Sulle rocce di Castel San Zeno le origini della “civitas meranese”

275 d. C.: gli Alemanni iniziano ad invadere il territorio alpino. Un periodo di grande instabilità si ripercuote per tutta la regione, e nel 476 d. C. cade in maniera definitiva l’Impero Romano d’Occidente. 
Scorrerie e dominazioni di Goti, Baiuvari, Longobardi e Franchi, si susseguono incessantemente nel corso di quegli anni. Le popolazioni romanizzate della piana meranese troveranno rifugio su un pianoro conosciuto sin dall’epoca preistorica: tale sito è conosciuto attualmente col nome di Castel San Zeno.
Esso si presenta inaccessibile e difeso naturalmente su tre versanti. Il pianoro posto sulla strada che conduceva verso passo Giovo era diventato già in epoca romana presidio militare, “castrum maiense”. La rocciosa altura, a picco sul Passirio, godeva di una grande cisterna d’acqua che i latini avevano potenziato e resa operativa. Gli abitanti della piana meranese, guidati dal loro vescovo Valentino, lì vi trovarono rifugio. Rafforzarono il sistema difensivo, costruirono una piccola basilica paleocristiana e si insediarono sul quel pianoro, sicuro. 
L’edificio sacro venne dedicato a San Zeno, vescovo di Verona dal 362 d.C. La dedicazione della costruzione a tale santo non è casuale: egli, infatti, fu il primo vescovo che si trovò a dovere gestire il problema delle popolazioni germaniche che avevano varcato le Alpi. L’architettura si presentava con una sala unica, realizzata col materiale del posto, completata da un abside ed un presbiterio.
Alla sua morte (470 d.C.) Valentino venne proclamato santo, ed al culto del santo veronese, si aggiunse il suo. Ma un altro vescovo, successivamente, era affascinato da quel luogo. Corbiniano, vescovo di Frisinga (670 – 730 d.C.) frequentava assiduamente le prediche che si svolgevano presso la chiesetta di San Valentino, tanto, secondo le leggende, da precipitare sul Passirio e lì morire. San Valentino e poi San Corbiniano trovarono degna sepoltura presso quel luogo di culto. La primitiva costruzione ecclesiale venne arricchita di un secondo abside e presbiterio, parallelo a quello precedente, per dare modo di venerare degnamente le due figure di santi, ivi sepolti. 
Il Castrum meranese, sotto la protezione di ben tre santi, vigilerà per ben otto secoli di storia, sulla piana del Passirio e sulla sua popolazione. La denominazione attuale di castel San Zeno si deve al fatto che, a partire dal 1277, Mainardo II di Tirolo, di quel luogo volle farne la propria residenza. 
Egli preferì quel sito, perché più prossimo a Merano rispetto al più periferico castel Tirolo. Provvide a risistemare tutto il sistema difensivo, rafforzò la cinta muraria, innalzò il grande mastio, edificò il palazzo residenziale e la chiesa presente divenne cappella Palatina.

Autore: Flavio Schimenti

I giovani e la passione per lo skateboard

Nei giorni scorsi alcuni ragazzi sono stati multati perché scoperti a praticare lo skateboard all’interno dello skatepark di Bolzano ai Prati del Talvera, uno dei luoghi più frequentati dai giovani bolzanini, ma in quel momento chiuso causa covid. In un secondo momento il Comune di Bolzano ha deciso di consentire nuovamente l’accesso alla struttura, attraverso un accordo di autogestione con l’associazione Skate Project. Siamo andati sul posto a vedere com’è la situaizone. 

Parlando con Matthias Vesco – 33 anni, appassionato di skateboard e membro dell’associazione Skate Project – abbiamo capito che, dietro alla chiusura dello skatepark e alle successive polemiche, in realtà c’è molto di più. Lo skate park è riservato principalmente alla disciplina dello skateboard ed è tra i più famosi d’Italia. Qui, ogni giorno, decine di ragazze e ragazzi passano il proprio tempo praticando la loro passione all’aria aperta. Matthias, che da oltre 20 anni utilizza quotidianamente lo skateboard, ha conosciuto questo sport alle scuole medie quando, tra i ragazzi della sua età, era un’attività davvero molto comune.

