Aldino: a un passo dal cielo

La strada che s’inerpica dal bivio di Olmi, ombrosa frazione a valle di Aldino, in direzione di Pietralba, è ancora poco trafficata; tuttavia si preannuncia una bella giornata primaverile e a breve le località più frequentate dai villeggianti della domenica saranno affollate. Prati, malghe e sentieri del Reggelberg brulicheranno di persone ansiose di recuperare il tempo perduto in un anno di restrizioni. Non c’è una nuvola in cielo e neppure le scie vaporose degli aeroplani che sorvolano in gran numero la valle dell’Adige e le Dolomiti riescono a offuscare l’azzurro oltremare che avvolge la chiesa e il campanile del paese affacciati sul punto più elevato di una collina. Ricorda, per trascendenza e luminosità, la volta giottesca della cappella degli Scrovegni. Sembra di stare ad un passo dall’empireo che sfoggia la solenne sapienza divina. Il rintocco secco delle campane che segnano l’ora lacera il silenzio profondo di una tipica domenica di pandemia. Le convivialità sembra ridotta all’essenziale ossia prossima al nulla, la rinuncia alle vecchie abitudini parte preponderante della vita quotidiana. La piazza centrale in leggera salita è spopolata, i locali pubblici chiusi. Le case sbarrate sembrano disabitate. Per assurdo, solo al cimitero che circonda l’edificio sacro e dove un tempo si stipulavano patti e contratti, c’è vita: due o tre persone si prendono cura delle tombe e chiacchierano sottovoce mentre riempiono gli annaffiatoi ad una fontana. 
Il camposanto, costellato di croci di ferro battuto, ricorda un reggimento immobile di cavalieri d’altri tempi in attesa del giorno del giudizio. Per entrare in chiesa, è d’obbligo passare in rassegna le severe sepolture; vita e morte sembrano gravare sui passi solenni dei fedeli. La vista tutt’attorno è grandiosa. 
La sensazione è quella di essere un punto insignificante in uno scenario infinito. Una cornice smisurata di monti imbiancati che un tempo diedero il nome a questa terra: in montanis. Alle nostre spalle si elevano maestosi i “familiari” monti sacri del Corno Bianco e del Corno Nero collegati dal passo degli Oclini, entrambi ricoperti di neve. Qui già millenni fa salivano gli uomini per trovare la vicinanza al loro olimpo e al mondo perenne degli avi; numerosi sono anche i reperti trovati nei vari luoghi di culto. In lontananza le cime bianche del Latemar e verso sud l’imponente gruppo del Brenta che questi saggi montanari legati alla natura consultano per comprendere l’evolversi del tempo. Un fondale che deve aver affascinato fin dall’antichità gli uomini arrivati quassù: come del resto tiene anche noi inchiodati al muro di cinta che circonda chiesa e cimitero. 
È una festa di colori primaverili, Aldino, i prati di un verde sgargiante fungono da corollario a un paesaggio di arcaica bellezza. Ancora non si vedono animali al pascolo, solo grandi uccelli neri sorvolano questo piccolo mondo antico salendo e scendendo ininterrottamente dal campanile a punta di matita. La chiesa è dedicata a S. Elena e risale al primo medioevo. Ma è facile immaginare che su questo promontorio i luoghi di culto si siano succeduti nei secoli. Infatti Aldino, meno di 2000 abitanti, è un paese antico. Secondo alcuni deve il suo nome (che compare come Aldin attorno al 1140) alla sua posizione in altura (dal latino Altinum), secondo altri al nome longobardo Aldo. Certo è che da queste parti correva il confine tra territori bavari e longobardi, come testimoniato anche dal nome di un quartiere della vicina Nova Ponente: Manee, da Arimanne, soldati longobardi a guardia dei confini. Non è neppure esclusa una forma molto più antica come quella proposta da Steub: Althena. Ma siamo nel campo delle ipotesi, nulla più. Attorno alla chiesa troviamo gli edifici più importanti, tra cui il municipio e un piccolo ma ricco museo. 
Per il resto, i masi sono disseminati sul vasto territorio che oltre a Olmi comprende anche il paese di Redagno. Di rilievo, da un punto di vista scientifico, la gola del Bletterbach ai piedi del Corno bianco: una spaccatura verticale che consente l’osservazione delle stratificazioni rocciose avvenute in varie ere geologiche.
Gli abitanti si dicono discendenti di alcune famiglie immigrate dalla Germania meridionale in epoca medievale e perciò, anche in virtù del loro dialetto, vengono chiamati “Hessen”. Curiosa la circostanza che in epoca fascista il paese venisse denominato Valdagno e facesse parte della provincia di Trento: ma quei tempi sono fortunatamente passati.

