Formazione e informazione per una città inclusiva e diversa

Puntano sull’inclusione – reale e partecipata – gli attori che, dopo la prima stagione di progettazione dell’anno scorso, hanno deciso di proseguire nei ragionamenti per rendere Bolzano una città più semplice da abitare, anche per i nuovi cittadini e per le nuove cittadine.

“Formare, Informare, Abitare” è nato nel 2021 da un’idea dell’Assessorato all’Ambiente, alla Cultura, alle Politiche di integrazione e Pari Opportunità del Comune di Bolzano, con il cofinanziamento della Provincia Autonoma di Bolzano e tramite il Servizio di Coordinamento per l’Integrazione. Ha visto coinvolti diversi enti e associazioni, tra cui La Strada – der Weg, la cooperativa sociale Studio Comune e EURAC Research, che insieme hanno costruito un ricco percorso, articolato in modo ramificato. Erano previsti, infatti, degli incontri di approfondimento su diverse tematiche (l’accesso ai servizi essenziali del territorio, a quelli culturali, al lavoro e alla formazione, così come all’alloggio) dedicati ai nuovi cittadini, con l’obiettivo di accrescere la conoscenza delle opportunità presenti sul territorio per un’inclusione reale; dei tavoli di lavoro per enti pubblici e privati sul tema dell’abitare la città, in un’ottica di analisi e scambio di buone pratiche; incontri aperti al pubblico, per implementare le idee e la ricerca di soluzioni sul tema dell’alloggio e infine, la creazione di video di facile fruizione, presenti sul web, per aiutare i nuovi cittadini nell’orientamento ai servizi presenti sul territorio.
L’interesse concreto degli enti pubblici, delle associazioni e degli attori coinvolti nel dare seguito a questa iniziativa è confluito quest’anno in “Formazione e Informazione per una città aperta e inclusiva”. “Ad aprire il progetto”, spiega Irene Visentini – tra le fondatrici di Studio Comune – “ci sono stati due focus group dedicati ai bisogni dell’associazionismo migrante, per un’analisi dei fabbisogni formativi come associazioni di rappresentanza, che poi porteranno alla creazione di un workshop, in autunno. Questi incontri hanno dimostrato come sia ricco il tessuto associativo migrante e quale sia la varietà dei servizi che offre”. Continuerà inoltre il tavolo di lavoro di rete, non più solo sul tema dell’abitare, chiarisce Visentini “ma sul vivere e convivere, sul tema dell’inclusione culturale, con il coinvolgimento delle biblioteche comunali che già l’anno scorso si sono dimostrate interessate e già attive sul tema dei servizi inclusivi. Ci saranno due open space rivolti alla cittadinanza e anche un progetto pilota, che emergerà durante le attività e sarà co-progettato con chi parteciperà”. L’idea è quella di creare uno spazio di incontro e confronto strutturato tra soggetti del territorio interessati alle politiche e interessati dalle politiche di integrazione e dalle misure di inclusione. Si tratta quindi di un progetto di rete e di partnership, di attivazione del territorio a diversi livelli per far emergere quali sono i bisogni, ma anche quali sono le opportunità che il territorio offre, in un clima di reciprocità. “è molto importante – conclude Irene Visentini – inoltre la collaborazione stretta tra privato, Terzo Settore, pubblico e cittadinanza. Questo è il cardine del progetto e può essere una leva per affrontare le criticità e le opportunità insieme, tenendo conto delle prospettive e delle visioni diverse e consapevoli”.

Autrice: Ana Andros: COOLtour

In mostra gli ATTIMI sportivi di Niccolò Dametto

Il giovane bolzanino Niccolò Dametto ci racconta la sua passione per la fotografia e per lo sport attraverso la sua prima mostra “Attimi”, la cui inaugurazione si tenuta il 7 aprile alle 18 presso la sede di COOLtour in via Sassari 13b.

Ciao Niccolò, raccontaci un po’ chi sei e quando è nata la tua grande passione per la fotografia.
Mi chiamo Niccolò Dametto e sono nato e cresciuto qui a Bolzano. Attualmente frequento l’ultimo anno presso il Liceo scientifico Rainerum e fin da bambino le mie passioni sono state appunto lo sport e la fotografia. Nel corso degli anni ho praticato diversi sport, soprattutto l’atletica leggera. Purtroppo, tre anni fa ho subito un infortunio e non ho più potuto allenarmi e gareggiare, ma è proprio in questo periodo che ho iniziato a portarmi la fotocamera al campo e a scattare delle foto ai miei compagni. Grazie anche al supporto della mia famiglia – è stata proprio mia nonna a regalarmi la prima fotocamera – ho portato avanti questa mia passione, diventata così importante da volerla fare diventare il mio lavoro futuro, ovvero quello di giornalista e fotografo professionista.

