Mescolate tutti gli ingredienti del craquelin con la spatola in una bastardella. Quando il composto è omogeneo stendete la pasta con il mattarello a uno spessore di 2 mm tra 2 fogli di carta forno. Conservate in frigorifero.
Preparate la crema pasticcera: in una bastardella montate i tuorli con lo zucchero e aggiungete la maizena. Mettete il latte nella casseruola, versate metà del latte sul composto di tuorli, zucchero e maizena e lavorate con la frusta. Mettete il composto nalla casseruola e scaldate a fuoco vivace, sempre mescolando energicamente. Quando il composto si addensa, continuate a mescolare. A partire dall’ebollizione calcolate 3 min di cottura per litro di latte. Fermate la cottura e incorporate il burro fuori dal fuoco. A fine cottura aggiungete la pasta di pistacchio. Trasferite il tutto in un recipiente, coprite con la pellicola a contatto e mettete in frigorifero.
Predisponete una teglia rivestita di carta forno. Preparate la pasta per bignè: scaldate il forno a 230 °C. Mettete in una casseruola latte, acqua, sale, zucchero e burro. Portate ad ebollizione facendo sciogliere bene il burro. Quando il composto inizia a montare, togliete la casseruola dal fuoco, versate la farina tutta in una volta e mescolate con la spatola. Questo primo composto si chiama Panade. Quando la panade è omogenea, livellatela sul fondo della casseruola e rimettete sul fuoco senza mescolare. Appena sentirete sfrigolare, muovete la casseruola per osservare il fondo: se si forma una pellicola sottile e uniforme l’impasto è sufficentemente asciutto.
Mettetela in una tasca da pasticcere (bocchetta n. 10) e modellate 20-25 bignè del diametro di 4 cm distanziandoli bene. Dorate con l’uovo.
Estraete il craquelin dal frigo, staccate il primo foglio, girate e togliete anche l’altro. Con un tagliapasta da 3 cm di diametro ricavate dei dischi e disponeteli sui bignè.
Scaldate il forno a 230 °C. Riducete il calore a 170 °C e infornate. Aprite brevemente il forno dopo 20 min. Fate raffreddare i bignè su una gratella.
Emulsionate la crema pasticcera con la frusta per qualche min. Con una bocchetta scanalata, forate la base dei bignè. Riempite di crema una tasca da pasticcere (bocchetta n.6) e farcite i bignè con i due terzi della crema. Il bignè è ben farcito quando si gonfia nella mano. Usate la crema rimasta per decorare la sommità dei bignè con la tasca dotata di una bocchetta scanalata. Terminate con un pistacchio.
INGREDIENTI
Per 20-25 Bignè
Pasta per Bignè 100g di acqua 100g di latte 90g di burro 2g di sale, 2g di zucchero 110g di farina 200g di uova (4 uova)
Doratura 1 uovo sbattuto
Craquelin 35g di burro a pomata 45g di cassonade 45g di farina
Crema pasticcera 1 litro di latte 200g di tuorli 240g di zucchero 100g di maizea 125g di burro 40g di pasta di pistacchio
In provincia di Bolzano la preoccupazione per la situazione internazionale è stemperata dalla grande operosità di amministrazioni locali, associazioni di volontariato e semplici cittadini, impegnati a favore delle donne e dei bambini ucraini, che stanno cominciando ad arrivare.