Autore: Reinhard Christanell

Tracce di trasform-azione a Vadena

Prosegue la serie di articoli riguardanti il progetto “Sente-mente comunità amiche”, che approfondiscono il tema della demenza. “Tutto ciò che farai nella vita lascerà una traccia: di conseguenza, impegnati per avere piena coscienza di ogni tua azione” – Paulo Coelho.

Sappiamo bene com’è facile dimenticare. Andiamo a fare la spesa senza la lista e solo a casa ci rendiamo conto di non aver acquistato proprio “l’ingrediente indispensabile”. Abbiamo un appuntamento con un amico, il tempo ci sfugge e all’improvviso ci rendiamo conto che l’orario è passato.
Così com’e facile dimenticare fatti e informazioni, anche i nostri propositi spesso subiscono lo stesso destino. Quante volte ci siamo detti: da domani smetto di fumare, da lunedì inizio la dieta, voglio comportarmi in modo diverso ecc. La vita travolge e spesso la fretta soffoca nelle sue spire anche le più buone intenzioni. Nel “traffico di vita quotidiana” la routine spesso scandisce il nostro tempo e nello spazio residuo la stanchezza prende il sopravvento allontanandoci dai nostri propositi per lasciare spazio alle numerose attività che inevitabilmente riempiono le nostre giornate. Al mattino accendiamo il pilota automatico che ci rende super efficienti e ci lasciamo condurre da esso per tutta la giornata, per ricominciare daccapo il giorno successivo.
Ma se le varie attività possono diventare facilmente una consuetudine, c’è una cosa che dovrebbe sempre rimanere svincolata dalla routine, la relazione con gli altri. Le persone che vivono con la demenza sono dei grandi maestri a riguardo. Se ti prendi cura di una persona che vive con una diagnosi di demenza sai bene quanto sia necessario continuare a nutrire la relazione attraverso sguardi, gesti e parole consapevoli. Gesti sbrigativi, risposte standard, toni irritati figli di una routine congestionata, portano la persona che vive con demenza, ad uno stato di reattività che si esprime attraverso comportamenti definiti dalla medicina ufficiale “disturbi del comportamento” ma che altro non sono che risposte ad una situazione ambientale poco favorevole. Abbiamo quindi bisogno di mantenere viva l’attenzione alla relazione, abbiamo bisogno di “tracce” che ravvivino il nostro proposito di continuare a coltivare e avere cura della relazione con il nostro caro, per non dimenticarcene.
Le panchine arancioni vogliono essere proprio questo, tracce disseminate sul territorio, post-it sociali che, attraverso il loro messaggio ci riconducano li, al cuore della nostra relazione con la persona di cui ci prendiamo cura.
Dopo Bronzolo, anche a Vadena tre panchine ci ricorderanno l’impegno sociale assunto dai due Comuni che con l’adesione al Sente-mente®Project, intendono contribuire affinché si sviluppi una trasformazione culturale nei confronti della demenza. 
Passeggiando dalla Caserma dei vigili del Fuoco di Vadena in direzione Mover, incontrerai anche tu queste “panchine parlanti”. Ecco le tracce di trasform-azione di Vadena:

“È il modo in cui pensi a me che deve cambiare” 

È dai nostri pensieri che inizia il cambiamento. I nostri pensieri sono il terreno dove possono germogliare erbacce da estirpare o fiori da ammirare. A noi la scelta. Cosa penso della persona che vive con la demenza? Credo che sia ancora possibile continuare a vivere una relazione con lei? Penso che ci sia un linguaggio nuovo che posso imparare affinché  io possa continuare ad incontrarla?

“Voglio ancora essere felice”

Le persone con demenza non hanno solo bisogni fisiologici da soddisfare come mangiare e dormire, ma alla pari di ogni essere umano continuano ad avere desideri, sogni da realizzare. Continuano ad inseguire la felicità. Come posso creare per te momenti di benessere?
Vogliamo essere una comunità che oltre ad erogare servizi sia in grado di andare incontro ai desideri della parte più fragile della cittadinanza? Il desiderio di socialità ad esempio..

“Voglio un mondo libero dal tuo pregiudizio” 

Un grande desiderio di chi vive con la demenza è sentirsi accolto e riconosciuto come persona aldilà della malattia. Il pregiudizio condiziona enormemente la relazione…come posso mantenere la mia attenzione sul nocciolo vitale presente e pulsante in te anziché sugli inevitabili sintomi di malattia?
L’invito è di sederti per un momento sulle panchine e di lasciarti interrogare da questi messaggi affinché  queste tracce di trasformazione sul territorio  si concretizzino davvero in gesti quotidiani di accoglienza che a loro volta diventano tracce di dignità.