Quando hai capito di voler condividere questa tua passione per la fotografia in una mostra?
Da circa un anno collaboro con COOLtour, che mi ha seguito nella pubblicazione di alcuni miei lavori per testate locali e ora anche nell’organizzazione di questa mostra. L’ho vista come un’occasione per dare libero spazio alla mia arte e agli attimi che mi hanno segnato particolarmente, senza limitazioni tecniche. Le fotografie che ho selezionato sono tutte molto significative per me, ma quella che mi rappresenta di più, che ritrae un atleta su una canoa alla fine della sua gara. Al contrario di quello che si pensa, infatti, durante una gara di canoa il fotografo ha la possibilità di avvicinarsi molto agli atleti e questa vicinanza è qualcosa che apprezzo particolarmente. Ma, soprattutto, trovo che ogni singola goccia di acqua, insieme all’emozione che prova l’atleta in quel preciso attimo, vada a formare un quadro incredibile.

Niccolò Dametto

Attimi: questo è il nome che hai scelto per la tua mostra. Cosa significa per te?
Nel momento in cui mi sono ritrovato in panchina, la fotografia mi ha permesso di continuare a vivere le emozioni che si provano da atleti.
Sicuramente non è facile, perché da atleta posso assicurare che ogni secondo è intenso, personale e prezioso, ma riuscire a immortalarne anche solo uno di questi momenti è qualcosa di meraviglioso. È questione di istanti, in pochissimo tempo capisci che sta succedendo qualcosa e premi. E questo attimo rimane per sempre. Se dovessi esprimere a parole che cosa rappresenta per me la fotografia, direi la possibilità di immortalare e vivere piccoli momenti, espressioni, gesti. È la bellezza di cogliere l’attimo.

Autrice: Anna Cavallari COOLtour

I bambini aiutano il Nepal

Il progetto Intercultura delle scuole elementari Manzoni arriva fino in Nepal per aiutare una valle colpita nel 2015 da un violento terremoto. Si tratta di un’iniziativa a doppia velocità: da una parte i bambini si avvicinano a culture lontane, dall’altra raccolgono fondi per garantire cibo nei territori. Ad affiancarli l’associazione bolzanina Julè Namastè.

Sensibilizzare i bambini al diverso, avvicinandoli a nuove culture e mondi lontani facendo al contempo del bene nei confronti di persone in difficoltà. È con questo credo che, nel corso degli anni, la scuola elementare “Manzoni” di via Rovigo a Bolzano ha contribuito a costruire pozzi in Kenya, aiutare profughi o permesso a giovani ragazze africane di allontanarsi dalla strada. Si tratta di alcuni risultati ottenuti dal progetto Intercultura, iniziativa regina dell’anno scolastico dell’Istituto Comprensivo Bolzano VI (che comprende anche le scuole medie Ugo Foscolo) e che quest’anno è ripartita a tutta birra dopo un periodo di appannamento dovuto alla pandemia. Un progetto che esiste ormai da più di vent’anni, e che viaggia a due velocità: da una parte coinvolge i piccoli bambini in progetti di solidarietà e cittadinanza attiva per aiutare chi ha più bisogno, dall’altra permette loro di attraversare un ponte culturale fatto di storie e tradizioni sconosciute rispetto a quelle a cui sono abituati. Come quelle del Nepal e degli anziani abitanti della Valle del Langtang, che quest’anno verranno aiutati attraverso l’invio di cibo e beni di sostentamento di vario tipo. Il progetto si concluderà martedì 3 maggio, giorno in cui il cortile della scuola si animerà con una grande festa interculturale a base di canti, giochi e pietanze provenienti da tutto il mondo.
“Ogni anno ci mettiamo in contatto con associazioni di volontari locali che operano in contesti di solidarietà internazionale – racconta Michela Viola, docente e referente del progetto . Nell’arco dei cinque anni di scuola elementare, i bambini si confrontano così con cinque zone del mondo diverse tutte da scoprire”. Il progetto prevede una prima fase d’incontri, in cui gli operatori dell’associazione presentano in classe le loro attività aprendo ai bambini una finestra su realtà inesplorate. I bambini hanno così l’occasione di approfondire i territori attraverso laboratori e letture interculturali, sino ad arrivare alla raccolta fondi, vero fulcro del progetto, che si realizza attraverso la vendita di oggetti, biscotti o libri usati.