Matthias Vesco

La sua passione
“Dopo essermi appassionato a questo mondo, ho dovuto imparare a utilizzare il mio skate, esercitandomi molto. Non esistono delle squadre con gli allenatori che, come negli altri sport, ti insegnano la giusta tecnica e nuove abilità – racconta Matthias Vesco – ma si impara grazie ai gruppi di amici.” Ed è proprio per questo motivo che lo skateboard, come per la maggior parte delle attività sportive all’aria aperta, necessita dei propri spazi.

La chiusura dello skatepark
Gli stessi spazi riservati alla pratica di questa disciplina, però, sono  stati recentemente chiusi. Questo ha suscitato molto malessere tra i giovani che frequentavano lo skatepark di Bolzano, non solo perché non avrebbero più potuto allenarsi (come avvenuto durante lo scorso lockdown di marzo), ma in quanto tutte le strutture confinanti – dai campi di pallavolo, basket e calcio, fino al parco giochi – sono rimaste accessibili a tutti, ottenendo un trattamento diverso.

La riapertura: “una sorpresa, ma ora serve responsabilità”
Dopo numerosi interventi da parte dei ragazzi sui media locali, il Sindaco ha concesso l’autorizzazione ad aprire lo skatepark con il limite di capienza massima stabilito a 20 persone. “Per noi questa è stata una grande sorpresa, la dimostrazione che si riesce ad intervenire su ciò che si ritiene sbagliato nella nostra città. Non abbiamo mai voluto esprimerci sulle circostanze sanitarie che determinano l’apertura o la chiusura dello skatepark – sottolinea Matthias – ma esigiamo che le regole valgano per tutti, non potevamo essere noi gli unici penalizzati.” Ora lo skatepark è uno spazio autogestito e il Sindaco si è affidato alla responsabilità dei ragazzi. “L’associazione Skate Project non può garantire un controllo durante tutto l’arco della giornata, bisogna imparare a regolarsi. Personalmente mi è capitato di cedere il mio posto ad altri skater, solo così possiamo permettere a tutti di allenarsi e divertirsi – inoltre – ho percepito poca fiducia da parte dei giovani verso le istituzioni, ma credo che la riapertura dello skatepark abbia dato un messaggio positivo a tutti perché è il frutto di un dialogo instaurato tra la cittadinanza e le istituzioni” ha concluso Matthias.

Andrea Dalla Serra

La genesi delle passeggiate di Bolzano #1

Primo ottobre del 1905: su progetto dell’ingegnere Faehndrich, vengono inaugurate le passeggiate del Lungo Talvera di Bolzano, le “Wassermauerpromenade”. Il progetto, che risistemava tutta la sponda sinistra del Talvera, era un intervento complesso che, tramite opere murarie e vari livellamenti di quota, portava a congiungere ponte Talvera con ponte sant’Antonio. Dopo secoli di regime inquieto del torrente, si metteva mano a un grande intervento che ridonava alla città uno spazio pubblico che andava ad arricchire il sistema del verde urbano. Le passeggiate si snodano per la lunghezza di 1300 metri e la loro larghezza varia dai 10 ai 30 metri, costellata da viali alberati, aiuole e fontane. Di queste ultime, ne esistevano due. La prima fontana, all’imbocco delle passeggiate, è quella di San Francesco, opera dello scultore Ignaz Gabloner, in puro stile Jugendstjl. La seconda fontana è quella di Re Laurino, rimossa per le note vicende durante il regime fascista. Era collocata e quasi prospiciente a castel Mareccio. L’opera, realizzata da Andrae Kompatscher nel 1907, è costituita da un basamento in granito rosso, mentre le figure scultoree di Laurino e Teodorico sono in marmo bianco. Al basamento del manufatto è posta la scritta : “Per aumentare il bene dei cittadini – per onorare l’ospite straniero.” Il complesso monumentale era rivolto simbolicamente verso lo Sciliar e il Rosengarten. Smontata nel 1933, la statua venne donata al Museo della Guerra di Rovereto, dove rimase fino al 1994. Oggi è collocata in piazza Silvius Magnago, davanti al palazzo provinciale Widmann.
I cittadini di Bolzano, in quel lontano 1905, si riversarono entusiasti in quel nuovo spazio pubblico urbano. Le immagini ci testimoniano di come tutta la città accolse con grande gioia quel grande serbatoio di verde, profumi, colori. Bolzano poteva vantare, finalmente, passeggiate che la rendevano alla stregua di Merano, delle altre città dell’Impero e di quelle europee.            
Per più di un chilometro il verde urbano, su un asse stradario privilegiato, era costellato da aiuole ricamate in maniera meticolosa, cariche di rose, piante esotiche, piante aromatiche e quant’altro. Tale vista privilegiata sulla città e sul circondario era ed è arricchita di panchine, spazi di sosta e bellissimi lampioni, alcuni originali e alcuni sostituiti nel corso dei decenni.

Autore: Flavio Schimenti

La storia del convento dei Cappuccini

Buona impressione ebbero i bolzanini quando dei frati cappuccini (Ordine nato nel 1525) passarono per Bolzano. Il loro auspicio fu che si costruisse anche a Bolzano, dopo quello di Rovereto (1575), un convento di tali frati. Fu l’arciduchessa Anna Katharina a interessarsi presso l’imperatore Rodolfo II (1576-1612) per la costruzione sul luogo, a sudovest della chiesa parrocchiale, un tempo adibito a dogana nonché a casa degli strozzini (Wucherhaus), con annesso giardino. Fu determinante l’apporto di Marx Sittich, barone di Wolkenstein, per i costi di costruzione. Oltre alla Wucherhaus si potevano riutilizzare le rovine del castello Wendelstein con annessa torre; tale castello, distrutto dai bolzanini nel 1277, era stato ricostruito dopo la sottomissione al conte del Tirolo Mainardo II (1238-1295).  
Dell’antico castello, dopo la demolizione avvenuta al momento della donazione ai Cappuccini nel 1599, fu conservato il grande salone, trasformato nell’edificio di culto. I lavori di costruzione iniziarono il 19 aprile 1599, capomastro il bolzanino Johann Baptist de Layo. L’adattamento dei resti del castello e della torre a complesso conventuale richiese molto tempo in termini di tempo, fatica, denaro. Dall’aprile 1599 al maggio 1600 furono costruiti la chiesa, la cappella laterale e il sepolcro. Da ricordare la consacrazione il 23 dicembre 1599, da parte dell’abate di Gries, Nikolaus Schueler, della campanella del campanile dedicata a Maria Giustina. La prima S. Messa nella nuova chiesa fu celebrata il 9 aprile 1600.  Il 26 gennaio 1603 ci fu la consacrazione da parte del vescovo ausiliare  di Bressanone, Simon Feuerstein, della chiesa e dell’altare maggiore nonché dell’altare nella cappella dedicata alla Vergine Maria. Della nascita del complesso conventuale fa memoria la targa bilingue, che si trova a sinistra dell’ingresso della chiesa, con la dicitura:  “CONVENTO DEI CAPPUCCINI DAL 1599, GIÀ CASTELLO PRINCIPESCO – HEIMATSCHUTZ-VEREIN BOZEN”.

Autore: Leone Sticcotti

Panchine, un luogo comune

“Luogo comune” è un progetto nato per valorizzare e ridisegnare il modo in cui ci si siede e si interagisce con le panchine nello spazio urbano nel quartiere Don Bosco di Bolzano. Quattro idee diverse per connettere le persone nel rispetto del distanziamento sociale.

“Luogo comune” è un progetto sviluppato da Francesco Ferrero, Julia Maier e Ute Peppersack, tre studenti del master di eco-socio design della Libera Università di Bolzano in collaborazione con Officine Vispa e il supporto del Comune di Bolzano. Su queste pagine avevamo già parlato del progetto “Insalata di Bosco”, un ricettario condiviso del quartiere Don Bosco che fa parte di questa rete di progetti volti a connettere le persone tra loro.  
Per questo progetto, dice Francesco Ferrero, “mettiamo insieme le nostre conoscenze: abbiamo la grafica, il design del prodotto; non conosciamo le peculiarità di Don Bosco ma abbiamo un’associazione che ci aiuta e che ci sostiene, Officine Vispa”. Gli incontri e i momenti di dialogo iniziati in presenza, si sono poi ovviamente spostati online, dove sono continuati il lavoro di ricerca e il processo di design per ripensare il modo di interazione con le panchine e dello stare nello spazio pubblico. I quattro modi scelti per farlo, i quattro ‘elementi add-on’ – ovvero che possono essere ‘installati’ sulle panchine – non sono pensati solo per diventare dei possibili strumenti di connessione sociale per via della situazione provocata dall’emergenza sanitaria; anzi, sono stati pensati per essere versatili e durevoli nel tempo. 
La ‘turning table’ è la prima idea di stazione, che consiste in una serie di pannelli trasparenti dove sono apposte delle domande in merito alla situazione odierna (o immaginare quando sarà finita) per agevolare la socialità nel rispetto del distanziamento e che all’occorrenza potrà essere trasformata in una tavola. La ‘moody bench’, invece, si tratta di una serie di sticker apposta ad alcune particolari panchine che hanno una disposizione a cerchio, dove si può scansionare un codice QR e ascoltare una ‘playlist di quartiere’ alla quale si può contribuire con le proprie scelte musicali, in base all’umore di quel momento. La terza stazione è la ‘happy box’, una scatola dove lasciare e ricevere in cambio dei messaggi; e infine un altro ‘tavolo versatile’, la ‘talking bench’, pensata per agevolare le persone a interagire ma attraverso un pannello frapposto tra le due, sul quale possono anche esprimere i loro pensieri in forma scritta o disegnata – sempre con la necessaria distanza. “Per il momento è un’idea, un progetto che non ha ancora visto la luce, ma che sicuramente speriamo possa essere d’aiuto per altri progetti, o possa essere di ispirazione per altre idee o in qualche modo – dice Francesco Ferrero – speriamo che porti una nota positiva a un quartiere che ha già tantissime associazioni, persone e lavoro sul pubblico, sullo spazio e su tutto quello che gravita attorno al quartiere”.

Autore: Redazione COOLtour

Angelo, il barbiere che cura le radici

A Don Bosco c’è un barbiere che non si occupa solo di capelli e barbe, ma che ha a cuore le radici di chi, come lui, si è trasferito molti anni fa a Bolzano, lasciando la propria terra d’origine. Lui è Angelo Costanzo e la sua storia è composta da fotografie e album ritrovati tra le mura di casa: non solo di casa sua. Ma facciamo un passo indietro…

Angelo nasce in Calabria, le sue radici sono a Platania, paese in provincia di Catanzaro, a pochi chilometri dal mare. Si trasferisce in giovane età a Bolzano, con la famiglia, città del nord circondata da montagne: un mondo tutto diverso per lui, ma ricco di opportunità. Angelo studia e inizia presto a lavorare come assistente a bottega, per imparare il mestiere del barbiere, che adesso svolge da quarant’anni. Passano gli anni e i genitori di Angelo, che avevano venduto la casa a Platania per trasferirsi al nord, riescono a riacquistarla. è una grande soddisfazione poter tornare in paese senza farsi ospitare da amici e parenti, e ritrovare uno spazio proprio, dove poter passare le vacanze estive e sentire il profumo delle “cose di casa”. Alcuni anni dopo, i genitori di Angelo vengono a mancare ed è proprio davanti a questo cambiamento, a questa “perdita delle radici”, che in lui scatta qualcosa. Nel 2012, un giorno di novembre, crea un gruppo pubblico su Facebook: Platanesi nel mondo – Platanesi in the World. Già il giorno dopo essere nato, il gruppo ha più di mille iscritti, e nel tempo continuano a crescere. Creando una piazza digitale e sfruttando il grande potenziale dei social, Angelo ravviva una rete relazionale che già esisteva, fatta di ricordi e tradizioni che la migrazione aveva appannato. Da lì, le estati di Angelo diventano una ricerca, un tuffo nel passato e nelle storie di compaesani, partiti da Platania e a volte mai più tornati: trasferiti nel nord Italia, in altre zone d’Europa, nelle Americhe: insomma sparsi per tutto il mondo.  