Autrice: Roberta Lenzi Sente-mente facilitatrice

Giulia Pedron: il viaggio come stile di vita

Giulia Pedron, fotografa di Bolzano, da poco trasferitasi a Bronzolo, ma soprattutto ormai cittadina del mondo, inizia a viaggiare già al liceo scoprendo la passione per il viaggio e per la fotografia. Viaggia alla ricerca di persone e parti del mondo rimaste incontaminate dalla globalizzazione per immortalarle con il suo obiettivo.  

Come sono nate le tue passioni per la fotografia e il viaggio?
Sono state direttamente proporzionali. Durante l’anno in Inghilterra alle superiori ho iniziato a conoscere un mondo nuovo. All’università ho frequentato il terzo anno a Madrid e ho iniziato ad avere sempre più voglia di conoscere. Per scrivere la tesi di laurea ho passato due mesi in Tanzania. Raccontando la mia esperienza, vedevo che le parole non erano sufficienti per trasmettere ciò che avevo vissuto così ho iniziato ad avvicinarmi alla fotografia pensando che l’immagine mi avrebbe aiutato a esprimerlo. In seguito mi sono iscritta a un master di fotografia a Barcellona e ho iniziato a viaggiare: per alcuni anni sono stata via con lo zaino in spalla. È diventato il mio modo di vivere.

Stai già progettando un nuovo viaggio?
Io e il mio compagno avevamo in programma di partire a febbraio. L’anno scorso abbiamo preso un furgone usato con l’idea di partire da Bronzolo per arrivare in Cina seguendo l’antica via della seta. L’itinerario non è ben definito in modo da poter viaggiare con la leggerezza di partire e non sapere cosa succederà.

Ci sono delle tappe che non possono mancare?
Ci sono delle tappe tematiche che mi interessano particolarmente lungo la via, tra queste l’Armenia e i Paesi dell’ex Unione Sovietica. Il resto ancora non è ben definito, ma sono convinta che ogni Paese abbia qualcosa di unico da offrire.

La mancanza di una lingua comune è mai stata un problema?
Mi è capitato molte volte di trovarmi in posti in cui l’inglese non veniva né parlato né capito, ma in un modo o nell’altro ci siamo sempre compresi. 

I tuoi servizi verranno esposti in mostre?
Ho realizzato alcune esposizioni sia a Bolzano che a Buenos Aires, dove ho vissuto per quasi due anni. Purtroppo, causa Covid-19, alcune mostre sono state annullate o posticipate. Una di queste, sulla Rotta Balcanica, verrà presentata a giugno alla festa dei popoli. 

Quali sono i soggetti e i temi che prediligi?
Le minoranze etniche: quando viaggio cerco di creare un contatto anche in modo da riuscire a realizzare i loro ritratti con più autenticità. L’altro tema è quello della denuncia. 

I tuoi lavori fotografici sono anche un modo di finanziare i tuoi prossimi viaggi?
Sì, durante le esposizioni le foto sono in vendita. Ho un sito internet (giuliapedron.com) in cui si possono vedere i miei lavori, oltre alla pagina Instagram @senza_mappa, dove si possono seguire i nostri viaggi. 

La tua famiglia come ha preso la tua scelta di vita?
Il fratello di mia nonna era un girovago, è partito quand’era molto giovane e ha vissuto in diversi Paesi come l’India e la Turchia. Penso che un po’ di lui sia arrivato a me. Mia madre è contenta per me perché sa che viaggiare mi rende felice, mentre mio padre vede ancora il viaggio come una vacanza. Fosse per me viaggerei tutta la vita! 

Infine: che consigli daresti a persone incuriosite dalla conoscenza del mondo?
Partire almeno una volta da soli è il modo migliore per affrontare un’esperienza: ti affidi completamente a te stesso e affili tutti i tuoi sensi. Direi anche di non programmarsi tutto così ogni inaspettata novità sarà un arricchimento personale. 

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

Percorsi tattili: un’occasione per la città

In Consiglio Comunale è stata recentemente bocciata una mozione che chiedeva la realizzazione di una rete tattile per non e ipo vedenti, dimostrando come sulla tematica ci sia ancora tanto da lavorare. Il Sindaco Bianchi però assicura: “Nella riqualificazione di via Kennedy abbiamo previsto questo tipo di dotazione”.

