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Mese: Novembre 2020
Lo “stradon” di Laives
Sarebbe curioso sapere quanti ragazzi di Laives abbiano mai sentito parlare dello “stradon”. Probabilmente pochi, o forse nessuno. Invece fino agli anni ’70/’80 del secolo scorso quasi nessuno usava il nome ufficiale della via principale di Laives, si chiamasse Nazionale o, successivamente, J.F. Kennedy. Per la maggior parte dei laivesotti la via che dal tabaccaio “Sergio” (oggi “Barbon”), fino al dopoguerra capolinea del tram, conduceva in linea retta all’hotel Ideal e, dopo una semicurva, ai bar Defranceschi/Ravina e Nazionale/Manzana, era semplicemente “el stradon”.
Lo stradon era, in un certo senso, un territorio extraurbano che ospitava un avvenimento che nulla aveva a che vedere con la vita quotidiana del paese. Gli oziosi di allora raggiungevano la “piazza” o “crosara”, uno spazio comune del quale era rimasto solo il nome proprio per fare posto allo stradon – che in precedenza s’insinuava tra i muri a secco e le case in via D. Chiesa e Marconi – e sostavano per ore sul ciglio della strada o seduti sui gradini del “Caracristi” o, di fronte, del Consorzio Agrario. Lo spettacolo che andava in scena, specialmente da Pasqua ai Morti, era quello del transito di un cordone interminabile di colorate autovetture germaniche dirette al Garda o ai lidi adriatici, luoghi fantastici mai visitati dalla gioventù locale. Il traffico, in quegli anni di boom economico, era intenso, e si faceva in tempo a scrutare le facce straniere all’interno delle vetture che procedevano a passo d’uomo. Ogni macchina uno scambio di occhiate compiaciute, un commento salace, o, spesso, il gelo dell’indifferenza. Insomma, lo stradon era un nastro su cui transitavano, insieme alle ore vuote d’estate, sogni, visioni, storie di vite sconosciute. Questo enorme spettacolo conobbe il suo epilogo l’anno in cui entrò in funzione l’autostrada del Brennero. D’un colpo, lo “stradon” divenne una via paesana. Vi sistemarono perfino un semaforo, dove prima un autorevole vigile urbano indirizzava con gesti solenni le macchine teutoniche verso mete inesplorate. Eh già… Chi ancora si recava in “crosara” ora vedeva solo facce note, macchine di amici e conoscenti. Insomma uno spettacolino casereccio che nulla aveva a che vedere con il colossal di prima. Ma da dove prese il suo nome quella strada? Dobbiamo tornare indietro nel tempo di secoli, forse di un paio di millenni. Infatti questa via è antichissima e probabilmente non è mai stata abbandonata dal tempo dei Reti in poi. Ai piedi della montagna collegava, in alternativa al ramo della via Claudia Augusta d’Oltradige, Ora, Bronzolo, Laives, Sissa (Pineta), S. Giacomo e Pons Drusi. E proprio in epoca medievale, quando vi transitavano gli sfavillanti cortei degli imperatori germanici diretti a Roma, prese quel nome un po’ ridondante di “stradon” (tridentino).
Copyright: Gianni Beordo
Autore: Reinhard Christanell
Stop allo sport, ma gli atleti non mollano
Il momento che tanti temevano è arrivato: palestre e piscine chiuse. Ancora una volta gli sportivi e le sportive si trovano a dover fare i conti con un altro stop e a non poter proseguire con gli allenamenti. A raccontare delusione, tristezza, ma anche rabbia, ci sono cinque ragazzi e ragazze di discipline sportive differenti: Sofia Pellegrini, ginnasta, Nicola Balzarini, giocatore di pallanuoto, Chiara Peluso, pallavolista, Alberto Manca, calciatore e Alex Langebner, arrampicatore.
A causa delle nuove misure restrittive per cercare di arginare la pandemia, tanti atleti di tutte le età non possono più praticare il proprio sport. Per molti questo è un grande colpo da digerire: c’è chi si stava preparando per i campionati nazionali, chi stava recuperando proprio adesso con grande fatica la forma fisica a causa del primo lockdown e chi invece aveva appena fatto ritorno in palestra dopo la pausa estiva.
“Nonappena ho saputo che la nostra palestra avrebbe chiuso ho pensato subito alla mia partecipazione ai campionati nazionali di ginnastica artistica di dicembre. Senza l’allenamento sui quattro attrezzi è inimmaginabile poter presentare degli esercizi dignitosi in gara – spiega Sofia Pellegrini –Ero arrabbiata, triste e amareggiata perché dopo mesi di duro lavoro, sudore e costanti sacrifici, sentirsi dire che le palestre avrebbero chiuso un’altra volta mi ha spezzato il cuore”..