È un viaggio che lo porta a recuperare fotografie, a conoscere posti lontanissimi dove però è stato portato un pezzetto della sua terra. Sono momenti emozionanti per lui e per le persone che ritrova, memorie storiche del suo paese, storie d’infanzia e aneddoti che raccoglie e condivide.  
Intanto, tornato a Bolzano organizza, con il gruppo “Platanesi nel mondo”, incontri in cui ci si scambia storie e si rinnovano tradizioni, soprattutto mangiando i prodotti tipici calabri. Uno degli incontri più numerosi si è tenuto qualche anno fa a Verona: “Un momento davvero emozionante, c’erano persone che venivano da tutta Italia, che avevo conosciuto da bambino e ho ritrovato adulte, persone che non vedevo da moltissimi anni”, racconta Angelo. 
Ora, con l’emergenza sanitaria in corso, questi incontri non sono possibili, ma grazie al gruppo online ci si continua a scambiare fotografie in bianco e nero, scatti rubati alle cucine che mettono l’acquolina e, in un momento così difficile, soprattutto si mantengono i contatti. “Mi piacerebbe riproporre un momento così qui, nel quartiere, che già ospita una grande comunità calabra”, conclude Angelo. “Un evento aperto a tutti, per raccontare e condividere le nostre tradizioni e la nostra memoria”. Da quasi trent’anni Angelo, oltre al look degli abitanti di Don Bosco, cura le relazioni e, assieme a queste, le loro radici. 