Al giorno d’oggi lo sviluppo e il progresso innovativo di una città non passa soltanto attraverso l’implementazione di nuove tecnologie che permettono un salto a piedi pari nel futuro, ma anche attraverso iniziative dal forte impatto sociale. Specie in questo periodo segnato dagli strascichi che la crisi da Covid ha lasciato dietro di sè, è importante ascoltare e comprendere i bisogni delle persone per individuare tutte quelle azioni volte al miglioramento della vita quotidiana del cittadino. 
A tal proposito, un tema sempre attuale è quello delle infrastrutture e dell’abbattimento delle barriere architettoniche, ostacoli che ancora oggi condizionano l’accessibilità e la fruizione delle persone con disabilità, ma non solo, a determinati luoghi pubblici. Una soluzione al problema lo sono i percorsi tattili, superfici dotate di rilievi, percepibili al passaggio, per consentire ai non vedenti e agli ipovedenti di orientarsi nei luoghi e riconoscere distintamente gli ostacoli e le altre eventuali fonti di pericolo lungo il percorso. Ad oggi sono tante le amministrazioni che hanno deciso di impiegare tale sistema nella propria rete stradale. A Laives, durante la seduta del Consiglio Comunale del 13 e 14 aprile, era stata presentata una mozione volta proprio ad impegnare la Giunta alla realizzazione di percorsi tattili finalizzati al superamento delle barriere architettoniche nelle dorsali principali della Città di Laives, appunto, e delle frazioni di Pineta e San Giacomo. La mozione è stata bocciata ma l’argomento tiene ancora banco. 
Al momento l’unico percorso tattile esistente nel Comune è quello presente alla stazione ferroviaria, installato da STA e Trenitalia. Il sindaco Christian Bianchi ha voluto però precisare che qualcosa si sta comunque muovendo nella direzione giusta: “Confermo, come risposto in consiglio comunale, che nel progetto della nuova via Kennedy a Laives è previsto che sui marciapiedi ci sia questa dotazione di rete tattile. Si tratta di una previsione progettuale già discussa lo scorso anno, che arricchirà e aumenterà la possibilità di frequentazione della via stessa anche alla categoria degli ipovedenti”. Un primo passo verso quella che si spera possa diventare prima o poi una rete molto più vasta.
La mozione, che era stata presentata dal consigliere comunale Andrea Sbironi, individuava alcune arterie principali dove posizionare i percorsi. Oltre alla già citata Via Kennedy, ci sarebbero anche Via Pietralba, Via Galizia, Via Marconi, Via Brennero, Via Dolomiti e Via San Giacomo. In questo modo tutti gli utenti potrebbero raggiungere in totale tranquillità farmacie, teatri, supermercati, luoghi di culto, le fermate degli autobus e gli altri maggiori servizi privati e pubblici posti proprio su tali vie.

Andrea Sbironi

La posa di una pavimentazione tattile permetterebbe un migliore orientamento per le persone con disabilità e soprattutto il prezioso riconoscimento di luoghi pericolosi come scale, rampe o intersezioni. “È evidente che i miglioramenti potranno avvenire progressivamente sul territorio comunale, nell’arco di un decennio e più, ma è quanto mai importante iniziare ora”, racconta Andrea Sbironi, consigliere comunale promotore della mozione.
La creazione di questa rete di percorso andrebbe infatti progettata di pari passo con la riqualificazione di arterie cittadine centrali o il futuro rifacimento di strade e marciapiedi. “Purtroppo nella riqualificazione di San Giacomo e Pineta si sono perse queste opportunità. Credo che un’iniziativa di questo tipo possa essere un inizio per una Città che proprio attraverso lo sport, il turismo e il commercio, possa attrarre cittadini “diversamente abili” e che permetta ai cittadini residenti in situazione di difficoltà maggiore autonomia.  Nel 2021 il nostro Comune è ancora indietro su questa tematica”, prosegue Sbironi. 
Inoltre, va sottolineato il bassissimo impatto che la realizzazione di tali percorsi avrebbero sulle casse comunali, proprio perché potrebbero essere integrati con l’asfalto nuovo o le operazioni di sicurezza stradale. Attraverso il Decreto Fraccaro per l’abbattimento delle barriere architettoniche, il Comune di Laives avrebbe diritto a circa 90.000 euro a fondo perduto per questo tipo di attività.

Autore: Alexander Ginestous

Marco, un calciatore a caccia di talenti

Marco Valline appassionato di calcio da sempre è allenatore di calcio Figc. A Merano ha fondato un’organizzazione “Soccer Academy Passirio Merano”, che si occupa di cercare giovani talenti del calcio e con la collaborazione di altri partner professionisti fornisce supporto alle associazioni sportivi con corsi di formazione e allenamenti specifici e individualizzati.

