Isole Minori: un arcipelago sul pentagramma

Si intitola “Attorno a noi” il nuovo lavoro del gruppo musicale bolzanino, formato da Rino Cavalli, Andrea Palaia, Stefano Petrungaro e Nick Petricci.

Sono sulla breccia da una ventina d’anni queste Isole Minori, formazione che ruota attorno ai musicisti bolzanini Rino Cavalli (batteria), Andrea Palaia (basso) e Stefano Petrungaro (voce, slide e armonica), arricchita da qualche anno dall’entrata nel gruppo del polistrumentista trentino Nick Petricci. In origine si trattava di un ensemble con voci cantanti, recitanti, cori, nonché svariati strumentisti, sempre basato sulle canzoni scritte da Petrungaro ma poi elaborate di concerto dai soci musicali.
Dopo un indispensabile demo circolato – ahimè – solo tra gli amici ma realizzato con amore e professionalità all’inizio della loro storia, le Isole Minori hanno dato alle stampe un primo dischetto ufficiale una decina di anni fa, con quattro brani di studio e due dal vivo, con la line-up ridotta a trio ma con l’aiuto di qualche amico.
In questi giorni è disponibile sia in formato solido che sulle piattaforme musicali il nuovo lavoro significativamente intitolato Attorno a noi con il trio divenuto quartetto a tutti gli effetti.
“Facciamo un disco a decennio – ci scherza su Rino Cavalli – come Donald Fagen…”, poi è Stefano Petrungaro a prendere la parola: “Le prime mosse di questo nuovo lavoro sono cominciate appena prima del lockdown del 2020, eravamo molto carichi per il fatto che ora con l’ingresso di Nick il gruppo aveva trovato il suo equilibrio; ma abbiamo dovuto fare subito i conti con il periodo difficile che si andava prospettando, il non potersi vedere di persona per mesi, lo stare in casa, poi appena si è potuto abbiamo cominciato a registrare, magari senza trovarci tutti in contemporanea. Alla fine la pandemia l’abbiamo sfruttata a nostro vantaggio, riflettendo, lavorando a lungo sui brani, aggiustando il tiro senza avere l’urgenza di dover terminare in un momento preciso”.
I brani che compongono il disco sono stati registrati interamente nello studio del batterista che ci spiega come lui e gli altri intervengano sulle composizioni che Petrungaro sottopone alla loro attenzione: “Proprio l’altro giorno mi è capitato di ascoltare il primo provino che avevamo fatto per il brano Per sempre, che all’inizio aveva la struttura di un tango classico, nel corso delle prove e delle registrazioni ha assunto un colore completamente diverso, in realtà è comunque sempre un lavoro di gruppo perché oltre ad Andrea, Nick e me”. Non è un caso che nelle note di copertina del nuovo disco ci sia scritto arrangiamenti Isole Minori e proprio riguardo al nome del gruppo è interessante sentire le varie interpretazioni dei componenti: “Personalmente – ci racconta Nick Petricci – al nome dò un significato diverso, anche a seconda della giornata, guardando la copertina del disco realizzata da Giulia Palaia, mi viene da pensare che siamo come quattro piccoli isolotti che viaggiano in modo libero in uno spazio. Quattro musicisti che vagano in un ampio spazio musicale”.