Dalla pandemia all’emergenza profughi dall’Ucraina, senza soluzione di continuità. In provincia di Bolzano ci si attrezza per reggere l’impatto dell’esodo che ha portato, finora, già quasi 2 milioni di ucraini a lasciare il loro paese in tutta fretta, quasi sempre portando con sé solo con pochi effetti personali. Finora i profughi, per la stragrande maggioranza donne e bambini, si sono riversati nei paesi confinanti con l’Ucraina, ovvero Polonia, Romania, Slovacchia e Moldavia, ma si prevede un arrivo massiccio anche negli altri paesi europei dove da anni la presenza di immigrati di origine ucraina è massiccia. Per quanto riguarda l’Italia, lo ricordiamo si tratta di circa 230 mila persone di cui 2 mila in Alto Adige. Non si tratta solo di ricongiungimenti familiari, perché la guerra sta portando anche molte altre donne ucraine a lasciare il loro paese, per un tempo più o meno lungo e comunque legato non solo alla durata della guerra ma anche alla situazione più o meno pacifica che si verrà a creare, in caso di caduta dell’attuale governo presieduto da Volodymyr Zelensky. In ogni caso l’Unione europea nei giorni scorsi ha deciso di attivare per la prima volta una direttiva rimasta dormiente per vent’anni, e questo è avvenuto proprio mentre il Parlamento europeo era a un passo dal cancellarla. Si tratta della direttiva 55 del Consiglio dell’Unione europea del 20 luglio 2001, che consente oggi ai profughi di ottenere la cosiddetta protezione temporanea, evitando che le procedure per la tradizionale richiesta di asilo mandino in tilt la burocrazia dell’accoglienza nei singoli paesi. Fino ad oggi lo strumento è sempre stato negato dall’Europa, anche di fronte alle richieste dell’Italia e alla recente crisi afghana. I profughi dall’Ucraina quindi, fin da ora, potranno contare su un riconoscimento immediato del loro status, una misura che ha la durata di un anno ed rinnovabile fino a un massimo di due. Le donne ucraine che arriveranno avranno dunque anche la possibilità di lavorare, mentre i minori che giungeranno con loro o – anche e purtroppo – da soli, frequenteranno le nostre scuole. Nei giorni scorsi a Bolzano si è già riunito il Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, e in tale sede i rappresentanti del governo, delle forze dell’ordine e delle amministrazioni locali, hanno già delineato un piano per la gestione dell’arrivo dei profughi. Mentre in tutta la provincia si stanno cercando strutture da mettere a disposizione, a Bolzano è in corso di predisposizione un Infopoint che verrà realizzato nei pressi della stazione Flixbus, vicino alla Fiera, che fungerà anche da centro di prima accoglienza. Il centro verrà gestito dalla protezione civile che si coordinerà anche con l’Azienza Sanitaria per l’importante passaggio della vaccinazione anticovid dei profughi. Intanto anche le intendenze scolstiche si preparano ad accogliere i minori. Lì un grande sforzo dovrà essere messo in campo anche per attivare in tempi brevi un’imporante task force sotto forma di centri linguistici.
ANCHE MERANO E BASSA ATESINA CI SONO
La gara di solidarietà coinvolgendo tutta la provincia. Ecco quanto sta avvenendo nel Brugraviato e nella zona più meridionale dell’Alto Adige.
La Bassa Atesina fa la sua parte nella gara di solidarietà per aiutare l’Ucraina. Diversi privati e albergatori stanno rispondendo alla richiesta di alloggio per i profughi, mentre grazie al tam tam dei gruppi Facebook tante persone generose si sono messe a disposizione per convogliare la raccolta aiuti. In prima linea c’è anche il Comune di Laives. “Insieme agli altri Comuni della provincia, anche qui a Laives stiamo raccogliendo le informazioni sulle strutture e appartamenti disponibili per accogliere i profughi dall’Ucraina. Già diversi privati si sono offerti, compreso qualche albergatore” ci ha detto il Sindaco di Laives, Christian Bianchi, precisando che “alcuni profughi sono già qui, giunti per vie autonome perché potevano appoggiarsi a parenti e conoscenti”. Chi avesse disponibilità di posto può chiamare il numero 0471 595800 o scrivere all’indirizzo e-mail: sindaco@comune.laives.bz.it. Anche a Merano è il sindaco, Dario Dal Medico, a sintetizzare l’impegno del capoluogo del Burgraviato. “Ci sono due canali: uno che parte dai singoli cittadini e quello ufficiale a cui sta lavorando lo staff del Comune. Per quanto riguarda le iniziative private, che sono sempre notevoli e sono caratterizzate da uno spirito di solidarietà, stiamo raccogliendo un elenco di abitazioni che i cittadini stanno mettendo a disposizione del prossimo: sono già parecchie le persone che offrono un posto per dormire. Nel frattempo il Comune si sta muovendo assieme alla Provincia e alla Prefettura per gestire l’accoglienza dei profughi in strutture che hanno offerto la loro disponibilità: alberghi, strutture gestite da enti che svolgono attività di volontariato, ma anche case di riposo, che sono parzialmente disponibili perché funzionano a metà servizio per mancanza di personale.” Anche a Merano, come a Bolzano, non manca un indirizzo email (helpucraina@comune.merano.bz.it) al quale ci si può rivolgere per chiedere informazioni oppure offrire il proprio aiuto.
LA CITTA’ DI BOLZANO E’ PRONTA PER ACCOGLIERE
Fin dai primi giorni della guerra in Ucraina il capoluogo si è preparato per l’arrivo dei profughi, segnalando la struttura dei Bagni di Zolfo e sostenendo le iniziative dei cittadini per la pace.