Da dove nasce la sua passione per il calcio? 
Questa passione mi accompagna da sempre, da quando giocavo nei cortili del mio quartiere. Una volta non c’erano i giochi che ci sono oggi e il calcio era l’amico di infanzia per la nostra generazione.

Che cosa ha di diverso la sua organizzazione? 
Il progetto è ambizioso e consiste nel supportare le società dilettantistiche e professionistiche sul nostro territorio e intervenire su molti aspetti dell’allenamento.

Chi sono gli altri membri di questa organizzazione?  
Siamo tutti allenatori presenti sul territorio di Merano che hanno diverse specialità in ambito sportivo.

Che cosa fate nello specifico? 
Il nostro lavoro è quello di fare allenamenti specifici per bambini e ragazzi laddove alcune società non riescano ad offrire il giusto supporto in termini di personale e strutture.

Da dove nasce l’esigenza di un percorso professionalizzante per i giovani? 
Il “Soccer Academy Passirio Merano” offre un addestramento a 360 gradi che va dal rispetto delle regole del calcio agli all’apprendimento di tecniche di gioco. Il nostro obiettivo è di dare una formazione motoria.

Oltre all’allenamento fisico che cosa comprende il vostro coaching? 
Il nostro coaching comprende una vasta categoria di allenamenti con lo strumento: conduzione, trasmissione, dribbling, 1 vs 1, colpo di testa con una attenzione allo sviluppo evolutivo del bambino. I giocatori quando molto giovani devono essere accompagnati nello svolgimento e nell’esecuzione di esercizi nei tempi giusti e nei modi adeguati.

Quali sono le difficoltà che i giovani o i giovani adulti incontrano quando si approcciano al calcio o allo sport in generale? 
Oggi i ragazzi sono molto avvantaggiati: dispongono di buone strutture, associazioni e allenatori. Il problema sono le aspettative che sia i giovani giocatori sia i genitori nutrono nella carriera calcistica. Il calcio come tutti gli sport è una disciplina faticosa che richiede impegno, ma anche tempo.

Crede che i ragazzi di oggi si lascino trasportare troppo facilmente dai grandi beniamini del calcio senza comprendere il sacrificio e lo sforzo dietro ogni disciplina? 
Oggi il calcio è anche evento mediatico, spettacolarizzazione. Diciamo la verità: molti calciatori non danno una bella immagine di loro stessi e i ragazzi si lasciano incantare dalla ricchezza e dal successo dei campioni.

Come avete portato avanti le vostre iniziative durante l’isolamento temporaneo dovuto al Covid-19?
Le nostre iniziative sono già partite sulle piattaforme social (Zoom, Facebook ecc…), facendo allenamenti individuali sul dominio della palla.

Qual è la finalità di questo progetto?
Insegnare che il calcio non è solo uno sport, ma disciplina e filosofia sportiva. Il progetto è basato sulla crescita del bambino che impara gradualmente ad approcciarsi al mondo del calcio fatto di gioco, di tecniche, di regole e compromessi.

Autore: Francesca Morrone

In arrivo l’autobus elettrico a chiamata

È come un taxi un po’ più grande, ma è elettrico ed è gratis: da giugno fino a novembre in riva al Passirio circolerà un mezzo di trasporto pubblico quanto mai innovativo, un piccolo bus elettrico a chiamata che i cittadini potranno prenotare per spostarsi gratuitamente da un “pick up point” all’altro. Diciotto, per il momento, le fermate previste.

Si prenota con un’app

La prenotazione avviene tramite un’app dedicata che in tempo reale fornisce anche indicazioni sulla posizione del bus, su eventuali ritardi accumulati lungo il percorso o su cambiamenti di percorso. 
Il bus può essere prenotato fino a mezz’ora prima della corsa, ma è bene provvedere per tempo, perché in vettura possono salire al massimo sette persone. Chi prenota per primo ha la precedenza: nel caso di un numero di prenotazioni superiore alla capienza del mezzo, può anche verificarsi che il bus “salti” una fermata.
Una corsa con il bus on demand può essere prenotata anche telefonicamente chiamando il numero 0471 706633 negli orari di ufficio. Le corse vengono effettuate dal lunedì al venerdì dalle ore 8 alle ore 12 e dalle ore 16 alle ore 19 nonché il sabato dalle ore 8 alle ore 12 e dalle ore 16 alle ore 22.