L’associazione Julè Namastè

Quest’anno i bambini sono stati “teletrasportati” a 6.500 chilometri di distanza da casa, nel lontano Nepal, e più precisamente nella remota Valle del Langtang. Nel 2015 un violentissimo terremoto ha colpito l’intero Paese gettando tra le macerie e nella povertà moltissime persone e villaggi. Tra questi anche 48 anziani che vivono nella valle e che sono rimasti senza aiuti. Per questo i bambini delle Manzoni si sono posti l’obiettivo di sostenerli attraverso l’invio di cibo come olio, lenticchie, riso, farina o zucchero, adottandoli a distanza e ribattezzandoli i loro “nonni lontani”. A far conoscere ai piccoli questa storia è stata l’associazione bolzanina Julè Namastè che da anni aiuta queste popolazioni e i pastori di yak attraverso il progetto “Prendersi cura”. “Tra novembre e marzo, ogni mese riusciamo a far arrivare circa 1.500 chili di generi alimentari grazie all’aiuto di ventinove asini che trasportano il carico a quasi 4.000 metri d’altezza”, racconta Luciano Guariento, presidente dell’associazione.
Dopo aver approfondito la tematica con insegnanti e volontari, i bambini si stanno ora preparando ad una mobilitazione sportiva per raccogliere fondi: “All’inizio di aprile tutte le classi aderiranno ad un progetto sportivo con l’intento di finanziare sacchi di cereali per gli anziani. I ragazzi cercheranno tra i loro familiari e conoscenti degli sponsor. I più piccoli faranno un percorso ginnico nel cortile della scuola e i grandi affrontando una vera e propria corsa campestre lungo le passeggiate di via Genova. Più la loro prestazione sarà esemplare, più gli sponsor finanzieranno i sacchi di cereali”, spiega Viola. A inizio maggio, come detto, si terrà la festa interculturale di fine anno. Un momento di gioia aperto alle famiglie della scuola e a tutto il quartiere Europa-Novacella. In questa occasione verranno ufficialmente consegnati i soldi ai responsabili del progetto. “Poter raccontare a 400 bambini le storie di questi popoli lontani è stata una grande emozione. Siamo rimasti fortemente stupiti dal loro interesse e dalla grande quantità di domande che ci sono arrivate. Non ce lo aspettavamo e ne siamo rimasti contenti”, conclude Guariento.

Un valore aggiunto per tutti i bambini

E a confermare la bontà e utilità del progetto sono i bambini stessi, sempre propositivi nei confronti delle tematiche offerte. Un aspetto assolutamente non scontato vista la loro età molto piccola: “Il progetto Intercultura aiuta ad aumentare la loro sensibilità al diverso e comprendere alcuni aspetti del mondo odierno. Crediamo sia un valore aggiunto importante perché permetterà loro di diventare cittadini responsabili e aperti mentalmente. È una vera e propria educazione civica e culturale”, continua Viola. Una partecipazione invogliata anche dai genitori stessi, che spesso ricevono degli insegnamenti proprio dai figli. Un progetto solidale, mai come oggi necessario. In un mondo che sembra non saper dialogare senza ricorrere ad armi e bombe, trasmettere messaggi positivi attraverso le azioni dei più piccoli rappresenta un monito di positività verso il futuro: “Visto ciò che sta accadendo in Ucraina, il nostro progetto assume quest’anno un valore ancora più forte. Vogliamo che questi bambini diventino, un giorno, portatori e costruttori di pace, che non voltino la testa dall’altra parte di fronte alle ingiustizie e che alzino sempre la voce per difendere i propri diritti”.