Con il 24 febbraio, giorno d’inizio della guerra in Ucraina, il Comune di Bolzano si è subito attivato nella prospettiva dell’accoglienza dei profughi. Ce lo conferma l’assessore alle politiche sociali Juri Andriollo. “Come prima cosa con Azienda Servizi sociali abbiamo fatto una ricognizione delle strutture di accoglienza. Ci sarà una forte migrazione di persone che vogliono salvarsi la vita, ma bisogna già pensare al fatto che questo esodo con ogni probabilità avrà conseguente stanziali. I profughi ucraini vorranno tornare a casa appena possibile, ma lo faranno solo se le condizioni lo permetteranno. La nostra ricognizione ha riguardato le strutture esistenti, la loro saturazione e una valutazione in merito all’idoneità degli spazi per target previsto, costituito per la quasi totalità da donne e bambini. Com’è noto si stanno muovendo anche Governo e Provincia. Il sistema di accoglienza si basa in sostanza sulla la riapertura dei cosiddetti Cas (Centri di Accoglienza Straordinaria), già attivati negli scorsi anni durante le precedenti ondate di profughi, da Medio Oriente e Africa. Naturalmente occorre trovare un modello per gestire la situazione. Le nostre verifiche in questi giorni hanno riguardato anche le derrate alimentari di cui disponiamo e altri aspetti, come la riserva di gasolio per riscaldare le case di riposo. Per l’accoglienza il Comune di Bolzano farà tutto quello che è possibile, ma dovremo contare anche sulla disponibilità da parte di privati, disposti sia a mettere a disposizione strutture rientrando nel sostegno economico ad hoc predisposto dallo stato, ma anche a titolo gratuito. A questo proposito è stata predisposta la email support.ukraine@comune.bolzano.it alla quale è possibile segnalare eventuali disponibilità. Anche la scuola dovrà fare la sua parte. Noi come Comune capoluogo abbiamo la competenza solo sugli asili nido, ma faremo tutto quanto è necessario. In ogni caso l’impatto sarà davvero molto grande, è importante che tutte le località della provincia stavolta facciano davvero la loro parte.” Il Comune di Bolzano ospita a cadenza quasi quotidiana presidi e fiaccolate per la pace, nonché raccolte viveri per l’Ucraina. Quando abbiamo chiesto all’assessore Andriollo se l’amministrazione comunale solidarizza con tali iniziative l’assessore ha risposto così. “Noi siamo i cittadini! La libertà e la democrazia sono conquiste quotidiane. Il nostro modello di società non concepiva la guerra neanche più come un elemento e ora invece viene riportata indietro sulla dimensione dell’animalità dell’uomo. è come durante il nazismo: il più forte contro il più debole. Il tessuto sociale della città di Bolzano è estremamente vivace e sano. La città è molto solidale e lo è fino in fondo. Ora lo dimostrerà, come è sempre accaduto. è un segnale della salute della nostra democrazia che ci deve rendere orgogliosi.”
Sulle tracce dei primi insediamenti nella Val d’Adige – da Castel Firmiano al Monte di Mezzo, da Castelfeder a Salorno – abbiamo scoperto che già nell’VIII millennio a.C., all’epoca dei cacciatori-raccoglitori dell’era postglaciale, la loro ubicazione doveva rispondere a precisi criteri “naturali” quali la sicurezza, la vicinanza a fonti idriche, l’accessibilità, l’esistenza di ripari e di particolari materiali (soprattutto litici). Non veniva trascurata neppure la bellezza dei luoghi e, potremmo ipotizzare, la loro prossimità alla sfera “magica” dell’uomo di quel tempo. Per quanto riguarda la conca di Bolzano, i “villaggi” primordiali, stabili o stagionali, furono realizzati sulle soleggiate colline e sui terrazzamenti affacciati sul fondovalle dominato dai tre fiumi Adige, Isarco e Talvera. I gruppi che vi fecero capolino erano di provenienza trentino-veneta, in particolare del veronese e arrivarono in valle su due fronti: la catena della Mendola e la Val di Cembra. Non è del tutto chiaro invece se nella stagione fredda facessero ritorno ai luoghi di origine o stabilissero i propri campi nelle zone più temperate del territorio. Uno sguardo dall’alto ci avrebbe mostrato un territorio fluviale-boschivo e in parte di prateria paludosa dall’imbocco della Val Sarentina e della Val d’Isarco lungo tutto l’asse dei fiumi Adige e Isarco fino a Salorno. Certamente quest’area si prestava, oltre alla tradizionale