Così come la ginnasta, anche per Nicola Balzanini non è stato semplice digerire la notizia: “Per me è una cosa devastante non potermi allenare in piscina, perché a differenza degli sport praticati in palestra o all’aperto, io senz’acqua non posso fare nulla – spiega – il mio è uno sport di contatto, quindi speravo che potessimo almeno continuare con gli allenamenti individuali di nuoto, proprio adesso che stavamo recuperando faticosamente la nostra forma fisica.”

Sport vuol dire anche amicizia, compagnia e condivisione, e questo lo ricorda la pallavolista Chiara Peluso: “Non potermi più allenare in palestra per me vuol dire che mi mancheranno, oltre al divertimento e al momento di sfogo della giornata, anche gli incontri settimanali con le mie compagne di squadra – spiega – Tra una partita e l’altra era normale scambiare due chiacchiere: questa situazione oltre che portare a un peggioramento della nostra condizione fisica e tecnica, alla lunga si ripercuoterà anche su quella psicologica.”

“Quando mi alleno do il massimo per giocare la domenica – spiega Alberto Manca – ogni settimana aspetto il weekend solo per la mia partita. Non potermi allenare e giocare è una cosa che mi rattrista molto.”

Nonostante la criticità delle circostanze, gli atleti comprendono anche la necessità di queste misure restrittive. D’altra parte però, è molta l’amarezza: “Mi sembra ingiusto tutto questo, perché così viene tolta ai giovani la possibilità di vivere la loro passione, di inseguire i loro sogni, di divertirsi e stare con gli amici. Vengono privati di qualcosa per la quale hanno lavorato per settimane, mesi e anni, mettendoci impegno e dedizione e compiendo molti sacrifici”, sottolinea Sofia. Dopo la prima ondata primaverile, molte sezioni di vari sport si erano organizzate in modo da poter riprendere con gli allenamenti in sicurezza. Disinfettanti, sanificatori, gestione degli spazi, misurazioni delle temperature e molto altre misure sono state adottate, per garantire il diritto allo sport e quello alla salute. “In piscina sono state attuate tantissime misure di sicurezza e degli ottimi protocolli da seguire per evitare i contagi – spiega Nicola – Oggi però questo sembra non essere abbastanza e lo sport viene giorno per giorno messo da parte, insieme a tutti coloro che amano praticarlo. Perché a rimetterci non sono solo i grandi agonisti, ma dietro a ogni sport ci sono anche molti bambini e molte bambine: tanti di loro avevano iniziato da poco e si erano appassionati a una disciplina, altri invece la praticavano già da parecchi anni e stavano crescendo, migliorando. Ognuno di loro ancora una volta dovrà compiere un altro sacrificio e rinunciare al sano movimento.”
Lo sport può essere anche un grande hobby, come l’arrampicata per Alex Langebner: “Da otto anni pratico questa disciplina e sono arrivato al settimo livello. Grazie alla mia passione sono diventato istruttore e ho iniziato a gestire alcuni corsi di arrampicata, facendo così del mio hobby anche il mio lavoro. Oggi, non solo non posso allenarmi, ma in queste condizioni non posso nemmeno guadagnare.”

Gli atleti nonostante ciò non mollano e anche davanti alle difficoltà non si arrendono cercando di trovare delle soluzioni alternative per mantenersi in forma. “I nostri allenatori – spiega Nicola – nei giorni in cui avremmo avuto gli allenamenti, ci mandano degli esercizi da fare a casa o all’aperto individualmente, in modo tale da non farci perdere la forma finora acquisita.”
Così anche il mister di Alberto: “Il nostro allenatore ci ha suggerito di mantenere autonomamente la miglior condizione fisica possibile, sperando in una pronta ripartenza.”
Nel mondo della ginnastica invece, Sofia racconta come le sue allenatrici stiano trovando metodi di allenamento alternativi – a volte anche creativi – per cercare di tenere alto l’umore e per non far perdere la giusta motivazione. “Di certo stare fermi a fare niente e sperare che tutto questo passi in fretta non aiuta affatto. Perciò, anche se non possiamo entrare in palestra, ci manteniamo in forma svolgendo allenamenti alternativi a casa, collegandoci digitalmente con la nostra squadra o andando a fare un workout all’aperto. In questo momento particolare – continua– mi sento di dover ringraziare tutto il team di allenatrici, perché nonostante la situazione negativa, loro ci stanno sempre vicine, si impegnano a trovare nuovi metodi per non farci perdere la voglia, ricordandoci sempre di tenere duro e di non mollare mai.” Anche se il mondo dello sport attualmente è in crisi, di certo sono proprio i ragazzi a insegnare che la passione e la forza di volontà sono la cura migliore in questi tempi. Lo sport è salute, è essenziale.
