Passione animazione

Massimo D’Amico è meranese d’adozione da circa 10 anni, ma è nato in Puglia a San Vito dei Normanni, uno degli splendidi borghi pugliesi in provincia di Brindisi. Oggi lavora come vice direttore di un negozio di alimentari. Per 20 anni è stato animatore turistico, professione che gli ha permesso di girare l’Italia. Le sue passioni sono rimaste il ballo e la recitazione, che continua a coltivare anche a Merano.

La cosa che mi piace di me.

Il mio essere sensibile, ma nello stesso tempo volitivo.

Il mio principale difetto.

Per mia natura mi fido troppo delle persone, il che non sempre è un bene.

La volta che sono stato più felice.

Da capovillaggio ho interpretato la commedia di Vincenzo Salemme “E Fuori Nevica”. L’apprezzamento del pubblico che mi ha tributato una standing ovation a fine spettacolo mi ha davvero commosso.

La persona che ammiro di più.

I miei genitori, Francesco e Giovanna, che insieme hanno saputo tirar su 10 figli affrontando ogni difficoltà.

Un libro sull’isola deserta.

“La cena di Natale”, di Luca Bianchini.

La mia occupazione preferita.

Animatore turistico. L’ho fatto per 20 anni ed è un’esperienza che mi ha cambiato fortemente. Per il resto sono un patito di Top crime, starei delle ore a guardarli.

Il paese dove vorrei vivere.

Nella nostra Italia, un posto che non scambierei con nessun altro luogo.

Il mio piatto preferito.

Parmigiana di melanzane e polpette al sugo, quelle che mi preparava sempre mia madre.

Non sopporto…

La gente falsa e l’ipocrisia. 

Per un giorno vorrei essere…

Dotato di poteri soprannaturali per sistemare alcune “cosine” a livello planetario.

La mia paura maggiore.

Ammalarmi e vivere nella sofferenza..

Nel mio frigo non manca…

Verdura, yogurt e peperoncino piccante.

Se fossi un animale sarei…

Sicuramente un leone.

Mi sono sentito orgoglioso quando…

Sono riuscito a far ballare più di 2000 persone in un villaggio inCalabria, quando ero capo villaggio.

Il mio motto.

Vivi e lascia vivere, volere è potere.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Mi piacerebbe regalarmi una crociera con la persona che amo.

Il giocattolo che ho amato di più.

Una riproduzione di Capitan Harlock, regalatomi a Natale da mia sorella Rita.

I miei artisti preferiti.

Renato Zero, Maroon 5, Lady Gaga, Michael Jackson, Mina.

Il dono di natura che vorrei avere.

Saper cantare.

Autore: Francesca Morrone

Una vita tra gli animali

Marco Mariotti nasce nel 1962 e si laurea in medicina veterinaria nel 1990 a Parma. Svolge la sua attività di clinico e chirurgo dei piccoli animali presso il suo ambulatorio a Egna. Negli anni, frequenta numerosi corsi in diversi ambiti della sua professione per approfondire le proprie conoscenze. Nel 2016 consegue il master in medicina del comportamento degli animali da compagnia, ampliando le sue competenze al loro benessere psico-fisico.

La cosa che mi piace di più di me.

Agisco con passione e intensità per raggiungere obbiettivi prefissati. 

Il mio principale difetto.

Sono un “testone”.

La volta che sono stato più felice.

Alla nascita di mia figlia Giulia. 

La volta che sono stato più infelice.

Il distacco dalle persone care mi piega.

Da bambino sognavo di diventare….

Un veterinario.

La persona che invidio di più.

Sono competitivo e ambizioso, ma l’invidia è un sentimento che non mi coinvolge. Poi la vita mi ha dato e mi dà tantissimo.

La persona che ammiro di più.

Ammiro chi riesce a esprimere la propria personalità e chi sa vivere emozioni con passione e coraggio.

Un libro da portare su un’isola deserta. 

“Al di là delle parole”, di Carl Safina.

L’ultima volta che ho perso la calma.

La perdo naturalmente! Importante per me è ritrovare l’equilibrio.

L’ultima volta che ho pianto.

Sono sentimentale ed emotivo. A volte mi lascio andare. 