pesca al luccio ampiamente documentata, soprattutto ai bivacchi invernali. I dossi di Castel Firmiano, Guncina e Virgolo fino a Castelfeder e Favogna erano sicuramente punti di sosta per questi cacciatori preistorici. Ma in particolar luogo ha destato l’interesse degli studiosi il sito di S. Giacomo tra Bolzano e Laives, uno dei primi siti mesolitici rimasto attivo anche in epoca neolitica e, pare, perfino nella prima età del Rame (quella di Ötzi, per intendersi). Insomma, possiamo dire che sopra la chiesetta di San Giacomo fosse sorto il primo – o uno dei primissimi – insediamenti stabili della valle dell’Adige, dove i ritrovamenti documentano anche la transizione epocale e culturale dal tardo mesolitico al primo neolitico. Se il mesolitico è caratterizzato dall’attività venatoria in altura, il neolitico porta con sé la rivoluzione agricola (coltivazione di orzo e grano, domesticazione di capre, pecore, suini e bovini) e, soprattutto, la comparsa della ceramica. La forma di insediamento si trasformò da campo in villaggio e per la prima volta nella sua storia l’uomo incominciò ad identificarsi con il territorio in cui viveva – e a difenderlo dagli estranei nelle forme che conosciamo. Se oggi osserviamo la collina su cui si erge la chiesetta di S. Giacomo, non ci è facile cogliere il motivo di questa scelta. Una terreno impervio, dominato dalle impressionanti pareti rocciose di porfido rossastro. Probabilmente fu determinante la sua vicinanza al fondovalle, dove venivano praticate la pesca, la raccolta di frutti selvatici e la caccia ad animali come la lepre, il cinghiale, il tasso e il castoro. Nello stesso tempo, i siti di caccia in altura sotto il Corno Bianco e il Latemar erano raggiungibili in poche ore di cammino. Interessante è anche il fatto che questo sito appartato è stato utilizzato per moltissimo tempo e che diverse culture vi abbiano convissuto fino a fondersi l’una nell’altra. Il sito si trova poco a nord della chiesa nei pressi di una fonte idrica. Gli scavi hanno portato alla luce, oltre a moltissime schegge di selce di epoca castelnoviana e sauveterriana, grattatoi, lame, troncature e microbulini. Le molte punte di frecce e una particolare resina utilizzata per incollare le punte alle frecce documentano l’intensa attività venatoria. Oltre ai frammenti di ceramica che già ci parlano dell’epoca agricola, di particolare interesse una pietra da macinazione color giallo ocra: utilizzata, si pensa, per la decorazione dei recipienti di argilla.
Studiare uccelli, farfalle, pipistrelli, cavallette, piante e organismi del suolo e verificarne la presenza sul territorio provinciale: è questo lo scopo del Monitoraggio della biodiversità in Alto Adige, che dalla prossima primavera farà tappa ad Egna. Gli abitanti di Egna potrebbero quindi vedere aggirarsi, nel territorio comunale, personaggi equipaggiati con binocolo, corda e retino entomologico (il classico retino per farfalle, per capirci): sono i ricercatori e le ricercatrici di Eurac Research, che saranno sul campo nella cittadina della Bassa per studiare la flora e la fauna della zona. L’attenzione dei ricercatori si concentra su gruppi di animali e piante che reagiscono sensibilmente ai cambiamenti nel loro ambiente, come il cambiamento di uso del suolo ed il cambiamento climatico. Il team di ricerca sta rilevando la loro presenza negli habitat più importanti e caratteristici della nostra provincia: campi coltivati e colture permanenti, prati e pascoli, boschi, acque correnti, aree umide e habitat alpini, ma anche aree urbane. industriale. Ma cosa faranno nei dettagli? La ricercatrice Julia Strobl ha raccontato “L’ornitologo Matteo Anderle non ha bisogno di strumenti troppo particolari per i suoi rilievi. Il suo strumento più importante sono le orecchie. Per 10 minuti ascolta gli uccelli in un raggio di 100 metri intorno al punto di rilevamento e li determina dal loro canto. Ogni tanto prende il suo binocolo per identificare le specie di uccelli lontani o silenziosi.” Chiara Paniccia è invece esperta di chirotteri, comunemente conosciuti come pipistrelli “La ricercatrice Paniccia attiva per la durata di tre notti consecutive un dispositivo di registrazione a ultrasuoni chiamato “batlogger”. Il batlogger utilizza un microfono per registrare i suoni