Disabili: servizio porta a porta 

Il bus a chiamata dispone anche di una rampa elettrica che consente la salita e la discesa di persone in sedia a rotelle. A causa degli spazi ristretti presenti alle fermate, alle persone disabili viene garantito un servizio speciale: nelle zone comprese fra le fermate indicate nella piantina col colore giallo, le persone in sedia a rotelle possono infatti attendere l’arrivo del bus o scendere dal mezzo anche al di fuori dei “pick up point”, a patto che questi ultimi siano comunque facilmente accessibili.
Le varie fermate del bus on demand sono state riportate su un’apposita piantina. Le corse fra le fermate contrassegnate in grigio non possono essere prenotate.

Mobilità innovativa

Il bus on demand è parte del triennale progetto Interreg Mentor, nel corso del quale è già stato attivato il servizio di bike sharing e sperimentato – a novembre del 2019 e per la prima volta pubblicamente in Italia – il bus a guida autonoma. 

“Collaudatori” cercansi

I cittadini che hanno intenzione di aiutare l’Amministrazione comunale e la Sasa a testare e dunque a migliorare il progetto sono invitati a testare il call bus nel periodo dall’1 al 14 giugno. I primi partecipanti che in questo periodo avranno effettuato almeno otto corse, dando poi anche un riscontro dell’esperienza fatta, riceveranno un buono per il ristorante del valore di 30 euro.
Chi desidera collabortare può scrivere una mail all’indirizzo 
mentor@comune.merano.bz.it

Tre giorni per parlare di Europa

Sono state tre le ragazze premiate dal Südtiroler Künstlerbund e dal Consiglio Provinciale di Bolzano per aver vinto il “concorso Europa” avendo elaborato tre diverse opere letterarie in vista della Festa dell’Europa che, ogni anno, si celebra il 9 maggio in ricordo della Dichiarazione di Schuman.

Riprendendo il concetto del poeta russo Joseph Brodsky, secondo cui “i Parlamenti funzionerebbero in tutt’altro modo se prima di ogni seduta si recitasse una poesia”, gli organizzatori del concorso hanno dato l’opportunità alle autrici di leggere i propri testi prima dell’inizio delle tre riunioni del Consiglio Provinciale avvenute tra l’11 e il 13 maggio.

Il testo di Caneve
Elisa Caneve – giovane bolzanina di 26 anni laureata in lettere e attualmente insegnante di italiano in una scuola media di Pedavena, a Belluno, ha presentato al concorso una sua opera, dal titolo “L’Europa è il suo orizzonte”, tratta da alcune esperienze realmente vissute, che è stata premiata dalla giuria composta da Ferruccio Delle Cave, Katrin Klotz e Ingrid Runggaldier. “Ho avuto molte opportunità per viaggiare all’interno dell’Unione Europea, dall’Erasmus ad alcuni progetti educativi, attraversando così molte periferie europee. Significative per la scrittura del mio testo sono state anche le esperienze vissute con dei ragazzi con background migratorio – racconta Elisa Caneve – queste mi hanno portato a riflettere sul valore del concetto di cittadinanza”.
La possibilità di raccontare davanti al mondo politico il momento vissuto durante il progetto ‘Promemoria Auschwitz’ e la propria esperienza come educatrice, è stata per Elisa l’occasione di dare un messaggio a chi, quotidianamente, si interroga e prende decisioni sui temi con i quali si interfaccia in prima persona. Ed è in questo momento che, come ricordava Brodsky, la letteratura acquisisce un ruolo fondamentale: “la parola è uno dei linguaggi più potenti che abbiamo per riflettere ed esprimerci. Tutti i testi di letteratura possono aiutarci a riflettere, anche quelli che non condividiamo, ed è proprio davanti a questi ultimi che dobbiamo porci in maniera critica per crescere come persone e come cittadini. Nel mio testo ho voluto dire tante cose – spiega Caneve – tra i temi ci sono i legami con il passato e i suoi insegnamenti, il concetto di cittadinanza e una riflessione sullo ‘ius soli’ che ho inserito attraverso un episodio vissuto con un ragazzo che aiutavo a fare i compiti, infine il ruolo dell’insegnamento e l’influenza che può avere sugli studenti”.

Credere nel modello europeo
“Faccio parte di quella generazione che può avvalersi dei vantaggi dell’Unione Europea, ad esempio muovendosi liberamente, praticandoli quasi con ovvietà. Il concetto di Europa va valorizzato nella sua fragilità, anche quando si colpevolizza o sottovaluta. Per questo è importante continuare a fare scambi, conoscersi e creare un sentimento europeo, nonostante le diverse problematiche che porta con sé. È proprio per affrontare queste ultime che dobbiamo continuare a credere nel modello europeo” ha concluso Caneve.