Autore: Alexander Ginestous

I tanti volti dell’ospitalità

Nell’ottica dell’ospitalità, in questi giorni la provincia di Bolzano si sta proprio reinventando. Mentre per ovvi motivi viene posta una pietra tombale sul turismo russo, seguendo un quanto mai necessario riflesso condizionato l’intero territorio altoatesino (finalmente) si sta mobilitando per accogliere rifugiati, ovvero le migliaia di donne e bambini in fuga dalla guerra in Ucraina.
Ma in questo panorama forte è anche risuonato in questi giorni un grido d’allarme dell’università prima e dell’associazione degli studenti sudtirolesi poi. Il primo a prendere la parola è stato il direttore organizzativo dell’ateneo Günther Mathà, affermando senza mezzi termini che ”Bolzano può scordarsi di diventare una vera città universitaria finché la nota carenza di alloggi non sarà affrontata in modo sistematico e strutturale.” A lui hanno fatto eco i giovani vertici di SH ASUS che parlano di un vero e proprio “fallimento del mercato immobiliare altoatesino”. I numeri parlano chiaro: il 30% degli studenti che accedono all’università (i migliori) sono costretti a rinunciare perché non riescono a trovare un alloggio nella nostra “provincia modello”. è un chiaro caso di “cervelli in fuga”. Ma non solo: in questo modo il nostro territorio, con tutte le sue aspirazioni in termini di innovazione e crescita economica, dimostra di non essere in grado nemmeno di accogliere cervelli da fuori, in grado di divenire preziosissime risorse per le aziende locali che guardano al mercato europeo e internazionale. L’appello di università e studenti dunque si aggiunge alle sollecitazioni delle imprese altoatesine che da anni chiedono alle amministrazioni locali (Provincia e Comuni) di intervenire con coraggio per trovare soluzioni, prima che l’Università non sia costretta a gettare la spugna.
Il dibattito svoltosi recentemente in Consiglio provinciale in merito a possibili interventi per “sbloccare” le migliaia di alloggi sfitti non è stato certo incoraggiante in questo senso. Ma a questo punto dovrebbero anche essere i cittadini in prima persona, proprietari di alloggi sfitti, a sentirsi primi interlocutori rispetto alla richiesta d’aiuto da parte di studenti e università.
E’ chiedere troppo?

Autore: Luca Sticcotti

“Our history”: la storia siamo noi

Bolzano e Merano unite per celebrare attraverso l’arte un’importante traguardo dell’associazione culturale La Fabbrica del Tempo e i suoi primi 25 anni di attività. Una mostra fotografica open air ricostruisce il lavoro di ricerca svolto in cinque lustri dai membri del sodalizio.

// Di Luca Masiello

“La storia non deve essere traduzione, bensì indagine libera e rigorosa”, spiega Tiziano Rosani, una delle anime de La Fabbrica del Tempo, un sodalizio che ha raggiunto un traguardo importante con i suoi venticinque anni di riflessione critica sulla storia dell’Alto Adige, indagando il passato da punti di vista insoliti e rivelatori. Con due  eventi artistici, intitolati “Our History” (uno a Bolzano nella galleria pedonale tra via Garibaldi e via Mayr Nusser e l’altro a Merano attraverso un circuito espositivo di 25 gigantografie) il direttivo vuole riaffermare la propria passione per la storia proponendo immagini esemplificative ed evocative della sfaccettata storia del Sudtirolo e in particolare di Bolzano e Merano, fra il 1900 e i giorni nostri.

Dottor Rosani, perché “our history”?

Il titolo della mostra, che è stata curata nella parte meranese da Rosanna Pruccoli e in quella bolzanina da Fabrizio Miori, Barbara Ricci e Maurizio Pacchiani, incrocia volutamente due piani. è da un lato un omaggio a tutte le cittadine e a tutti i cittadini in occasione dei 25 anni della “nostra storia” come associazione; dall’altro, con la dizione “la nostra storia” si intende evidenziare il fatto che la storia dei nostri territori è di tutti noi in quanto meranesi, bolzanini, altoatesini/sudtirolesi ecc. Tutti siamo parte di un insieme plurale, composto da sfaccettature diverse, che meritano sempre rispetto e attenzione. Non ci sono dunque storie di categorie diverse: la mia storia è infatti anche la tua, e viceversa. Anche le foto non sono state scelte a caso: sono tratte tutte dalle pubblicazioni edite nel corso degli anni da La Fabbrica del Tempo, che si è volutamente occupata di tematiche diverse. 

Che cosa rappresenta la proiezione a Merano?

Si dice che la durata sia la forma delle cose ed è un principio che ci ha sempre ispirati. In questi 25 anni La Fabbrica del Tempo ha provato a non inseguire l’effimero bensì a ricercare la continuità, la durata appunto. Abbiamo via via pubblicato diversi libri e la grande proiezione evidenzia soprattutto le copertine delle produzioni più recenti. Nell’osservare la sequenza delle immagini diventa anche palese quell’idea di “our history”, la “nostra storia”, la storia siamo anche noi, a cui facevo cenno. Le copertine propongono temi diversi, situazioni diverse, ma tra loro c’è un legame. Rimandano alle tante vicende della nostra terra e in ciascuna di esse c’è sempre un pezzo di tutti noi. Per fare degli esempi: il turismo ottocentesco, l’Ippodromo, le Opzioni, gli edifici storici, la storia operaia ecc., sono sempre parte di un tutto, sono la nostra identità articolata ma indivisa.