La mia occupazione preferita. 

Il mio lavoro, la buona compagnia, i miei cani, lo sport e le camminate nella natura.

Il Paese/luogo in cui vorrei vivere.

Più che viverci vorrei esplorare e conoscere ogni anfratto di questo mondo. Amo viaggiare.

Il mio piatto preferito.

Carciofi, cucinati in qualsiasi modo.

Non sopporto…

L’arroganza e la presunzione.

Dico bugie solo…

Per scherzare.

La disgrazia più grande.

La perdita di Elda. Una carissima cugina che significava molto per me.

L’oggetto a cui sono più legato.

Mi lego agli oggetti che mi riportano alle persone care. Ho un piccolo gattino di ceramica (1 cm) che mi aveva regalato una carissima conoscente quando avevo 15-16 anni. 

La stravaganza più grande.

A Berlino, chiamato casualmente da un comico, sono salito sul palco durante il suo spettacolo. C’era tantissima gente e inizialmente mi chiedevo perché avessi accettato, ma poi mi sono lasciato trascinare ed è stato esilarante.

Per un giorno vorrei essere…

…in Africa ad ammirare gli elefanti.

Nel mio frigo non manca mai…

Qualche genere di conforto.

Malattie fungine: curare l’oidio

L’oidio, detto anche mal bianco, è una grave patologia che può avere un impatto significativo sulle rese. Segnalato per la prima volta nel 1847 a Parigi, l’oidio si diffuse rapidamente in tutta Europa e giunse in Italia nel 1851. È una malattia causata da funghi Ascomycota della famiglia delle Erysiphaceae: si presenta con macchie miceliche polverulente, ovvero patine di colore bianco-grigiastre, a contorni indefiniti, simili alla farina, che ricoprono foglie, germogli, fiori e frutti. Le foglie colpite arrestano lo sviluppo, si accartocciano, ingialliscono e cadono, mentre i germogli hanno una crescita stentata e i bottoni fiorali originano fiori piccoli e malformati. I frutti attaccati da muffe e funghi non sono utilizzabili e il loro odore diventa sgradevole. L’oidio manifesta 1) infezioni primarie: avvengono in primavera con determinate condizioni climatiche (10°C e in presenza di piogge leggere – almeno 2,5 mm – con 15/20 ore di bagnatura fogliare, e sulle cui lesioni si producono dei conidi (spore) 2) infezioni secondarie: tipiche della stagione estiva e autunnale sono prodotte dalle spore del micelio svernante, che da quello sviluppatosi nelle infezioni primarie con determinate condizioni meteo (siccità 6/8 giorni, assenza precipitazioni > 25 mm, temperature medie 18/30° C con umidità relativa > del 40 %). Attacca salvia, zucchine, zucche, pomodori, bietole, cetrioli, radicchio, indivia, carote, sedano, prezzemolo, finocchio e anche i cereali come il grano saraceno e l’orzo, oltre che gli alberi da frutta, melo, pero, vite, pesco, fico, albicocco e piante ornamentali quali rose, begonie, dalie, calendule, alloro e ortensie.

Rimedi: 1) evitare ristagni umidi intorno alle piante; 2) evitare innaffiature sulle foglie; 3) rimuovere il fogliame verde in eccesso per favorire la circolazione dell’aria ed eliminare quello ormai secco o colpito; 4) macerato di equiseto, nel terreno; 5) infuso di tanaceto, nel terreno; 6) nebulizzatori fogliari con acqua, aceto di mele e bicarbonato di sodio, oppure con bicarbonato di potassio con olio di neem e cannella, la mattina presto; 7) acido lattico: cambia il pH sulla superficie delle foglie e ne contrasta la diffusione. Per la preparazione è consigliato usare 1 parte di latte in 2 di acqua. Il trattamento è da eseguirsi con uno spruzzino, al mattino presto, prima che il sole possa farlo evaporare velocemente. Effettuate questa operazione almeno 2 volte a settimana. È consigliabile, entro qualche ora dal trattamento, risciacquare con acqua le zone trattate; 8) fungo antagonista (Ampelomyces quisqualis), che invece di attaccare la piante si nutre del suo simile. Si miscela con olio minerale e si somministra preferibilmente in autunno, quando i resti dell’oidio cominciano la loro azione parassitaria sulla pianta.