Autore: Andrea Dalla Serra

Culture Corner: un luogo d’incontro

Nonostante la pandemia ci abbia resi consapevoli di quanto piccolo sia il mondo intero e di quanto tut-to sia interconnesso, non dobbiamo dimenticare l’importanza sociale dei quartieri – soprattutto nella nostra città – da dove posso nascere iniziative rilevanti per tutta la cittadinanza.
A ribadire questo concetto, attraverso una vera e propria iniziativa sociale e culturale, è Stefano Rossi, giovane bolzanino coordinatore delle attività per bambini del “Learning Center” di Bolzano. Una cooperativa, quest’ultima, che ha preso in mano insieme a CooperDolomiti la gestione del Culture Corner di via Bari 36/A, offrendo attraverso questo progetto – sostenuto dall’Ufficio di bilinguismo e lingue straniere della Provincia – diverse opportunità rivolte ai piccoli ma anche agli adulti.
“Gestiamo ormai da tre anni il Culture Corner di Don Bosco, una ‘bottega della cultura’ finalizzata a mantenere vivo il quartiere. In quest’ultimo anno abbiamo attraversato anche noi molte difficoltà e siamo stati quindi impossibilitati a mettere in pratica diverse iniziative volte a raggiungere il nostro scopo – racconta Letizia Lazzaro di CoopDolomiti – siamo infatti contenti di aver potuto ricominciare a inizio maggio con le nostre attività”. Tra le iniziative che hanno dato il via alla ripresa delle attività c’è il “BookCrossing”, ovvero la possibilità di ricevere, donare o scambiare un libro di qualsiasi genere letterario.
“Desideriamo creare, attraverso questo luogo, un punto di incontro e di riferimento per il quartiere. Vorremmo infatti far nascere, più avanti, una rete con le scuole in modo da coinvolgere i bambini più piccoli facendo legare nuove relazioni e, contemporaneamente, facendo nascere in loro un senso di comunità. Abbiamo per questo in mente – racconta Stefano Rossi – di dar vita al ‘libro del giorno’ creando così una relazione diretta e costante con chi decide di frequentarci”.
Inoltre il Culture Corner offre corsi in lingua tedesca rivolti ai bambini. “Nel nostro territorio è di fondamentale importanza conoscere la lingua tedesca, e perciò abbiamo deciso di creare delle attività ludiche accostate all’utilizzo del tedesco. Così facendo i bambini possono imparare giocando. Credo che poter avere un posto dove apprendere senza essere valutati e attraverso delle esperienze extra scolastiche – continua Rossi – sia importante per la formazione di ogni bambino”.
Oltre ai corsi in lingua e di aiuto compiti disponibili a seconda delle esigenze delle famiglie, per i bambini è incominciato mercoledì 12 maggio un corso di modellismo di aeroplani, presentato in lingua tedesca da Alex Appoloni, giovane pilota bolzanino. “Questa esperienza che i bambini potranno fare si colloca in un’insieme di progetti, che vanno dall’artigianato allo sport, dagli aeroplani al cucito, che verranno proposti durante l’anno. Il tutto desideriamo possa rivelarsi come qualcosa di utile per la comunità e quindi per l’intero quartiere”, ha concluso Stefano Rossi.

Autore: Andrea Dalla Serra

Infusi, un nuovo collettivo di fumetti

A Bolzano il fumetto non è solo di casa da ormai 15 anni per la presenza del festival di fumetto e musica ArtMaySound, ma anche perché da circa un anno e mezzo è nato il nuovo collettivo di fumetti Infusi. 
Il collettivo si autodefinisce “di fumetti, scrittura e arti applicate”: fa autoproduzioni (albi e spillati a fumetti stampati e diffusi in autonomia) che si possono riconoscere dal logo di una tazza con una bustina in – appunto – infusione. 
Tra i fondatori del gruppo ci sono anche Armin Barducci, principale promotore del collettivo e autore di libri a fumetti altoatesino, ed Eleonora “Suri” Bovo, illustratrice e autrice di fumetti che ha anche disegnato il logo di Infusi. Del collettivo, tra gli altri, fanno parte anche Davide Tomazzoni, Daniele Unterfrauner e Joana Preza. 
Tra le cose prodotte con il marchio del gruppo ci sono già alcune pubblicazioni all’attivo, come “Heimat”, fumetto a puntate scritto e disegnato da Barducci (e di cui sono già usciti i primi due numeri) o come – sempre di Barducci – il fumetto per bambini “Pollicino opponibile” e infine la miniserie non-sense in formato tascabile “L’isola di bacon”. 
Anche Valentina Stecchi, disegnatrice e vignettista di Bolzano, fa parte di Infusi e ha pubblicato di recente il suo “La metà della mia mela è marcia”: storie d’amore riuscite male, a fumetti, si legge sul retro della copertina del libro. Prossimamente uscirà anche la rivista “Blend”, ‘miscela’ in inglese (a proposito di infusi), che farà da collettore delle storie prodotte dalle varie componenti del gruppo a tema ‘nostalgia’.