Autore: Redazione COOLtour

Giulia Pedrana, da Bolzano a Brighton

Giulia Pedrana, in arte Julia Traser, è una giovane cantante che sta dedicando tutte le sue energie alla sua passione ed è determinata a inseguire il suo sogno. Nata a Livigno, si è trasferita a Bolzano, ospite del convitto Marcelline, per frequentare il liceo musicale G. Pascoli, seguendo in parallelo i corsi di musica dell’Istituto Vivaldi. “Purtroppo, dopo i primi due anni, l’indirizzo musicale non è partito a causa del numero esiguo di studenti e siamo stati uniti all’indirizzo artistico. A quel punto ero incerta su cosa fare, se restare a Bolzano o trasferirmi a Trento, ma alla fine non ho avuto cuore di lasciare Bolzano. Una delle ragioni principali è stato sicuramente il Festival Studentesco, che ho visto come una grande opportunità di crescita oltre che un’esperienza unica ed emozionante. Un evento simile al Festival Studentesco, che permette a degli studenti delle scuole superiori di esibirsi in un palasport davanti a un pubblico enorme, non esiste da nessun’altra parte. Proprio grazie al Festival ho capito che stare sul palco è ciò che mi piace e che voglio fare.” Bolzano è diventata quindi una seconda casa per Giulia e il luogo che l’ha lanciata come artista. Infatti, quasi 5 anni fa, ha presentato il suo primo EP “My Own Way” al centro giovanile Vintola18. Questo è stato il suo esordio nella composizione in inglese, prima di trasferirsi a Brighton al termine della scuola. “Bolzano è un’ottima piattaforma di lancio perché è una città culturalmente molto attiva che offre tante possibilità ai giovani, oltre al Festival Studentesco penso per esempio all’Art May Sound o a Upload, però è come se fosse una bolla da cui difficilmente si riesce a uscire e a fare il salto per raggiungere un pubblico più ampio. Dovevo quindi spostarmi per inseguire il mio sogno e invece che Milano o Roma ho preferito guardare più in là e puntare al Regno Unito perché ho sempre amato gli artisti inglesi. Ho letteralmente digitato ciò che mi interessava su Google e ho trovato la scuola di musica BIMM di Brighton. Purtroppo le mie competenze di inglese non erano ancora sufficienti e per pochi punti non ho ottenuto la certificazione che mi serviva ad entrare, ma sono partita comunque e ho passato il primo anno  a lavorare e a studiare inglese. Essendo immersa nella lingua l’ho imparata in fretta, sono riuscita a entrare al corso di songwriting che mi interessava e ora faccio quasi più fatica a parlare italiano che inglese”. Tuttavia, spiega, l’inizio non è stato in discesa sia per le difficoltà linguistiche che per la concorrenza spietata: “mi sono improvvisamente trovata proiettata in una realtà completamente diversa: Brighton non è una grande città, ma ospita lo stesso numero di artisti che si possono trovare a Londra”. Ora Giulia ha finito l’università e, nonostante la concorrenza, adora Brighton, che le offre ottimi stimoli e opportunità, fra cui quella di potersi esibire liberamente anche per strada che l’ha spinta a compiere un viaggio per tutt’Europa nell’estate del 2019. “Ho sempre amato l’arte di strada e qui è una pratica molto diffusa perché è possibile esibirsi senza licenza. Quindi ho cominciato a farlo anche io e poi ho pensato di portare la mia musica nelle strade di altre città. Dall’Inghilterra sono andata in Francia, poi in Portogallo, in Spagna, in Germania, in Belgio e infine ho concluso il tour a Bolzano prima di tornare a Livigno dalla mia famiglia, tutto in compagnia del mio ukulele. È stata un’esperienza indimenticabile e per fortuna sono riuscita a farla l’estate scorsa!”. 
Quest’anno, invece, poiché le possibilità di viaggiare e di esibirsi dal vivo sono limitate, Giulia ha deciso di impegnarsi in una sfida con se stessa e pubblicare una canzone alla settimana sulla piattaforma SoundCloud, progetto che ha intitolato “One Song at a Time”. Alcune delle sue canzoni si possono ascoltare anche su Spotify e YouTube, mentre su Instagram condivide vari aspetti della sua vita e del suo percorso e recentemente ha iniziato a pubblicare contenuti anche su Tik Tok. Inoltre insegna musica a distanza via Zoom e lavora in una pasticceria, portando avanti la tradizione di famiglia. 
Quando le restrizioni per la pandemia saranno finite, sogna di intraprendere un viaggio in Australia per ripetere l’esperienza fatta l’anno scorso, ma spera anche di tornare a Bolzano e organizzare qui un nuovo concerto.

Autore: Greta Sofia Lampis

Il lockdown? Che noia, ma…

Da un anno circa le nostre giornate scorrono quasi tutte uguali, tra restrizioni e impossibilità di incontrarci con altri e dedicarci alle nostre passioni. Ma non per tutti! La pandemia per molti è stata anche occasione per riscoprirsi nelle piccole cose (e non solo), come testimonia questa galleria di immagini realizzata da Daniel Valentini di COOLtour.

Verena è riuscita…  a cavarasela da sola
Per Valentina Zambito il lockdown è stata anche occasione per imparare a suonare la chitarra
Sergio Tuttolomondo (ho colto l’occasione per aumentare il tempo trascorso con il mio fedele amico, per la gioia di tutti)
Marilisa Pellegrini ne ha approfittato per leggere e ascoltare musica e radio
Manuela Caruso ne ha approfittato per rispettare  con più precisione le leggi  di distanziamento sociale
Per Luca Lo Bianco e Simone Peiti il lockdown è stata anche occasione per imparare a lavorare rispettando il distanziamento e in sicurezza
Giorgio Macaluso (la pandemia è stata anche occasione per guardare la serie TV Boris)
Gianmarco Patelli: “la pandemia è stata anche occasione per allenarmi all’aria aperta”
Genny Hoxha: “ho cercato di esserci per tutti e regalare il mio tempo”
Farinella Giuseppe: “ne ho approfittato per sistemare  il giardino di casa”
Claudia Berengan (ho colto l’occasione per non annoiarmi mai)
Barbara Artico (ho accolto un nuovo cane)
Asia De Lorenzi ha provato una cosa nuova: il cucito

Ricordando i gloriosi e rissosi Funkwagen

Trovano spazio anche i meranesi Funkwagen in un doppio vinile recentemente pubblicato per ricordare la gloriosa etichetta underground chiamata Rockgarage, attiva in Italia negli anni ‘80. Ecco il ricordo dell’esperienza jazzrock e progressive di Funkwagen, nelle parole del bassista e fondatore del gruppo Max Carbone. 