nella gamma ultrasonica, come proprio i versi dei chirotteri. Il dispositivo riproduce poi i suoni registrati sul computer tramite onde e rende così i suoni riconoscibili anche all‘uomo. È così infatti che Paniccia può identificare le specie di pipistrelli.”continua il racconto Julia Strobl. Delle farfalle si occupa invece Elia Guariento. Con un retino entomologico, egli percorre lentamente un transetto (linea retta segnata) di 50 metri e cattura le farfalle nelle vicinanze, ne determina la specie e poi le rilascia immediatamente in natura. Anche Andreas Hilpold usa un retino entomologico per monitorare le cavallette. Il botanico, invece, rileva tutte le piante vascolari lungo un tratto di strada di 100 metri nelle zone di insediamento, dall’albero al più piccolo ciuffo d’erba. Per fare questo, ha bisogno di una corda metrica e di una lente d’ingrandimento per poter identificare al meglio le piccole piante. Le indagini sugli uccelli iniziano in aprile, durante la stagione riproduttiva, quando gli uccelli sono attivi nella difesa dei loro territori, nel corteggiamento e nella costruzione del nido. Inoltre, questo permette all’ornitologo di escludere la maggior parte degli uccelli migratori, che si dirigono di nuovo a nord dopo i mesi invernali, e di rilevare solo gli uccelli che si riproducono in provincia. I suoi colleghi ricercatori verranno poi a Egna in estate. Gli organizzatori fanno sapere che i ricercatori saranno felici di rispondere alle domande dei cittadini e di raccontare del loro lavoro. Il progetto è realizzato da Eurac Research, in collaborazione con il Museo di Scienze Naturali ed i dipartimenti provinciali di agricoltura, natura, paesaggio e sviluppo del territorio.
Per Isabella Magnanini, in arte Isa, la musica ricopre da sempre una parte fondamentale nella sua vita. Tanto da volerne fare un lavoro a tutti gli effetti. E lo ha capito sin da subito, quando tanti anni fa ha preso per la prima volta in mano una chitarra e ha iniziato a dare fiato alla sua voce, potente ma delicata allo stesso tempo.
Ventisette anni, di Laives, Isa ha alle spalle diverse esperienze nel mondo musicale, ma solo recentemente ha pubblicato il suo primo progetto ufficiale, che ne segna una sorta di debutto all’interno della scena altoatesina. “Mi presento” è il titolo del suo EP composto da cinque tracce e disponibile sui classici store digitali. Un prodotto pop, ma che presenta contaminazioni e influenze blues e jazz. Melodie eclettiche che fanno da tappeto alle parole di Isa, e che fungono da biglietto da visita verso il pubblico. “Considero questo lavoro come un curriculum vitae musicale. Qua dentro ho raccolto tutte le esperienze più significative della mia vita”.
Da dove nasce l’idea di questo EP? Ho iniziato a concepire il disco durante il primo lockdown perché avevo finalmente del tempo libero per concentrarmi sulla scrittura delle canzoni. Così è nato “Cura”, il mio primo singolo. Da lì ci ho preso gusto e a ruota sono nati tutti gli altri pezzi. Per le produzioni e le registrazioni mi sono appoggiata a uno studio di Torino, che ha saputo tirar fuori il meglio di me, anche se gran parte del lavoro si è svolto a distanza.
Cosa ci raccontano queste tracce? “Mi presento” svela tutti quei lati di me che ho sempre tenuto nascosti e che non tutti conoscono. Ho svolto un grande lavoro di introspezione che mi ha permesso di produrre questi “capitoli” della mia vita tradotti in canzoni. Dalla mia fuga all’estero all’incontro con il mio ragazzo, passando per i miei dubbi e le mie debolezze, fino all’omaggio a mia madre. È stato un percorso emozionante, come farsi un giro sulle montagne russe…
In che senso? Creare delle canzoni che parlano della propria vita cercando di mantenere allo stesso tempo un imprinting positivo e propositivo non è stato semplice. Ma ho voluto fortemente unire questi due aspetti che credo si fondano bene insieme. E i feedback mi stanno dando ragione.
Possiamo dire che sei nata con la musica nelle vene… La mia è una famiglia artistica, mio padre canta in un coro e mia mamma fa teatro per passione. Io già da piccola cantavano le canzoni de “Lo zecchino d’Oro”, poi sono arrivati i primi concorsi e le esperienze con band e canzoni in lingua inglese. Ora continuo a coltivare il mio sogno di vivere di musica.
