscolo e me se volevamo ripartire da quell’ultimo giorno di scuola in cui la nostra band aveva cessato di esistere. David non prendeva in mano la chitarra da allora, io erano almeno dieci che non suonavo il basso ma abbiamo deciso di raccogliere la sfida lanciata da Ale.”

Così i tre ex-ragazzi si sono chiusi in sala prove per vedere cosa sarebbero stati in grado di combinare e una volta realizzato che le idee e il potenziale c’erano, si sono messi a registrare: il risultato è L’ultimo giorno di scuola, un EP interamente strumentale (fatta eccezione per un cameo di Mr. Alex nel brano 7 Up), otto brani in tutto, essenziali, all’insegna di quello che i Casanova Republik (scritto alla tedesca ma rigorosamente pronunciato all’inglese) indicano come il frastuono, nel nome del ricordo di ciò che suonavano nella palestra della scuola quell’ultimo giorno di scuola citato nel titolo che è anche una sorta di breve racconto (non dimentichiamo che Montali è anche scrittore e autore teatrale) che fa da corredo al disco nella sua confezione creata appositamente dal chitarrista. E Frastuono è anche il nome del gatto nero mascotte del gruppo, raffigurato sul retro del digipack con cui il CD è confezionato.

“Casanova Republik – prosegue Montali – va considerato più come un collettivo artistico a trecentosessanta gradi che come una band: ad esempio, quando ci siamo messi al lavoro abbiamo fatto circolare dei demo di quanto stavamo facendo, ci sono stati amici e artisti che ci hanno contattato per offrirsi di prendere parte al nostro lavoro, alla fine è rimasto solo il contributo di Mr. Alex perché le contingenze ci hanno portato a stringere i tempi. Mr. Alex ci ha mandato nel giro di ventiquattrore delle tracce vocali per il brano e ci ha scritto: prendete queste tracce, usatele, campionatele, il pezzo mi esalta. Noi gli abbiamo risposto: Alex, evviva, meraviglia! A lavorare sul brano in sede di mixaggio ci ha poi pensato Fabio Sforza.”

Mr. Alex sarà presente alla presentazione ufficiale del disco il 3 dicembre prossimo al Sudwerk, nel corso di uno spettacolo strutturato in due parti, una col concerto dei Casanova Republik ed una con il DJ set del chitarrista, e ci sono già diverse altre date in cantiere, in via di definizione e conferma. Ma prima del concerto, il 29 ottobre intorno alle 17.30, i tre musicisti incontreranno amici e fan presso il negozio di dischi Rebel Rebel per brindare alla pubblicazione del loro EP; tra l’altro al negozio è dedicata la terza traccia del disco, Disco New/Rebel Rebel, una sorta di dedica all’amico che ha rilevato il negozio la scorsa estate congiunta con l’omaggio allo scomparso Walter Eschgfäller nel cui negozio i tre musicisti spendevano le paghette e poi gli stipendi in cerca di buona musica.

“Non sarà uno showcase – conclude Montali –, però abbiamo lanciato un contest, visto che consideriamo Casanova Republik una comunità, un collettivo: abbiamo invitato la gente a mandarci foto e video col nostro disco, noi sceglieremo quello che ci piace di più e lo premieremo in quest’occasione con un biglietto omaggio per il concerto del Sudwerk.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale