QuiIntervista a Laura Andrian, meranese, insegnante mancata, lavora come contabile perché ama la matematica. Ha iniziato da bambina a giocare al teatro, una passione che l’ha “salvata” nei momenti più bui della vita e le ha fatto conoscere il suo attuale compagno. La sua casa è il “Piccolo Teatro di Merano”, ma non ha mai rinunciato a collaborazioni, progetti, sconfinando anche nella danza e ora sente di volersi cimentare nella regia.
La cosa che più mi piace di me. La testardaggine.
Il mio principale difetto. La testardaggine (a volte esagero).
La volta che sono stata più felice. Ogni nascita (di bambini, progetti, idee) mi fa felice. Ma se devo scegliere: quando sono nati i miei figli e i miei nipotini.
La persona che ammiro di più. Ammiro tutte/i coloro che amano la vita, nonostante le avversità e le brutture che devono affrontare.
Un libro da portare sull’isola deserta. Ne posso portare 2? “Come sopravvivere su un’isola deserta” e, come secondo, “I pilastri della terra”.
La mia occupazione preferita. “Vivere” il teatro, leggere, passeggiare nella natura.
Il paese dove vorrei vivere. A Merano, ma se si affacciasse su un lago… sarebbe mille volte meglio!
Il piatto preferito. Il risotto, in tutti i modi, basta che non sia scotto.
Non sopporto… L’ipocrisia e la prepotenza.
Per un giorno vorrei essere… Un uomo. Sono molto curiosa.
Nel mio frigo non manca… L’insalata.
Se fossi un animale sarei… Un elefante, direbbe mia sorella (non dimentico). Una capra, direbbe mia mamma (per via dell’insalata).
Mi sono sentita orgogliosa… In varie occasioni, ma un premio inaspettato ad un concorso nazionale per monologhi al femminile mi ha ripagato di tanto impegno e fatica.
Il mio motto. Mai dire ormai.
Il capriccio che non mi sono mai tolta. Un lungo viaggio (che so, in America o in Australia).
Il giocattolo che ho amato di più. Il Lego e le mie bambole.
Il dono di natura che vorrei avere. Tutto ciò che sono, che ho, è un dono di natura. Ma se potessi mangiare tutto quel che mi piace senzamettere su chili… Ah, che regalo mi farebbe la natura!
La qualità che preferisco in una donna… Mi piacciono le donne che sannofarsi valere, senza per questo rinunciare alla propria femminilità (siamo diversi, è scientificamente dimostrato)
…e in un uomo. La sincerità, la gentilezza, la disponibilità, il senso di responsabilità, la bellezza (morale, dai…). Esagero?
Dico bugie solo… Non ci riesco, divento rossa o mi viene da ridere. Funziona solo se voglio evitare di ferire qualcuna/o.
Dove mi vedo fra dieci anni. Come un’arzilla guida turistica in giro per Merano, a descrivere le bellezze storiche e artistiche della mia città.
Da bambina sognavo… Di fare l’avvocata, chissà perché.
Nei giorni scorsi a Bolzano è stata completata e inaugurata un’opera dedicata a Agitu Ideo Gudeta, imprenditrice etiope trapiantata in Trentino, tragicamente scomparsa un anno fa. Il murale è stato realizzato dall’ artista trentina Nadia Groff sul muro perimetrale della scuola Ada Negri in viale Druso. Le foto sono di Sarah Sartoretto COOLtour.
È iniziato tutto quasi 45 anni fa, nel 1977, quando, spinti dal desiderio di aiutare il prossimo nei luoghi più poveri del mondo, i membri del Gruppo Missionario di Regina Pacis hanno dato il via alle proprie attività di aiuti cooperando con i missionari del Brasile, in particolare quelli di San Paolo. Ma recentemente una buona parte dell’attività si è spostata in Africa, come racconta Gianfranco Ferro.
“Per i primi 30 anni – racconta Gianfranco Ferro, che è da sempre il cuore del gruppo missionario – abbiamo lavorato esclusivamente Brasile dove, ad eccezione degli ultimi anni della dittatura militare brasiliana, c’è sempre stato un clima di pace. Successivamente siamo entrati in contatto con alcune realtà in Perù, in Timor Est – un’isola nel sudest asiatico – in Kenya e in Tanzania. Negli ultimi anni ci siamo concentrati in modo particolare in questi ultimi due Stati, anche perché qui non si percepiscono forti tensioni tra gli abitanti e, fortunatamente, c’è pace. Dove ci sono guerre è davvero molto difficile lavorare.”
Avete avuto modo di far visita in Tanzania? Quali sono le esigenze a cui andate incontro? “Personalmente, durante i miei 4 viaggi in Tanzania – il primo nel 2011 e l’ultimo nel 2019 – ho potuto girarla tutta, e ho percepito, fin da subito, le maggiori problematiche presenti. Qui – spiega Ferro – vi è carenza di acqua potabile, di scuole e di ospedali. Sono queste le cose più importanti su cui ci concentriamo, in quanto, in primo luogo, per trovare acqua potabile è necessario scavare due o trecento metri – da qui l’esigenza di costruire pozzi – in un secondo, la presenza di scuole e ospedali è di vitale importanza. A questi si aggiunge la necessità di avere energia nei villaggi, che stiamo colmando con il rifacimento di una centrale idroelettrica.”
Ai vostri viaggi in Tanzania hanno preso parte anche alcuni bolzanini? E, ultimamente, quanto ha influito il lockdown con il mantenimento dei contatti con i missionari? “Sono stati diversi i bolzanini che si sono recati in Tanzania per vedere i nostri progetti. Negli anni abbiamo conosciuto numerosi missionari locali e abbiamo potuto ospitarli anche qui a Bolzano. Ora sono diversi anni che non ci si vede, ma rimane, da parte nostra, l’entusiasmo di aiutare e, dalla gente, l’esigenza di essere aiutata. Per quanto riguarda le condizioni di vita provocate dalla pandemia, invece, sappiamo che nei villaggi e nelle campagne la vita ha ripreso ad essere quasi come quella di prima, a differenza delle grandi città dove la situazione è differente.”
In questi ultimi 10 anni, ha potuto vedere dei cambiamento concreti? “Rispetto al primo viaggio, ho visto dei miglioramenti sia sul piano di aiuti arrivati, sia su quello territoriale. Ora ci sono strade e strutture che 10 anni fa non c’erano. Lo stato si sta sviluppando. E questo grazie agli aiuti internazionali, nati dal fatto che la Tanzania ha grandi risorse minerali, e quindi è un territorio ambito. Questo è stato percepito bene dalla popolazione, perché ha portato posti di lavoro e ha permesso di integrarla in un contesto lavorativo” ha concluso Ferro.
Doppio oro mondiale, ex concorrente di Amici di Maria de Filippi e performer circense, Alex Aufderklamm, ci racconta la sua passione, i suoi obiettivi e la sua carriera nella pole sport.
Qual è la storia della tua passione? Ho iniziato all’età di sei anni con la danza. Da adolescente mi sono dedicato alle discipline aeree: tessuti e pole sport. Ho iniziato con le gare e mi sono appassionato sempre di più. Nel 2019 a Montreal, durante un campionato internazionale di pole, ho scoperto il circo grazie a un artista del Cirque du Soleil: Saulo Sarmiento. Mi ha ispirato a intraprendere questo percorso, ho cercato una scuola e sono arrivato all’Accademia Circo Vertigo, che mi ha permesso di approfondire tutte le discipline del circo contemporaneo.
Il circo è sempre stato nei tuoi piani? Al circo non avrei dato un euro a livello di prospettive. Non l’ho mai considerato un’opzione valida, ma dopo aver conosciuto l’artista del Cirque l’ho rivalutato ed è stata una scoperta spettacolare: ho capito che questo è il mio. Nel mondo dello spettacolo le cose ti capitano un po’ a caso: ti succede di essere nel posto giusto con la persona giusta che ti fa spiccare il volo.
Quali sono le discipline sulla pertica? Io ho sposato la IPSF — International Pole Sport Federation, la federazione più grande che al momento gestisce la disciplina sulla pertica a livello agonistico. Ha dettato le denominazioni delle varie discipline: pole sport per le competizioni tecniche, artistic pole per le performances, ultra pole per freestyle e la parapole, il rispettivo delle paralimpiadi. C’è poi il circo vero e proprio: il palo cinese, qui gli elementi sono più estremi. Ora mi sto specializzando in questo e da un paio d’anni sto approfondendo il palo aereo.
Che progetti hai in mente? Ho fatto la mia prima produzione autonoma Eclipsis insieme a una troupe di professionisti. Il 2 novembre è andato in onda la puntata di un nuovo programma su TV8 Game of Talents in cui sarò un performer. Il Cirque du Soleil è uno dei miei obbiettivi principali, è ciò che mi ha dato la spinta per iniziare in questo ambito. L’altro obiettivo è quello di portare i trick estremi del palo cinese sul palo aereo.
Quali gli obiettivi raggiunti che senti più rappresentativi? Ho avuto il piacere di vincere due ori mondiali nel 2018 in pole sport e artistic pole. L’altra big hit della mia breve carriera è la partecipazione ad Amici.