Che ricordi ha dei primi passi de La Fabbrica del Tempo?

Abbiamo inizialmente lanciato diverse proposte culturali ad alcune amministrazioni pubbliche, quasi mai ottenendo però il riscontro auspicato. A quel punto ci siamo organizzati in autonomia e abbiamo dato vita ad una serie ininterrotta di mostre, pubblicazioni, dibattiti. Il tutto sempre sorretti dall’idea di una storia plurale, in cui tutti i gruppi linguistici di questa terra potessero essere pienamente rappresentati su un piano di parità. La storia non deve essere traduzione, bensì indagine libera e rigorosa.

Quali sono i passi più significativi di questi 25 anni?

Non abbiamo mai fatto preferenze tra i diversi lavori svolti, sono tutti il frutto di un’opera d’insieme e si sorreggono tra di loro. Abbiamo fra l’altro fornito un aiuto non secondario alla salvaguardia di quel complesso che oggi tutti conosciamo come Noi Techpark. Abbiamo raccolto in molte ricerche testimonianze storiche che diversamente sarebbero andate perdute, abbiamo fornito modelli e idee che anche altri hanno ripreso, abbiamo provato insomma a rappresentare una società civile attiva e capace di fungere da stimolo, persino da pungolo, laddove necessario. Nella pluralità crescono gli uomini, le donne, le nostre città.

Oggi in quanti siete a coordinare l’associazione?

La Fabbrica è un gruppo composto da persone differenti e con responsabilità diverse: chi assume un ruolo più operativo e chi si impegna solo su singoli progetti. Ogni iniziativa ha sempre una vicenda a sé e coordinatori diversi. Nella Fabbrica non ci si annoia mai: qui sta il bello e anche la sfida creativa.

Come sarà La Fabbrica del Tempo nel futuro?

Il futuro richiede sempre lungimiranza e programmazione, ma prima di tutto coraggio e determinazione. Costruire i tempi nuovi, non subirli, non accontentarsi. La ricorrenza dei 25 anni è per la Fabbrica sia il momento della consapevolezza che una occasione importante per programmare i passi successivi, affrontare le nuove sfide e le rinnovate complessità. Ovviamente in coerenza con gli ideali che non abbiamo mai abbandonato.

LE MOSTRE NEL DETTAGLIO

A Bolzano, grazie all’opera di Barbara Ricci, Fabrizio Miori e Maurizio Pacchiani e al coordinamento di Tiziano Rosani, si è potuto popolare uno spazio di passaggio rendendolo testimone delle ricerche e riflessioni proposte negli anni: la galleria pedonale tra via Garibaldi e via Mayr Nusser. Il luogo è insolito per una mostra, un passaggio fra un parcheggio e una piazza, in una zona della città che sta vivendo una notevole e per certi versi epocale trasformazione urbanistica. Nei sei impianti luminosi compariranno a intervalli regolari sei gigantografie che intratterranno il folto pubblico di passaggio nella galleria con una raccolta di immagini storiche che raccontano la produzione de La Fabbrica del Tempo.
A Merano la mostra è a cielo aperto: si tratta di un circuito espositivo di 25 gigantografie – una per ogni anno – affisse sui grandi spazi delle prefissate dislocate in vari punti della città, dalle vie del centro a quelle periferiche, col preciso intento di dialogare con i concittadini tutti. La mostra “Our History”, ideata da Rosanna Pruccoli, assolve così al duplice desiderio di narrare le tante storie che intrecciandosi vanno a creare il “gobelin” variopinto del nostro passato in quanto altoatesini/sudtirolesi e in quanto membri dell’associazione.
A Merano la mostra viene affiancata da una proiezione di forte impatto sulla facciata della Cassa di Risparmio nell’omonima via.
Gli eventi a Merano si concludono il 27 marzo, quello a Bolzano il 9 aprile.