Autore: Donatello Vallotta

Tra signorie e ribellioni

Accanto a fattori economici più o meno duraturi nel tempo, come il commercio di legname o l’estrazione del porfido, la fonte primaria di reddito degli abitanti di Laives rimase sempre l’agricoltura. Si trattava perlopiù di coltivazioni destinate a soddisfare i propri bisogni e solo raramente al commercio.
I campi erano raccolti attorno ai masi, i terreni paludosi oltre il conoide erano riservati al pascolo. Molto rari erano anche gli insediamenti in aperta campagna, resi difficoltosi dalle frequenti esondazioni dell’Adige. Complessivamente, si trattava di un centinaio di masi cresciuti in epoca medievale, numero rimasto pressoché invariato nel corso dei secoli. Invece cambiavano spesso le famiglie che li lavoravano, costrette all’abbandono da crisi economiche o condizioni d’affitto proibitive.
La proprietà era concentrata in poche mani. Il catasto teresiano del XVIII secolo ci offre una panoramica dei signori del comune rurale di Laives. In epoca medievale, costoro facevano lavorare la terra a propri dipendenti salariati e solo in periodi più recenti si passò a forme più o meno “liberali” di mezzadria o affitto.
Il maggior feudatario è sempre stato il Vescovo di Trento, che nel 1027 ebbe in concessione il comitato di Trento – all’epoca guidato da Udalrico – dall’imperatore Corrado II. Il Vescovo affidò i suoi beni di Laives ai suoi ministeriali, i conti di Liechtenstein. A S. Martino, i contadini versavano il censo in denaro e parte del raccolto. Inoltre, erano tenuti a prestare certi servizi come la falciatura dei pascoli o il trasporto di fieno, legname o altre derrate.
I Liechtenstein possedevano masi come il Burger, il Leichmann, il Gassmann, il Flascher, l’Egarter, il Krug, il Sottomonte e le Caneve insieme a mulini, depositi di legname e edifici pubblici. Anche i due masi storici di Pineta (allora Sissa), il Renner e lo Steinmann, appartenevano al Vescovo di Trento. Dopo molti secoli, quasi tutti i beni dei Liechtenstein furono ceduti all’abbazia dei ss. Ulrico e Afra di Augsburg.
Non poteva mancare tra i signori di Laives il Conte del Tirolo. Già all’epoca di Mainardo II, molti masi e boschi erano di sua proprietà. Anche l’ordine teutonico, che aveva sede a Bolzano in via Weggenstein, deteneva varie proprietà, come pure il Duomo e il Comune. Tra i proprietari storici figurano anche i nobili Niederthor e i Gerstl.
Rilevanti fino al secolo scorso le proprietà dell’Ospedale del S. Spirito, proprietario del grande Aspmayr e del Hilber.
Nel 1525, anche diversi contadini di Laives – tra cui il Fritscher di Seit – parteciparono alle note ribellioni contro le imposizioni proibitive dei signori feudali.

In foto principale: Lavoratrici di mele
Copyright: Gianni Beordo

Autore: Reinhard Christanell

“Ricomincio da capo”

Ho sempre amato l’omonimo film del 1993, interpretato da Bill Murray e Andy McDowell. Periodicamente me lo riguardo e la cosa a dire il vero mi risulta perfettamente naturale, vista la trama del film. La vicenda è presto detta: un antipatico meteorologo televisivo viene intrappolato in un ciclo temporale durante una trasferta. In sostanza ogni mattina alle 6 Bill Murray viene destato da una radiosveglia che trasmette sempre lo stesso brano musicale e da allora la giornata trascorre inesorabilmente allo stesso modo rispetto a quella precedente. Dopo lo straniamento iniziale, in un primo momento il protagonista scorbutico ed egoista cerca di approfittare della situazione passando una giornata stravagante, spendendo soldi e conquistando donne. Ma dopo un po’ la situazione a dir poco ripetitiva lo deprime, al punto di portarlo alla disperazione. Ed è in quel momento che intuisce di poter approfittare della situazione per migliorare invece sé stesso e di conseguenza aiutare gli altri. Divenendo un uomo migliore e quindi più felice.
Devo confessare il fatto che il mio amore per questa sorta di favola post-moderna ha sempre risieduto nella comicità della trama e nella stupenda recitazione di Bill Murray, più che nel messaggio etico finale. Ma negli ultimi mesi mi è capitato molto spesso di individuare una serie di analogie tra questo film e il periodo complicato che stiamo vivendo.
Non è capitato anche a voi di alzarvi la mattina e pensare che stavate per vivere la medesima situazione del giorno prima, con tutta la stanchezza che ne consegue? La perversa alternanza di “aperture” e chiusure, zone colorate, speranze, proclami, preoccupazioni, nonché l’immancabile bollettino giornaliero dei contagi ci danno l’impressione ormai di essere imprigionati in un eterno presente. Con una grande nostalgia per un passato che avevamo mai interpretato così “libero” e un futuro che ogni giorno… si sposta un po’ più in là.
In questa situazione è facile lasciarsi prendere dalla noia e dallo sconforto, dando spazio magari al peggio di noi.
Ecco: il mio piccolo consiglio di inizio d’anno è quella di guardarvi “Ricomincio da capo”, farvi due risate e poi – magari – programmare prima possibile
la vostra vaccinazione anti Covid-19. Buon anno 2021!

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Le forbici, la bici e molto altro

Patrick Pellegrin è nato a Bolzano nel 1976 e ha incominciato a imparare il suo mestiere a 14 anni. Provenendo da una famiglia di parrucchieri questa arte lo ha sempre affascinato. Si ritiene un ragazzo fortunato. Vive in mezzo alla natura e ha una figlia meravigliosa. Il suo grande hobby è la bicicletta.

Quello che mi piace di me.
La generosità.


Il mio principale difetto.
La generosità.


La volta in cui sono stato più felice.
Quando è nata mia figlia. Tanto attesa. Splendida creatura.


La volta in cui sono stato più infelice.
Quando è morto mio padre. Durante il primo lockdown. Non poterlo salutare è stato terribile, un dolore indescrivibile.


La persona che ammiro di più
La mia compagna.


Un libro da portare sull’isola deserta.
“The Expanse”, best seller di fantascienza.


Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Prendermi un anno sabbatico.


L’ultima volta che ho perso la calma.
Al secondo lockdown quando hanno chiuso noi parrucchieri, solo in Alto Adige. Senza giustificarne il motivo. Visto che a livello nazionale erano aperti anche nelle zone rosse.


Il fiore che amo.
La rosa. Bellissima e con le spine.


Il mio piatto preferito.
Una buona polenta di Storo cotta per più ore. E un rombo con carciofi al forno.


Il mio musicista preferito.
Sting, un genio indiscusso.


La mia paura maggiore.
Ammalarmi.


L’oggetto a cui sono più legato.
Le mie forbici, fatte a mano in Giappone.


Mi sono sentito orgoglioso di me stesso quando…
Quando ho rilevato il mio negozio. Ero giovanissimo e mi sono buttato nel mondo dell’imprenditoria.


Il mio primo ricordo.
In negozio da mio padre guardandolo lavorare. Le sue mani sembravano muoversi da sole, in autonomia. Una manualità straordinaria.


Dove mi vedo tra dieci anni.
In salone, a creare pettinature stupende.


Per un giorno vorrei essere…
Invisibile.


Nel mio frigorifero non manca mai…
Un’ottima bottiglia di spumante.


Se fossi un animale sarei…
Una fenice.

Autore: Eleonora Gelmo

Ci lasciamo dietro le spalle un anno difficile

Nel 2020 la pandemia ha fortemente condizionato le nostre vite. Con l’aiuto del giornalista Maurizio Ferrandi ripercorriamo un anno complicato che ha provocato ansia e dolore, mettendo in discussione alcuni aspetti del nostro vivere comune che fino a ieri ci erano sembrati scontati.

Anche in quest’anno molto particolare abbiamo pensato di mantenere il nostro tradizionale appuntamento volto a ripercorrere la cronaca degli ultimi 12 mesi assieme a un collega giornalista. Per l’occasione abbiamo ospite l’ex caporedattore della redazione italiana e ladina di Rai Alto Adige Maurizio Ferrandi, un volto noto anche della ricerca storica altoatesina. Con lui abbiamo cercato di sintetizzare i momenti salienti di un anno 2020 per forza di cose fagocitato dall’emergenza legata alla pandemia del Coronavirus. Nell’anno appena trascorso e salutato in sordina non c’è stato infatti nemmeno un aspetto del vivere comune a risultare in qualche modo immune rispetto alle restrizioni alle quali non ci siano ancora abituati e che speriamo di poter finalmente superare nel corso del 2021.

L’INTERVISTA

Partiamo dalla politica locale: come ha affrontato la pandemia?
Anche qui come in tutto il mondo la politica è stata presa assolutamente in contropiede. A livello locale il tratto caratterizzante è stato cercare a tutti i costi di gestire la vicenda in maniera autonoma rispetto al livello nazionale. Il tentativo in alcuni casi è riuscito, in altri ha mostrato delle incertezze e dei momenti di arretramento. Basti pensare a ottobre quando qui si voleva tenere tutto aperto ma poi nel giro di pochi giorni si è stati costretti a chiudere a causa della forza dei dati. In ogni caso la politica locale in termini di lotta alla pandemia non ha fatto né meglio né peggio che altrove. Ma in parallelo manca ancora un tentativo serio di riorganizzare un settore sanitario che qui come altrove ha dimostrato di essere assolutamente carente e bisognoso di una profonda riforma.

E la sanità altoatesina come ha reagito?
Che la sanità altoatesina non attraversasse una stagione felice lo si sapeva già prima del Covid. Recentemente sono state anche rese note delle statistiche che sui livelli essenziali di assistenza ci collocano addirittura agli ultimi posti a livello nazionale. La politica perseguita negli ultimi anni si può ancora adattare a una situazione come quella che stiamo vivendo e soprattutto a quello che dovremo avere in futuro. È evidente a tutti la contraddizione che esiste oggi tra la politica dei sette ospedali da difendere a tutti i costi e una medicina del territorio che invece appare carente, così come l’assistenza domiciliare. Ora siamo presi dall’emergenza, ma sarebbe davvero l’occasione buona per una revisione del “modello sanitario”, visto che probabilmente arriveranno dei fondi suppletivi. Non limitandoci alla questione della lingua dei medici, che pure è un problema serio.
Stiamo vivendo in tutto il mondo un’emergenza che speriamo prima o poi si normalizzi, ma è chiaro per tutti che questa non sarà l’ultima.

La pandemia ha avuto un impatto tale da mettere in crisi diversi settori dell’economia altoatesina, seminando anche inquietudine a livello sociale. Per non parlare delle attività culturali e associative, praticamente azzerate.
Tutto sommato la provincia di Bolzano finora ha reagito abbastanza bene all’emergenza. A essere colpito in particolare è stato il settore del turismo. Ma anche il commercio e il terziario hanno avuto importanti conseguenze. A medio e lungo termine ci saranno degli strascichi abbastanza pesanti, ma l’errore più grosso ora sarebbe quello di pensare che fra un anno tutto tornerà come prima. Credo che occorrerà capire che ci sono anche dei modelli di sviluppo rispetto all’espansione a tutti i costi che è stata perseguita in passato, soprattutto nel turismo. Abbiamo infatti avuto un boom spaventoso negli ultimi anni, con una serie di conseguenze. L’Alto Adige ha delle grandi possibilità anche in questa prospettiva, lo ha dimostrato la scorsa estate in cui l’offerta turistica altoatesina rimodulata è risultata molto competitiva. Possiamo essere fiduciosi, ma – lo ripeto – pensare che tutto possa tornare come prima sarebbe un errore.