In passato hai vissuto a Londra. Cosa ti porti dietro da questa esperienza? Londra mi ha aperto gli occhi perché mi ha introdotto al mondo degli adulti. Ci sono andata a diciannove anni e lì ho imparato a gestire molti aspetti importanti della vita. È una città che ti aiuta a credere in quello che fai, è molto meritocratica e questo è un insegnamento importante. Dal punto di vista musicale ho avuto l’opportunità di ascoltare band che non venivano mai a suonare in Italia e a confrontarmi con sonorità nuove che mi hanno permesso di aprire una finestra su generi che non conoscevo.
In Alto Adige c’è futuro per i giovani? Credo che vengano aiutati troppo poco. C’è bisogno di un maggiore supporto nei confronti dei ragazzi, perché sono il futuro del territorio. Spesso succede che o hai delle buone conoscenze oppure è difficile ritagliarsi il proprio spazio, in qualsiasi ambito. Molti artisti emergenti ad un certo punto escono dall’Alto Adige cercando fortuna da un’altra parte. Per vivere di musica in questa provincia a volte devi scendere anche a compromessi. E non tutti sono disposti a farlo.
Creare uno spazio d’incontro informale e libero per i giovani: con questa intenzione il Comune di Laives sta allestendo una serie di strutture ispirate alla “cultura di strada”. A fine aprile sarà pronta, presso l’impianto sportivo “Engel Ossanna”, la nuova pista da skateboard, a cui si aggiungeranno anche dei canestri per “streetbasket”, un tipo di pallacanestro giocato principalmente per strada in campetti fatti di asfalto o cemento – quello tipico di molte scene da periferia urbana, che si vede spesso in serie e film, per intenderci. Le strutture vogliono offrire occasioni di ritrovo e socializzazione, anche per prevenire il disagio giovanile, che può portare, come dimostrano i fatti degli ultimi mesi e settimane, ad episodi di vandalismo. Le strutture sono quindi necessarie, ma non bastano a garantire che l’obiettivo venga raggiunto, perché gli spazi vanno poi gestiti. Un aspetto da non sottovalutare insomma, e proprio in quest’ottica il Comune ha pubblicato un avviso pubblico per avviare una collaborazione “con un’organizzazione senza scopo di lucro, in grado di garantire che la fruizione degli spazi avvenga, seppur in un contesto libero e informale, nel rispetto delle principali regole di civile convivenza, fornendo anche un contributo educativo e formativo.” si legge nel testo dell’avviso. “Vorremmo creare un posto informale più libero, in cui i giovani abbiano una figura di riferimento che sentono autorevole, ma vicina a loro, che parli con il loro linguaggio.” fa sapere Paolo Brunini, direttore dell’ufficio sociale e cultura del Comune di Laives e responsabile di questo progetto, che vede la stretta collaborazione dell’assessora al sociale Furlani e dell’assessore allo sport Luca Dallago. L’idea è anche allargare gli orari di apertura alla sera. Insomma, dei passi importanti per creare uno spazio informale che parla il linguaggio dei ragazzi e delle ragazze di oggi, ma anche un punto in cui i giovani possano incontrarsi e “sfogarsi” in una dimensione fisica e reale – quello che, per molte generazioni passate, era il classico cortile, o muretto in cui ritrovarsi. Continueremo a seguire gli sviluppi del progetto, che speriamo possa “fiorire” con la primavera in arrivo. Su tutt’altro fronte, dovrebbe essere ultimato invece entro maggio il campo di padel.
Qui Intervista a Rolando Tessadri, un artista che vive a Salorno da sempre. Ha due figli di 17 e 21 anni che gli danno tante soddisfazioni e qualche grattacapo. È insegnante e ama ascoltare le sue studentesse e i suoi studenti. Dipinge da quando era bambino e nel corso degli anni ha esposto in molti spazi pubblici e gallerie private, sia in regione che nel territorio nazionale. Si è occupato anche di tecniche della vetrata. Di recente la Provincia di Bolzano ha acquisito una sua opera, che sarà messa a disposizione della collettività attraverso Artoteca.
La cosa che mi piace di più di me. La mia pazienza.
La volta che sono stato più felice. Quando sono nati i miei figli.
Da bambino sognavo di diventare… Un artista, naturalmente.
