“Non dimenticate il nostro quartiere”

“Il nostro quartiere ha bisogno di interventi di manutenzione, per non imboccare la china dell’abbandono e del degrado, e interventi strutturali al fine di far fronte alle nuove esigenze. È per questo che abbiamo inviato ai candidati sindaci alle elezioni comunali un programma relativo ad interventi da effettuarsi nel corso della prossima legislatura”. Non hanno perso tempo e si sono rimboccati (nuovamente) le maniche i membri del Comitato di quartiere di Piazza San Vigilio, si sono incontrati con i residenti e si sono rivolti a quelli che saranno gli amministratori della città, chiedendo loro di non dimenticarsi di questo rione. Progettato e costruito 45 anni fa, quello di piazza San Vigilio era considerato un quartiere residenziale moderno, all’avanguardia dal punto di vista architettonico, costituito da una trentina di edifici. Ma nel corso degli anni il quartiere ha cambiato fisionomia, e sono sorte nuove problematiche: “Se è importante investire in centro per garantire l’aspetto turistico di Merano – spiega il presidente Giancarlo Penasa – è nei quartieri che vive la maggior parte della popolazione e anche qui servono investimenti e realizzazioni”.
Sono cinque le proposte avanzate. La prima riguarda il cuore del quartiere: nonostante il nome, piazza San Vigilio non ha una piazza dove incontrarsi, che faciliti la reciproca conoscenza, il dialogo e il confronto fra i residenti, oltre che luogo per rafforzare l’identità del quartiere. Lo spazio che il Comitato propone è quello all’esterno del bar Patrizia, a fianco del piccolo parco giochi, sull’area in asfalto che sta in mezzo.
C’è poi la richiesta di creare una casa delle famiglie e del quartiere: di fronte al bar c’è attualmente un locale sfitto e degradato, ma che adeguatamente ristrutturato può essere utilizzatoa questo scopo: l’idea è di realizzare al piano terra uno spazio per bambini 0 – 6 anni, per i loro genitori e per tutte le famiglie, seguito da educatrici esperte e aperto ad eventi e iniziative anche nella piazza esterna, mentre nel piano sotterraneo una sala riunioni per tutto il quartiere. C’è poi il problema della manutenzione di alcuni vialetti; presentano infatti crepe o avvallamenti che sono già stati causa di cadute di persone anziane. E poi c’è la questione del parco giochi: in via Roma e in via Fornaio, l’utenza che utilizza il parco principale è notevolmente aumentata. Da una parte c’è la necessità di avere più spazio, dall’altra è molto sentito il bisogno di fissare delle regole di utilizzo che rispettino la quiete di chi abita vicino, trovando forme di prevenzione e dialogo con i gruppi di adolescenti e giovani che lo usano la sera (gruppo di lavoro con Polizia municipale, educatori Streetwokers, residenti e giovani).
L’ultima richiesta riguarda gli amici a quattro zampe: la necessità di un’area cani facilmente raggiungibile è molto sentita dagli abitanti. Sempre più famiglie e singoli abitanti nel quartiere hanno un cane in casa, ma nelle aree verdi attuali non è possibile lasciarli liberi di correre e giocare.

L’antico fienile dell’Abbazia Muri-Gries

La notizia è di questi giorni: l’antico fienile di via Fago, appartenente alla vicina Abbazia di Muri-Gries, probabilmente verrà demolito. Manca il vincolo di tutela da parte della Soprintendenza ai Beni culturali della provincia di Bolzano e, malgrado esista un progetto per farne un centro culturale di quartiere appoggiato dal Comune e da diversi cittadini, incombe un altro progetto nell’ottica della sua completa demolizione. Lo scopo è quello di realizzare sull’area un complesso edilizio immobiliare.
Da secoli l’immensa costruzione domina, dietro il complesso conventuale di Gries, la storica via Fago. L’edificio si presenta in realtà articolato in più corpi aggregati ad esso. Il corpo principale è costituito da un blocco di forma rettangolare, al quale si accede da un grande portone centrale, lievemente inclinato su una rampa d’accesso. L’ invito ad esso è costituito da un apparecchiatura in blocchi lapidei, simili agli altri muri di cinta del complesso conventuale. La copertura è con il tetto “alla slava”, tipico degli edifici a partire dal 1600.
Nelle antiche rappresentazioni della città l’edificio è raffigurato di piccole dimensioni, come in quella di Merian del 1645, mentre in un’altra del 1767 ci appare nelle forme attuali. Il fienile è impostato su due livelli. La parte sottostante è destinata al ricovero degli animali, mentre quella superiore all’accatastamento delle balle da fieno. Sui lati superiori compaiono finestre con griglie in laterizio ornamentale, per dare aria al magazzino del sottotetto.
Il Fienile ha una architettura di tipo “colto”, differenziandosi per forma e sostanza rispetto agli altri fienili ancora presenti a Gries ed alle tipologie rurali in uso nella piana bolzanina.
Un’altorilievo, posto a metà del fabbricato sul lato destro, fa ancora bella mostra di sé, con i monogrammi araldici dell’Abbazia di Muri-Gries. Alcuni decenni fa, un noto architetto bolzanino, aveva presentato un progetto per farne la sede del nuovo teatro cittadino, mantenendo integra la struttura. Tutto ciò, quando quello di Gries era diventato insufficiente e il nuovo teatro di Zanuso in piazza Verdi doveva essere ancora costruito.
La demolizione dell’antico fienile porterà per sempre via, ancora una volta, un pezzo della storia della città e priverà i suoi abitanti di uno spazio comune, utile da vivere.

