Nei giardini di Bolzano l’amore per il paesaggio

“Entra nel giardino silente ed ammira”. Così scriveva nel 1860, Stefan Georg a proposito dello spazio verde, allora presente, fra via della Rena e viale della Stazione. Degli spazi pubblici e privati verdi e delle passeggiate presenti a Bolzano fra l’Ottocento e il Novecento ne abbiamo parlato a più riprese.
Ora ci vogliamo occupare del presente, di come i giardini abbiano contribuito nella storia cittadina a far evolvere l’amore per il verde, la natura e il paesaggio circostante.
I giardini privati bolzanini erano frutto di una elaborata interazione fra uomo e natura, tra natura e cultura.
Venivano piantati alberi ed essenze, che avevano magari colpito in maniera particolare il proprietario del giardino durante qualche viaggio. Ed egli in questo modo voleva ricreare in quell’angolo di terra i richiami, gli odori e i colori di luoghi, magari lontani. Un giardino come spazio architettonico artificiale, da ammirare e da fare ammirare, quindi.
Con l’evoluzione dei parchi pubblici nel corso dell’Ottocento e il tracciamento delle prime passeggiate – come la “Wasserpromenade”(Passeggiata Lungotalvera S.Antonio) e poi di tutte le altre – cambia per sempre il punto di vista di osservazione del paesaggio.
Per la conformazione stessa della passeggiata, cambiano i punti di osservazione della natura circostante e vengono create piazzole, luoghi di sosta, belvederi.
Il paesaggio diventa preponderante, grazie alla visuale sullo Sciliar, il Rosengarten, le colline di S.Maddalena, il Colle, il Virgolo, la Mendola.
Scriveva il filosofo Emerson: “Nessuno possiede il paesaggio. C’è una proprietà, all’orizzonte, che nessun altra persona può possedere, se non quella il cui sguardo è capace di integrare tutte le parti, vale a dire il poeta”.
Iniziano così ad essere colte tutte le differenze presenti del paesaggio. Esso non è frutto di una pianificazione completa, spesso è casuale e non progettato, se non declinato nelle singole esigenze agricole e di sfruttamento del territorio. I giardini e coloro che li hanno plasmati hanno prodotto risultati estetici di notevole bellezza, ma hanno anche creato una nuova sensibilità ed un modo di intendere il paesaggio stesso.
E questo al di là di: “questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”. Come si legge ne “L’infinito”, di Giacomo Leopardi.

Autore: Flavio Schimenti

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