https://abo.athesiamedien.com/beleg-exemplar/f3a936409d9cc8f9621d26d03
Autore: Andrea Mercurio
QuiMerano – nr21 – 29.10.2020
https://abo.athesiamedien.com/beleg-exemplar/fda8c8e051484e39a43e26627
QuiBolzano – nr21 – 29.10.2020
https://abo.athesiamedien.com/beleg-exemplar/f41a94baf8feb52c606e01d6e
QuiBassaAtesina – nr21 – 29.10.2020
https://abo.athesiamedien.com/beleg-exemplar/f487c0b716d81a1f2967963a6
Covid19 e mancata esecuzione contratti
Il diffondersi del Coronavirus ha comportato – e tuttora comporta − la difficoltà, per molti privati e imprese, di adempiere alle obbligazioni derivanti da contratti già sottoscritti. Nel nostro ordinamento giuridico, si deve far riferimento agli articoli 1256 e 1467 del codice civile, che regolano i rapporti contrattuali nei casi di inadempimento per impossibilità sopravvenuta o eccessiva onerosità. Solo nei casi previsti da questi due articoli la parte è sollevata da responsabilità, può non adempiere e può chiedere la risoluzione del contratto, a causa di avvenimenti straordinari e imprevedibili, dandone comunicazione alla controparte.
Non vi è responsabilità per l’inadempimento se e quando:
- esso è estraneo all’evento straordinario che ha generato l’inadempimento;
- l’evento stesso era imprevedibile;
- l’inadempimento è insormontabile;
- in alternativa, l’inadempimento sarebbe astrattamente possibile, ma si configura la cosiddetta “eccessiva onerosità sopravvenuta”, intesa come un aggravio patrimoniale che alteri, sostanzialmente, l’originario rapporto di equivalenza, incidendo sul valore di una prestazione rispetto all’altra, ovvero facendo diminuire o cessare l’utilità della controprestazione; e ciò per un fatto straordinario e imprevedibile.
Alla luce del complesso quadro fattuale e legislativo in continuo divenire, non è semplice stabilire se il Coronavirus e/o le misure adottate dall’Autorità possano costituire valida causa di impossibilità o di sopravvenuta onerosità delle prestazioni contrattuali assunte dalle imprese o dai privati. Peraltro, già il Decreto Cura Italia del 17.3.2020 prevedeva espressamente che il rispetto delle misure di contenimento emanate è sempre valutato ai fini dell’esclusione della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi versamenti. Gli effetti giuridici del COVID-19 sui negozi stipulati, in sintesi, dovranno essere scrupolosamente valutati ed esaminati caso per caso, tenendo conto di una pluralità di fattori quali, a titolo meramente esemplificativo, i fatti portati a sostegno del ritardo e/o dell’inadempimento contrattuale, l’incidenza specifica degli stessi sulla prestazione, l’assenza di soluzioni alternative per l’adempimento, la portata del testo contrattuale e, non da ultimo, l’applicabilità della legge italiana alla fattispecie contrattuale.
Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira
Knurled Chicken Head chiudono in bellezza con un disco
Il gruppo musicale bolzanino ha appena pubblicato un album che suggella un percorso durato ben quattro anni. Caratterizzatisi con i loro testi demenziali e musica frizzante, i Knurled Chicken Head hanno divertito il pubblico cibandosi soprattutto delle dimensione live. E tale approccio traspare anche nell’album che raccoglie il “meglio” della produzione del gruppo.
Quasi quattro anni, trascorsi all’insegna di un rock demenziale garbato ma acuto e di esibizioni dal vivo che hanno fruttato loro un discreto seguito e meritati apprezzamenti: questo il bilancio positivo con cui i Knurled Chicken Head si congedano dal loro pubblico e dalla scena musicale bolzanina in contemporanea con l’uscita del loro primo ed ultimo disco, un CD (ma ne esistono anche tre copie in vinile) intitolato “Peso dunque suono”, secondo un’intuizione cartesiana del loro frontman Luca Nesler.
“A dire il vero – ci racconta il chitarrista e factotum strumentale-tecnico del gruppo Thomas Traversa – ci eravamo sempre concentrati sull’attività live. La sala prove era il luogo dove nascevano le canzoni, poi il lungo periodo di clausura imposto dal lockdown ci ha privati del piacere di suonare in pubblico e abbiamo finito col decidere di registrare le nostre canzoni per farne un disco, visto che non si potevano più fare concerti.”

