Superbonus e spese condominiali

Ipotizziamo di vivere in un condominio e di aver effettuato lavori che beneficiano del cosiddetto superbonus 110; ipotizziamo, poi, che all’interno del nostro condominio vi siano condòmini non in regola con il pagamento delle loro quote di spese condominiali. In questi casi, vi sono ripercussioni per il condominio? Come deve comportarsi l’amministratore rispetto alla quota del condòmino che non paga?
La questione è stata posta all’attenzione dell’Agenzia delle Entrate, la quale ha fornito definitiva risposta nella circolare n. 30/E. 
Facciamo un passo indietro: la detrazione del 110%, il così detto superbonus, matura completamente quando sono eseguiti i lavori e quando è stato effettuato il relativo pagamento. Maturato il diritto alla detrazione, è possibile per il condòmino provvedere alla cessione del credito, ossia al trasferimento a terzi del credito corrispondente alla detrazione non ancora goduta (in sostanza, il condòmino spende euro 10.000, matura una detrazione di euro 11.000, che può essere ceduta a terzi).
La questione sottoposta all’attenzione dell’Agenzia delle Entrate è relativa alla possibilità, per un condòmino moroso, ossia che non paga le sue quote di spese condominiali relative ai lavori oggetto di superbonus, di cedere il credito d’imposta corrispondente alle detrazioni a lui spettanti. 
L’Agenzia delle Entrate parte dal seguente presupposto: l’amministratore di condominio deve comunicare all’Agenzia delle Entrate le cessioni dei crediti corrispondenti alle detrazioni esclusivamente per un ammontare proporzionato al rapporto tra quanto versato da ciascun condòmino entro il 31 dicembre dell’anno di riferimento della spesa e quanto dovuto dal condòmino stesso. 
Il credito che può essere ceduto deve corrispondere a una detrazione maturata; pertanto, non può esservi credito senza pagamento da parte del condòmino all’amministratore, in quanto la detrazione del 110% corrisponde alla somma versata dal condòmino all’amministratore medesimo.
Data questa premessa, la conclusione dell’Agenzia delle Entrate sul punto è stata la seguente: nel caso di condòmino moroso, l’amministratore non dovrà comunicare nessun dato riferito allo stesso, con la conseguenza che il condòmino, non avendo versato le quote condominiali, non avrà diritto ad alcuna detrazione.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Noi o gli algoritmi?

Iniziamo la nostra miniserie di incontri con gli “algorimi”, che abbiamo introdotto nello scorso numero del giornale, tornando all’esempio dei trasferimenti dei docenti anche molto lontanato da casa. Il Tar del Lazio si è pronunciato sull’evento, accaduto ormai 5 anni fa, dicendo che “l’algoritmo impazzito fu contro la Costituzione” (Repubblica, 17/09/2019). Cerchiamo quindi innanzitutto di capire cosa sia effettivamente un algoritmo. 
L’etimologia della parola ci arriva dal nome del matematico arabo al-Khwarizmi, vissuto nell’VIII secolo d.C. A lui si deve la definizione di metodi per risolvere equazioni, descritti con sequenze di istruzioni semplici che, se eseguite alla lettera passo per passo, prendono in ingresso un’equazione e producono in uscita la soluzione. Questa idea di una “chiara sequenza di istruzioni per trasformare un input in un output” è alla base del concetto stesso di algoritmo così come lo intendiamo ancora oggi, e mostra un chiaro collegamento tra matematica e informatica: se abbiamo una chiara sequenza di istruzioni, possiamo “codificarla” in un opportuno linguaggio di programmazione e farla così eseguire al calcolatore.


Se un algoritmo non è quindi altro che un “procedimento sistematico di calcolo, oggi per lo più destinato a essere eseguito da un automa esecutore quale un computer” (treccani.it), come è possibile anche solo pensare che un algoritmo possa impazzire? La risposta è semplice: gli algoritmi non impazziscono. L’algoritmo di allocazione dei docenti ai posti disponibili è “impazzito” perché, in effetti, non è stato definito correttamente, ed è stato applicato su dati dei docenti incompleti o addirittura incorretti. Ovviamente un algoritmo definito impropriamente e chiamato a produrre un risultato su dati sbagliati non può che dare risultati insoddisfacenti. Portiamo quindi a casa un primo, chiaro messaggio: invece di parlare della “pazzia degli algoritmi”, dovremmo forse concentrarci sula “(in)competenza delle persone”.