Nei mesi scorsi è stato pubblicato un doppio vinile dedicato a una gloriosa etichetta underground chiamata Rockgarage, attiva in Italia nei primi anni ottanta e dedicata alla diffusione di gruppi allora sconosciuti legati alla scena post-punk/new wave del nostro paese. L’etichetta, nata attorno alla redazione dell’omonima fanzine, in principio allegava degli EP da 7” al giornale, l’interesse attorno a queste produzioni  portò poi a un’esperienza più lungimirante, anche se sempre in totale autogestione.
Tra gli artisti pubblicati su questi EP, raccolti ora nel disco in questione, c’erano i meranesi Funkwagen, uno dei gruppi più interessanti e importanti della scena altoatesina di allora, cosa che ci offre l’occasione per ricordarli attraverso i racconti del bassista Max Carbone: “In origine erano gli Urbanoide, un quartetto ibrido. Io provenivo da un’esperienza piuttosto forte ai tempi del movimento del 1977 bolognese ed ero arrivato alla conclusione che la mia presa di coscienza politica volevo continuarla, ma in un altro modo, con la musica. Andrea Giglio, sassofonista nei Funkwagen, studiava a Venezia ed era arrivato alle stesse conclusioni, così insieme decidemmo di formare un gruppo, coinvolgendo il chitarrista Ezio Masotto e il batterista Roberto Romardi, che avevano un’impostazione rock, mentre Andrea e io volevamo fare dell’improvvisazione. Il risultato furono dei magma assoluti che erano lontanissimi dalle cose che si ascoltavano allora. Il debutto fu spiazzante per il pubblico, era un festival al dopolavoro Montecatini di Sinigo dove gli altri gruppi suonavano rock classico e west coast, qualcuno ci ha odiati, qualcun altro ci ha amati”.
Con l’arrivo di altri musicisti, dapprima Mariano Keller e poi Sandro Giudici alla batteria, mentre alla chitarra si aggiunse Gregor Marini, alla tromba Giancarlo il fratello di Andrea e alle percussioni Ugo Mustaffi, il gruppo finì per divenire Funkwagen e nel 1983 (proprio poco dopo il cambio di nome) sulla terza compilation di Rockgarage, insieme ai Diaframma di Federico Fiumani, trovò posto anche il loro brano Ebdòmero, il cui titolo era preso in prestito da un romanzo di Giorgio De Chirico.
“In origine – ci dice Carbone – dovendo registrare per un disco, avevamo preparato il brano in un certo modo, con melodia, struttura, ritornelli, ma quando ci siamo trovati in sala prove per registrarlo non riuscivamo a concretizzare. Dopo due giorni, allo stremo, ho detto agli altri: basta, cambiamo, improvvisiamo, questi sono gli accordi, questa la linea di basso e via. Al secondo tentativo il brano era pronto per il disco”.
Il nome del gruppo, che in italiano significa carro-radio, derivava dal fatto che i ragazzi s’immaginavano di essere un veicolo che s’introduceva nelle lande desolate della sperimentazione e che come una radio ne trasmetteva il risultato. Il tutto riducendo la parte improvvisata e prendendo possesso di altri linguaggi: “Quando Mariano è uscito dal gruppo – prosegue il bassista – abbiamo avuto la grande fortuna di trovare Sandro Giudici, la macchina ritmica di cui avevamo bisogno. Lui ci ha presi a due mani sollevandoci. Non è stata una storia lunga, eravamo troppo conflittuali, si discuteva molto, si litigava senza mezzi termini, offendendosi anche. Ma in sala prove e quando salivamo sul palco tutta questa conflittualità si sprigionava in energia. Poi, giù dal palco di nuovo a litigare”.
Grazie all’appoggio di Marco Pandin di Rockgarage, incontrato grazie ai contatti veneziani e mestrini di Andrea Giglio, i Funkwagen registrarono per l’etichetta legata alla fanzine un intero LP intitolato il caso Funkwagen, tenuti a battesimo nientemeno che da Ares Tavolazzi degli Area, ed ebbero occasione di esibirsi in giro per il Norditalia insieme al Politrio (in cui militava il futuro CSI Giogio Canali), un altro gruppo legato a quel circuito. Il disco ricevette recensioni positive su riviste come Fare Musica e i Funkwagen a Torino parteciparono anche al grande festival Il suono della metropoli, su un palco all’ingresso di Mirafiori: “C’era molta attesa – ricorda ancora Carbone – e quando salimmo sul palco il brusio si bloccò di colpo, tutti si zittirono come se fossero in attesa che accadesse qualcosa. Mi vengono ancora i brividi a parlarne, come se la nostra fama ci avesse preceduti. Fu un’esibizione perfetta. Anche se oggettivamente avevamo dei limiti tecnici: Gregor e Sandro erano già dei musicisti fatti e completi, ma per il resto eravamo su altri livelli. Ed è stato un po’ il motivo per cui poi il discorso si è presto esaurito, anche perché non abbiamo avuto il coraggio di andare oltre, di dedicarci solo a questo e studiare per colmare i limiti tecnici”.
Carbone, che nel corso degli anni non ha mai smesso di fare musica, fa attualmente parte di progetto chiamato Miles Ahead (con Sandro Giudici e col chitarrista trentino Enrico Merlin) che prendendo le mosse dalla musica di Miles Davis si espande verso prog e hard rock: prima di doversi fermare a causa del Covid-19, si sono esibiti a Milano e al Festival Jazz di Pompei, destando notevole interesse.