Rispetto alla formazione a quattro con cui il gruppo si è fatto conoscere e applaudire fin dagli esordi (quando tre di loro erano ancora teenager) e che era composta, oltre che da Nesler e Traversa, dalla bassista Maddy Ansaloni e dal batterista Stefano Costa, i Knurled Chicken Head presenti nel disco sono solo tre: “È la maledizione dei bassisti – scherza Nesler –, tipica della storia della musica… In realtà a un certo punto Maddy aveva altri progetti e altre idee su quello che voleva fare; così abbiamo cercato un altro bassista, ma entrare in un gruppo come il nostro non è automatico, non basta essere un bassista, bisogna entrare nello spirito della band, così alla fine abbiamo deciso di rimanere in tre, Stefano, Thomas e io. Anzi ad un certo punto Thomas ha deciso che fosse meglio che io smettessi di suonare la chitarra e visto che si trattava di fare un disco, a parte la batteria, tutto il resto lo ha suonato lui e si è occupato anche di tutta la parte tecnica relativa alla produzione.”
In realtà oltre a continuare a essere la voce principale del gruppo, Luca Nesler ne è sempre l’anima per quanto riguarda le idee di base e poi si è occupato anche della parte grafica, realizzando il disegno e il logo di copertina. Col risultato, che pur trattandosi di una produzione indipendente (a loro piace definirsi indiemenziali), i Knurled Chicken Head hanno saputo realizzare un prodotto ruspante (come si addice ai polli, visto il loro nome), sincero, immediato, divertente, con dieci canzoni della durata media di quattro minuti, ma talvolta anche più lunghe che propongono un sound schietto, talvolta decisamente rock, talaltra vagamente latineggiante, in un caso persino blues, con testi che vanno da vicende romanticomiche (“Friendzone Blues”) a riflessioni sul cambiamento climatico (“Hot Granita”) al puro divertissement (“La storia di Hoolo”).
“La nostra regola – ci spiega Nesler – è che quando pensiamo a un brano, per prima cosa deve divertire noi, in sala prove ci facciamo delle pazze risate mettendo giù le canzoni. E sarebbe una pretesa esagerata voler divertire gli altri se non fossimo noi i primi a divertirci. Io mi occupo quasi totalmente dei testi, Thomas delle musiche, Stefano sta un po’ nel mezzo perché comunque il metodo che seguiamo è lasciare che ciascuno possa intervenire nel lavoro dell’altro. In due casi, i testi non sono miei: in ‘Solanum Lycopersicum’ ci siamo divertiti a musicare il testo di una definizione di Wikipedia, nella fattispecie quella relativa al pomodoro; in ‘35 nuovi membri’ invece, che è già apparsa nella compilation di Musica Blu Music Journal lo scorso anno, abbiamo preso pari pari e musicato il testo dello spot televisivo per le elezioni provinciali. Ci è stato detto che musicalmente è il pezzo migliore del disco ma che il testo è il peggiore… per forza, non l’ho scritto io!”
Purtroppo, come si diceva in apertura, il disco è anche il capolinea della giovane formazione: “La vita ci ha portato a intraprendere strade diverse – conclude Traversa –, Stefano ce lo aveva sempre detto che sarebbe andato a studiare via da Bolzano, fin che eravamo tutti studenti delle superiori ed eravamo qui, tenere su il gruppo era fattibile. Ma aveva messo le mani avanti dicendo che con l’inizio dell’università avrebbe lasciato il gruppo e così è stato, ha già smontato la batteria e l’ha portata via dalla sala prove… Sala di cui c’è da pagare un affitto e noi siamo rimasti in due… Vorremmo però riuscire a organizzare un concerto finale, per salutare il nostro pubblico. E diciamo pure che comunque si tratta di uno scioglimento ufficioso: se ci fossero le giuste premesse non esiteremmo a tornare!”
Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo
Un grazie agli inventori dei Prati del Talvera
L’unione fa… la bellezza. è infatti bello ciò che viene ricordato, dal luglio 1974, dalla scritta bilingue, incisa su una lastra di pietra posta su un gruppo di massi, nei pressi della prima panchina di pietra della Passeggiata Lungo Talvera Bolzano.
A riconoscenza delle prestazioni del II reggimento genio del IV corpo d’armata e dell’azienda speciale bacini montani per la sistemazione del letto del talvera – luglio 1974 – l’amministrazione comunale.