Autore: Flavio Schimenti

Gli italiani sul Colle e le loro memorie

In questo numero del giornale attraverso alcune testimonianze di residenti parliamo del Colle, la frazione di Bolzano (formalmente quartiere centro storico) che si trova a circa 1200 metri di quota, collegata al fondovalle dall’omonima funivia, il primo impianto a fune al mondo per il trasporto di persone, inaugurato nel 1908.

Come abbiamo scritto lo scorso 1 luglio la località del Colle in origine era una delle 12 Malgreien, ovvero uno dei 12 rioni rurali che formavano il comune di Dodiciville e si estendevano intorno al nucleo storico di Bolzano, da cui furono inglobati nel 1911.
Oggi ci facciamo raccontare un po’ di storia di questa località attraverso la testimonianza della signora Cristina Alietti di Bolzano e gli scritti della sua mamma Vilde Balboni, oltre a quella della signora Annamaria Cavagnolo di Milano.

Cristina Alietti, come descriverebbe il Colle oggi?
Oggi il Colle consta di due alberghi più poche case, per lo più abitate in estate. Nei mesi caldi il Colle e i suoi boschi sono meta di escursionisti e fungaioli. Durante l’anno scolastico vi si recano invece quotidianamente gli alunni della scuola Steineriana.
Il Colle ha mantenuto le caratteristiche architettoniche dei primi del Novecento, non ci sono stati interventi di urbanizzazione, né ci sono progetti in tal senso. È un luogo di silenzio, vissuto più in estate che in inverno, quando spesso è molto freddo e ventoso, ma in grado di offrire splendidi colori.
Non ci sono negozi: ogni mattina il pane, il latte e le forniture per gli alberghi arrivano con la funivia. Il sabato mattina il furgone del pane vende dolci e pane freschi.

Il maso Uhl

Come è arrivata a legarsi al Colle?
Nel 1963 la mia famiglia si è innamorata di una casa risalente al 1910 di architettura viennese, rimasta chiusa per lungo tempo. Una volta acquistata è stata ristrutturata. Per raccontare cosa ha rappresentato emotivamente il Colle per la mia famiglia, mi piace proporvi un testo scritto dalla mia mamma, Vilde Balboni.
“Colle è un piccolo borgo situato a circa 1100 metri slm, una parte montuosa sotto al Monte Pozza (1615), che chiude a sud la città di Bolzano. Il monte, chiamato dai locali “Colle”, si estende verso la città presentando i suoi bellissimi boschi ricchi di ogni specie vegetale naturale verdeggiante che invitano ai sentieri che donano un panorama unico. La vista spazia dalle Dolomiti verso il lato Est fin dall’altra parte la città di Bolzano verso la Valle dell’Adige a e Sud Ovest con la catena montuosa dal gruppo del Brenta all’Ortles Cevedale; verso Nord invece lo sguardo va fino a San Genesio, Sarentino e Renon. Si tratta di un panorama che si può gustare dalla torre in legno accanto alla funivia. Durante l’estate al Colle si ammira un’alba con sorgenti di luci variopinte che filtrano tra le torri montuose delle Dolomiti: uno spettacolo unico, meraviglioso. Così anche il sorgere della luna che illumina il profilo dei boschi alberati trasformandoli in pettini luminosi. I giorni estivi godono di grande illuminazione solare e il tramonto a tarda sera presenta riflessi rossi che donano colori rosa a tutta la zona trasformandola (…)”.

Paesaggio d’inverno

Ci sono altre famiglie italiane legate al Colle?
Certamente la famiglia Cavagnolo, i signori Angelo e Mariuccia ci venivano dagli anni ’40 del secolo scorso. Angelo Cavagnolo ha ricevuto la cittadinanza onoraria dall’Azienda di Soggiorno di Bolzano parecchi anni or sono. Anche Annamaria, la figlia, lo scorso anno ha ricevuto un certificato d’onore.
I suoi genitori, amici della nostra famiglia, arrivata al Colle nel 1963, sono stati l’unica comunità italiana del Colle. Sia la mia famiglia, che la sua, hanno vissuto in un ambiente sereno, mantenendo ottimi rapporti con i pochi abitanti del posto. La prima auto giunta al Colle è stata quella di mio papà Italo Alietti, che per la ristrutturazione della casa utilizzava il “Maggiolino” Volkswagen, arrivando al Colle dalla vecchia strada, un sentiero per muli, contadini e qualche passeggiatore, ora percorribile solo a piedi.