Autore: Chiara Caobelli
Prima che sia troppo tardi…
L’autocritica è una virtù rara che i cattolici chiamano significativamente “esame di coscienza”. Personalmente penso che noi abitanti della provincia di Bolzano, e con noi i nostri governanti, dovremmo approfittare di questo nuovo lockdown per fare per lo meno una profonda riflessione.
Molti di noi in primavera hanno sperimentato per lo meno il significato se non addirittura gli effetti, in famiglia o attraverso i conoscenti, della grave malattia che ci sta mettendo in scacco. Ma è evidente che questa esperienza – ripeto: diretta o indiretta – non ha prodotto la necessaria profonda consapevolezza che porta a una generalizzata responsabilizzazione.
Tutti noi sapevamo che vi era un forte probabilità che il virus si rifacesse vivo dopo l’estate, ma molti di noi hanno preferito non pensarci o – peggio ancora – comportarsi come se niente fosse. E l’atteggiamento di questi molti, ahinoi, è stato di fatto promosso e giustificato, per lo meno indirettamente, dalla politica locale che – fino a quando ha potuto, ovvero fino a ieri – ha lasciato che le normali attività di aggregazione si svolgessero secondo consuetudine.
Non è dunque per uno scherzo del destino se la provincia di Bolzano, oggi, è una delle zone d’Italia maggiormente messe in ginocchio dalla seconda ondata di Covid-19. Una buona parte di responsabilità l’abbiamo tutti noi, che abbiamo potuto e voluto rischiare, tra l’altro supportati da un’autonomia decisionale che – mentre tentava disperatamente di mantenere larghe le maglie – allo stesso tempo creava disorientamento nella popolazione locale, notoriamente più ligia alle regole rispetto al territorio nazionale ma – appunto – spasmodicamente impegnata nel tentativo di capire quali fossero mai, queste benedette norme sempre più contraddittorie e mutevoli.
Da qualche giorno l’intero territorio provinciale è tappezzato di manifesti sui quali troneggiano due scritte: “prima che sia troppo tardi” e “adesso tutti” (intendendo con questo la necessità di utilizzare tutti, finalmente e correttamente, la mascherina).
Noi tutti sappiamo come si inserisce la retromarcia. Il problema è che non è così facile “scalare” dalla quarta. Ma ce la faremo, ne sono davvero certo.
Abbiate cura di voi!
Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale
La fondamentale differenza tra essere in rete o fare rete
La recente, seconda ondata pandemica che sta travolgendo l’Italia in questi giorni sta nuovamente portando alla luce quanto i dati stiano diventando sempre più importanti per prendere decisioni strategiche. Senza i dati siamo letteralmente ciechi, con i dati possiamo capire cosa sta succedendo. Non stupisce quindi che l’analisi del rischio di tracollo dei sistemi sanitari locali sia basata, ad oggi, sull’analisi dell’andamento di tutta una serie di dati fondamentali, come la velocità di trasmissione del contagio, il numero di posti occupati in terapia intensiva, e così via. Il problema è che questi dati vanno raccolti, raffinati, messi assieme, aggregati, trasformati. Come nelle ricette di pasticceria, ognuno di questi passaggi va effettuato con grande cura, attenzione e precisione: un singolo errore può pregiudicare il risultato finale. Altrettanto importante è assicurarsi la qualità della materia prima: dati grezzi che non rappresentano fedelmente la realtà porteranno, alla fine della catena, a prendere decisioni sbagliate. Per i tecnici informatici che si occupano di gestire e analizzare i dati, questo fenomeno è noto con il temine “spazzatura in ingresso, spazzatura in uscita”. Si tratta di un tema apparentemente banale, che però viene fin troppo spesso dimenticato: si parla sempre della “quantità” dei dati (i famosi “big data”), senza enfatizzare l’importanza della “qualità” dei dati. Le cronache recenti sul Covid-19 in Italia stanno, in modo drammatico, portando alla luce proprio questo tema: si parla di “dati che arrivano in ritardo”, di “buchi nei dati”, di “difficoltà nel comunicare i dati”, e così via. Ma come mai è così difficile “muovere” questi dati in modo corretto, in una società che ha a disposizione le più moderne e sofisticate tecnologie per la memorizzazione e l’integrazione dei dati? La risposta sta nel fatto che siamo sempre di più “in rete”, ma ancora non in grado di “fare rete”. E questa incapacità di coordinarsi collettivamente si trasporta purtroppo nei nostri sistemi informatici: invece di avere pochi sistemi capaci di scambiarsi direttamente dati “parlando la stessa lingua”, ci troviamo con migliaia di software diversi, isolati l’uno dall’altro, e che raccolgono dati con formati molto diversi. In questo contesto, ogni trasferimento da un sistema all’altro richiede che altri software, o l’uomo stesso, facciano da “traduttori”, con tutti i ritardi e gli errori che ne conseguono. Le tecnologie per risolvere questi problemi ci sono, sta a noi rimboccarci le maniche e smontare pezzo per pezzo questa torre di Babele.