In foto principale: I Funkwagen al Foro Borio di Bolzano nel 1983
Copyright: Enrico Kikki Larice

Autore: Paolo Crazy Carnevale

“Io sono stravagante di mio”

Mara Scantamburlo, 47anni, è di Bronzolo ed è educatrice nel centro giovani Flowers del paese. È mamma di Noemi ed Emily, di 13 e 9 anni. Coltiva molti interessi e passioni, e vive la vita sempre di corsa. Di solito, racconta ridendo, la distinguono grazie al colore dei capelli. 

La cosa che mi piace di più di me.
L’allegria.

Il mio principale difetto.
Parlo a raffica.

La volta che sono stata più felice.
Quando sono nate le mie figlie Noemi ed Emily.

La volta che sono stata più infelice.
Quando ho perso qualcuno dei miei cari.

Da bambina sognavo di diventare.
Lady Oscar.

La persona che ammiro di più.
La mia mamma, che mi ha cresciuta da sola dopo la morte di mio padre, avvenuta quando avevo 11 anni. 

Un libro da portare su un’isola deserta. 
Un thriller di Carrisi.

L’ultima volta che ho perso la calma…
La perdo spesso, mi agito per nulla.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Andare per castelli in Scozia.

La mia occupazione preferita. 
Leggere.

Il mio piatto preferito.
Tutto quello che mi mettete davanti (o quasi).

L’ultima volta che ho pianto.
La settimana scorsa, guardando la fine di una serie tv.

Il mio musicista preferito.
Molti… ma in prevalenza gli Abba!

Non sopporto…
la maleducazione.

La mia paura più grande.
Perdere la mia famiglia.

Dico bugie solo…
cerco di non dirle.

Il giocattolo che ho amato di più.
Il Lego.

L’oggetto a cui sono più legata.
Gli album fotografici della mia infanzia.

La massima stravaganza della mia vita.
Io sono stravagante di mio.

Dove mi vedo tra dieci anni.
In moto con mio marito. Lui possiede una moto da strada, ma lo devo convincere a comprarne una più comoda… magari un sidecar!

Il mio pittore preferito.
Van Gogh. 

In famiglia mi chiamano…
In famiglia il nome più bello: mamma. Gli amici mi chiamano Maretta.

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando.
Ho ricevuto un riconoscimento per aver salvato un bambino dall’annegamento. 

Il mio motto.
Domani è un altro giorno.