https://abo.athesiamedien.com/beleg-exemplar/f31de546e486dd82b488df976
Mese: Giugno 2020
QuiBolzano – nr11 – 4.06.2020
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QuiMerano – nr11 – 4.06.2020
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QuiBassaAtesina – nr11 – 4.06.2020
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26 gennaio 1934: una giornata a Laives
Un’epoca che per evidenti motivi ha segnato fortemente l’Alto Adige è quella del ventennio mussoliniano. Accanto al radicale cambio di indirizzo politico e amministrativo, anche in ambito economico e sociale i cambiamenti sono stati profondi e sconvolgenti. Basti pensare, per fare un solo esempio, alla proibizione della scuola tedesca e dell’uso di quella lingua in tutti gli ambiti pubblici introdotto già a metà degli anni venti.
Tuttavia in questa sede non ci occupiamo degli aspetti ampiamente risaputi di quel periodo ma soltanto di una notizia curiosa apparsa sulla stampa dell’epoca. Prendiamo infatti spunto da un articoletto comparso sul quotidiano di ispirazione fascista “Alpenzeitung”. A pagina 5, nella rubrica “Aus Bolzano Stadt und Land” (da Bolzano città e circondario), con il testo in tedesco ma tutti i nomi rigorosamente in italiano, spicca un articoletto che ci restituisce un quadro abbastanza fedele di quella che era la Laives dell’epoca. Nel pezzo si parla di un “Rapport des Fascio von Laives”, insomma della relazione annuale sull’attività del fascio locale. Scrive il cronista: “Ieri sera presso il dopolavoro ben adornato ha avuto luogo l’assemblea del fascio di Laives alla presenza del segretario federale Bellini, dell’ispettore di zona Maculan e del podestà Barone Altenburger.” Insomma, le massime autorità locali. Nel proseguire il cronista, riportando il discorso del segretario, ci dà delle informazioni sulle condizioni socio-economiche del paese: “Il segretario politico ha quindi illustrato lo stato nei campi, nelle numerose cave (importante ramo industriale del luogo), nella pubblica amministrazione (il bilancio comunale si è chiuso con un attivo di 30.000 lire), nei lavori pubblici (mezzo milione è stato speso per la scuola di S. Giacomo) e, anche, della grave disoccupazione. Ha infine esposto i desideri espressi dalla popolazione relativi ai prezzi (troppo alti) del biglietto del tram e del pagamento (sempre in ritardo) degli acconti ai produttori agricoli.” In particolar modo la disoccupazione di settanta persone e le misure a sostegno dei poveri sono state diffusamente trattate dall’oratore, come narrato dal cronista che riporta un altro dato interessante: “I soci del fascio sono passati dai 26 del 1932 ai 144 dell’anno successivo, i balilla da 45 a 181, le piccole italiane da 70 a 210”. Insomma, dopo un decennio, il fascismo aveva decisamente preso piede anche a Laives.