La vista dall’albergo Klaus

IL RACCONTO DI ANNAMARIA CAVAGNOLO

“Sono nata a Bolzano nel 1946. Nel 1949 venni dichiarata senza speranza: setticemia grave incurabile a causa della mia allergia alla penicillina. Il Prof. Halfer, pediatra, ebbe un’idea geniale che mi ‘salvò’, raccomandando ai miei genitori di portarmi ogni anno al Colle, da lui considerato particolarmente benefico anche rispetto ad altri luoghi montani della zona.
Al Colle l’albergo Klaus era chiuso, dopo la guerra era tornato ad essere solo la residenza abitativa dei proprietari tedeschi del maso. Prendevamo quindi in affitto una stanza ai Bagni S. Isidoro, a metà strada tra Bolzano e il Colle. Quasi ogni giorno mio padre mi portava a piedi al Colle cercando di convincere il Klaus alla riapertura, in nome della mia salute. Nel 1950 abbiamo ottenuto una stanza ‘tuttofare’ in affitto al secondo piano dell’albergo! Da allora siamo tornati ogni anno insieme ad amici, conoscenti e parenti che si innamoravano del luogo e passavano parola.
I miei due figli hanno imparato a camminare al Colle, così come tutti i miei cinque nipoti!
Incredibili sono stati gli anni in cui la funivia non funzionava poiché bombardata. In quegli anni l’impianto veniva usato come teleferica per trasporto legname… ma ci siamo saliti anche noi. Il mio papà ha anche fatto l’esperienza fermo sospeso a mezz’aria in cassetta, mentre imperversava un temporale!
La strada per le auto non esisteva, più tardi ha iniziato a funzionare una traccia su cui passava la ‘Campagnola’, il fuoristrada della Fiat del proprietario dell’albergo Klaus.
Solo negli anni ‘60 è potuta arrivare la prima automobile, se non ricordo male era il ‘Maggiolino’ del Signor Alietti. Al Colle ritrovo ogni anno le mie radici, forti e stabili, nel turbinare dei tanti cambiamenti della mia vita.
Il Colle è rimasto quasi intatto da quando lo conosco, non smette mai di stupirmi per la bellezza profonda della sua semplicità naturale e per il legame che si rinnova, pur nell’avvicendarsi delle generazioni, con le persone che ci vivono. Grazie!”

Autore: Till Antonio Mola

Storia di Annette von Menz, la benefattrice

“Passaggio Annette von Menz”: è uno dei vicoli con i quali si può transitare dai Portici a via Streiter. Chi era Annette e che ruolo ebbe nella città di Bolzano? Anna von Menz era nata a Bolzano il 30 gennaio 1796; i genitori facevano parte della cerchia di famiglie, come i Menz e i Gumer, più stimate e ricche di Bolzano. Fino all’età di 15 anni Anna, oltre a giocare con l’amica veronese Elisabetta de Mori, passò il tempo a dipingere quadri, leggere libri per ragazze, cucire, suonare il pianoforte. Fu infatti a 15 anni, morta nel 1811 la madre (il padre era morto nel 1801), che Anna divenne la più ricca ereditiera di Bolzano. Fino al raggiungimento dei 24 anni, oltre al tutore dottor Anton Grabmayr, secondo il codice napoleonico ci doveva essere anche un consiglio di famiglia. Anna ebbe anche, dal maggio 1811, una governante, Madame Nizolle; da allora Anne divenne Annette. Il consiglio di famiglia si allarmò al sapere che il colonnello francese barone Gaston de la Croix aspirava alla mano di Annette. Informatisi meglio su di lui, si scoprì che era vedovo e aveva un’amante; il colonnello cercava di apparire più giovane, oltre ad essere un tipo superficiale e litigioso. Madame Nizolle e il colonnello de la Croix lasciarono Bolzano. Anna von Menz, passate le emozioni della storia con l’ufficiale francese, il 6 marzo 1816 si sposò a Rovereto con Carlo de Panzoldi di Monteolivo, che morì pochi mesi dopo le nozze. Tre anni dopo, il 19 aprile 1819, Anna von Menz sposò di nuovo il conte Ludwig von Sarnthein. Ludwig, oltre ad amministrare i beni dei Menz, doveva pensare alla propria residenza nobiliare Rottenbuch e ai tre castelli sarentinesi; ma era anche molto attivo nella vita pubblica.
La contessa Anna von Menz dal 1820 al 1837 ebbe sette figli, tre maschi e quattro femmine. La famiglia visse per lo più nell’attuale palazzo Toggenburg. Morto Ludwig nel 1867, Anna von Menz, oculata amministratrice del patrimonio personale ma anche anche grande benefattrice, morì a Soprabolzano il 1° luglio 1869.

Autore: Leone Sticcotti

The Shea: un nuovo album tra strumenti vintage e sonorità british

All’anagrafe si chiama Othmar Schönafinger, ma da diversi anni si è creato un seguito nel settore della musica online con lo pseudonimo The Shea (ogni riferimento allo stadio newyorchese in cui si esibirono i Beatles è tutt’altro che casuale), dapprima con degli interessanti singoli sempre accompagnati da belle copertine, perché nella vita The Shea fa il grafico, poi con un LP uscito nel 2018 per l’etichetta viennese Konkord. Tutto rigorosamente fatto in casa, nel suo studio in cui ha assemblato programmi e strumentazione d’epoca per ricostruire le sonorità che stanno alla base del nuovo lavoro, Disappear, uscito lo scorso 30 luglio.

