Nei secoli immediatamente precedenti la rovinosa invasione romana del 15 a.C., che condusse al crollo della civiltà retica alpina, sul conoide di Laives era insediato un consistente nucleo di persone dedite principalmente alla coltivazione della vite.
Nelle abitazioni di pietra e legno e soprattutto negli edifici di pertinenza risalenti a quel periodo sono stati ritrovati, accanto a macine e telai, utensili per la spremitura dell’uva e la conservazione del vino. Siamo dunque in presenza di una collettività agricola organizzata e capace, oltretutto, di intrattenere rapporti di scambio culturale e commerciale con comunità limitrofe sia a nord che, soprattutto a sud. È infatti evidente il legame che ancora unisce questi individui al mondo mediterraneo-etrusco, del quale peraltro utilizza già in quel periodo l’alfabeto. È pure indiscutibile che questa popolazione iniziò ben presto a confrontarsi anche con una realtà decisamente superiore e in costante espansione come quella romana, che di lì a poco ne avrebbe sancito la definitiva scomparsa.
Possiamo dunque affermare senza ombra di dubbio che i Reti di Laives, anche dopo aver abbandonato il secolare sito sulle sponde del rio Vallarsa per stabilirsi ai margini delle campagne paludose della valle dell’Adige, dove forse era più immediato il contatto con i viandanti che iniziarono a transitare tra Roma e l’Europa settentrionale, erano non solo abituati a interagire in vari modi con l’universo romano ma ne vennero influenzati in modo via via crescente fino a non distinguersi quasi più dai potenti vicini. I Romani, da parte loro, descrivevano i Reti anche romanizzati della zona come persone brute e inaffidabili, giacché erano all’ordine del giorno assalti e saccheggi nei confronti dei viaggiatori in transito sulla rete stradale tra Tridentum e Pons Drusi.
In una delle 14 case retiche scavate in località Reif negli anni 80 del secolo scorso venne alla luce anche il cosiddetto “tesoretto di Laives”, 22 monete d’argento romane di un’epoca compresa all’incirca tra il 155 e il 115 a.C. I preziosi denari erano stati interrati in una di quelle case forse già abbandonate con l’evidente intenzione di sottrarle alle attenzioni di chi le cercava. Non è infatti difficile immaginare la provenienza di quel gruzzolo, che difficilmente poteva essere stato accumulato da un “bacan” del tempo nel corso di una vita lavorativa; molto più probabile si trattasse del bottino di un agguato ai danni di un commerciante romano forse rimasto anche vittima dell’aggressione lungo l’insidiose tracciato della vecchia via Claudia Augusta.
In foto principale: Una moneta ritrovata in località Reif
Copyright: L. Dal Rì
Autore: Reinhard Christanell