In foto principale: foto di gruppo a Laives negli anni Trenta
Autore: Reinhard Christanell
Il compost #3
Le mani sporche di terra e le unghie nere, i calli, la spalle anchilosate, la fronte madida, un fazzoletto sul capo e una sensazione di breve felicità. Per le genti uscite dalla guerra, sopravvissute alle devastazioni, alle privazioni, al grande silenzio della morte la terra era l’unica via. Curarla, coltivarla e mangiare dei suoi frutti una lezione di economia frugale. Ultimati i solchi per i trapianti con degli attrezzi di fortuna, quelle genti si crogiolavano all’ombra frondosa di grandi alberi, assaporando pane secco ammorbidito con aceto e un pizzico di sale. Il fruscio delle foglie innescato dalle brezze marine sovrastava ogni respiro, ogni pensiero. Lo sguardo veniva rapito dal volo radente di una farfalla. E, in quella conduzione dell’orto familiare, in un angolo fresco fra i gelsi e gli ulivi, spuntava un bancale rudimentale (la prima compostiera si direbbe), che conteneva un terriccio scuro, dal profumo di terra di bosco. Una sorta di restituzione al terreno degli scarti lasciati macerare. In quell’ammasso corvino aria, microrganismi, batteri, lieviti, attinomiceti e funghi hanno generato il compost. Questo spaccato rurale si contrappone con forza ai sistemi agricoli odierni, in cui i brevetti, la chimica e i pesticidi (con le loro pericolose derive) hanno campo libero, impoveriscono l’ambiente e minano la salute pubblica. Oggi anche noi possiamo “consegnare all’ambiente una goccia di splendore”: questo terriccio compostato ricco di biodiversità e molto equilibrato. In un grande contenitore coperto, assicurato ai venti, alle percolazioni e alla traspirazione, uniamo piccole quantità di terricci esausti, avanzi di cucina, di verdure, bucce di banane bio, fondi di caffè, di tè, gusci di uova di quaglia (quelle di gallina solo se tritate fini), scarti di giardino, rametti, sfalcio di prati, foglie secche, materiali degradabili, cartone, segatura e trucioli di legno non trattato. Ogni decina di giorni giriamone il contenuto e innaffiamo con parsimonia. Aggiungiamo una dozzina di lombrichi per velocizzare il processo. Evitiamo carne e pesce, cenere di sigaretta, gherigli di noci, agrumi e frutta troppo acquosa. Tempi: 60/90 giorni.
Ezio fai un concerto per l’ambiente?

anima dolce e sensibile
“Sono andato a ripassare cos’è l’ambiente. Ambiente in Italiano è l’unico aggettivo che in realtà è un verbo, è il participio presente del verbo ambire, cioè arrivare intorno. Quando è nato era l’essere intorno, i latini lo chiamavano “ambiens”, perché era l’aria, perché l’aria ci è intorno, ci circonda e poi era il Tutto e poi era la Terra. Era quello che abbiamo e anche noi siamo intorno.”
Autore: Donatello Vallotta
Il complesso monumentale del Nettuno in piazza Erbe
In piazza Erbe, per tutto il Medioevo e fino a pochi secoli or sono, all’angolo con i Portici lato Nord esisteva la “berlina” pubblica, il luogo dove cioè venivano esposti al pubblico ludibrio tutti coloro che avevano commesso reati.
La collocazione della berlina in tale zona non era casuale. Proprio lì di fronte, sempre all’inizio dei Portici, infatti era collocato il primo carcere di Bolzano.
Allora la giustizia era molto veloce e sbrigativa: chi aveva infranto la legge per qualsiasi motivo andava subito giudicato e condannato. Ma dopo secoli i bolzanini si accorsero che quel luogo – nel quale per tutto il giorno il malfattore sottoposto alla gogna veniva insultato, deriso o peggio – non proponeva proprio una bella immagine della città. I viaggiatori e i commercianti avevano infatti iniziato a frequentare in maniera esponenziale i numerosi alberghi e le locande della zona. Per ingentilire per sempre quel luogo fu allora deciso di cancellare la memoria del posto infausto. Per questo nel 1731 venne interpellato lo scultore Georg Mayr Junior da Fiè, figlio di Georg Mayr Senior realizzatore delle sculture della Via Crucis del Calvario al Virgolo. Allo scultore venne chiesto qualcosa che potesse rappresentare in maniera