“Si tratta di un disco che in realtà era già pronto quando la Konkord ha dato alle stampe quello precedente – ci racconta l’artista –, doveva anzi essere questo il disco previsto per il 2018, poi alla casa discografica mi hanno detto che a loro piacevano molto i brani che avevo messo in rete negli anni passati e così questo Disappear è stato messo in lista d’attesa. Un anno fa mi hanno detto che avevano deciso di non proseguire la collaborazione, erano contenti di come il disco era andato ma che avevano altri progetti. All’inizio di quest’anno però mi hanno ricontattato dicendo che avevano riascoltato il materiale è che si erano dimenticati che fosse così buono e che volevano a tutti i costi pubblicarlo. Non solo, stavolta lo hanno fatto in più formati: il vinile nero col CD allegato, il download digitale, l’edizione limitata in vinile colorato color marmo, il CD, il vinile colorato con allegato il 45 giri a tiratura limitata. Io non me lo aspettavo, ero comunque contento dell’esperienza fatta col primo disco, ma devo ammettere che essere stato ricontattato da loro, per il mio ego è stata una cosa davvero appagante”.
Rispetto al disco precedente Disappear vira più verso il sound degli anni settanta, con la scelta di usare strumenti ben precisi: The Shea conosce i suoni che vuole e quelli a cui si rifà, si suona tutte le parti strumentali e cura tutte le voci; stavolta però si è avvalso dell’aiuto di Alex Eschgfäller (già cantante dei John’s Revolution, precedente creatura di Othmar), che in un paio di canzoni suona la batteria. Inoltre, il nostro ha voluto provare l’ebbrezza di andare a registrare almeno un brano del disco, Murder Serenade, in uno studio professionale londinese, quello di Gilles Barrett che in questo brano si occupa anche del basso: tutto il resto è farina del sacco e delle mani di The Shea.
“Ero curioso – ci dice The Shea a questo proposito – di vedere e sentire come sarebbe suonata una mia canzone registrata con le orecchie di un inglese che conosce a menadito questi suoni. Nel mio DNA musicale c’è il pop inglese, dai Beatles ai Libertines e ai Babyshambles, e un tecnico inglese come Gilles sa come questa musica deve suonare, inoltre al Soup Studio vi sono chitarre Gretsch, batteria Ludwig, microfoni Neumann, tutti strumenti originali d’epoca. Poi in tutti i brani c’è la tastiera Eko Tiger che ho avuto in regalo da un amico che l’avrebbe buttata, io l’ho messa a posto e ora il suo sound è parte integrale della mia musica”.
Nel complesso il nuovo disco è un passo avanti rispetto ai già importanti risultati del suo predecessore, innanzitutto può contare su due accattivanti singoli usciti come video realizzati sempre in proprio e intitolati Liar (molto immediata e con un video che è un omaggio dichiarato a Elvis Presley) e Pumping In Your Chest (che in qualche modo richiama anche il periodo bubble gum di Giorgio Moroder, ben prima di Donna Summer e del successo interplanetario).
In Liar poi, c’è, ben inserita tra le pieghe del tessuto musicale, una chitarra che suona molto George Harrison.
“I Beatles – continua The Shea – sono un punto fermo. Anche se non cerco di fare musica beatlesiana, in qualche modo la loro lezione fa sempre capolino”.
Il sound del gruppo spunta anche nell’ultima canzone del disco, Got To Get To, l’esplicita The Bombs è invece un atto d’accusa alla politica di Trump, mentre nel brano che chiude il lato A, Sundance, è evidente la passione dell’artista per il cinema western e per le colonne sonore di Ennio Morricone: fin dalle prime note è perfettamente intuibile la sensazione dell’andatura stanca del cavallo che va incontro al sole che tramonta.
Unico rammarico l’impossibilità di eseguire il disco dal vivo: “Suonando tutto da solo – conclude Othmar – avrei bisogno di una band, ma per questa musica ci vogliono musicisti che siano appieno dentro il mood di questo suono, a partire dal suono per arrivare al look!”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Pedalando su per la Mendola

“Giornata senz’auto – in bici sulla Mendola” è il titolo dell’iniziativa svoltasi lo scorso sabato 18 settembre nell’ambito della settimana della mobilità. Un titolo che è già un programma: per un’intera giornata, dalle nove del mattino alle 16.30 del pomeriggio, la strada della Mendola è stata chiusa al traffico e aperta a biciclette e pedoni, caldamente invitati a percorrere i 15 tornanti, 13 km e 7% di salita della storica strada. Il tutto con le proprie forze o al massimo con l’aiuto di una e-bike.
Complice anche una splendida giornata di sole, in molti hanno risposto: gli organizzatori hanno registrato ben 2979 partecipanti.
Tra questi c’era anche Massimiliano Mariz, designer di Bolzano. Gli abbiamo chiesto come è andata: “Premetto che non sono un fanatico della bicicletta come certi ‘super sportivoni’. Pratico ciclismo solo da tre-quattro anni e senza fanatismi, ho iniziato ad affrontare le salite solo da qualche tempo. La mattina di sabato ho deciso d’impulso, mi sentivo motivato e… ce l’ho fatta! Devo dire che, arrivato in cima, insieme al fiatone, ho provato tanta soddisfazione, ma anche una certa emozione”.