Quando c’è stata la transizione da agonismo a circo? Non c’è stato nessun passaggio netto per me essi si fondono. A me piace lavorare a livello tecnico, mi ispira apprendere elementi tecnici di difficoltà molto elevata, mi ripropongo di continuo nuovi record da battere come nell’agonismo. Tutti i giorni mi spingo fuori dalla mia comfort zone e vado verso l’estremo perchè è tramite esso che si raggiungono gli obiettivi. Nella vita si può scegliere di seguire una strada asfaltata, ma se si vuole arrivare in vetta bisogna scalare.
Un consiglio per intraprendere una strada non comune come la tua? Il mio motto: “Be curious, be positive, be unstoppable.” Sono tre costanti molto importanti che ti spingono a perseguire i tuoi obiettivi a partire dalle piccole cose e dalla consapevolezza che niente e nessuno ti deve fermare.
Nei confronti dei pochi musicisti professionisti che si esibiscono nel centro storico l’amministrazione comunale di Bolzano non dimostra la stessa sensibilità manifestata nei confronti dei commercianti ambulanti. Ecco cosa prevedono le più recenti disposizioni, unitamente alle voci dei musicisti e quelle del sindaco e dell’assessora alla cultura.
Ai più attenti probabilmente non è sfuggito che da qualche settimana il centro di Bolzano è privo di musica. Gli artisti di strada hanno infatti smesso di suonare. Non è una moltitudine: stiamo infatti parlando sostanzialmente di una coppia di musicisti slavi, del giovane chitarrista Peter Burchia e di Klaus Walter, il mite suonatore di Streichzither (un tipo particolare di cetra tradizionale, suonata anche con l’archetto) che da tempo immemore si esibisce in abito tradizionale tirolese in Piazza Walther. Tra i musicisti di strada Klaus Walter è un po’ un’istituzione, quasi una attrazione a sé, per i turisti che vengono a Bolzano. Gli abbiamo chiesto perché non lo si vede più suonare in centro a Bolzano. “Fino a maggio riuscivo ad ottenere le autorizzazioni, poi i vigili mi hanno comunicato che non ne avrebbero più concesse. Non ne ho compreso il motivo, ma in estate, con il bel tempo, ho deciso di suonare ugualmente, anche senza permesso. Questo fino al 23 settembre, quando, mentre pacificamente suonavo con diverso pubblico presente, sono arrivate due auto della polizia municipale e i vigili, che in maniera alquanto brusca, con tanto di mimica gestuale, mi hanno intimato di mettere via i miei strumenti e di sparire, pena una multa’. Ritengo che avrebbero potuto usare anche toni più gentili, o darmi un minimo di preavviso. Se penso che ai tempi del sindaco Spagnolli il comune elogiava la mia presenza, sottolineando la valenza culturale del mio lavoro, mi rattristo. Dopo questo episodio ho cominciato a suonare sul piazzale della funivia a Soprabolzano, a Merano e a Caldaro”. Abbiamo ricevuto un resoconto analogo da Peter Burchia, giovane chitarrista del giro della reggae band Shanti Powa: “a Bolzano è diventato difficilissimo ottenere le autorizzazioni per suonare”. La posizione voluta dall’attuale amministrazione bolzanina risulta essere in controtendenza rispetto a quanto portato avanti solo pochi anni fa. Infatti, su spinta del consigliere comunale Tobias Planer, un gruppo di lavoro di operatori culturali si era a suo tempo adoperato per la regolamentazione delle attività degli artisti di strada. In merito abbiamo sentito l’assessora alla cultura Chiara Rabini. “Ad inizio consigliatura avevo incontrato vari musicisti di strada che chiedevano la modifica dell’ordinanza e mi sono adoperata per far valutare agli uffici modifiche favorevoli per una valorizzazione degli artisti attualmente in corso”. Sembra tuttavia che non spetti all’assessorato alla cultura intervenire, ma che la competenza per l’arte di strada sia in capo al sindaco Renzo Caramaschi, da noi interpellato. “Non è vero che c’è un divieto assoluto. È che se un musicista resta a suonare tre o quattro ore sotto ad uno studio dove c’è un dottore o dove ci sono degli ammalati, questo non va bene”. Apprendiamo che nel dicembre del 2019 il Comune di Bolzano ha aggiornato la precedente ordinanza del 2014 sulla “limitazione dell’esercizio dei mestieri girovaghi e artistici a tutela della quiete pubblica”. Qui viene posto l’accento sul “continuo e fastidioso disturbo causato da suonatori ed artisti di strada”, obbligando gli artisti alla richiesta di una autorizzazione con marca da bollo. Nella stessa ordinanza sono definiti luoghi, orari (nei giorni feriali tra le 10 e le 12 e tra le 16 e le 19) in cui gli artisti si possono esibire ed eventuali sanzioni per i trasgressori, tra cui “il sequestro amministrativo ai fini della confisca degli strumenti e delle attrezzature utilizzate per l’esercizio delle attività”, in caso di reiterazione delle violazioni. Attualmente la polizia municipale non rilascia autorizzazioni a causa della sostanziale impossibilità di controllare il pubblico che assiste, secondo le norme previste per la prevenzione del contagio da Covid. Non possiamo tuttavia fare a meno di notare come il Comune si prodighi per favorire il commercio in strada – pensiamo solo agli sforzi per far partire i mercatini di Natale – ma non riesca a dare equivalente importanza alle professioni artistiche che si esprimono in quegli stessi spazi, pregiudicando quindi in questo modo la loro stessa sopravvivenza.