Autore: Luca Masiello

Big data: “quattro V” e un esempio di oggi

Interrompiamo la serie di articoli sulla didattica a distanza per riflettere su alcuni temi centrali di grande attualità, soprattutto in considerazione degli eventi drammatici di questi giorni.
Nella nostra rubrica abbiamo sempre, implicitamente o esplicitamente, parlato dei dati come condizione necessaria e motore per la realizzazione di servizi nella città digitale. Parlare di dati evoca immediatamente aggettivi e connotazioni legate all’enorme quantità degli stessi, e alle corrispondenti difficoltà tecniche e umane per immagazzinarli, processarli, comprenderli. Immagino tutti voi abbiate sentito, almeno una volta nella vostra vita, il termine “big data”, a enfatizzare appunto l’enorme “volume” dei dati con cui abbiamo a che fare quotidianamente.
È importante ricordare che il “volume” rappresenta solo una delle cosiddette “quattro V” dei big data. Scopriamo le altre tre.
Innanzitutto, c’è la “velocità”: enormi quantità di nuovi dati vengono prodotte in ogni minuto della nostra vita. Secondo l’infografica “Data Never Sleeps 9.0” di Domo, facilmente reperibile sul web, in un minuto accadono fenomeni come 167 milioni di video visti su TikTok, 6 milioni di acquisti online, 856 minuti di incontri contemporanei su Zoom, 452000 ore di film e serie visualizzati su Netflix.
C’è poi la “varietà”: abbiamo dati rappresentati in forma strutturata (come tabelle e record nei database), semi-strutturata (come report e grafici), o non strutturata (come immagini, video, registrazioni vocali, testo libero).
C’è infine la “veridicità”: spesso non sappiamo se i dati che raccogliamo sulla realtà rappresentano davvero una descrizione accurata e fedele della realtà stessa. Pensate ai ben noti fenomeni delle fake news o di immagini e video artefatti, ma anche al fatto che spesso i dati non raccontano fatti, bensì opinioni.
Queste “quattro V” si ritrovano in tutta la loro problematicità nei dati, drammatici, che costantemente ci arrivano dalla guerra in Ucraina: tantissimi dati, in continua evoluzione, di vario tipo, e spesso difficilmente verificabili. Un esempio, diretto e forte, in questo senso è reperibile al sito https://maphub.net/Cen4infoRes/russian-ukraine-monitor, che mostra sulla mappa dell’Ucraina e dintorni una varietà di dati pescati automaticamente dai social network, sfruttando il fatto che foto, video, e testi vengono sempre implicitamente associati al “dove” e “quando”, registrando la località e il momento in cui sono stati caricati. Un esempio che mostra in fondo una “quinta V”: il “valore” implicitamente presente in questi dati, e la difficoltà e responsabilità che dobbiamo mettere in campo per poter effettivamente trasformare i dati in valore.

Autore: Marco Montali

Il virus ci ha mostrato la nostra indole violenta

La guerra è lontana da noi, ma la violenza che fa esplodere i conflitti, anche i più irrazionali, è molto vicina. L’odio che produce violenza e si nutre di essa è nascosto nelle pieghe del nostro modo di comunicare e di relazionarci. La pandemia con i suoi effetti sulla psiche ha dato libero sfogo all’odiatore che si cela in ciascuno di noi.

Il virus, di cui la settimana scorsa abbiamo ricordato le vittime, non ha prodotto solo conseguenze sul fisico ma, come si è visto già all’epoca del primo lockdown, anche nell’anima delle persone. Non si tratta solo della reclusione forzata della primavera del 2020, delle quarantene, delle mascherine che rallentano il respiro. Non è nemmeno solo la conflittualità indotta dal dissenso (di pochi, tutto sommato) nei confronti delle regole e dell’obbligo vaccinale.
Il virus ha intaccato l’anima di diverse persone. Non sappiamo come e perché. Forse avevano una particolare predisposizione. Oppure stavano nascondendo la loro vera indole. Ma vediamo tutti i giorni comportamenti che non si spiegano. Persone apparentemente equilibrate e per bene che perdono il senso della misura e si lasciano andare ad atti inconsulti. Spesso violenti.
Una violenza che a volte si riversa sulla rete, dove l’odio è quanto mai di casa. Qualche giorno fa è stata presentata una campagna contro l’odio in rete dal titolo “://Digitale è reale/”. A promuoverla le istituzioni provinciali e le organizzazioni della società civile. Da giorni alle pensiline dei bus e sui media locali si vedono visi di persone coperti per metà da un’emoticon con la stessa espressione del loro volto. Un modo, è stato spiegato, “per suggerire che dietro il mondo digitale ci sono persone e sentimenti reali”.
Secondo la ricercatrice universitaria Alexandra Cosima Budabin “occorre identificare i contesti d’odio, analizzare come esso si manifesta e studiare come sia possibile interrompere queste spirali, oltre a collaborare per costruire un fronte comune contro l’odio e creare luoghi sicuri anche in rete”.
In tutto forse può essere utile la convinzione che il bene, nel virtuale e nel reale, è più forte del male, anche se spesso si vede meno e fa meno rumore.