Fu una vera unione d’intenti a portare la Wasserpromenade del 1905 alla realtà oggi nota, e ammirata, come Prati del Talvera: è un polmone verde che giornalmente attira bambini, sportivi, anziani; vi si trovano spazi attrezzati per dimostrazioni sportive e popolari, campi sportivi, strutture per bambini. Per conseguire tutto ciò dal 1970 al 1973 lavorarono in molti: il progettista Michele Lettieri, docente di topografia all’Istituto per geometri, l’assistente Primo Turato, ma anche gli studenti dell’Istituto che si esercitarono nel rilevamento del greto del Talvera. Per l’incanalazione del corso d’acqua fu preziosa l’opera dei militari, con l’ausilio di automezzi, escavatrici e altro, del 2° Reggimento Genio del IV Corpo d’Armata. Dopo i lavori di sistemazione idraulica da parte dell’Azienda speciale bacini montani, fu poi la volta degli operai della Giardineria Comunale, diretti dall’esperto Gildo Spagnolli, che ricoprirono di terra vegetale quanto l’Azienda bacini montani aveva sapientemente sistemato. A tale Azienda si deve anche la costruzione della poderosa briglia selettiva, volta a trattenere il materiale solido. La golena sinistra del Talvera divenne così man mano un’oasi verde, a disposizione di tutti. Fu esempio di fattiva collaborazione e sinergia di persone ed Enti, come Provincia, Comune…
Che dire? A chi ha creato e a chi mantiene bella tale realtà, un caloroso grazie da tutta la città.
Autore: Leone Sticcotti
La “Au” tra Bolzano e Laives
La piana di Bolzano, caratterizzata dalla presenza di due fiumi impetuosi quali l’Adige e l’Isarco, che nel corso dei millenni l’hanno plasmata e poi rimodellata un’infinità di volte (pare che dopo l’ultima era glaciale si sia alzata di oltre 100 metri), copre un’area molto ampia che arriva fino alla periferia di Laives. Dal medioevo in poi, quando Laives e Bolzano formavano un’unità politico-amministrativa (definitivamente spezzata dal nuovo ordinamento comunale asburgico del 1849), la maggior parte di questo terreno era dominio pressoché incontrastato dei due fiumi e soltanto nei periodi di “magra” era adibito a pascolo del bestiame cittadino e ad attività occasionali quali raccolta di legname, pesca e coltivazioni stagionali del tutto marginali. Tuttavia, fin dal 1550 sono note ripetute disposizioni del governo di Innsbruck che suggerivano insistentemente un utilizzo più razionale dell’enorme area e, soprattutto, la bonifica della stessa da una pletora di personaggi dediti al malaffare che impedivano il pacifico transito di persone e merci, già allora molto intenso grazie alla presenza alle porte di Laives del porto di Bronzolo. Insomma, la tratta stradale (poco più di un tratturo) tra Bolzano, Unterau (S. Giacomo), Sissa (Pineta) e il comune rurale di Laives era infestata da fuorilegge di ogni lega, una sorta di far west che costringeva i viandanti a viaggi avventurosi per non farsi depredare dei propri beni e della stessa vita.
I suggerimenti governativi andavano nella direzione di una bonifica anche parziale del terreno paludoso e dell’assegnazione di piccoli appezzamenti alle famiglie indigenti del luogo affinché vi potessero coltivare i beni di prima necessità e nel contempo garantire la sicurezza della pubblica via. Ma le resistenze a questi progetti non mancavano, in quanto la “Au” (augia), sia a nord che a sud dell’odierno Agruzzo, rappresentava l’unico pascolo dei cavalli e buoi degli allevatori e dei carrettieri della zona. Al termine di una lunga controversia tra Bolzano, Dodiciville e Laives, fu raggiunto un accordo che prevedeva l’assegnazione della parte settentrionale della “Au” al Comune di Bolzano e quella a sud del Vurza, con un’estensione di circa 100 ettari, al Comune di Laives. Dodiciville mantenne alcuni diritti (come la raccolta della paglia) su entrambi i territori.
Nei primi anni il Comune di Laives non modificò la destinazione dei terreni che in sostanza rimasero pascolo, e solo in seguito alla riforma agraria di Maria Teresa e alla definitiva regolazione dell’Adige iniziò a migliorare anche i fossati e ad assegnare i terreni (le odierne “part”) ai contadini del luogo.