Rino Cavalli non va a parare troppo distante da quanto affermato da Nick quando ci dice che vede il gruppo come un piccolo arcipelago formato da musicisti/isole con esperienze diverse, con idee che possono essere un po’ in comune e un po’ no, in mezzo ad un mare dove ognuno agisce in libertà senza mai dimenticarsi completamente dall’altro. “Siamo isolette poco lontane dal continente – chiosa Petrungaro –, con caratteristiche diverse da quelle delle cosiddette isole maggiori, stiamo in disparte, guardiamo quel che accade e quando si presenta la necessità di comunicare tra noi lo facciamo con la musica. Un isolotto minore è anche un luogo poco frequentato, ideale per ritirarsi e per riflettere”.
Il fatto che con l’arrivo del nuovo componente le Isole Minori abbiano sfoltito il parterre di ospiti la dice poi lunga sul fatto che ora abbiano finalmente terminato un lungo percorso alla ricerca della propria cifra; il disco vede infatti la sola presenza del già citato Mattuzzi (di fatto il quinto uomo) alle tastiere (e al mastering), alla voce di Roberta Manzini che duetta con Petrungaro e alla viola da gamba di Giuliano Eccher in Prima di andare.Venendo al disco, come abbiamo detto è disponibile sia fisicamente che in formato digitale su svariate piattaforme attraverso distrokid.com, sono sei i brani che lo compongono, tutti all’insegna di una connotazione sonora molto personale e senza tempo, attuale ma non collocabile in un periodo preciso, con testi che attraversano soprattutto la sfera personale, senza essere necessariamente autobiografici. “Quando sono tornato in Alto Adige – conclude il cantante – è stata chiara la volontà di proseguire, è sopraggiunto Nick e con mio grande stupore abbiamo ripreso a suonare come se non avessimo mai smesso, anzi come se nel frattempo avessimo continuato a fare prove insieme e quindi suonando di colpo meglio di prima”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Tra arte e alpinismo, grazie a due volumi

In questa puntata delle nostra rubrica vi segnaliamo due recenti libri di argomento molto diverso. Il primo è dedicato a due edifici che a Bolzano rappresentano in qualche modo altrettanti luoghi “estremi”. Il secondo invece tratteggia la lunga vicenda umana di un vero e proprio mito dell’alpinismo mondiale. La lettura consente di viaggiare nel tempo e osservare l’oggi, con molteplici sguardi.

Prison Museum
Scrittore: Nicolò Degiorgis

Nicolò Degiorgis è un giovane e pluripremiato fotografo bolzanino, che ha fondato una piccola casa editrice presso il maso Rohrof, in via Cadorna a Bolzano. Tra gli ultimi libri pubblicati c’è “Prison Museum”: un dialogo per sole immagini tra due luoghi che più lontani non potrebbero essere, il carcere di Bolzano e Museion. Tutti e due si trovano su via Dante, e questo lo sappiamo, ma quello che l’occhio di Degiorgis fa emergere sono le incredibili somiglianze tra i due edifici: dagli spazi, corridoi, scale, armadietti, cassetta delle lettere e persino dai gabinetti emana un senso di inquietante parentela. Eppure a far “venire i brividi” non è il carcere, che, seppur fatiscente e sgaruppato conserva il colore e il calore della presenza dei detenuti, ma il museo, con il suo freddo minimalismo di spazi bianchi e grigi. Un affascinante parallelo, che comunque non fa dimenticare l’inaccettabile situazione del carcere bolzanino.
Nicolò Degiorgis, Prison Museum, 2021, Rorhof
www.rorhof.it

Autrice: Caterina Longo

Verso il cielo
Scrittrice: Heather Christle

Biografia del grande scalatore nato a Vipiteno ma cresciuto a Bolzano, Erich Abram già a 16 anni era in grado si scalare pareti di sesto grado. Dopo la difficile esperienza della guerra, a partire dalla fine degli anni ‘40 fu uno degli esponenti di spicco dell’alpinismo alpino, aprendo numerose nuove vie nelle Dolomiti. La sua fama però è dovuta in particolare alla partecipazione con la spedizione italiana sul K2, che per la prima volta consentì di scalare la seconda vetta più alta del mondo. Nello specifico durante quella spedizione, insieme a Walter Bonatti e allo sherpa Amir Mahdi, Abram trasportò le bombole di ossigeno che servirono a Compagnoni e Lacedelli per raggiungere la vetta. Successivamente Abram prese il brevetto di pilota d’aereo ed elicottero, compiendo numerosi salvataggi in montagna. è morto nel 2017 a 94 anni di età.
Carla Abram / Christian Ladurner, Verso il cielo, Athesia Tappeiner