Cosa vuoi fare da grande? Se la risposta a questa domanda è “l’artista”, la reazione dei familiari, a seconda del contesto, può essere di sgomento e magari di sconforto (se non di disperazione). Intanto perché il mestiere dell’artista non è ben definibile come quello del medico, del pompiere o dell’insegnante – detto in soldoni, non si capisce bene cosa faccia tutto il giorno un /un’artista e soprattutto perché, a meno di non essere molto celebre e quotato, il lato economico della professione ha un peso non indifferente. Professione appunto, e non hobby. Ed è proprio in quest’ottica professionalizzante, che l’associazione culturale di Laives “Lasecondaluna” ha organizzato tre momenti di formazione gratuiti per supportare i giovani artisti emergenti nelle strategie di promozione, anche riguardo ai social media. “Facebook per artisti” è il titolo del workshop in programma per tutta la giornata di sabato 27 novembre presso la Sala Espositiva di via Pietralba a Laives. Nel laboratorio, creato dall’esperta social media manager Roberta Creazzo, si guarderà a Facebook come strumento di promozione personale, per realizzare una strategia di contenuti, analizzando le funzioni più utili e gli errori da evitare. Anche il secondo momento di formazione, sempre guidato da Roberta Creazzo e in programma per sabato 4 dicembre, guarda al mondo digitale e in particolare a Instagram. Questo social, che dà grande importanza alle immagini, è considerato per eccellenza lo strumento ideale per crearsi un gruppo di “seguaci”, affezionati, quelli che una volta si definivano “fan” e oggi si chiama “community fidelizzata”. Come sopra scritto, gli incontri sono gratuiti, ma è necessario prenotarsi inviando una mail all’indirizzo info@lasecondaluna.eu indicando nome e cognome del/i partecipante/i. Mascherina e Green Pass sono obbligatori.
Il team de “Lasecondaluna”: Stefania Rossi, Nicolò Faccenda e Amanda Filippi
Questo mini ciclo è iniziato però lo scorso 10 novembre, con un incontro a Laives intitolato “Artista & Galleria. Appunti per un percorso condiviso”. Protagonista della conversazione è stata Camilla Nacci, gallerista e curatrice presso Cellar Contemporary e Studio d’Arte Raffaelli a Trento. Come si “seleziona” un artista? Qual è il profilo dell’artista emergente? Come si valuta un’opera? Queste le domande affrontate durante la serata, che, ci ha raccontato Amanda Filippi, direttrice de “Lasecondaluna”, ha riscontrato un successo ben oltre le aspettative. “Hanno partecipato una quarantina di persone, che hanno fatto tantissime domande – l’incontro è durato ben oltre il previsto. Era la prima volta che organizzavamo questo tipo di attività ed è emerso chiaramente quanto fosse concreta l’esigenza di avere informazioni su questi temi, non solo da parte di artisti emergenti, ma anche da parte di artisti di altre generazioni” così Filippi. Alla relatrice Camilla Nacci, abbiamo chiesto inoltre qualche impressione sulla serata, per chi se la fosse persa.
Nacci ci tiene a fare una premessa. “È un tema, quello della professionalizzazione, che mi sta molto a cuore perché quotidianamente sono confrontata con artisti che provano a proporsi e nella maggior parte dei casi non lo fanno in modo efficace. Il primo approccio è importante perché è alla base di un rapporto– quello tra artista e galleria – che porta ad un legame profondo di stima e fiducia che è poi quello che dà grande soddisfazione in questo lavoro.
Quali sono i classici errori da non commettere? Spedire una mail con in copia tutti i destinatari, da cui si evince che il messaggio è stato inviato a tutte le gallerie italiane, oppure la mancanza di cura formale nella presentazione delle opere con immagini sfuocate e non professionali, che non dicono nulla sul percorso, sul lavoro dell’artista. Ma anche inviare delle buone immagini dei propri lavori, ma senza uno “statement” (dichiarazione, ndr) con un accenno alla propria poetica… questi sono gli scivoloni, di chi inizia ad approcciarsi in modo ingenuo. Naturalmente c’è una discriminante tra chi lo fa per hobby e chi sceglie di percorre questa strada appieno.