Autore: Marco Montali

C’è libertà d’opinione. Ma l’odio non è un’opinione.

Se già in tempi “normali” la diffusione di notizie false rappresenta una malattia grave del sistema dell’informazione, figuriamoci in tempo di pandemia. In presenza di uno stato emergenziale in cui ne va della vita delle persone, la creazione di fake news, spesso condite di odio telematico, è semplicemente intollerabile.

Su questo tema ha preso posizione il presidente della Provincia Arno Kompatscher. “Le voci e le fake news, quando si tratta di Coronavirus, non fanno altro che generare incertezza e paura”, ha detto. “Chi in questi giorni si mette a navigare su internet o utilizza i social media non può non imbattersi in ogni genere di notizie false riguardanti l’emergenza Coronavirus”. Ma “voci, fake news e teorie complottiste causano grande incertezza nei cittadini e non danno alcun aiuto a superare questa importante sfida nel miglior modo possibile”. Il Presidente fa appello a informarsi attraverso fonti attendibili. La diffusione di notizie false (o di mezze verità) ferisce in primo luogo chi opera nei mass media, che ne escono screditati, tanto più che non di rado le fake news vengono rilanciate dagli organi di informazione tradizionali, anche pubblici.
È vero – art. 21 della Costituzione – che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. È la libertà di opinione. Ma anche qui l’onestà intellettuale è d’obbligo. Le notizie false e l’odio telematico (hate speech) non sono opinioni. Il più delle volte sono reati.
Anche su questo interviene Kompatscher. “L’odio nei social network può ancora essere gestito e tollerato?”. “Molte persone sono arrivate alla conclusione che avere a che fare con gli ‘haters’ sia dannoso, nonché una perdita di tempo, e hanno per questo cancellato i loro profili social. Personalmente, non voglio fare a meno di questi canali di informazione. Questo è uno dei motivi per cui trovo sia importante e mio compito sottolineare che l’odio non è un’opinione”.

Autore: Paolo Bill Valente

Screening e vaccini: come sta andando

A un anno dallo scoppio della pandemia da Covid-19, la straordinaria mobilitazione della comunità scientifica internazionale ha portato alla produzione e alla somministrazione delle prime dosi di vaccino in quasi tutto il mondo. L’obiettivo è abbassare il tasso di mortalità e raggiungere al più presto l’immunità di gregge che possa permettere un ritorno graduale alla normalità. 

Il piano vaccinale in Italia
In Italia il piano di vaccinazione è stato avviato il 27 dicembre dell’anno scorso. Le prime somministrazioni sono state destinate alle categorie che si impegnano in prima linea a contrastare il virus e sono dunque le più esposte – medici, operatori sanitari e sociosanitari. Dopo gli utenti e il personale delle Residenze Sanitarie Assistenziali, che ospitano persone ad alto rischio di sviluppare una malattia grave, a causa dell’età avanzata e della possibile presenza di patologie pregresse, il piano nazionale prevede la vaccinazione di tutta la popolazione più anziana – in particolare gli ultraottantenni – e più vulnerabile – la popolazione con condizioni patologiche particolari. Con l’arrivo di ulteriori dosi e per la presenza di diverse tipologie di vaccino, la somministrazione ha avuto inizio anche per gli insegnanti e il personale scolastico, le forze dell’ordine e i lavoratori dei luoghi di comunità e dei restanti servizi essenziali. 

La campagna vaccinale altoatesina
L’Alto Adige è capofila a livello nazionale, con oltre 68.000 dosi già somministrate. In regione i maggiori beneficiari del vaccino sono al momento, come in tutta Italia, gli operatori sanitari e sociosanitari; alto è anche il numero di dosi somministrate agli over-80 (17.479, al 6 marzo). Capillari, date le potenziali difficoltà di spostamento, i punti di somministrazione per quest’ultimi su tutto il territorio: per gli ultraottantenni di 14 comuni della Bassa Atesina è stata organizzata a Egna una doppia giornata di vaccinazione (venerdì 5 e sabato 6 marzo); seguiranno poi, con la somministrazione della seconda dose, i comuni di Terlano e Sarentino. Procede rapidamente anche la vaccinazione del personale scolastico, di asili e università, che supera la soglia dei 10.000 vaccinati, raggiungendo quasi il 50% del gruppo considerato. Complessivamente, durante la prima settimana di marzo, sono state previste nel comprensorio sanitario di Bolzano oltre 5100 vaccinazioni. L’Azienda Sanitaria altoatesina avvia inoltre altri due grandi punti di vaccinazione sul territorio: a Merano è stato allestito all’interno del Kurhaus un centro vaccinale, attivo dal 1 marzo fino all’autunno, mentre è prevista per la metà di marzo l’apertura di un punto di somministrazione presso la Fiera di Bolzano. 