In foto principale: Vista di Laives negli anni ’40
Copyright: Gianni Beordo
Autore: Reinhard Christanell
I Parassiti #5: la dorifora
Il mito della dorifora paracadutata dagli Americani sui territori nemici è la reputazione di questo coleottero, divenuto famoso durante il secondo conflitto mondiale, soprattutto per essere la causa primaria dei danni all’agricoltura subiti della Germania. Addirittura, anche dopo la fine della guerra continuarono paure, speculazioni, congetture e supposizioni, più o meno fantasiose, da parte di alcuni Stati dell’Europa dell’Est nei confronti della mano che aveva diffuso questo flagello. Nelle scuole, nelle stazioni, negli uffici postali furono affissi proclami di mobilitazione generale; fu ingaggiata anche “La formica Ferda”, popolare eroina dei fumetti! Nei campi, schiere di studenti guidati da adulti catturavano la dorifora tra le file di patate gettandola in una bottiglia contenente petrolio. Anche il socialismo premiava chi ne raccoglieva di più, mentre puniva coloro che si opponevano alla collettivizzazione dei campi e tradivano la patria infischiandosene della lotta all’ultima patata. A metà degli anni Cinquanta, a un certo punto, gli Usa dovettero intervenire. L’ambasciata americana a Praga inviò al ministro dell’agricoltura una nota dove, ironicamente, smentiva le presunte responsabilità americane nella diffusione della piaga: “L’ambasciata dubita che la dorifora, anche nella forma più vorace, possa consumare l’amicizia che lega i nostri due paesi.” Originaria del Messico e del Colorado, in realtà, la dorifora era presente in Inghilterra già dalla seconda metà del 1800. In Europa si diffuse rapidamente durante il secondo conflitto mondiale, nascosta tra gli approvvigionamenti militari. In Italia giunse nel 1944. Facilmente riconoscibile anche da un occhio inesperto per via delle strisce nere sul corpo di colore giallo ocra è un defogliatore naturale. Presenta tre generazioni all’anno e quattro stadi di sviluppo: A) uovo (giallo/arancio) B) larva (capo e zampe nere e due file laterali di placche nere lungo l’addome arancio) C) pupa D) adulto. Già le larve rovinano le colture. I danni riguardano l’apparato fogliare. Colpisce le solanacee, patate in primis, ma anche melanzane e più raramente pomodori e peperoni.
Rimedi: 1. Rimozione manuale. 2. Olio di Neem (Azadirachta indica): un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua ed irrorare di sera tramite spruzzino – Carenza 3/6 giorni. 3. Bacillus thuringiensis (varietà kurstaki e tenebrionis), insetticida biologico a base di batteri sporigeni estremamente selettivi in grado di uccidere le larve di lepidotteri. È totalmente innocuo per gli impollinatori e anche per le coccinelle. Carenza: 3 giorni. 4. Piretro naturale: 2 ml da diluire in 500 ml di acqua con l’aggiunta di un cucchiaino di aceto, irrorare la sera tramite spruzzino. Carenza: 3 giorni. 5. L’imenottero parassitoide oofago Edovum puttleri. 6. L’antagonista predatore Zicrona caerulea.
Autore: Donatello Vallotta
Una “Città Giardino” frutto del sogno di due illuminati
C’è una differenza sostanziale che caratterizza Merano dalle altre città dell’Alto Adige: la grande quantità di verde, anche all’interno dei propri spazi urbani. Per rendersene conto, oltre che godere dei propri viali alberati, parchi e giardini pubblici o privati, basta osservare anche solo distrattamente una immagine della città dall’alto. Ma tutto ciò non è frutto del caso: durante la progettazione dell’evoluzione di Merano come meta turistica, venne chiamato dall’allora sindaco l’urbanista Theodor Fischer, che venne incaricato di elaborare un progetto – impervio compito – e di collegare l’antico centro storico con la nuova stazione ferroviaria. Fischer guardò all’Inghilterra e alle “città giardino”, sull’impronta degli architetti utopisti, che stavano sorgendo in quel periodo. L’idea di base era quella di creare quartieri isolati circondati da “cinture verdi”, entro i quali porre gli edifici. Nel caso di Merano si trattava dei grandi alberghi, le ville, le residenze e gli edifici di servizio.

Così facendo, i grandi complessi alberghieri come il Bellevue, Europa, Excelsior, Metropol ed altri, potevano godere di ampi e vasti giardini. Fischer tracciò l’asse viario dell’Hasburgerstrasse (oggi Corso Libertà), e su questo dipanò una trama, una griglia, con viali alberati ,entro i quali porre le costruzioni. Mentre lungo le sponde del Passirio vennero collocati gli edifici di servizio ai turisti e alla cittadinanza. Il teatro civico, il Kursaal, le passeggiate del Lungopassirio, quelle d’Estate, d’Inverno, Gilf, Tappeiner, i ponti della Posta e del Teatro. Fu proprio grazie a questa intuizione urbanistica che Merano assurse a metà del turismo internazionale. Parlavamo dei viali alberati,i quali ancora sono presenti a Merano: la pianta scelta fu il platano. Albero sacro ai Greci, rappresentava la Dea Madre ed era sempre vicino ai loro templi. Socrate faceva lezione all’ombra dei platani. Diffusa nel Rinascimento e cara a Napoleone (che la diffuse in tutta Europa) e anche alla Casa d’Asburgo che ne fece simbolo imperiale.
Merano quindi “Città Giardino” frutto di un sogno, realizzato, di un illuminato sindaco e un creativo urbanista, Theodor Fischer.
Copyright: IDM Alto Adige / Stefan Stefan Schütz
Autore: Flavio Schimenti