I sacerdoti del “dorso sacro”

La valle dell’Adige tra Bolzano e Ora è divisa in due parti dal Monte di Mezzo / Mitterberg. Si tratta di un oblungo dorso di roccia porfirica di origine vulcanica vecchio 270 milioni di anni. Deve la sua forma arrotondata e levigata al “transito” di un ghiacciaio nel corso dell’ultima era glaciale. I punti di accesso sono diversi: a nord Castel Firmiano, poi Vadena-paese, Laimburg e, infine, i vari sentieri attorno a Gmund / Monte. La “sacralità” del luogo si è conservata fino ad oggi nel termine “Heiliger Ruggn” (dorso sacro), come lo chiamano gli abitanti della zona.
Che si sia trattato di un luogo cultuale è fuor di dubbio. Tracce (soprattutto oggetti in selce come punte di freccia, grattatoi e altri utensili) di una frequentazione umana risalgono al neolitico finale – anche se è plausibile che già millenni prima vi si fossero stabiliti cacciatori provenienti da sud. Sicuramente nel corso dell’età del rame, circa 2500 anni prima di Cristo, il sito era assurto a centro sacrale di grande rilievo: non solo rogo votivo (Brandopferplatz) ma, probabilmente, anche vero e proprio santuario con sacerdoti dediti ad attività oracolari ripagate dai “fedeli” con doni nascosti nei ripostigli rocciosi.
L’epoca, come detto, era quella iniziale del rame, dal III millennio a.C. in avanti. La scoperta dei metalli e del loro utilizzo favorì la nascita di prime attività industriali (estrazione e fusione) e commerciali accanto a quella agricola. Attraverso una piccola quantità di piombo contenuta nel rame è possibile stabilire la provenienza del metallo: così, per esempio, si è scoperto che la famosa ascia di rame di Ötzi era stata forgiata con metallo proveniente da miniere toscane. Invece gli oggetti litici dell’uomo del Similaun erano ricavati da selce trentina, uno in particolare da una pietra proveniente dalla Val di Non.

Il sito che visitiamo si chiama Pigloner Kopf, Dosso (o Testa) di Piccolongo. Si trova nei pressi dei Denti di Cavallo (Rosszähne) e delle famose buche di aria calda, frequentati assiduamente dalle culture di Luco (bronzo) e Fritzens-Sanzeno (ferro). Proprio queste misteriose fenditure vaporose, che emettono aria a 15 gradi, possono essere all’origine dei culti praticati quassù. Ma oggi non è la nebbia che sale dagli inferi ad avvolgere il sito e il silenzio dei boschi bensì la sabbia del Sahara che colora di bronzo (o sangue, come pensavano i nostri antenati) il cielo della val d’Adige. La rupe con i suoi ripari non è di facile accesso ma attraverso una generosa crepa ci si può spingersi fino alla piattaforma del dosso. Qui sono stati individuati i resti di un rogo votivo (Brandopferplatz). Gli animali domestici offerti agli dei – e mangiati dagli uomini – venivano portati vivi sul luogo del sacrificio. Si trattava di capre, pecore, maiali ma anche di cervi, cinghiali, caprioli, camosci, orsi, lupi accanto a testuggini, castori, lontre e conchiglie d’acqua dolce provenienti dal fondovalle e dal lago di Caldaro. Le loro ossa calcinate, frammiste a cenere e limo, sono poi servite come materiale di riempimento delle buche qui attorno. A partire dal 1995, quando l’area archeologica fu scoperta da Hanns Oberrauch, vennero alla luce molti reperti, tra cui una cuspide di freccia, una macina, resina di betulla e della ceramica. Nel 1998, in una fenditura furono individuate quattro asce di rame miniaturizzate; successivamente ne fu scoperta anche una quinta e in un secondo ripostiglio, sotto una lastra di porfido, altre cinque accette di rame offerte come dono votivo. Di particolare rilievo anche una lama di pugnale in rame trovata sotto un grande masso: il primo mai trovato in regione. Il luogo, poco adatto agli insediamenti in quanto privo di acqua, rimase attivo per scopi di culto e come pascolo fino al medioevo. Ce lo dimostrano le monete romane rinvenute, tra cui un sesterzio di Antonino Pio e sette denari d’argento di età imperiale coniate verso il 200 d.C. – periodo in cui i Romani di Settimio Severo sistemarono anche la via Claudia Augusta.