Ci sono differenze negli “errori” tra gli artisti giovani e meno giovani? Come è facilmente immaginabile, in genere i giovani hanno più padronanza dei mezzi tecnologici e sanno utilizzarli in maniera più efficace.
Cosa può fare un/ una giovane artista? Cercare di trovare un contatto dal vivo, diretto, ed instaurare un rapporto personale, non solo con i galleristi, ma anche con altre professionalità del settore, come i critici, curatori, professionisti museali.
Ma come vengono selezionati gli artisti per la galleria? È un mix di diversi fattori: ci è capitato di selezionare artisti in cui ci siamo imbattuti frequentando il mondo dell’arte -fiere, gallerie, musei- e attraverso la ricerca personale. In casi più rari – che contenerei su dita mano- abbiamo accolto una proposta che ci è arrivata direttamente. In questo senso, preferiamo essere autonomi.
Quanto conta la pancia e quanto la testa nella scelta? Direi un 50 e 50%, ma parlo a titolo personale! Conta in parte l’istinto e in parte il poter leggere un percorso solido, una crescita in chi hai di fronte.
È poco noto, ma le gallerie hanno un ruolo importante nel sostenere l’arte… Certamente, a livello economico potrebbero rappresentare il maggior sostegno di un/una artista, non solo per la vendita di opere, ma anche per la promozione, la produzione delle opere e l’inserimento in alcuni canali importanti per veicolare il lavoro.
Un consiglio che daresti a un artista? Tenere ordine nella propria produzione, avere obiettivi chiari, una poetica pura, sapere come ci si vuole posizionare, insomma chiedersi “che tipo di artista voglio essere? Dove voglio andare?” E poi fare i passi dovuti con umiltà, guardandosi in giro e non restare chiusi nel proprio studio.
A volte la natura sembra voler dare “schiaffi morali” anche alle opere di architettura più storiche e preziose. È il caso dell’edera che ha rigogliosamente ricoperto di un caldo tappeto autunnale l’edificio al numero 105 di Vadena Centro. “ Si tratta di un edificio storico conosciuto come “Casa Mosna” dal nome della famiglia che governò a Vadena per ben 4 generazioni (Giuseppe Mosna 1945-1952, Alberto Mosna 1952-1974, Alfredo Mosna 1974-1990 e Carlo Mosna 1990-2005). La casa segnava il vecchio ingresso al paese – il cui fulcro era il Maso Castello, sede anche il municipio del paese” ci ha riferito Martine Parise, vicesindaca di Vadena e autrice degli scatti. Immagini che lei definisce “Bosco verticale a Vadena”, citando i celebri palazzi progettati a Milano da Boeri Studio, due torri alte 80 e 112 m, che ospitano nel complesso 800 alberi distribuite sui prospetti, appunto “verticalmente”. Insomma, una vegetazione equivalente a quella di 30.000 mq di bosco e sottobosco, concentrata su 3.000 mq di superficie urbana. Al contrario delle facciate “minerali” in vetro o pietra, lo schermo vegetale del Bosco filtra i raggi solari generando un accogliente microclima senza effetti dannosi sull’ambiente. ivo concetto del Bosco Verticale di Milano è l’essere “una casa per alberi che ospita anche umani e volatili”. Anche se il Bosco verticale di Vadena non arriva a tanto, offre comunque una suggestiva visione di un abbraccio spontaneo, quello tra natura e architettura.
I sindaci di Appiano e Caldaro, con il supporto di diverse forze politiche, tornano a far sentire le proprie voci a favore del collegamento che risolverebbe il problema del traffico e ridurrebbe l’inquinamento. Ora occhi puntati sul Pums di gennaio.