Cercando di allargare il discorso, uscendo dal tema Covid, dobbiamo anche ricordare che il 2020 ha portato al rinnovo delle amministrazioni comunali in Alto Adige. Quali sono state le principali novità?
A Bolzano possiamo dire che ci si attendeva lo sfondamento del centrodestra, ma che questo non c’è stato. Il centrodestra ha ottenuto un buon numero di voti, la Lega ha fatto man bassa come era prevedibile e c’è stata la crescita di Fratelli d’Italia, ma questo non è bastato per far vincere Zanin, un personaggio che era stato scelto proprio per allargare il perimetro del consenso verso il centro moderato. Caramaschi partiva evidentemente avvantaggiato dal fatto di aver governato con un discreto consenso negli anni precedenti, facendo diverse cose e dando un’impressione di capacità ed efficienza. Va ricordato però che Caramaschi in realtà partiva svantaggiato a causa dell’esito del referendum sul tram. Al centrodestra è mancata la capacità di andare oltre, recuperando un elettorato che non fosse quello tradizionale della destra. Poi c’è stata la scelta della SVP che ha preferito puntare su Caramaschi, anche sulla base della presenza nel centrodestra di una forza come Fratelli d’Italia che la Stella Alpina a torto o a ragione continua ad identificare c come l’erede della politica antiautonomista dell’MSI e di AN.

L’esito delle elezioni a Laives invece in pratica contraddicono quanto è avvenuto a Bolzano, con la conferma a grande maggioranza del sindaco Bianchi e dell’alleanza tra centrodestra e SVP.
A Laives non c’è molta materia del contendere. Il centrosinistra si è fortemente indebolito e non è riuscito a presentarsi agli elettori con un progetto forte, mentre il centrodestra guidato da Bianchi, persona pragmatica e affidabile, è riuscito a conquistarsi le simpatie della Stella Alpina. Contraddizioni etniche a Laives non ce ne sono e quindi alla fin fine la cosa funziona. La stessa cosa poteva avvenire anche a Bolzano…

A Merano invece il discorso è totalmente diverso.
Sì, quasi opposto. Penso che a Merano ci sia un “non detto”. Nei prossimi decenni Merano avrà un grosso problema da risolvere: cosa fare dell’enorme area dismessa delle caserme e – forse – anche di quella attigua dell’ippodromo. L’idea di gestire urbanisticamente quell’area può attirare molti interessi, legittimi. Ma in questo senso avere o non avere gli ecologisti al governo, può chiaramente fare la differenza, molto più che le questioni etniche. Alla questione del sindaco italiano o tedesco ci si può senz’altro appassionare, ma il vero snodo è quello urbanistico che però finora non è emerso nel dibattito. Una cosa è certa: dalla tornata elettorale la SVP ne è uscita come tramortita. Per la seconda volta hanno perso e questa volta non sono nemmeno riusciti ad andare al ballottaggio, la ferita è ancora aperta. La Stella Alpina non è riuscita ad archiviare l’era Rösch; non poteva ufficialmente appoggiare il candidato italiano contro quello di lingua tedesca, però in realtà abbiamo visto come le sue simpatie andavano proprio al candidato Dal Medico. E questo perché probabilmente c’è un comune sentire sul un’idea di città. Se a Bolzano i Verdi sono tutto sommato potabili per la SVP, a Merano questo invece non succede. Le motivazioni economiche prevalgono, basti vedere anche Bolzano dove pure la Volkspartei ci tiene molto a tenere sotto controllo lo sviluppo urbanistico della città. Anche se in realtà le grandi scelte nel capoluogo sono già state fatte, a ben vedere. Con la città incapsulata e ferma, al di là del mega progetto dell’areale sul quale pare siano tutti d’accordo.

Abbiamo chiuso l’anno senza il mercatino di Natale. Una fine d’anno quasi surreale…
La città di Bolzano vive di commercio, da sempre. Non dobbiamo dimenticarci che l’edificio più bello della città si chiama proprio Palazzo Mercantile. Per anni si sono osteggiati i centri commerciali, alla fine la città si è arresa, ma ora a mettere in crisi i negozi è il commercio online, cresciuto in maniera vertiginosa durante la pandemia. A Bolzano non si sono mai vista così tante vetrine buie, ma non va dimenticato che i prezzi degli affitti dei locali sono sempre rimasti altissimi, anche in questo periodo. E va osservato che in città ci sono negozi chiusi da decenni, perché i proprietari preferiscono non affittare, piuttosto che guadagnare di meno.