Massimiliano Mariz

E come è stato salire senza il rombo dei motori alle spalle? Che atmosfera c’era?
“È stato fantastico, molti affrontano la Mendola anche col traffico, ma questa è tutta un’altra esperienza. C’era una bellissima atmosfera per niente competitiva – con la gente più varia e diversa. La strada era ben frequentata, ma mai affollata. Famiglie con bambini, i ‘super sportivoni’ appunto, che salivano sparati a tutta e tante bici elettriche. Ecco, quelli provvisti di e-bike salivano allegramente chiacchierando e scherzando, chi invece saliva con la bici da corsa come mem beh… qualche improperio lo lanci nei momenti più duri! In fin dei conti sono 13 km di salita costante”.
Per la cronaca, la gioia per aver raggiunto la vetta era tale che, nonostante la stanchezza, Mariz ha deciso di affrontare anche il Passo Palade lo stesso giorno.
Una giornata pienamente riuscita insomma, nonostante qualche restrizione a causa del Covid, per cui, ad esempio, non potevano essere presenti dei punti di ristoro.
Per gli organizzatori – la Federazione Ambientalisti Sudtirolesi, il Comune di Appiano e il Comune di Caldaro, in collaborazione con l’Azienda per il Turismo della Val di Non – l’azione è stata soprattutto una buona occasione per ricordare alla cittadinanza che in molti casi si può fare a meno della macchina. Inoltre, la limitazione generale del traffico e la rinuncia a viaggi inutili in macchina sono dei passi concreti per la protezione del clima. E già si pensa alla prossima “Giornata in bici sulla Mendola”, in programma per sabato 17 settembre 2022, sempre nell’ambito della Settimana europea della Mobilità.

Autrice: Caterina Longo

Castelvecchio, luogo di solenne sacralità

Nel corso dei nostri viaggi attraverso l’Unterland abbiamo vistato i diciotto comuni che fanno parte della comunità comprensoriale Oltradige-Bassa Atesina. Quasi sempre ci siamo fermati solo nei centri principali, tralasciando, per mancanza di tempo e spazio, i piccoli borghi e i luoghi preistorici spesso remoti. Infatti, se oggi i paesi sorgono soprattutto nel fondovalle, in passato si privilegiavamo i siti in altura o, più tardi, a mezza costa, su colline o terrazze soleggiate che offrissero, accanto ad una vita meno complicata, anche la necessaria protezione. La discesa a valle dei nostri progenitori è stata, per così dire, lenta e meditata – associata sempre a un determinante mutamento delle condizioni ambientali e/o storiche.
Alcuni di questi siti erano di assoluto rilievo: pensiamo al triangolo sacro tra S. Maurizio e Settequerce, a Castel Firmiano, a Monticolo, al Pigloner Kopf di Vadena, a Enzbirch sul Montelargo, a Castelfeder o, per arrivare alla nostra meta odierna, a Castelvecchio tra Caldaro e Termeno.
“Siamo in presenza di un territorio occupato fin dalla preistoria” (seit grauer Vorzeit), scrive lo storico Karl Atz. Ma fino a qualche decennio fa, Castelvecchio / Altenburg (nei documenti spesso solo “Castello”, benché dell’antica “Ringburg” non sia rimasto nulla), situato a 600 m di altezza a pochi chilometri da Caldaro, era pressoché irraggiungibile in mezzo ai boschi di pini e faggi che dalla Mendola raggiungono il Lago di Caldaro. Una polverosa mulattiera consentiva il transito di carri trainati da buoi che ancora in pieno novecento trasportavano l’uva alle cantine vinicole. Da quel sentiero transitò anche Federico Barbarossa con la sua corte in uno dei suoi viaggi in Italia. Dopo la metà del XIX secolo, venne realizzata la strada carrabile e, più tardi, anche un sentiero per escursionisti.
Dietro la bella chiesa del XV secolo dedicata a S. Vigilio (vescovo di Trento che cristianizzò la pagana Bassa Atesina), attraverso un ripido sentiero si raggiunge l’area sacra di epoca preromana e, poi, paleocristiana.
Colpiscono, accanto alle rovine dell’antico castello medievale sotto un vertiginoso ponte, le arcaiche mura della basilica di S. Pietro, simile a quelle contemporanee di Milano e Aquileia. Si tratta forse della prima chiesa di tutto il Tirolo, risalente all’epoca di S. Vigilio (IV secolo) che secondo la leggenda l’avrebbe fatta erigere in questo luogo appartato e sicuro. A pochi passi, torniamo indietro di altri 1500 anni e troviamo una sorta di vasca scolpita nella roccia lunga circa 2 m. Scoperta nel 1934, venne chiamata “tumba” e sembra si tratti del luogo in cui, 1000 anni prima di Cristo, venivano collocate le vittime sacrificali sia animali che umane, il cui sangue raccolto attraverso canalette in una sorta di tazza di porfido veniva offerto agli dei.
Tutt’attorno, diverse pietre rivolte a meridione sono costellate di ampie coppette, i cosiddetti Schalensteine: ancora oggi non se ne conosce l’esatto utilizzo nelle funzioni rituali. Di fronte alla basilica, a suo tempo è stata trovata anche la sepoltura di un uomo risalente al XII secolo a.C., chiamato “il tessitore” per il corredo adagiato accanto al suo corpo.
Un luogo senza tempo, dunque, immerso in un’area naturale di solenne sacralità e con una vista stupefacente sull’Unterland e i monti che lo delimitano. Nel corso dei secoli, non ha perso nulla del suo fascino originale di centro di culto preistorico e culla del Cristianesimo ma anzi continua ad attirare magicamente le anime in cerca di un rapporto autentico con l’esistenza e i suoi misteri.