La persona che invidio di più. Penso che gli artisti in genere nutrano invidia verso tutti i propri colleghi, ma siano anche molto abili nel dissimulare questo loro stato d’animo.
Un libro da portare sull’isola deserta. Porterei un film: Il posto delle fragole.
L’ultima volta che ho perso la calma. Non me lo ricordo.
La mia occupazione preferita. Dipingere.
Il Paese/luogo dove vorrei vivere. Un Paese caldo, dove non viene mai inverno.
Il colore che preferisco. Se devo scegliere, scelgo il rosa.
Il fiore che amo. La rosa, ovviamente.
Il mio piatto preferito. Mi piace la cucina orientale.
ll mio musicista preferito. Il mio quasi compaesano Anton Webern.
Il mio pittore preferito. Malevic.
Del mio aspetto non mi piace. Che sto invecchiando.
Non sopporto… I conflitti.
Dico bugie solo… A me stesso, ogni tanto.
La mia paura maggiore. “Che il cielo mi cada sulla testa”.
Il giocattolo che ho amato di più. La spada di Zorro il giustiziere.
La disgrazia più grande. Crescere troppo in fretta.
L’oggetto a cui sono più legato. I miei occhiali da lettura.
Il mio primo ricordo. Il tavolo dei pastelli, alla scuola materna.
Dove mi vedo fra dieci anni. Mi auguro di poter essere ancora nel mio studio a dipingere.
Per un giorno vorrei essere… Zorro!
Se fossi un animale, sarei… Sicuramente un gatto d’appartamento.
Dai fiori al ghiacciaio: questo è lo slogan lanciato dagli organizzatori dell’Asd Senales per la sfida più estrema che culminerà sulla cima del ghiacciaio Grawand a 3212 metri di quota.
Prima il duathlon ed il triathlon La “Ötzi Alpin Marathon” è sia duathlon che triathlon e in Alto Adige nel grazioso paese di Naturno, circondato dai meleti in fiore, il 9 aprile scatterà la prima frazione in mtb del triathlon che prevede un percorso totale di 42,2 chilometri e 3447 metri di dislivello, seguiranno poi i tratti da affrontare di corsa e con gli sci d’alpinismo. Nel paesaggio pittoresco di Madonna di Senales (1508 metri) avvolto dagli immensi prati verdeggianti gli atleti poseranno la mtb e si diletteranno nel tratto di corsa di 10,6 chilometri e con un dislivello di 503 metri. Madonna di Senales sarà inoltre sede di partenza per chi opterà per il duathlon, la nuova proposta lanciata dagli organizzatori.
Gli atleti immersi nella natura Si inizia a salire di quota, l’atmosfera e i paesaggi cominciano a cambiare e tra i sentieri nel bosco si intravedono il lago artificiale di Vernago (1689 metri) che, come quello di Resia, nasconde nelle sue acque il campanile dell’antica chiesa di “Leiter” costruita nel Settecento, e il suggestivo passaggio lungo il ponte tibetano in Val Senales. L’ultima fatica è tutta sugli sci e a Maso Corto (2011 metri) i partecipanti si infileranno gli scarponi e pronti via alla conquista della cima Grawand sul ghiacciaio della Val Senales. Saranno gli ultimi 6,5 chilometri e 1201 metri di dislivello più emozionanti della gara, sull’erta pista dei “Contrabbandieri” che porterà in cima all’area sciistica Alpin Arena Senales (3212 metri) dove la natura regalerà uno spettacolo pazzesco.
Una gara internazionale di monociclo Venerdì 8 aprile nel pomeriggio è in programma “Cyclocross Expert”, la gara internazionale di monociclo che sfilerà sulla via Municipio nel centro di Naturno. Il gardenese Georg Piazza, vincitore di ben due edizioni nel 2016 e nel 2012, ha già prenotato il pettorale così come Laura Mazzucco che ha centrato la vittoria nel 2007 e nel 2008. Scorrendo la lista iscritti troviamo anche Andreas Crivellin e Anton Steiner, che si erano classificati rispettivamente settimo e decimo nell’edizione del 2019. A meno di un mese dal via dell’atteso evento sono già in molti ad aver confermato l’iscrizione. “Naturno…e io ci torno!” si leggeva in uno striscione posto all’arrivo nella scorsa edizione, tutti restano ammaliati dalle meraviglie che si trovano lungo il percorso e in molti non vogliono farsele scappare nemmeno quest’anno.