Dai retici alla Claudia Augusta

A partire dal XIX secolo, Laives si sviluppò quasi spontaneamente come uno Straßendorf (villaggio-strada), una struttura urbanistica in cui le case sorgono lungo una strada intercomunale tagliata da poche vie perpendicolari alla stessa. Prima di allora, ossia dell’anno 1831, quando fu spostata la vecchia carrozzabile postale e realizzato il rettilineo (stradon) che dal centro del paese conduce all’incrocio di via Vadena, la situazione era assai diversa. All’altezza dell’albergo Casagrande, la vecchia statale del Brennero scendeva lungo via Damiano Chiesa fino al cuore del vecchio paese, poi, in prossimità dell’Eckhaus, svoltava in via Marconi per sbucare sull’attuale S.S.12 in prossimità del ponte sul Rio Vallarsa a sud delle caserme Guella.
Interessante anche il percorso inverso: uscita da Laives alle Caneve, la strada proseguiva sotto la montagna fino a Sissa (Pineta), quindi da maso Renner procedeva, sempre ai piedi della montagna, fino alla chiesa di S. Giacomo. Presso la cosiddetta “Dinzlleiten” (in località Costa), si possono ancora riconoscere le rovine di un’antica torre di guardia. Da S. Giacomo saliva verso Castel Flavon e il Virgolo per poi scendere a Bolzano all’imbocco della Val d’Isarco nei pressi di Campiglio.
Questi furono certamente i percorsi seguiti dagli antichi abitanti del luogo, i Reti, che nei loro spostamenti evitavano il paludoso fondovalle spesso allagato dalle acque di Adige e Isarco. I Romani avevano tutt’altre esigenze e dovevano consentire il transito non solo a commercianti e pellegrini ma soprattutto ai loro eserciti diretti in Germania. Essi coltivavano un’autentica avversione per le salite e tracciavano le strade seguendo la linea più breve e piana tra due punti.
Il principale motivo di disaccordo tra Romani e Reti, che peraltro intrattenevano buoni rapporti commerciali e culturali da decenni, fu proprio la realizzazione della famosa via Claudia Augusta. L’imperatore Augusto voleva espandersi in terra d’Oltralpe e perciò aveva bisogno di collegamenti rapidi e, soprattutto, sicuri. I Reti si erano resi protagonisti di continue scorribande e assalti ai passanti e inoltre non tolleravano la presenza di una strada militare romana in mezzo ai loro villaggi. Quindi nella famosa campagna militare dell’anno 15 a.C. Augusto incaricò Druso e Tiberio di “ripulire” definitivamente il territorio alpino da queste tribù indigene.
Dopodiché si procedette, con ogni probabilità, alla realizzazione di due strade: una diretta in Venosta, l’altra al Brennero. La prima, da Ora raggiungeva Caldaro, Appiano e poi il Burgraviato. La seconda, da Castelfeder scendeva verso l’Adige e poi raggiungeva Bronzolo e Laives costeggiando la montagna. Più o meno il percorso rimasto poi invariato fino agli anni ’60 del secolo scorso. Va comunque detto che la frequentatissima via Claudia Augusta, che dal Veneto conduceva ad Augsburg, fu risistemata definitivamente dall’imperatore Settimio Severo nel 220 d.C.: costui eliminò anche la salita che da S. Giacomo portava al Virgolo e tracciò la strada verso il Brennero completamente nel fondovalle.

Autore: Reinhard Christanell

Passione cultura

QuiIntervista a Paola Giacomozzi, nata e cresciuta a Egna e che ha studiato al D.A.M.S. di Bologna e a Brema, per tornare poi nel paese natale con la famiglia. Ha lavorato in diversi musei della regione come guida, mediatrice d’arte, e operatrice didattica; da settembre scorso è insegnante di sostegno presso la Scuola Professionale “Guglielmo Marconi” di Merano. È molto attiva nel volontariato e collabora sia il FAI che con l’associazione Ennemase, oltre ad offrire visite guidate attraverso le bellezze di Egna.

La cosa che mi piace di più di me stessa.
Il mio essere autentica.