I sindaci di Appiano e Caldaro, con il supporto di diverse forze politiche, tornano a far sentire le proprie voci a favore del collegamento che risolverebbe il problema del traffico e ridurrebbe l’inquinamento. Ora occhi puntati sul Pums di gennaio. L’Oltradige torna a chiedere a gran voce un tram che colleghi i Comuni di Appiano e Caldaro con Bolzano attraverso la linea ferroviaria già esistente a Ponte Adige, che arriverebbe fino alla Stazione di Bolzano e non attraverserebbe quindi la città. Ogni giorno sono quasi 20.000 le vetture che dall’Oltradige si riversano nel capoluogo altoatesino per raggiungere soprattutto la zona industriale e il centro città. Di queste, oltre la metà provengono dai due comuni sopracitati, causando code e ingorghi nelle ore di punta. Il problema, rimasto irrisolto per tanti anni, è stato leggermente attenuato dall’entrata in scena del Metrobus che ha fornito sicuramente riscontri importanti. Ma ora i Sindaci dei due paesi coinvolti chiedono un impegno maggiore verso una mobilità sempre più green e puntano a realizzare quel tram che è sfuggito dalle loro mani nel 2019, quando il referendum consultivo bocciò la proposta a Bolzano. Anche se, a dire il vero, questo nuovo mezzo di trasporto non sarebbe un tram classico, bensì un tram-treno con alimentazione elettrica, una vera e propria metropolitana di superficie capace di immettersi e viaggiare anche sulle rotaie già presenti, per trasportare turisti e pendolari. “Credo che un mezzo su rotaia sia la soluzione ideale dal punto di vista della sostenibilità ma non solo. Sarebbe un aiuto concreto per risolvere il problema del sovraccarico di passeggeri sui mezzi di trasporto pubblici. Garantirebbe anche una maggiore puntualità perché non c’è il rischio di rimanere bloccato in coda. Spero vivamente che la Provincia capisca questa nostra necessità e prenda in carico la nostra richiesta” precisa Wilfried Trettl, sindaco di Appiano.
Il progetto “Hüsler” A tal proposito, nel maggio di quest’anno, una grande coalizione formata dall’opposizione in Consiglio Provinciale aveva unito le proprie forze presentando una mozione – sottoscritta da Team K, Verdi, Freiheitlichen, Südtiroler Freinheit, Pd e M5S -, e bocciata qualche settimana fa dall’assessore alla mobilità Daniel Alfreider, che chiedeva di inserire nella lista delle opere infrastrutturali prioritarie l’idea del tram e di convocare un tavolo tecnico con STA e RFI. La mozione faceva seguito al progetto “Hüsler”, autorevole ipotesi progettuale il cui studio di fattibilità è stato commissionato dai Comuni di Appiano e Caldaro al famoso ingegnere svizzero Willy Hüsler, e che è stato già discusso nei rispettivi consigli e inserito nei piani urbanistici. In sintesi, il progetto prevedrebbe lo stesso tracciato su cui è presente oggi la ciclabile e che, da Caldaro passi per Appiano per poi, dopo il ristorante Pillhof, ricongiungersi ai binari della linea Merano-Bolzano a Ponte Adige, sempre con lo stesso mezzo. Da qui il tram proseguirebbe fino alla stazione di Bolzano, attirando, secondo i primi studi, almeno un 30% in più di passeggeri rispetto al metrobus, grazie anche ad un ipotizzato cadenzamento sotto i 15 minuti tra le stazioni di Bolzano centrale, piazza Bersaglio, Bolzano sud, Casanova e Ponte Adige. “Un progetto con un doppio punto di forza, visto che collegherebbe in maniera funzionale e veloce la zona produttiva di Bolzano e non costringerebbe a posizionare dei binari all’interno della città, rispettando l’esito del referendum di due anni fa – spiega Matthias Cologna, coordinatore del Comitato Pro Tram e consigliere comunale a Bolzano. Il tram-treno risolverebbe il problema traffico intenso che si crea quotidianamente, creando una viabilità maggiormente sostenibile e sicura, rendendo più vivibile Bolzano e i paesi limitrofi, oltre che a ridurre la produzione delle quasi 100 tonnellate di CO2 emesse dalle vetture”.
Discussione nel Pums Il vero grande nodo da risolvere è però quello legato alla normativa nazionale che per questo tipo di mezzo di trasporto ancora non c’è. Il progetto, per concretizzarsi, dovrebbe necessariamente passare attraverso il via libera del Ministero della Infrastrutture, motivo per cui in Italia, al momento, di tram-treno ne esiste soltanto uno, a Cagliari. “Per questo cercheremo di inserirlo all’interno dei punti del PUMS che verrà discusso in aula a gennaio prossimo. Sarà necessario prevedere questa opera a lungo termine per riuscire ad avviare tutte le procedure necessarie, dalla discussione con Roma all’adeguamento delle infrastrutture”, continua Cologna, che sottolinea anche l’importanza di cogliere opportunità dal punto di vista finanziario. “Solo pochi giorni fa il Ministero ha finanziato 240 milioni di euro alla città di Padova per una doppia tratta. I fondi statali ci sono, per ottenerli bisogna però elaborare piani di progettazione validi. In un’ottica futura, inoltre, questo collegamento ferroviario potrebbe anche essere un primo passo verso un ulteriore sviluppo del tracciato, collegandolo alla ferrovia statale nell’Unterland”. Una soluzione flessibile che potrà adattarsi a tutti gli altri progetti già completati delle amministrazioni, come il polo intermodale di Ponte Adige.
“Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco” recita un antico detto. Ed è proprio facendo, o meglio facendo assaggiare ai bambini cibi e vivande da tutto il mondo che l’iniziativa “In viaggio con Gastone” mira favorire l’integrazione e la conoscenza. Il progetto, che ha preso il via lo scorso mercoledì, proporrà ogni mese agli alunni di elementari e medie che frequentano la mensa scolastica un piatto tipico di un paese del mondo. Ad aprire questo giro del mondo gastronomico sarà la Romania con la ciorba, tipica zuppa di verdure, accompagnata da cevapcic, cappucci brasati e verdura. Seguiranno poi il Pakistan con il riso basmati e il chicken tikka e la chana chat, legumi preparati in un certo modo. E poi via in Cina con alcuni classici : involtini primavera e riso alla cantonese. “Il progetto nasce da un’idea interna al Comune: abbiamo preso un mappamondo e tracciato una rotta virtuale con delle soste, da est a ovest, in diversi paesi. In accordo con i cuochi della mesa abbiamo poi valutato la fattibilità nella realizzazione delle pietanze, perché serviamo centinaia di bambini. Abbiamo poi deciso di estendere il progetto coinvolgendo anche le scuole, che, prendendo spunto dalle particolarità di ogni piatto, potranno raccontare la storia e la vita dei diversi paesi” racconta Paolo Brunini, dirigente dell’ufficio sociale e cultura che ha messo a punto il progetto, con il sostegno di Claudia Furlani, assessora alla scuola e al sociale, che, senza nascondere il suo entusiasmo per l’iniziativa spiega. “Portando sulle tavole dei nostri ragazzi i piatti da tutto il mondo li avviciniamo ad altre culture in maniera giocosa e favoriamo l’integrazione – sarebbe bello se in futuro, viaggiando, i giovani ritrovassero e riconoscessero quei sapori che hanno già assaggiato da noi: ecco questo è uno degli obiettivi che ci sta molto a cuore. Inoltre, a seconda del paese toccato, si coinvolgono gli alunni che provengono da altri paesi, ad esempio il Pakistan”. Il progetto ha una sua mascotte e simbolo, Gastone, lo chef della refezione. Il simpatico cuoco compare di volta in volta sui menu scolastici con la bandierina del paese di riferimento e “oltre ad essere un marchio ci piacerebbe utilizzarlo come riferimento per consigli e reclami”, spiega Brunini. Il progetto sta piacendo alle scuole – otto classi delle Gandhi hanno aderito e si legheranno ai piatti dal mondo per delle lezioni sui diversi paesi. Intanto c’è molta attesa per i menu dagli Stati Uniti e dal Messico. Siamo in aria di hamburger e patatine, ma niente allarmismi: “Gli hamburger saranno fatti in casa ed il menu è stato discusso con la dietista”, precisa Furlani. “Sarà un’occasione per spiegare il concetto di fast food e sensibilizzare sul tema, perché sappiamo che con i piccoli non ha senso proibire e basta, ma occorre ragionare”.
Il 19 ottobre scorso si è celebrata la “Giornata internazionale contro il cancro al seno” con il proposito di sensibilizzare le donne sul tema della prevenzione e dell’accesso alle cure. Per ripercorrere insieme alcuni aspetti, soprattutto pratici, di questa malattia, Giusy Maestretti ha voluto raccontare la sua vicenda personale per essere di esempio a tutte quelle donne che non eseguono l’autopalpazione: “Toccatevi le tette! A me ha salvato la vita”, racconta Giusy.
Giusy Maestretti , come si è accorta del nodulo al seno? Ero sotto la doccia e come al solito sono abituata a fare l’autopalpazione. Ho notato subito una pallina dura sulla parte superiore del seno destro.
Cosa ha pensato in quel momento? Nella mia famiglia ci sono alcuni casi di tumore al seno, ho pensato subito di chiamare il mio medico di base il quale mi ha prescritto una visita senologica urgente.
Che cosa succede dopo la visita senologica? Sono stata invitata in clinica a Bolzano, dove mi hanno sottoposta ad una serie di esami medici fino alla diagnosi che è arrivata in tempi brevissimi. Il 15 giugno ho fatto la visita senologica, il 18 la mammografia che ha confermato la presenza di una lesione sospetta; il 25 ho fatto anche una biopsia e il 2 luglio mi hanno dato l’esito tanto temuto: tumore al seno. In termini medico il nome è questo: carcinoma duttale infiltrante.
Ricapitolando: arriva la diagnosi e in poco tempo lei è costretta a rivedere i suoi piani: la famiglia, i figli, il lavoro. Cosa accade nella testa di una donna quando sa di avere un tumore? Non mi sono lasciata prendere dal panico e da paure eccessive: mi sono completamente affidata ai medici, i quali mi hanno detto che si trattava di un tumore ormonale trattabile e che ce l’avrei fatta. Quello che mi ha forse spaventato all’inizio è stata la necessaria riorganizzazione della mia quotidianità in casa e soprattutto dover raccontare ai miei figli che la loro mamma “non stava bene”.