Lo screening regionale
Prosegue inoltre la campagna di screening regionale avviata a novembre 2020 con il sistema di test rapidi. La seconda fase prevede, oltre al tracciamento dei contatti stretti e all’avvio di un sistema di screening ogni qualvolta si verifichi una maggiore incidenza di contagi, un monitoraggio costante delle infezioni attraverso una serie di test mirati per un campione rappresentativo della popolazione di 4 mila persone tra i 18 e i 70 anni individuate in modo casuale, come pure di 900 persone dell’ambito scolastico e 300 alunni maggiorenni delle scuole superiori. Ogni settimana, per quattro settimane, le persone vengono sottoposte gratuitamente a test antigenico rapido. Ogni quattro settimane, dunque, 4 mila cittadini vengono invitati, con una lettera, a partecipare al monitoraggio regionale su base volontaria. 

L’iniziativa del Comune di Ora
Sulla stessa linea d’azione, il Comune di Ora ha avviato un’ulteriore campagna di screening di massa per i suoi abitanti. L’iniziativa, che non prevede obbligo di prenotazione e si articola su nove giornate, è stata accolta positivamente dalla cittadinanza. I test antigenici rapidi sono gratuiti e vengono offerti in due centri presso stazioni drive-in.

Autore: Ana Andros – COOLtour

Termeno, paese del vino e del carnevale

Con il gelo di questo lungo inverno nelle ossa, ci avviciniamo fiduciosi a Termeno. Il paese sorge su un’altura sotto i monti Göller e Roen e, in senso lato, a cavallo tra la Bassa Atesina e l’Oltradige. A quest’ora del pomeriggio il sole attraversa la valle dell’Adige trasformandola in una terra ricca di suggestioni mediterranee. 
Lasciato alle nostre spalle il lago di Caldaro e attraversando i caratteristici vigneti ancora spogli dove i contadini sono intenti nelle operazioni di potatura, raggiungiamo il centro del paese, in passato più volte distrutto da furiosi incendi e dalle esondazioni del terribile rio della Val d’Inferno. 
Il nome del paese, di cui conosciamo varie versioni, da Traminum a Treminde e vico Traminno, rientra a pieno titolo nel novero di quelli preromani “indecifrabili”, presenti in gran numero anche in Bassa Atesina. Il problema principale, in questo campo, non è quello di “interpretare” il significato del nome ma, prima ancora, di individuare la sua lingua di appartenenza. Una possibile soluzione è stata proposta dallo studioso Diether Schürr, che lo fa derivare dal nome proprio TRIUMUS di origine euganeo-veneta.
È invece certo che Termeno, dal medioevo fino al 1777, fu terra di proprietà dei vescovi trentini, che qui dominarono con i Vanga e i conti di Appiano. Altrettanto singolare la circostanza, citata nella lettera vigiliana, che ancora nell’anno 1000 si seguisse la legge longobarda applicata da un gastaldo.
Se secondo la legenda fu il vescovo Vigilio a cristianizzare la zona e a fondare la prima chiesa, appare singolare che questa sia stata dedicata ai santi orientali trecenteschi Quirico e Giulitta. La basilica fu ampliata e ricostruita più volte ed è dotata di un possente campanile che raggiunge l’altezza record di 87 metri. La parrocchia era tradizionalmente legata al decanato di Caldaro a pare abbia raggiunto l’autonomia in epoca tardo medievale. 
In un vigneto del luogo, nel XIX secolo fu ritrovato uno stupendo menhir figurato di quasi due metri di altezza, che proietta i primi insediamenti indietro nel tempo di almeno 5000 anni, nell’età del rame.
Il nome di Termeno è legato indissolubilmente a due fattori: il carnevale e il vino. Il vitigno del Gewürztraminer, dalla classica uva rossastra, produce l’aromatico vino dal colore paglierino rinomato fin dai tempi antichi. Qui il vino ha una tradizione che precede l’arrivo dei Romani, che pure contribuirono in maniera decisiva a migliorare le tecniche di produzione e conservazione. Oswald von Wolkenstein, trovandosi al lago di Costanza nel 1416 e dovendo bere i vini locali, scrisse le nostalgiche parole “dick gen Traminn stet mein gedanck” (corre forte verso Termeno il mio pensiero).
Il carnevale, con il noto corteo di Egetmann (da un originario rito della fecondità, in cui un erpice – in tedesco Egge –  veniva trascinato lungo le strade del paese), è uno dei più antichi dell’area alpina. Viene rappresentato il martedì grasso degli anni dispari e attira migliaia di curiosi. Alla sfilata possono partecipare solo uomini, per cui anche le figure femminili sono interpretate da maschi travestiti. Considerando che il paese ha 3500 abitanti e che i figuranti sono quasi mille, è facile capire come ogni famiglia sia coinvolta nella sfilata accompagnata dal fracasso delle bocche di legno degli Schnappviecher, letteralmente draghi acchiappacristiani.
Chiudiamo la nostra visita sul dosso di Kastelaz, dove un tempo sorgeva un castello romano e poi quello medioevale distrutto da Mainardo II. È rimasta la stupenda chiesetta dedicata a S. Giacomo, ricca di straordinari affreschi romani del 1220 rappresentanti figure mitologiche per metà uomini e per metà animali: uomini-pesce che combattono con uomini-uccello, centauri e un uomo-cane. Forse qui si nasconde l’anima di questo paese e della gente che lo abita.

Copyright foto principale: David Kruk

Autore: Reinhard Christanell

“Ci sono possibilità oltre la demenza”

Continua la serie di articoli di approfondimento sul tema della demenza e della cura delle persone che ne soffrono, a cura di Roberta Lenzi del progetto Sente-mente. 

“Possiamo vivere una vita felice, continuare a fare le cose in modo diverso, utilizzando al massimo le nostre risorse.” Queste sono parole di Harry Urban, una persona che vive con la demenza. Anche Luigi, da qualche anno, convive con la demenza; e un po’ alla volta si accorge di come i ricordi si confondano e le parole si attorciglino intorno a idee che rapidamente svaniscono. Anche il suo corpo sembra dimenticare cose semplici: talvolta i suoi passi si fanno più incerti e le cose quotidiane che prima appartenevano alle sue abitudini gli sembrano estranee. Sente intorno a sé i suoi famigliari che, con voce sommessa, parlano di lui dicendo: “Sai, Luigi non è più capace di, non capisce, ormai non è più in grado”.
Alice, la donna che è sempre stata al suo fianco, farebbe qualsiasi cosa per lui. Gli sta accanto e diventa le sue mani quando lui non riesce a fare qualcosa. È abitudine comune sostituirsi al nostro caro quando lo vediamo in difficoltà nel compiere azioni che riguardano la sua persona; a volte questo è dovuto al poco tempo a disposizione, ma molto più spesso al desiderio di volerlo aiutare, di fare il suo bene, confondendo il significato di assistere con quello più profondo di “prendersi cura”. 
Non ci si prende cura di una persona solamente facendo delle cose per lei, ma anche consentendole di continuare ad alimentare la fiducia in sé stessa. Più ci si sostituisce alla persona, più si crea un rapporto di dipendenza e si influisce sulla sua autostima. È proprio il senso di autonomia che fa sentire di essere ancora vivi; poter continuare a occuparsi anche solo di piccoli aspetti che riguardano la cura di sé stessi – come allacciarsi le scarpe, chiudere i bottoni della camicia, indossare un indumento, farsi la barba, fare due passi, mangiare da soli…
Al di là dei limiti della persona che si ama, esiste un mondo di possibilità. Si deve solo scegliere di portare lo sguardo oltre gli ostacoli che si percepiscono come insuperabili e risvegliare la propria creatività, quella creatività che permette di trovare soluzioni alternative oltre il “si è sempre fatto così”. In che modo, per esempio? Se per la persona di cui ci prendiamo cura mettere le scarpe è diventato difficoltoso, prima di farlo per lei, proviamo a mettere uno sgabello dove possa appoggiare il piede: forse riuscirà a farlo da sé, con un po’ del nostro aiuto. 
Se usare il cucchiaio è una manovra complicata, possiamo cucinare cose gustose che si possano mangiare con la forchetta o, perché no, stuzzichini che si possano prendere con le mani. Non vuole lavarsi le mani? Arrabbiarsi è inutile. Chiediamo con gentilezza se, per favore, può lavare quelle tazzine nel lavandino. Si sentirà utile e, così facendo, si laverà le mani. Spetta a chi sta accanto a persone con demenza impegnarsi per moltiplicare le possibilità di autonomia nella loro vita. È il modo più bello per dire loro che gli si vuole bene.

Autore: Roberta Lenzi di Sente-Mente felicitatrice

Conosci la JoyEnJoy?

Un contest online per tenere sintonizzati e sempre attenti i propri followers, questa l’ultima iniziativa della JoyEnJoy che ha lanciato una sfida sui social per coinvolgere i propri fedeli seguaci, premiando coloro che meglio conoscono le attività proposte dall’associazione nel corso degli anni. Dieci domande, una al giorno, postate alle dodici in punto sul profilo facebook, hanno messo alla prova i diversi partecipanti che si sono sfidati alla ricerca della risposta corretta. I quesiti riguardavano le tante iniziative organizzate dall’associazione, nata nel 2014 con l’obiettivo di realizzare eventi per divertirsi e far divertire. Cinque i suoi fondatori ma molti di più i membri attivi che collaborano in maniera del tutto volontaria alla realizzazione di ogni manifestazione. Feste, spettacoli, sfilate e musical hanno caratterizzato l’attività della JoyEnJoy che ha sempre saputo stupire il proprio pubblico. 
L’associazione, che include al suo interno membri di diverse generazioni e di entrambi i gruppi linguistici, punta sull’intrattenimento a 360 gradi valorizzando il talento di ognuno. Tante le ore trascorse a lezione di canto, ballo o recitazione svolte online in questo periodo di pandemia, con l’obiettivo di perfezionarsi nelle varie discipline per crescere sempre più dal punto di vista artistico e migliorare l’affiatamento del gruppo. Partita con una festa pasquale, diventata poi una piccola tradizione per Salorno, l’associazione ha lavorato con molta dedizione, professionalità ed impegno, facendosi conoscere anche al di fuori dei confini locali. Tra gli spettacoli più importanti, i tre musical “Il Re Leone”, “Mamma Mia” e “C’era una volta un sogno”, un medley di diverse storie Disney, approdato anche al teatro Cristallo di Bolzano. L’associazione ha inoltre organizzato progetti teatrali per ragazzi delle scuole medie ed elementari così da avvicinare e far conoscere il mondo della recitazione e dell’intrattenimento anche ai più giovani, sottolineandone l’aspetto formativo. 
L’ultima iniziativa intitolata “Decenni X caso” è stata realizzata la scorsa estate e ha visto la JoyEnJoy fare un salto nel passato attraversando i decenni con la musica. I protagonisti a bordo di un piccolo furgoncino si sono esibiti in due serate all’aperto prima a Salorno e poi a Egna. Con tutti gli eventi proposti dall’associazione non è stato facile rispondere correttamente a tutte e dieci le domande del contest per aggiudicarsi il titolo di “Realfollower” e vincere una chiavetta Usb targata JoyEnJoy. 
Sono riuscite nell’impresa Adelinda Palella e Sofia Nicolodi. “Da quando la JoyEnJoy è nata abbiamo sempre avuto l’obiettivo di offrire dei momenti di intrattenimento e di svago che potessero arrivare a più persone possibili, senza distinzioni.” si legge sul profilo Facebook dell’associazione, “Quando abbiamo premiato queste due super followers, appartenenti a due generazioni diverse, è stato davvero gratificante. Speriamo di riuscire sempre ad avvicinare e unire persone diverse perché questa è la vera ricchezza.”

In foto principale: in alto, Adelina Palella premiata da Sibille Bazzanella; in basso, Sofia Nicolodi premiata da Alice Caldani

Autore: Erica Nardin

San Giacomo: dal neolitico a Cinte e Unterau

Si sa che i servi di due padroni rischiano di morire di fame. Questo, forse, vale anche per i paesi. Non che S. Giacomo vada intesso come un paese “servo” ma, indubbiamente, siamo in presenza di una località da molto tempo divisa tra due comuni. La causa di questo suo destino “bipolare” risiede proprio nel suo nome: in der Au o Unterau e, prima ancora, in der Schinte o Shint, da un originario, romanico Cinte (luogo “cinctum”, circondato da mura). Comunque, fino all’XIX secolo qui non esisteva che uno sparuto pugno di masi sparpagliati tra le anse del fiume Isarco che, oltretutto, ne insidiava l’esistenza correndo dritto verso il paese e ricongiungendosi all’Adige notevolmente più a sud di oggi.
Abbiamo detto “in der Au”: già, quello che interessava entrambi i comuni era proprio la distesa selvaggia di pascoli ubicati tra l’odierno Agruzzo e il Vurza. I bolzanini ne avevano assoluto bisogno per i loro animali, i laivesotti li rivendicavano per ragioni storiche. Alla fine, tra il XVIII e il XIX secolo fu decisa un’equa divisione del territorio: che alla fine accontentò tutti tranne, forse, gli abitanti di S. Giacomo.
Al di là di questo, vorremmo ricordare che proprio qui, sull’altura della vecchia e preziosa chiesa di S. Giacomo (il vecchio), ai cui piedi in epoche successive si stabilirono anche Romani e Longobardi, su un terreno dell’odierno Putzerhof sono stati rivenuti i resti di un antichissimo insediamento del mesolitico finale e del neolitico iniziale. 
A quell’epoca, la conca bolzanina è un deserto paludoso dominato da tre fiumi, qui sotto si trovano tre laghetti e il bosco scende a coprire buona parte del territorio. In lontananza non si vedono altri insediamenti: benché forse qualcosa ci sia a Castel Firmiano, sul Guncina e, dall’altra parte, nella zona sopra Settequerce. 
Ma da dove venivano questi cacciatori-raccoglitori? Che ci facevano qui? I reperti ritrovati, soprattutto frammenti di ceramica rosso-brunastra e frammenti di selce (punte di lance o frecce) insieme ad altri minuscoli utensili fanno pensare, per l’appunto, a un punto di riparo/riposo abbastanza stabile e rimasto attivo per molto tempo, forse addirittura fino all’età del rame quando già sui pendii soleggiati sopra Bolzano si erano insediati i primi agricoltori. Insomma, stiamo parlando di uno dei luoghi più antichi della parte bassa dell’odierno Alto Adige, occupato probabilmente e in prevalenza da cacciatori nomadi provenienti da sud, dato che le ceramiche ritrovate possono essere apparentate a quelle rinvenute nel vicino Trentino e appartenenti al cosiddetto gruppo del Gabàn.

Autore: Reinhard Christanell

In campo per difendere tutta la squadra

Soraja Caser, meranese doc della classe 1994, è l’attuale portiere e capitano della squadra di calcio femminile del Neugries nel campionato di eccellenza. Dopo una lunga carriera di successi, lo stop imposto dalla pandemia ha portato la calciatrice per la prima volta a dover uscire dal campo. Soraja però è ottimista e non vede l’ora di riprendere con gli allenamenti per proseguire e migliorarsi in vista dei prossimi campionati. Nella vita oltre che essere barista e personal trainer, ama passare il suo tempo libero a coltivare un’altra sua grande passione: la pesistica. 

Come ti sei avvicinata al mondo del calcio? 
Grazie a mio papà, che al tempo era il presidente del Fc Merano Calcio. All’età di 5 anni è stato lui a portarmi al campo e da quel momento in poi non ho più voluto uscire. 

Dopo nove anni con i maschi nel Merano, quale è stata la svolta che ti ha portata sempre più in alto? 
Ho iniziato la mia esperienza calcistica nelle squadre maschili dell’Fc Merano passando dalla categoria “Piccoli amici” fino ai “Giovanissimi”. All’età di 14 anni sono entrata nella squadra femminile della stessa società partecipando al campionato under 14 e di serie D provinciale. La svolta è stata l’anno successivo: sono stata chiamata dal Cf Sudtirol Damen per difendere la porta dell’under 19, esordendo così in Serie A. Dopo sei stagioni ho fatto un’esperienza in serie B con l’Unterland Damen. Da quattro anni a questa parte gioco nel campionato d’eccellenza regionale con il Neugries. 

Soraja Caser

Il tuo posto in campo è sempre stato in porta? 
Sì, da subito ho avuto come una vocazione: dal primo momento in cui ho messo piede in campo ho deciso di indossare i guantoni e sacrificarmi per la squadra solo per non subire gol. 

Il calcio è uno sport di squadra: che responsabilità ha il portiere nei confronti dei propri compagni per te? 
Personalmente ritengo che il portiere pratichi uno sport individuale all’interno di uno sport di squadra: gli allenamenti sono individuali e durante la partita si è principalmente da soli. Come è ben noto, il portiere non si può permettere di sbagliare neanche un intervento nei 90 minuti di partita e allo stesso tempo, vedendo tutti i compagni, cerca di aiutarli per evitare che anche loro commettano errori. È per questo motivo che penso che i giocatori debbano fidarsi ciecamente del proprio numero 1. 

Qual è il successo più alto che hai raggiunto? 
L’esperienza a Coverciano con la nazionale under 17, ma sicuramente anche tutte le partite che ho potuto disputare nella massima serie. 

Qual è la partita che non scorderai più? Perché? 
La partita che non scorderò più è con la maglia del Neugries e risale a novembre 2019 contro il Chiusa. Vincevamo 1 – 0 e a dieci minuti dalla fine ho parato un rigore. Pochi minuti dopo abbiamo segnato il doppio vantaggio e a pochi minuti dalla fine ho parato il secondo rigore concesso al Chiusa. Due rigori parati nel giro di dieci minuti: un sogno! 

Qual è la tua soddisfazione più grande che ti ha regalato questo sport? 
Soddisfazioni ne ho avute tante sia per i risultati che ho ottenuto calcisticamente, ma soprattutto per le persone che ho conosciuto durante questi anni sui campi di tutta Italia. 

Attualmente come stai affrontando questa situazione di lockdown? Potete proseguire con gli allenamenti o siete ancora ferme? 
Noi siamo ferme da inizio novembre 2020. Le prime settimane cercavo di allenarmi a casa, ma senza l’obiettivo della partita non trovo la giusta motivazione. 

Cosa ti manca più di tutto? 
L’agitazione e l’adrenalina che mi scorre nelle vene prima di una partita, ma soprattutto condividere lo  spogliatoio con le mie compagne. 

Cosa ti aspetti dal futuro? 
Prima di tutto che si ricominci presto con gli allenamenti sul campo e poi di vincere il prossimo campionato. 

Qual è il tuo sogno nel cassetto? 
In questo momento vorrei semplicemente tornare al più presto alla normalità. 

Autore: Chiara Caobelli

“Non demonizziamo i rapper di Sinigo”

Non troppo tempo fa fa un gruppo di ragazzi poco più che ventenni realizza e pubblica su Youtube un videoclip musicale dal titolo “La Fame”. Nel corto viene ripreso il quartiere di Sinigo alle prese con le scorribande di una gang incappucciata che maneggia armi e traffica droga. Gli educatori del Centro giovani “Strike Up” Mauro Dellafiore, Eva Perazzetta, e Noemi Gaspari prendono posizione sull’azione dei Fv1000, così il nome della band di Sinigo,  e in un colloquio con Pino Maiolo, psicoanalista, docente all’Università di Trento e formatore, hanno chiesto una riflessione sull’utilizzo di armi e di droga nelle loro performance espressive. 
Gli educatori del Centro Giovani Strike Up di via Roma 1 non hanno dubbi, quella del videoclip non è né una bravata né un’azione da condannare: “Chi non ha mai ascoltato rapper come Baby Gang, Paky, Sacky e Rondo da Sosa fino ad arrivare ai più conosciuti Capo Plaza, Sfera Ebbasta e Gué Pequeno non può immaginare quale siano i modelli dei giovani adolescenti di oggi – racconta Mauro Dellafiore – Lo scenario è quasi sempre lo stesso: quartieri poveri, piazze deserte, bande armate, mazzi di soldi, sacchetti di marijuana, macchine sportive e moto che sgasano”.