Autore: Reinhard Christanell

Oltre la pittura, lezioni di sguardo

È un dialogo sul filo della luce e del colore e molto di più “PitturaxPittura”, la mostra inaugurata sabato 25 settembre scorso all’associazione lasecondaluna di Laives. L’esposizione mette in relazione l’opera degli artisti Federico Casati (Milano, 1968) e Rolando Tessadri (Mezzolombardo, 1968), che da sempre si confrontano con la pittura. Ma definirla una mostra di pittura sarebbe riduttivo. Perché la pittura è solo un punto di partenza, che, se stiamo al gioco e aguzziamo la vista, può prendere altre strade -moltiplicarsi, come suggerito dal segno “x” nel titolo- e arrivare a far vacillare ciò che crediamo di vedere, e quindi di conoscere.

Le opere di Casati e Tessadri nascono da un processo che inizia con una accurata preparazione e una grande padronanza di mezzi tecnici e pittorici e termina, o meglio ricomincia, nell’occhio di chi guarda. Sono opere sottili, che esaltano la riduzione e la sottrazione senza essere mai finite, né chiuse, perché mutano col tempo, con il meteo e con il cambiare della luce. Ma soprattutto con il nostro punto di vista.

Federico Casati presenta diversi lavori realizzati negli ultimi due anni  fino a oggi. L’artista crea tavole su cui applica degli elementi in ottone, cerchi di diverse dimensioni che fuoriescono dalla superficie del dipinto e allo stesso tempo ne fanno parte, perché colorati in tonalità simili allo sfondo. Questo rende difficile riconoscere, leggere chiaramente il quadro. Ne abbiamo parlato con l’artista.

Qual è il meccanismo dietro alle sue opere, come “funzionano”?
Le mie opere cercano di disorientare l’occhio di chi guarda: sul dipinto si vedono delle ombre, ma in un primo momento è difficile capire da cosa siano generate, si può pensare che siano dipinte. Ma poi, cambiando il punto di vista, e la luce, cambiano anche le ombre… insomma l’opera non ha mai una forma definitiva ed è difficile cogliere come sia nella realtà. 

Una questione di visione?
Si, ma non solo. Questa mutevolezza per me esprime il labile confine tra realtà e apparenza, metafora del mondo intorno noi, in cui siamo immersi. E non mi riferisco solo al piano estetico e della percezione, ma anche al piano delle relazioni con gli altri, alla difficoltà di conoscere il vero volto, la realtà di un fenomeno o di un rapporto. Conoscere cosa si cela dietro ciò che appare ai nostri occhi è aspirazione impossibile, quanto ammaliante: il tema è ampio, da brevi cenni sull’universo, noi qui ci permettiamo di volare meno alto parafrasando una frase scritta da Stephen King nel celebre romanzo ‘It’: “vedere la forma autentica della cose vuol dire conoscerne il segreto”.

Federico Casati e Rolando Tessadri

Rolando Tessadri crea invece dei monocromi (cioè tele di un solo colore o tonalità) – spesso di grandi dimensioni, come quelli esposti alla secondaluna: due dipinti inediti del 2020/21, che superano i tre metri. L’artista lavora con la tecnica del frottage, intervenendo con una spatola sul colore appena steso. Una modalità che si pone a metà strada tra pittura e grafica – in uno stretto intreccio tra tela e pigmento. 

Una ricerca intensa, prolungata e silenziosa, che porta alla creazione di lievissimi passaggi cromatici, una “sfida” che non tollera sguardi superficiali, ma esige uno sforzo in più. “Il rapporto con lo sguardo non può che essere complesso” – ha detto l’artista. Le sue opere hanno subito un’evoluzione “rispetto al periodo precedente, in cui mi sono concentrato sui bianchi e grigi, sui ‘non colori’, che esigevano una visione frontale e di superficie, legata a una certa temperie minimalista, negli ultimi due anni è emerso il bisogno di una pittura più comunicativa, sono passato ai colori più chiari. E ho sentito l’esigenza di dare dei titoli”, racconta Tessadri. Uno sviluppo e una apertura avvenuti, per assurdo, durante i mesi di chiusura e di lockdown, in cui Tessadri ha trascorso molto tempo nel suo studio a Salorno. Quanto ai titoli delle opere, essi sembrano attribuire caratteri ai colori, e agli stessi dipinti. Leggiamo ‘Pensiero interrotto’, ma anche ‘Ipocrita’ e ‘Ospite sospetto’: ognuno è libero di cercarlo fuori o dentro di sé.