Autore: Reinhard Christanell

Karate, nuovi successi a Brugnara

C’è grande soddisfazione allo Shotokan Ryu Karate di Laives, per i brillanti successi raccolti a Brugnera (PN), presso cui si è svolta la finale del campionato interregionale indetto dalla FESIK (Federazione Italiana Karate). La gara era un “passaggio” obbligatorio per poter accedere alla finale del Campionato Italiano assoluto, in programma a Montecatini Terme il 14 e 15 maggio prossimo.
Le regioni presenti all’evento erano il Trentino Alto Adige, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia
E naturalmente non poteva mancare lo Shotokan Ryu Karate di Laives del Maestro Michele La PLaca, con un affiatato gruppo di giovani agoniste e agonisti, composto da Marica La Placa nella categoria femminile senior cinture marroni; Dora Vecchio, veterani femminile cinture marroni; Patrick Veronese juniores maschile cinture arancio; Christian Messina maschile cinture bianche, alla sua prima esperienza agonistica; Francesca Noka femminile cinture bianche, anch’essa alla sua prima esperienza. Alto il numero dei partecipanti: nel dare il via alla competizione il presidente del comitato triveneto ne ha annunciati infatti ben 380!
E naturalmente tutti motivati e di alto livello agonistico, ma il gruppo di Laives ha dato grande prova di grinta e voglia di vincere. Così racconta il Maestro Michele La Placa dei suoi ragazzi “Il primo a scendere sul tatami è Messina visibilmente emozionato ma comunque autore di una buona prova classificandosi al 5° posto. È seguita poi la categoria femminile con il turno di Noka: determinata e perfetta nella sua esecuzione non ha lasciato scampo alle avversarie aggiudicandosi la medaglia d’oro. A seguire, galvanizzato dai compagni, è arrivato alla medaglia d’oro anche Patrick Veronese
Quando è arrivato il turno delle cinture marroni, non ha deluso le aspettative Marica La Placa, che si è classificata al primo posto, seguita dalla compagna di squadra Dora Vecchio, che si aggiudica l’argento. C’è stato poi un momento di grande soddisfazione quando la terna arbitrale ha voluto complimentarsi personalmente con le due agoniste ” conclude La Placa.
Il prossimo appuntamento per il team è fissato per il 3 aprile al Gran Prix d’Italia, competizione di alto livello che servirà come banco di prova per la finale del campionato italiano

Autrice: Caterina Longo

Com’è profondo il mare

Lasecondaluna apre la nuova stagione mostre con la personale della fotografa bolzanina Claudia Corrent. Le sue immagini inaspettate e affascinanti nascono dall’accostamento tra materiale d’archivio e fotografie più recenti. Un modo per esplorare il passato ed aprirlo a storie nuove e personali.

Portare il mare a Laives, in via Pietralba: possiamo dire che un po’ c’è riuscita la fotografa bolzanina Claudia Corrent con la mostra “Uno Nessuno Centomila”.
L’esposizione, curata da Amanda Filippi, si compone di collage fotografici digitali provenienti da diversi progetti dell’artista. Il collage è una tecnica che permette di creare nuove opere sovrapponendo carte, ritagli di giornali, fotografie e altro ancora. Nelle sue opere, Corrent lo fa sovrapponendo fotografie storiche, spesso provenienti da archivi pubblici e privati, con immagini recenti, scattate da lei.
Dalle associazioni, che nascono intuitivamente scaturiscono nuove, inaspettate immagini: affascinanti, misteriose, surreali. Immagini che, complice anche la patina antica, raccontano di paesaggi interiori, stati d’animo, emozioni. Figure, spesso femminili, sono immerse, avvolte da elementi naturali : la testa in una nuvola, o per metà nel mare. Mare che, come si diceva in apertura, ricorre spesso nel lavoro di Claudia Corrent.