C’è stato il commissariamento, e poi la pandemia: periodi non facili per l’organizzazione di cerimonie, ma quest’anno finalmente si è tornati ad assegnare il Premio Solidarietà. Istituito nel 1991, il Comune di Merano dà un riconoscimento a coloro che operano volontariamente in campo sociale. Per l’anno 2020 è stato assegnato Oliver Schrott, per il 2021 invece a Ilia Conti. Ilia Conti assiste da anni in casa la madre lungodegente, un compiuto certo non facilissimo che rappresenta un alto esmpio di coraggio civile. Oliver Schrott è attivo da oltre trent’anni presso lo Jugenddienst ed è stato premiato in particolare per il suo impegno durante i periodi più duri della pandemia In passato del Premio, che consiste in un attestato e in un assegno di 3.000 euro, sono stati insignite le seguenti persone/associazioni: Barmherzige Schwestern Gratsch (1991), Avuls Associazione volontariato nelle unità socio-sanitarie (1992), Josef Trafojer (1993), Maria Bomé (1994), Verband Angehörige und Freund psychisch Kranker (1995), Conferenza di San Vincenzo Santo Spirito (1996), Vinzenzvereine (1997), Mario Debortoli (1998), Katholischer Verband der Werktätigen Bezirk Meran (1999), Centro di aiuto alla vita (2000), Aiutami-Hilf mir (2001), Frauen helfen Frauen (2002), Etica mundi (2003), Anna Marx (2004), Tullio Mantovan (2005), Schwester Gabriella (2006), Gina Abbate (2007), Weisses Kreuz Jugend Sektion Meran (2008), Comitato organizzazione eventi Pro Emergency (2009), Margreth Schwemmbacher (2010), Paola e Anselmo Aderenti (2011), Wilfried Erckert (2012), Alpidio Balbo (2013), Herta Vitroler (2014), Asci Esploratori d’Italia Merano 3, Guide e Scout Cattolici d’Europa Agesci Merano 1 (2015), Linda Sulzenbacher ed Edeltraud Kofler (2016), associazione Circle e Centro d’Ascolto Decanale della parrocchia San Vigilio di Maia Bassa (2017), Roberta Fontanari e Maria Theresia (2018), Rodolfo Zanon e Johanna Hofer (2019).
Qui Intervista a Lisa Ladurner, donna ambiziosa con una passione sfrenata per il suo sport, è l’allenatrice e caposezione della società Sportclub Merano di ginnastica artistica. Il tempo lo dedica alle sue due famiglie: a suo marito e ai suoi figli ma anche alla ginnastica. Lisa ama mettersi in gioco, non si tira mai indietro e pensa che ad ogni problema sia possibile trovare una soluzione.
Il tratto principale del mio carattere. Sono una persona molta aperta e mi piace interagire con la gente, sia adulti che bambini.
La cosa che più mi piace di me. La mia grinta.
Il mio principale difetto. Faccio fatica a dire di no, anche se a volte ho le “pile scariche”.
L’incontro che mi ha cambiato la vita. L’incontro con la ginnastica. Questo sport mi ha insegnato a non arrendermi mai e mi ha regalato bellissimi ricordi e grandi amicizie.
La mia gioia più grande. La mia famiglia.
La volta in cui sono stata più felice. Quando ho abbracciato per la prima volta i miei figli.
E più infelice. Il funerale di mia nonna.
Da bambina sognavo di diventare… Una veterinaria.
Non sopporto… La guerra.
Un libro che porterei su un’isola deserta. Fifty Shades Of Grey.
Il giocattolo più amato. Un cavallino.
Il mio cantante preferito. James Blunt.
Il pittore che amo. I miei figli.
L’oggetto a cui sono più legata. La fede.
Il mio motto. “Ogni volta che un ostacolo ti sembra insormontabile, girati a guardare tutti quelli che hai già saltato”.
Il piatto preferito. La Tartare.
Dove mi vedo tra dieci anni. In giro con il camper.
Il paese dove vorrei vivere. Sto bene qui!
La persona che ammiro di più. Mia nonna.
La mia occupazione preferita. Fare l’allenatrice.
Per un giorno vorrei essere… Alle Maldive.
Di Merano apprezzo… Il fatto che sia una città tra le montagne, ma non troppo lontana dal mare.
Di Merano non mi piace. La violenza tra i giovani.
L’ultima volta che ho perso la calma. Quando mio figlio ha buttato la palla nella pentola e tutta la casa era piena di sugo.
Un sogno nel cassetto. La realizzazione di una palestra dedicata alla nostra società: una casa per la nostra grande famiglia.