Autore: Marco Montali
Quelle tre grandi Porte che raccontano la storia del centro
Ogni città di origine medievale, nei più dei casi, ha delle porte che cingevano l’antico nucleo urbano, e Merano non fa eccezione a tale assetto urbanistico.
Le porte a difesa della città, presidiate da truppe armate, la notte venivano a serrarsi. Durante il giorno esse si aprivano allo stupore di chi proveniva dagli altri centri minori, di questi poveri “villani” che udivano, forse per la prima volta, il vociare dei mercanti, dei vari venditori di spezie e di tessuti e del battere il ferro da parte dei maniscalchi.
Merano ha ancora tre di tali porte di accesso alla città: le porte Passiria, Bolzano e Venosta. A queste bisogna aggiungere anche la Porta Ultimo, demolita nel 1858 per allargare il tessuto urbano verso Corso della Libertà. Fra tutte queste, quella considerata la più importante è la Porta Passiria: dall’aspetto severo e arcigno, collegava Merano verso nord, verso i castelli di San Zeno e Tirolo, e in essa è ancora visibile il collegamento con la cinta muraria e tracce della serranda che ne chiudeva l’apertura. In corrispondenza aessa si apriva il ponte più antico della città con il corrispettivo sentiero verso la val Passiria.
Altra porta di notevole rilevanza, era la Venosta, attualmente adiacente al convento dei Cappuccini. Controllava l’ accesso della città da ovest e sotto di essa passavano le carovane dei mercanti veneziani e svevi che si recavano verso passo Resia. Merano su tali transiti godeva di particolari “privilegi imperiali” (dazi) su tali beni di passaggio. Menzionata dal 1290 è fra tutte quelle cittadine quella meno caratteristica, frutto di rimaneggiamenti del Diciasettesimo secolo.
Utilizzata per lungo tempo come prigione, su via delle Corse una lapide ricorda che Andreas Hofer il 28 gennaio 1810 fu interrogato dal generale francese Huard.
Fra quelle meglio conservate, si erge imponente Porta Bolzano: ha la forma tipica delle classiche porte cittadine altoatesine; come a Brunico, Bressanone o Glorenza su di essa sono impressi gli affreschi con gli stemmi della Casa d’Austria e un altorilievo tardogotico.
Merano a differenza di altre città, che hanno dovuto sacrificare il proprio storico tessuto urbano alla modernità, conserva queste perle caratteristiche che raccontano la sua storia.
In foto principale: (a sinistra) Porta Ultimo, demolita nel 1858,
(a destra) Porta Bolzano – copyright: ManfredK
Autore: Flavio Schimenti
The show must go on!
Nancy Travaglini, conosciuta come la cantante funky soul del gruppo “The Homeless Band”, oltre a essere un’insegnante di musica dirige i cori di due associazioni: Auser e Hands. Ha alle spalle tantissimi concerti, molti dei quali con il chitarrista Luca Pallaver con il quale ha già intrapreso due tour in Sardegna. Laureata presso il conservatorio Monteverdi, spera di concludere presto la specialistica per dedicarsi ad un’altra triennale ed approfondire lo studio del canto pop o jazz.
La cosa che mi piace di più di me stessa.
Cerco sempre di sorridere, nonostante tutto.
Il mio principale difetto.
Sono sempre stata molto permalosa… ma sto migliorando.
La volta in cui sono stata più felice.
Il mio primo giorno di lavoro in una scuola media come insegnante di musica. Uscita da scuola ho capito che è ciò che voglio fare nella vita.
La volta in cui sono stata più infelice.
Quando è morto mio papà.
Da bambina sognavo di diventare…
Come Whoopi Goldberg nel film “Sister act”. È, ad oggi, ancora uno dei film preferiti.
La persona che invidio di più.
Beyoncè. Cioè… che voce!!
La persona che ammiro di più.