aulica la città di Bolzano. Nello stesso anno l’artista presentò il suo progetto, realizzando due modelli scultorei e prevedendo la realizzazione dei medesimi in marmo. Il progetto non piacque e venne bocciato. Mayr ci aveva pensato un po’ per riuscire a capire cosa potesse rappresentare la città e le immediate adiacenze. Essa, oggi come allora, è attraversata da tre corsi d’acqua: l’Isarco, il Talvera e l’Adige. E quale “entità suprema”, nella nuova ottica settecentesca, era predisposta a proteggere le acque? La risposta è Poseidone o Nettuno per i Romani. Ecco allora che il “dio delle acque” si candidava a diventare il nuovo protettore della città. Il progetto venne prima archiviato, ma poi riproposto dieci anni dopo da Sembrock, il quale propose di mantenere inalterato il sistema monumentale originario, sostituendo solo la parte inerente alla scultura del Nettuno da realizzare in bronzo. Il numero 3, relativo ai corsi d’acqua sopra citati, è ricorrente in ogni parte del monumento. La parte basamentale in marmo che sostiene la struttura soprastante ha una articolazione polilobata, dalla quale si dipartono tre mensole a volute, che sorreggono altresì tre catini in bronzo a forma di conchiglia, sui quali si riversa l’acqua che sgorga dai tre delfini sostenuti dalla figura possente del Poseidone. Esso – fuso in bronzo nel 1744 e realizzato da Gioacchino Reis – ha la struttura ieratica della statuaria greca, mentre brandisce il tridente. Un unico basamento in marmo su tre gradini costituisce il complesso monumentale al quale vengono affiancate due fontanelle laterali di foggia settecentesca, con la vasca sempre a forma di conchiglia.
Il manufatto, dopo alterne vicende, venne ultimato nel 1777, ben 46 anni dopo il progetto iniziale di Georg Mayr.
In foto principale: La fontana situata in piazza Erbe all’inizio dei Portici
Copyright: s74 / Shutterstock.it
Autore: Flavio Schimenti
Silvius Magnago, la politica e l’autonomia di tutti
Dieci anni fa moriva uno degli ultimi testimoni e certamente uno dei principali protagonisti del percorso storico che ha portato all’autonomia altoatesina. Silvius Magnago era nato a Merano nel febbraio del 1914, a pochi mesi dallo scoppio della guerra che avrebbe visto, al suo esito, la divisione del Tirolo storico.
Magnago è stato certamente uomo di parte, ma al tempo stesso anche un “uomo ponte”. È l’incarnazione del confine con tutte le sue contraddizioni. Della frontiera che è muro e ponte, che separa e unisce, che chiude relazioni e mette in comunicazione. È la stessa biografia di Magnago a proporlo come icona di un mondo che evolve nella dialettica delle sue antinomie. Figlio di una coppia mistilingue, papà trentino, mamma di lingua tedesca (del Vorarlberg), crebbe in un’epoca di dittature, partecipò a una guerra “sbagliata” e tornò a casa mutilato.

“Nel maggio 1945 – mi raccontò lo stesso Magnago qualche anno fa – ho trovato un Paese democratico che muoveva i primi passi. Parlando alla mia generazione ho subito cominciato a dire: non è il momento di stare con le mani in mano, solo perché la dittatura è finita. In quel periodo milioni di tedeschi venivano espulsi dai Paesi dell’Est. Noi avevamo avuto la ‘fortuna’ di poter restare o ritornare nella nostra terra. Mi sono sentito in dovere di impegnarmi a favore del mio gruppo linguistico e di quello ladino, che erano stati oppressi durante la dittatura, ora che c’era la libertà di farlo. E ho imparato ad apprezzare questa libertà man mano che l’ho conosciuta. Noi, sotto la dittatura, non avevamo conosciuto la libertà e la libertà non si apprezza se non si conosce.”
Nel nome della libertà scelse la politica anziché la violenza. Non fu un nazionalista ed ebbe chiare le prospettive dell’autonomia e di una realtà plurilingue. Già negli anni Ottanta ribadiva in ogni occasione che la nostra non è un’autonomia “a favore di un solo gruppo linguistico”, ma è un’autonomia “territoriale”, cioè di tutti.
In foto principale: Silvius Magnago a castel Firmiano con Elmar Pichler Rolle
Autore: Paolo Bill Valente