Lo fanno perché se lo possono permettere.
Indubbiamente. Ma facciamo i conti con una forte contraddizione: si parla di espansione nell’areale quando di fatto la città si sta svuotando dal suo interno. Sembra che Caramaschi ora voglia intervenire per cercare di calmierare gli affitti. Mi sembra giusto: i proprietari degli immobili ora dovrebbero essere indotti ad abbassare i loro canoni, sulla base di una specifica politica fiscale. Altrimenti non ci sarà fine allo svuotamento di negozi e uffici. Il problema è soprattutto legato al comportamento di alcuni grandi proprietari, che detengono mezza città ma preferiscono non affittare. Non so cosa aspettino: con la realizzazione di Benko e areale quel poco di richiesta che c’è verrà in pratica assorbita tutta lì. E allora? Anche la Provincia ha la sua responsabilità, avendo deciso di concentrare tutti i suoi uffici nel centro storico. La città sarebbe senz’altro molto più vivibile se gli uffici pubblici fossero distribuiti in periferia. Eviteremmo tra l’altro due terzi del problema del pendolarismo.

MAURIZIO FERRANDI

Bolzanino di nascita, Maurizio Ferrandi ha coniugato, sin dai tempi degli studi universitari, la passione per il giornalismo con quella per la storia altoatesina del ‘900. Si è laureato con una tesi sugli accordi Hitler-Mussolini del 1939 e le Opzioni di cittadinanza. Mentre lavorava presso le redazioni del quotidiano “l’Adige”, di “TVA Televisione delle Alpi” e del quotidiano “Alto Adige”, ha scritto un libro sulla storia della Fiera di Bolzano e la biografia di Ettore Tolomei (L’uomo che inventò l’Alto Adige, Publilux, Trento 1986). Per venticinque anni ha lavorato presso la RAI di Bolzano, realizzando tra l’altro diversi programmi a carattere storico sul la chiusura del “Pacchetto” e sull’“Accordo Degasperi Gruber”. Ha lasciato nel 2013 l‘incarico di caporedattore responsabile delle redazioni italiana e ladina, per dedicarsi completamente alla ricerca storica.
Da allora ha pubblicato due volumi dedicati alle cronache parlamentari della questione altoatesina e ha curato un’antologia di scritti sull’Alto Adige terra di frontiera. Tutti questi libri sono stati pubblicati dalla casaa editrice Alpha Beta, compresa la riedizione aggiornata della biografia di Tolomei, uscita nello scorso autunno.

ILLIBRO, il meglio di 20 anni di recensioni

Il popolare sito internet Debaser.it raccoglie da più di 20 anni recensioni “scritte da chi vuole” e ha pubblicato ILLIBRO, una raccolta del meglio delle recensioni deai primi 20 anni di vita del sito (280 pagine, Edizioni Riff).

Debaser è un progetto di due bolzanini, Andrea Gasperi e Stefano Bonzi, classe 1968 il primo, 1967 il secondo: ad oggi il sito contiene più di 50.000 recensioni di musica, teatro, cinema e spettacolo. Lo stile del sito è molto ironico – già nella homepage si definisce “il sito più fiko dell’internet” – ma visitandolo ben presto se ne carpisce la ricchezza di contenuti…
Andrea Gasperi: “Intorno a Debaser cominciò a raccogliersi una comunità di appassionati di musica da tutta la penisola e il nostro sito cominciò a raccogliere consensi e in un certo senso a diventare una comunità. Oggi contiamo oltre 25.000 utenti registrati da tutta Italia. Debaser conta mezzo milione di pagine visitate al mese… non sono poca cosa.


Possiamo considerate Debaser.it un social media?
I social nascono come ambienti molto positivi, tutto sembra bello roseo e fantastico, uno strumento dalle mille possibilità. Solo che spesso poi scopri che alla fine sei tu lo sfruttato, sei tu che diventi il prodotto e vieni venduto a quelli che hanno bisogno della tua attenzione per sottoporti le loro offerte. Debaser in questi primi 20 anni ha avuto la possibilità di reagire, con interventi tipo la maggiore moderazione dei contenuti o inserendo strumenti come il range delle recensioni, che mette l’utente nella condizione di capire quali siano i contenuti di maggiore valore.