Tante donne che ho conosciuto e che si fanno in quattro oltre al lavoro e i figli (compresa mia mamma).

Un libro da portare sull’isola deserta.
Indubbiamente “Harry Potter”.
L’ultima volta che ho pianto.
È successo pochi giorni fa, dopo una lunga serie di bocconi amari mandati giù.
Il paese dove vorrei vivere.
Italia e precisamente proprio Bolzano.
Il colore che preferisco.
Qualunque sfumatura di blu.
Il mio piatto preferito.
Essendo io una buongustaia è difficile indicare un piatto specifico. Mi sbilancio scegliendone due: gli spaghetti alla Sandrona (ricetta di mia mamma Sandra) e la coccoi di cibudda (piatto ogliastrino).
Non sopporto…
Quando le persone ti usano senza prestare attenzione ai tuoi sentimenti.
La qualità che preferisco in un uomo.
Che sappia cucinare.
La qualità che preferisco in una donna.
Quando una donna esce dallo schema della società (o meglio dagli schemi).
La disgrazia più grande.
Aver incontrato persone che hanno fatto male a me e alla mia famiglia.
L’oggetto a cui sono più legata.
L’orologio.
Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
Mi sono laureata. Se me lo avessero detto 10 anni fa non ci avrei mai creduto.
Il mio motto.
The show must go on!
Il mio primo ricordo…
La stanza da letto in cui dormivo con i miei due fratelli.
Dove mi vedo tra dieci anni.
Mi vedo come insegnante di musica e direttrice dei miei due cori.
Per un giorno vorrei essere.
Un gatto o un cane, per capire quello che provano.

Autore: Eleonora Gelmo
Alla scoperta dei giardini segreti di Bolzano, prima parte
Bolzano, come tante altre città europee, a partire dal XVII sec. inizia a circondarsi di giardini per lo più privati. I frutti di tale trasformazione li iniziamo a notare dalle vedute della città di Mattheaus Merian (1645). In prossimità di ogni complesso edilizio si cominciano a tracciare giardini ritagliati su forme geometriche ben distinte. Prendono cioè a codificarsi quelli che verranno chiamati “giardini all’italiana”, teorizzati e realizzati da Leon Battista Alberti, Bramante, Raffaello e Giulio Romano. Le masse arboree e gli elementi decorativi creeranno forme geometriche elementari, ambientate in uno spazio articolato secondo una visione prospettico-geometrica di significato essenzialmente architettonico. All’orto coltivato per la pura sussistenza quotidiana si sostituisce ora in città un luogo dove poter godere di piante esotiche od ornamentali e coltivazioni di fiori, per la pura soddisfazione visiva. A Bolzano tali luoghi erano sempre esistiti, ma erano unicamente relegati all’interno dei chiostri dei conventi o all’interno dei cortili dei castelli, ma con il Seicento, diventano spazio usufruito anche dalla borghesia e dalla nobiltà cittadina.
Fra quelli più belli, famosi, nascosti e ornamentali in città, troviamo il giardino di palazzo Toggenburg in via Castel Roncolo. Il blocco principale dell’edificio di origine medievale, che si sviluppa principalmente verso piazza Madonna, cela dietro di se uno dei giardini più belli di Bolzano. Il palazzo è frutto di diverse trasformazioni e diversi passaggi di proprietà, a partire dal 1602. Nel 1824 l’ingegnere Antonio Argenta di Fonzaso darà quindi al giardino parte della configurazione attuale. In prossimità dei blocchi principali degli edifici egli porrà due grandi aiuole di netta forma geometrica, una quadrata e una rettangolare, suddivise entrambe da quattro elementi parcellizzati da incroci geometrici intersecanti. Grandi cespugli e aiuole ne fanno una sorta di labirinto con al centro un perno visivo arboreo. Nel 1856 il conte Ludwig von Sarenthein, che in quel giardino tenne la prima mostra dei fiori di Bolzano, vi apportò altre trasformazioni. Vi piantò: cedri oggi ultracentenari, ginko biloba, faggi, macchie di bambù e camelie. Al Settecento appartengono, immersi nel verde, i busti delle Quattro Stagioni, opere in arenaria di indiscussa qualità artistica. All’Ottocento risale invece la statua di Venere accompagnata da Paride. Durante la stagione primaverile, ma anche autunnale, il giardino si riempie di una varietà cromatica di colori e di profumi, in grado di lasciare tuttora meravigliati tutti i fugaci astanti.
In foto principale: Un scorcio del giardino di Palazzo Toggenburg
Autore: Flavio Schimenti
QuiBolzano – nr22 – 12.11.2020
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QuiMerano – nr22 – 12.11.2020
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