La fotografa bolzanina ama infatti lavorare sull’elemento acqua, simbolo di rinascita e purificazione. E non a caso, Corrent ha scelto di recente di trasferirsi definitivamente a Venezia. Quando le chiediamo a bruciapelo il perché, ci risponde sorridendo e senza esitare: “perché Venezia è sempre uguale ma, grazie all’acqua, cambia in continuazione”. In questo senso, la mostra non propone solo delle fotografie da ammirare (per quanto eleganti e “belle”), ma invita a “mettersi in gioco” con la propria immaginazione.

Come suggerisce anche la curatrice Amanda Filippi: “Scattiamo foto per ricordare, per lasciare una traccia di noi stessi, del nostro presente e del nostro passato. ‘E se non fosse così?’ ci chiede l’artista. ‘Se potessimo usare il terreno del simbolico per poter immaginare e creare nuove storie?’. Attraverso la destrutturazione delle fotografie del passato e la loro fusione con paesaggi moderni, l’artista crea immagini nuove che suggeriscono possibilità, scenari inattesi, sguardi altri.”
Anche il titolo scelto per la mostra “Uno, nessuno, centomila”, citazione del celebre romanzo di Pirandello, si riferisce alle “centomila” possibilità di immaginazione che le opere di Corrent ci invitano ad esplorare. Tornando ad aspetti più tecnici, ricordiamo che, tra i collage in mostra, si trovano anche quelli del progetto “Il tempo e l’immagine.
L’archivio trasformato”, che si compone di fotografie di famiglia private e scatti provenienti da archivi online digitali, tra cui l’interessantissimo archivio del Fondo Fotostudio Waldmüller della Provincia. Completano l’esposizione fogli sparsi, in cui citazioni da testi letterari si mescolano frammenti di canzoni. A noi è capitato in mano “Invito al Viaggio” di Franco Battiato, ci piace concludere con i versi dalla canzone scelti per la mostra, “Dormono pigramente i vascelli vagabondi/ Arrivati da ogni confine/Per soddisfare i tuoi desideri”.

Info: Claudia Corrent, “Uno, nessuno, centomila”, Sala Espositiva, via Pietralba 29, Laives.
Fino a sabato 2 aprile Orari:da martedì a giovedì:16–19; venerdì e sabato: 10–12 e 16–19. Ingresso libero. Nel rispetto delle norme anti-Covid è obbligatorio l’utilizzo della mascherina ed essere in possesso del Green Pass.