Qual è l’iter che ha seguito dopo la diagnosi? Dopo la diagnosi sono stata affidata alle cure dello staff medico della Breast Unit (unità di senologia) dell’ospedale di Bolzano, dove il 5 luglio ho fatto il primo colloquio con l’infermiera e il chirurgo che mi avrebbe operata di lì a breve. Sapevo di essere in buone mani. La Breast Unit è un centro specializzato che offre numerosi servizi per le donne malate di tumore al seno. Presso la LiLT (lega italiana per la lotta contro i tumori) invece ho trovato altri servizi utili, dalle diete durante le cure al supporto psicologico.
Dopo l’intervento di rimozione del nodulo al seno, cosa le hanno detto? Fortunatamente dopo l’intervento, quadrantectomia con asportazione del linfonodo sentinella, il medico mi ha detto che non dovevo fare la chemioterapia, ma 25 sedute di radioterapia. La cosa mi ha reso felice e non poco. L’idea di dover fare la chemioterapia, perdere i capelli e le energie, è stato per me un brutto sogno ricorrente. Non che il post operatorio sia stata una passeggiata: non riuscivo a dormire, la ferita sotto l’ascella tirava, per non parlare delle irritazioni della pelle intorno al capezzolo dopo le sedute di radioterapia.
Come sono oggi le sue giornate? Tutti i giorni mi reco a Bolzano per fare le sedute di radioterapia. Le infermiere sono gentili e rispondono a qualsiasi tipo di domanda, poi scambio esperienze con altre donne malate di tumore al seno come me. Con loro è nata una bella frequentazione perché condividiamo più o meno le stesse esperienze e tutti gli aspetti pratici legati alla malattia. A volte mi chiedo: perché proprio a me! La risposta non esiste; ho conosciuto tante donne con storie e trascorsi diversi. Certo: la genetica e l’età incidono, ma il tumore può sorprendere anche donne settantenni in piena salute e senza precedenti in famiglia. Alla fine della giornata si torna a casa un po’ stanche, sono gli effetti della radioterapia.
Ritornando al “perché proprio a me?”, che chiave di lettura si è data? Dopo la biopsia ho pianto tanto. Non ho mai avuto paura della malattia in sé, ma dell’impatto che questa avrebbe avuto sul mio corpo e sulla mia famiglia. Ho pianto da sola, facendo coraggio a chi mi stava intorno. Oggi credo di essere diversa, il tumore mi ha imposto uno stop, mi ha fatto capire chiaramente che dovevo occuparmi di me stessa e della mia salute. Ed è quello che faccio, curandomi e seguendo le indicazioni dei medici. Insomma ho fatto la mamma e la paziente oncologica a tempo pieno.
Perché ha scelto di raccontare apertamente la sua storia? Per dire che l’autopalpazione è una pratica importantissima di prevenzione. Noi donne conosciamo bene il nostro corpo Io non avevo sintomi e mi sentivo bene. Solo toccandomi il seno sotto la doccia mi sono accorta che c’era qualcosa di diverso. Molte donne non si toccano il seno perché hanno paura o si imbarazzano, invece vorrei dire a tutte: “toccatevi le tette! Le prime siamo noi”.
In questo periodo di grande fragilità emotiva, chi le è stato vicino? Mi sono sentita molto coccolata da amici, colleghi e parenti. Ma vorrei approfittare di questo spazio dedicato alla malattia per ringraziare le persone della mia famiglia senza le quali questo percorso verso la guarigione sarebbe stato più difficile. Mio fratello Cosimo, mia cognata Giada che ha saputo ascoltarmi sempre, mio padre Giuseppe – un papà e nonno presente – i miei figli che mi hanno dato la forza di non mollare mai, e la mia mamma, Maria. In quei momenti, anche se adulta e anche se madre, h voluto la mia mamma accanto e lei c’era. Ce l’avrei fatta anche da sola? Per fortuna non ho mai dovuto pormi questa domanda.
Immaginiamo lei voglia fare anche altri ringraziamenti… Sì, e ci tengo moltissimo. Vorrei fare un ringraziamento speciale agli infermieri e ai medici che si sono presi cura di me. Le infermiere Martina Tetter, Ketty Tollardo, il dottor C. Mayr, chirurgo di oncologia che mi ha operata, tutte le infermiere del reparto di chirurgia di Bolzano, la Lilt di Bolzano per l’assistenza post operatoria, la dottoressa Annalisa Pesavento del reparto di oncologia e la dottoressa radiologa Rosa Michela del reparto di radioterapia insieme a tutto il personale medico e paramedico.