Da dove nasce l’esigenza di pubblicare una raccolta?
C’è la voglia di fermarsi e di fare il punto della situazione, ma c’è anche la vanità di esibire quello che abbiamo fatto nei nostri primi 20 anni e quindi di prendere il meglio di quello che c’è nel sito e di metterlo su carta, in un formato diverso per vedere l’effetto che fa. Il volume è disponibile nelle librerie di Bolzano, ma può anche essere ordinato dal sito delle edizioni Riff (riffrecords.it).

Come è nata questa collaborazione?
Ho conosciuto Paolo Izzo a Radio Tandem, nel corso della trasmissione “La Musica Dentro” che come Debaser avevamo a Radio Tandem e gli ho chiesto se era interessato a pubblicare il libro perché mi sembrava un’ottima idea creare delle sinergie tra realtà locali. A Paolo il progetto è piaciuto e così eccoci qui.

tam

Jürgen Wirth Underlan

Storie dal Multiverso

Esistono infiniti universi paralleli dove gli eventi passati non sono proprio uguali a come ce li ricordiamo.

“Inspiration, creativity e tre bottles di Lagrein Riserva hanno fornito il contesto per il project ‘Assalto Campidoglio’ ”, ha dichiarato Jürgen Wirth Underlan, 49 anni, italo-americano di origini tirolesi, uno dei volti della protesta del 6 gennaio. “C’è chi resta sul sofà adattandosi al sistema marcio, col portafogli full e una nice moglie, mentre serve gente che vada avanti e faccia the road. Cento anni che ci trattano come una bitch a buon prezzo. A noi non va
bene: noi valiamo più money!”

Autore: Roberto Tubaro

La targa dedicata… agli automobilisti

“Se nessuno avrà mai il coraggio di dichiararsi contrario alle idee del nazismo, non cambierà nulla!” È un pensiero di Josef Mayr-Nusser, che si trova sulla targa bilingue, apposta il 24 febbraio 2010, a 65 anni dalla sua morte, all’ingresso del parcheggio di Piazza Verdi. La targa potrebbe considerarsi anche una sensibilizzazione nei confronti delle migliaia di automobilisti che utilizzano tale parcheggio. Josef Mayr-Nusser, nato ai Piani di Bolzano il 27 dicembre 1910, membro dell’Azione Cattolica di Bolzano e dell’Andreas-Hofer-Bund, il gruppo sudtirolese di resistenza al fascismo e al nazionalsocialismo, la contrarietà al nazismo la dimostrò il 4 ottobre 1944 a Konitz, rifiutando, per motivi di coscienza, di giurare alle SS; fu processato e condannato a morte. Avviato su un treno merci verso il campo di sterminio di Dachau, morì durante il viaggio il 24 febbraio 1945 a Erlangen. Josef Mayr-Nusser, al quale è intitolata la via accanto al parcheggio, viene ricordato anche dalla targa apposta il 24 febbraio 2015, a 70 anni dalla morte, all’ingresso della casa natale, nonché, dal 17 marzo 2017, da uno degli alberi della Collina dei Saggi in zona Firmian.

L’inaugurazione della targa, avvenuta nel 2010

Si spera che gli utenti del parcheggio trovino il tempo per un breve silenzioso omaggio a chi diede la vita per non tradire la propria coscienza. Il martire, è vero, morì per aver rifiutato un certo giuramento. Ma, pensando ai rischi che corrono tante persone in merito a un certo uso dell’automobile, forse lo stesso Mayr-Nusser, cittadino onorario di Bolzano dal 2010, non sarebbe contrario ad altro tipo di giuramento, anzi invita a farlo. Quale giuramento si dovrebbe fare e a chi? Ce ne sono molte, nel mondo, di automobili, se ne contano un miliardo e duecento milioni; saranno due miliardi nel 2035 (siamo su buona o cattiva strada?). Si tratta del giuramento a se stessi, da parte di coloro che guidano un automezzo, di essere prudenti, nel rispetto della vita, quella propria e quella altrui.

Autore: Leone Sticcotti