Giuseppe Maiolo ed Eva Perazzetta

“Lo strumento che usano è il rap, un genere ormai conosciuto e che in Italia comincia a vivere una stagione d’oro intorno agli anni 2000 grazie a Internet e ai Talent Show – spiega Eva Perazzetta – La via del successo e dei soldi è facile: basta realizzare clip musicali con una base elettronica e il gioco è fatto. Le visualizzazioni sui social poi sono la porta del successo e aprono la strada di alcuni di questi interpreti a collaborazioni importanti con i grandi del rap”. 
“Non capiamo la reazione di alcuni esponenti della politica  che hanno voluto sottolineare l’illegalità dell’iniziativa – conclude Noemi Gaspari – Oggi per molti ragazzi le scene riprese nel video sono normalissime e il testo della canzone esprime ancora una volta un bisogno, la fame di emergere, di essere considerati che è tipico di questa età”. 

Il professor Giuseppe Pino Maiolo, che proprio allo “Strike up” aveva organizzato delle serate sulla genitorialità, spiega quanto il contenuto del videoclip musicale poco ha a che fare con il tema del disagio giovanile  o dell’abbandono delle periferie: “Non è Sinigo il problema, poiché fenomeni giovanili di questo tipo si incontrano anche nella Milano bene – spiega – Il tema centrale, invece, di questa generazione è quello del voler esserci, voler esistere, voler essere presi in considerazione. Molti adolescenti si spengono e restano invisibili per molto tempo, scelgono la strada della violenza per esaltare ed amplificare il loro messaggio.
La violenza può prendere di mira la propria persona come nel caso di quei ragazzi che praticano forme di autolesionismo, il cutting (tagli  e incisioni con lamette su gambe e braccia), oppure verso l’altro come nel videoclip dei rapper di Sinigo che cantano “la fame” e realizzano un video di protesta. Nel testo della canzone c’è tutto: una storia, un pensiero, delle vite”. Il dottor Maiolo spiega che la droga, le armi, i soldi, il sesso sono strumenti accattivanti, ma il messaggio è davvero semplice, quanto antico: viviamo in un mondo disattento, pieno di problemi, la pandemia ha estremizzato determinati comportamenti e ridotto la nostra socialità e il mondo delle relazioni; i ragazzi rispondono in maniera aggressiva e forte alla trascuratezza del mondo degli adulti. 

Noemi Gaspari e Mauro Dellafiore

“Forse dovremmo fare loro alcune domande, invece di giudicarli sinteticamente: perché hai fame?” Di che cosa hai fame? – continua – scopriremo che questi giovani hanno fame di essere considerati e accolti. Ed è per questo motivo che è necessario creare progetti educativi adeguati, al passo con i tempi e sulla stregua dei bisogni dei giovani di oggi.
Dobbiamo ricordare che non molti anni fa il tema delle droghe e della sessualità aveva segnato un’intera generazione, quella degli anni Sessanta e Settanta,  le cui proteste avevano portato cambiamenti sociali e culturali significativi e l’affermazione di importanti battaglie di civiltà. Eravamo sicuramente adolescenti diversi rispetto alla fotografia di quelli di oggi, ma conserviamo le stesse caratteristiche, la stessa ossatura interna. L’adolescenza dell’uomo resta sempre la stessa: desiderio di libertà e di cambiare il mondo”.

Autore: Francesca Morrone

La denuncia

Nell’arte esprimersi liberamente è un dovere, non solo un diritto. L’arte è ossigeno, è libertà; ma anche la libertà deve seguire certe regole, soprattutto se quelle norme sono contemplate in quel libretto verde chiamato Codice penale. E due dei giovani rapper non lo hanno rispettato, tanto che sono stati denunciati per istigazione a delinquere e possesso di arma da fuoco. Se per il primo capo d’accusa ci potrà essere da discutere, dal secondo è difficile uscirne puliti: l’arma mostrata in video è un giocattolo, e quindi dovrebbe avere un tappo rosso che la identifica come tale. Nel video quel tappo non c’è, e non c’era nemmeno quando i carabinieri l’hanno trovato a casa dei ragazzi: probabilmente l’hanno tolto per esigenze sceniche, certo, ma non siamo ad Hollywood, e togliere quel cerchietto rosso dalla canna della semiautomatica non è una ragazzata.

Autore: Luca Masiello