PitturaxPittura 
a cura di Stefania Rossi
lasecondaluna, sala Espositiva, via Pietralba 9, Laives. 
Ingresso gratuito, Green Pass obbligatorio. Fino al 16 ottobre, giorno in cui si svolge un artist talk alle ore 18.30 (incontro gratuito ma prenotazione obbligatoria scrivendo a info@lasecondaluna.eu).

Autrice: Caterina Longo

Don Bosco, un autunno di proposte

Al Centro Don Bosco sono ancora “freschi” e vividi i ricordi del Grest e del campo tenda, nonostante l’estate ormai sfumata. La soddisfazione per la stagione appena trascorsa è tanta e certamente alimenterà con nuove energie la macchina organizzativa del Don Bosco, che sta lavorando a pieno ritmo alle attività autunnali.
Ne abbiamo parlato con Florian Thaler, responsabile per le attività giovanili, partendo dalla sua impressione sulle attività estive: “È un conoscersi e ri-conoscersi” – spiega Thaler con la calma di che ne vede molte, ma non perde l’entusiasmo. “Con l’interruzione delle attività a causa della pandemia, molti ragazzi si sono persi per strada, e, soprattutto, in questi mesi siamo cambiati noi e sono cambiati loro; occorreva riprendere le misure”. La voglia di tornare a stare insieme, comunque, quest’estate non è mancata: il campo tenda ha riscosso un successo inaspettato, con 140 iscritti in tre turni ed anche le settimane del Grest hanno registrato il tutto esaurito. “Certo, il post covid si è sentito: meno tenuta fisica, più timori ed una grande attenzione alla sanificazione”, continua Thaler. Durante gli incontri estivi in molti hanno manifestato la volontà di continuare ad incontrarsi anche durante l’anno, ci aveva raccontato Paola Massimio, volontaria del Grest, nello scorso numero.
Destinazione radio
Un filo diretto che il Centro Don Bosco vuole continuare a mantenere anche con le attività autunnali. Che verranno “presi per l’orecchio”. Destinazione radio è infatti il nome del progetto che prenderà avvio da metà ottobre e che guiderà ragazzi e ragazze passo passo alla realizzazione di una trasmissione radiofonica in diretta. Ognuno potrà portare la propria musica o proporre dei pezzi di altri, per costruire, insieme a un fonico specializzato, una trasmissione musicale. Si tenta così di captare l’interesse di molti giovani a Laives, che scrivono e compongono – a quanto pare molta musica del genere trap, ma non solo.
Per i più piccoli continua invece il servizio del doposcuola nel pomeriggio, con l’aiuto per i compiti ma anche giochi, educazione musicale e al movimento e diversi laboratori, come ad esempio quello di cucina. Il doposcuola riprende infatti per questo nuovo anno scolastico, dopo una stagione in cui non si era mai interrotto, anche se con molte regole e limitazioni.
Anziani: ritrovare la fiducia
Sul fronte degli anziani ha preso nuovamente avvio, da metà settembre, il pomeriggio anziani, che si svolge ogni lunedì e mercoledì dalle 14.30 alle 18 un’occasione per trascorrere del tempo insieme. Per tutta l’estate e fino all’inizio di ottobre si sono svolti invece i soggiorni degli anziani a Cesenatico al mare, a Predazzo e alle terme di Abano, per gli ultimi turni. Nonostante le adesioni, per gli anziani il bilancio ha un sapore dolce-amaro: “Con il settore degli anziani siamo stati sostanzialmente fermi da ottobre 2020 a quest’estate e, anche se ci siamo impegnati per tenere i contatti, non possiamo non avvertire le paure e i timori nel riprendere una vita sociale. Molti temono il contagio e preferiscono non rischiare, perché si sentono fragili: la paura è per se stessi o per il compagno o la compagna affetti da qualche patologia. Ad esempio, negli anni precedenti avevamo numerosi volontari che ci davano una mano per i campi tenda dei ragazzi. Quest’anno in molti non se la sono sentita”. Intanto, lascia ben sperare un primo sondaggio fatto per tastare l’interesse sulla ginnastica e i balli di gruppo per la terza età: a quanto pare l’interesse non manca. Non resta che augurarci che un po’ di fiducia venga ritrovata al ritmo di un valzer.

Autrice: Caterina Longo

Vadena, una ripartenza con nuove energie

La nuova giunta comunale di Vadena si è insediata proprio all’inizio della seconda ondata della pandemia, nell’autunno 2020. Il sindaco Elmar Oberhofer ci ha raccontato come è andato quest’anno tra le difficoltà, ma anche tanti nuovi progetti e la forza di un paese rimasto unito.

L’autunno è un momento di  ripartenza per tutti. Anche il comune di Vadena riparte, dopo un anno di strette legate alla pandemia. Ce lo racconta il primo cittadino Elmar Oberhofer, che nonostante le difficoltà non ha mai abbandonato i suoi concittadini. “Supereremo questa pandemia il più presto possibile, questo è il mio augurio”.