Autrice: Caterina Longo

Vecchia ciminiera, addio in vista

La vecchia ciminiera in mattoni rossi, che da sempre ha caratterizzato il “panorama” di Pineta, verrà abbattuta. Questo nonostante sia considerata un’interessante testimonianza di quella che viene definita “archeologia industriale”. La ciminiera è stata infatti costruita nel 1947, ben 75 anni fa, insieme alla fabbrica per la produzione di olio di semi di Umberto Fronza, che però non ebbe fortuna.
In seguito, l’edificio divenne proprietà della Cassa di Risparmio e ospitò persino alcune classi della scuola elementare. Nel 1958 l’edificio fu poi ceduto alla fabbrica per pianoforti “Schulze Pollmann”, che prima si trovava a Bolzano. Quando la fabbrica chiuse i battenti, nel 1993, l’edificio venne abbattuto per far posto a condomini, e rimase solo la svettante ciminiera, che, come detto, verrà presto abbattuta. Perchè? Il Sindaco di Laives, Christian Bianchi, seppur amaraggiato, ha spiegato: “Dobbiamo annunciare che la ciminiera di Pineta non riusciremo a salvarla, per molti motivi. Dopo la chiusura del 1993 della fabbrica di pianoforti, il Comune di Laives, se avesse avuto un vero interesse, avrebbe dovuto mettere sotto tutela l’intero edificio. Allora non lo fecero e dopo qualche anno la fabbrica venne abbattuta per lasciare spazio agli attuali condomini. La piccola porzione restante, costituita dal vecchio olificio, con la ciminiera, è di proprietà privata ed il comune non ha alcun diritto su questa area.” Ciò nonostante, nel 2020 il comune ha comunque eseguito una valutazione tecnica per vagliare la possibilità di conservare la ciminiera, anche se nell’ambito di una nuova costruzione che, precisa il sindaco “essendo area privata, i proprietari hanno diritto di poter realizzare”. Purtroppo l’esame ha attestato il pessimo stato “di salute” della ciminiera e l’enorme difficoltà di poter garantire in futuro la sicurezza e la manutenzione del manufatto, anche in cosiderazione della pericolosità per le abitazioni adiacenti. Piccola consolazione, il Comitato civico di Pineta, con il presidente Franco Magagna, ha proposto di salvare almeno un pezzo della ciminiera e riposizionarla all’interno di un parco, con una lastra che ricordi la presenza di questo elemento architettonico a Pineta. Il Comune si è impegnato a vagliare questa possibilità, seguiremo ulteriori sviluppi.

Autrice: Caterina Longo

Sport, arte, musica e viaggiare

Ama lo sport, la musica e l’arte in generale, tanto che ha frequentato numerosi corsi di disegno e di pittura. Stefano Del Piccolo è un ragioniere, ha giocato a calcio per ben quarant’anni e quando può soddisfa la sua passione: viaggiare. Ecco la Qui Intervista che abbiamo realizzato con lui.

La cosa che mi piace di me.
La coerenza.

Il mio principale difetto.
La diffidenza.

Il momento più felice.
Il bacio di mia mamma.

La persona che ammiro.
Il mio babbo. 

Un libro sull’isola deserta.
“Into the wild” di Jon Krakauer 

L’occupazione preferita.
Dipingere.

Il paese dove vorrei vivere.
In Giamaica. 

Il mio piatto preferito.
La pizza.

Non sopporto.
La violenza.

Per un giorno vorrei essere.
Un camionista.

La mia paura maggiore.
Soffrire.

Nel mio frigo non manca.
Birra e vino.

Se fossi un animale sarei…
Un panda.

Mi sono sentito orgoglioso quando…
Quando ho viaggiato da solo e ho volato con il parapendio.

Il mio motto.
Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. 

Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Giocare in serie A. 

I miei poeti preferiti.
Prevert, Manzoni e Goethe.

I miei pittori preferiti.
Mio zio, Kandinsky, Mirò, Monet e Klee.

Il dono di natura che vorrei avere.
L’invisibilità.

Non sopporto.
La maleducazione.

Dico bugie solo….
Per ridere e scherzare.

Dove mi vedo fra dieci anni.
A Merano. 

Il colore che preferisco.
Il blu e il verde. 

L’ultima volta che ho perso la calma.
La perdo spesso.

Da bambino sognavo…
Di fare il musicista. 

Crostata alle fragole

INGREDIENTI

Pasta frolla
250 g farina 00
125 g burro freddo di frigo
100 g zucchero a velo
60 g uova (1 medio)
Scorza di un limone non trattato
700 g di crema pasticcera:
6 tuorli
45 g amido di mais (maizena)
140 g zucchero
400 ml latte intero fresco
100 ml panna fresca liquida
1 baccello di vaniglia
Sciroppo
100 g zucchero
100 ml acqua
Succo di mezzo limone
Per decorare
600 g fragole

PREPARAZIONE

1. Realizzate come prima cosa la pasta frolla. Versate la farina in un mixer, aggiungete il burro freddo ridotto a pezzetti e azionate le lame a più riprese fino ad ottenere un composto sabbioso. 