Autore: Redazione COOLtour

Vivere a Don Bosco… per lavoro

Giulia De Barba lavora in una struttura residenziale per persone disabili nel quartiere Don Bosco. L’abbiamo incontrata per conoscere meglio il suo lavoro e la sua quotidianità all’interno dell’appartamento. 

Buongiorno Giulia, di cosa ti occupi all’interno della struttura? 
All’interno dell’appartamento in cui lavoro vivono alcuni signori, per la maggior parte over 50. In questa struttura i ragazzi hanno diverse abilità, infatti aiutano me e gli altri operatori nelle faccende di casa, ci aiutano a cucinare, a stendere a lavare, tutte le cose insomma che appartengono alla vita di tutti i giorni. 
Oltre alle faccende domestiche noi li seguiamo e li accompagniamo nei vari laboratori che frequentano o sul lavoro. Ora con l’emergenza Covid-19 siamo parecchio penalizzati perché non è possibile per gli utenti delle residenze frequentare i laboratori. 

Quali sono le sfide che voi operatori dovete affrontare ogni giorno e come è vivere il quotidiano all’interno dell’alloggio? 
Questo gruppo è stato creato cercando di mettere insieme delle persone e dei signori che potessero stare assieme e convivere. Sicuramente una sfida è gestire gli screzi che a volte ci sono tra conviventi e poi ci impegniamo per far seguire i programmi della settimana, ad esempio chi fa da mangiare con l’operatore o altre attività tipiche del quotidiano, come qualche gita fuori porta in macchina. Sicuramente essere organizzati e scandire le giornate aiuta molto tutti quanti. In questi anni abbiamo notato che fanno fatica ad accettare i cambiamenti, infatti nel mio gruppo, quando ci sono degli imprevisti, non sempre è facile mantenere la calma o il buonumore, ma sicuramente ci impegniamo ogni giorno affinché le cose vadano al meglio. 

Come è invece vivere il quartiere Don Bosco? 
Il quartiere Don Bosco lo viviamo molto perché abbiamo dei posti dove ci conoscono e dove andiamo spesso (quando si poteva) anche con i nostri signori. Uno dei nostri bar preferiti è il bar di Stefano in via Resia, poi facciamo sempre compere di scarpe in via Sassari oppure nel negozio in via Parma di Daniele. La pizza, ad esempio, la prendiamo sempre alla pizzeria in via Resia. Frequentiamo anche spesso le chiese sia di Don Bosco che la San Pio X, quindi direi che ci sentiamo proprio parte di questo quartiere. Il quartiere è molto accogliente e i nostri signori, che ormai lo vivono da tempo, qui stanno proprio bene. 

Parlando di te, quali altre passioni coltivi fuori da lavoro? 
La mia grande passione è il calcio, ho giocato per 14 anni a calcio a 11 in varie squadre bolzanine e per tre anni ho giocato in serie B all’Azzurra San Bartolomeo di Trento. Negli ultimi due anni ho giocato invece a calcio a 5 nella Polisportiva Pineta, anche se non abbiamo ancora potuto completare un campionato a causa della pandemia.  

E come sei arrivata invece a fare questo lavoro? 
Appena finito il liceo non sapevo bene cosa fare, avevo tante passioni e tante idee diverse ma ciò che mi ha convinta è stato vedere una pubblicità di un corso per diventare Osa, ovvero operatrice socio assistenziale. Ho deciso di iscrivermi senza saper bene a cosa andavo incontro, ma sicuramente non me ne pento. Il corso è durato due anni e mi ha aiutato a trovare la mia strada. 

Sicuramente il tuo è un lavoro che dà tanto alla comunità e alle persone che segui, ma io volevo chiederti invece che cosa è che dà il tuo lavoro a te. 
Questo è un lavoro che da un punto emotivo e sentimentale ti dà tantissimo. I miei signori ad esempio apprezzano tanto le piccole cose e questo permette di rendere ogni giornata piacevole. Ma è sicuramente stancante, soprattutto perché abitando con loro ventiquattro ore su ventiquattro, è difficile dire “ora stacco”, però loro sicuramente apprezzano questo nostro impegno e riescono sempre a farcelo capire. Le soddisfazioni dunque sono molte e sono quelle che mi spingono ad andare volentieri al lavoro. 

Autore: Daniel Valentini COOLtour