Un insediamento della giunta comunale all’inizio della seconda ondata, quello di Vadena. Come è stato? 
In realtà non particolarmente complesso. Da quindici anni lavoro in Comune, sono stato anche consigliere comunale e dunque questo mondo non mi è nuovo, conosco i miei colleghi e tutti i meccanismi del mestiere. Ovviamente la pandemia ha richiesto grande spirito di adattamento, che anche Vadena non ha tardato a seguire: abbiamo trasferito i servizi a distanza, anche se ci siamo sempre impegnati a mantenere qualche ufficio aperto, nel rispetto delle norme di contenimento del virus. L’anagrafe, ad esempio, offre vari servizi che non possono essere forniti a distanza; quindi, è rimasta aperta e ci ha permesso di mantenere il contatto con i cittadini.

Come è stata affrontata l’emergenza sanitaria? 
Vadena è un piccolo comune che conta poco più di mille abitanti e perciò la situazione non è mai sfuggita di mano. La prima cosa da organizzare e affrontare, non appena insediata la giunta, sono stati i tre giorni di screening con i tamponi rapidi a novembre. La popolazione ha reagito bene e il paese è rimasto molto unito e per fortuna non ci sono state vittime. Dovendo fare un bilancio, è stato un anno più o meno positivo. 

Quale è stato l’ostacolo più grande che ha dovuto affrontare? 
Senza dubbio il periodo durante il quale due assessori sono risultati positivi al virus. Il momento era complesso di per sé, la gestione del Comune era a distanza e ovviamente avere due collaboratori malati non è stato il massimo. Ho avuto anche paura per i cittadini più anziani – su 1.073 abitanti, Vadena conta all’incirca 40 ultraottantenni – e saperli malati mi teneva col fiato sospeso. Ora per fortuna stanno tutti bene. 


Elmar Oberhofer

Il settore più colpito, invece? 
A livello nazionale è stato il turismo. Qui gli alberghi si basano sul turismo dei laghi, in particolare del laghi di Caldaro e Monticolo. Non dovendo affrontare la stagione invernale, il bilancio è stato abbastanza positivo e, in generale, il settore può considerarsi salvo.

Con quale umore ha affrontato questo periodo? 
Sono sempre stato molto fiducioso e ottimista. Si inizia ad intravvedere la luce in fondo al tunnel, anche grazie alla campagna di vaccinazione a cui gli abitanti stanno rispondendo in maniera molto positiva. Si è infatti da poco conclusa la nostra esperienza con il VaxBus, che ha riscosso successo nella zona.

Qual è l’umore dei cittadini, invece? È cambiato nel corso di quest’anno? 
Devo ammettere che è cambiato parecchio. I mesi invernali non sono stati facili, si sentiva la gente che si lamentava: essere chiusi sempre a casa e non poter lasciare il proprio comune non è semplice. Adesso la gente è più sensibile, un po’ per tutto, questa è sicuramente una cosa negativa che ha portato la pandemia, una volta si era un po’ più flessibili. Ora, nel periodo estivo, mi sembra che la situazione sia migliorata parecchio: da quando la gente si può muovere, andare al ristorante e al bar, ma soprattutto in ferie e lasciare il comune, è più tranquilla, forse anche contenta. Penso che non si sia tornati come prima ma l’umore è di nuovo positivo. 

Quali sono i piani per il futuro? È fiducioso? 
Sono fiducioso che questa pandemia, nel giro massimo di un anno, sia superata e che si torni, spero al più presto, ad una situazione quanto più normale possibile. Sono anche convinto che non tutto tornerà a come era prima della pandemia, però la maggior parte delle cose torneranno di nuovo ad essere viste e vissute in maniera più ottimista. Spero di avere ragione.

Quali sono state le iniziative portate avanti dopo la ripartenza?
Attualmente la giunta comunale sta lavorando a diversi progetti pubblici. Uno di queste, ad esempio è pensato per i nostri anziani, che ci hanno fortemente richiesto un orto: la giunta ha quindi aggiunto ai 14 orti già presenti negli Schrebergärten altri cinque orti a Vadena Nuova. Ci siamo anche dedicati ai giovani e ai bambini, rifacendo il parco giochi dietro a uno dei complessi scolastici, cosicché anche i più piccoli abbiano nuovi spazi per potersi divertire. E la lista potrebbe continuare a lungo… 

Un ultimo pensiero.
Vorrei ringraziare tutti i cittadini e le cittadine e specialmente le associazioni di volontari, i nostri vigili del fuoco che in questi mesi, quando c’era bisogno, hanno sempre dato una mano all’amministrazione comunale. Vorrei ringraziare di cuore tutti, anche perché organizzare il primo atto di test di massa in novembre non è stato semplice. Fa molto piacere sapere che, nonostante tutte le difficoltà che ciascuno ha avuto con la pandemia, il paese è restato unito e abbiamo superato insieme questi mesi. Devo ringraziare anche gli uffici comunali: i collaboratori hanno dato il massimo per gestire il comune nella maniera più normale e serena possibile. 

Autrice: Ana Andros