2. Aggiungete lo zucchero a velo, l’uovo leggermente sbattuto e la scorza grattugiata di un limone. Azionate nuovamente il robot per pochi istanti, stavolta abbassando la velocità così le lame misceleranno l’impasto senza frullare.

3. Non appena il composto si sarà amalgamato trasferitelo sulla spianatoia. Compattate velocemente con le mani e avvolgetelo nella pellicola trasparente e lasciatela riposare in frigorifero per almeno 30 minuti e nel frattempo preparate la crema pasticcera. 

4. In un tegame versate il latte, la panna e il baccello di vaniglia svuotato dai semini interni. I semi serviranno dopo. Accendete il fuoco e portate a sfiorare il bollore.

5. A parte in una ciotola versate i tuorli, aggiungete i semi del baccello di vaniglia e lo zucchero. Sbattete velocemente con una frusta a mano fino ad ottenere un composto omogeneo.

6. Setacciate direttamente nella ciotola l’amido di mais e mescolate. Ora eliminate il baccello di vaniglia dal tegame con il latte e la panna, prelevate un mestolo di liquido e aggiungetelo al composto di uova e mescolate con una frusta per stemperarlo.

7. A questo punto riversate il composto nel tegame, lasciate addensare a fuoco dolce mescolando continuamente con la frusta. Proseguite la cottura, senza smettere di mescolare, finché la crema non si sarà addensata.

8. Versate la crema in una pirofila e coprite con la pellicola a contatto. Fatela raffreddare prima a temperatura ambiente e poi in frigorifero.

9. Imburrate e infarinate uno stampo da crostata di 28 cm di diametro. Stendete il panetto di pasta frolla fino a formare un disco ampio quanto il diametro della teglia, arrotolatelo sul mattarello e srotolatelo sullo stampo. Eliminate i bordi in eccesso passando il mattarello.

10. Con i rebbi di una forchetta bucherellate l’impasto sul fondo poi procedete con la cottura alla cieca: tagliate un cerchio di carta forno delle stesse dimensioni del fondo della crostata e ponetelo sopra di esso, poi aggiungete i pesetti di ceramica (o dei legumi come i fagioli) e cuocete in forno statico preriscaldato a 180° per circa 20 minuti.

11. Poi sfornatela per togliere i pesetti e la carta da forno e infornate nuovamente per 7 – 8 minuti. Una volta pronta, fatela raffreddare completamente. 

12. Nel frattempo preparate lo sciroppo, versando in un pentolino l’acqua e facendo sciogliere lo zucchero a fuoco dolce. Mescolate e quando inizierà a bollire, aggiungete anche il succo di limone filtrato e lasciate ridurre per qualche istante ancora mentre la fiamma è accesa. Trasferite lo sciroppo in una ciotolina e fatela raffreddare.

13. Poi lavate ed eliminate le foglioline delle fragole, quindi tagliatele a metà per il senso della lunghezza. Ora potete comporre la crostata: sulla base oramai fredda distribuite la crema pasticcera e stendetela uniformemente, in modo da livellarne la superficie.

14. Poi, partendo dai bordi, disponete le fragole tagliate a metà, ponete al centro una fragola intera e con le altre metà realizzate dei centri concentrici. Poi spennellate con lo sciroppo tiepido le fragole e ponete la crostata di fragole fresche a raffreddare nel frigorifero per almeno 3 – 4 ore prima di servirla, in modo che la frolla si ammorbidisca a contatto con la crema e quest’ultima si rassodi.

Il dinamismo della pallamano

La pallamano è uno sport molto dinamico che riprende alcune caratteristiche del calcio e della pallacanestro in un gioco di figure che uniscono forza ed eleganza. Durante alcune partite del campionato Italiano di Serie A Beretta, i giocatori in campo sono stati ritratti in azione dall’occhio esperto di Niccolò Dametto di COOLtour.