Il mio principale difetto.
Sono molto caotica e disordinata.

La volta che sono stata più felice.
Quando, dopo averlo desiderato a lungo, sono rimasta incinta.

La volta che sono stata più infelice.
Quando è venuto a mancare il mio papà nel 2005.

Da bambina sognavo di diventare…
Una stilista oppure una veterinaria. 

L’errore che non rifarei.
Dare fiducia e amicizia a persone che non lo meritavano affatto.

La persona che ammiro di più.
Ammiravo moltissimo il mio papà, Giovanni, che è stato un punto di riferimento per Egna. Mi ha insegnato che bisogna scegliersi un mestiere che piaccia.

Un libro da portare sull’isola deserta.
Tutti i libri di Stefano Benni e di Daniel Pennac, così almeno potrei ridere un po’.

La mia occupazione preferita.
Cucinare, giocare con mia figlia, rilassarmi guardando programmi tv frivoli, andare per centri storici e trattorie.

Il Paese/luogo dove vorrei vivere.
Mi piacerebbe vivere un periodo della mia vita in Giappone (ma ho il terrore dei terremoti).

Il colore che preferisco.
Il rosso papavero.

Il fiore che amo.
La peonia.

Il mio piatto preferito.
Sono una gran mangiona e ho tanti piatti preferiti!

Il mio pittore preferito.
Ne ho molti, tra cui Ernst Ludwig Kirchner, Agust Macke e Emil Nolde. Tra i contemporanei Marina Abramovic e Francesco Vezzoli.

Non sopporto…
Le persone prepotenti, supponenti e presuntuose, che pensano di sapere tutto.

Dico bugie solo…
Se sono costretta, a fin di bene, ma detesto doverlo fare.

La mia paura.
Visti gli avvenimenti delle ultime settimane: la guerra.

La disgrazia più grande.
La malattia grave.

Il mio più grande rimpianto.
Aver perso la possibilità di lavorare a “Manifesta 8” perché la mia mail di candidatura non è arrivata.

Per un giorno vorrei essere…
Una persona molto potente, solo per vedere l’effetto che fa.

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
Il giorno della mia Laurea.

Geremia Bonomelli

Nel passaggio tra via Renon e piazza Magnago si nota un monumento: è il busto del vescovo Geremia Bonomelli; poggia su una base in pietra con l’iscrizione “ JEREMIA BONOMELLI EPISCOPUS”, con la frase in latino: “ADEST MONET AD BONUM URGET”.
Chi era e cosa fece?
Geremia Bonomelli era nato da famiglia contadina il 22 settembre 1831 a Nigolino (Brescia). Dopo il liceo a Rovere nel 1851 entrò nel seminario di Brescia. Ordinato sacerdote nel 1855, dopo studi di teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, dal 1858 al 1870 insegnò teologia nel seminario di Brescia; fu anche parroco a Lovere.
Il 26 novembre 1871 fu consacrato vescovo di Cremona. Nel giro di qualche anno si convinse sempre più che nella Chiesa fosse necessario, dinanzi all’evolversi della società, un profondo rinnovamento.
Il suo pensiero fu tra l’altro contenuto in un saggio, pubblicato anonimo il 1° marzo 1889 nella Rassegna nazionale di Firenze, dal titolo “Roma e l’Italia e la realtà delle cose. Pensieri di un prelato italiano”.
Non mancarono le reazioni a tali posizioni, tra esse quelle del papa Leone XIII; il 21 aprile 1889 nella cattedrale di Cremona il vescovo ammise di essere l’autore del saggio, facendo atto di sottomissione al papa.
Numerosi furono gli scritti, come le Lettere pastorali, del vescovo Bonomelli; ebbe un certo clamore la Lettera del 10 febbraio 1906, dal titolo “La Chiesa e i tempi nuovi”.
Il vescovo Bonomelli si occupò molto anche dei problemi dell’emigrazione; è del 1896 la Lettera pastorale “L’Emigrazione”.
Nel maggio 1900 fondò l’Opera di assistenza per gli italiani emigrati in Europa, nota come “Opera Bonomelli”; l’intento era di fornire agli emigrati italiani un’assistenza materiale e religiosa.
Mons. Geremia Bonomelli morì a Nigoline il 3 agosto 1914.
La salma fu traslata il 5 ottobre 1920 dal cimitero di Cremona nella cattedrale; il sarcofago fu posto accanto all’altare maggiore.

Autore: Leone Sticcotti