Prati alluvionali e isole nella Val d’Adige

Dall’ultima deglaciazione in poi, il fiume Adige è stato l’assoluto padrone dell’omonima valle. Per molti millenni, il paesaggio si presentava completamente diverso rispetto a quello antropizzato che vediamo oggi, segnato dalla distesa infinita di frutteti e, soprattutto, da un corso del fiume regolare.

Nei secoli passati, l’Adige si estendeva incontrollato da un versante all’altro delle montagne e le sue ramificazioni lambivano i conoidi su cui sorgevano i villaggi. Inoltre, portava molta più acqua, tanto che in alcuni periodi dell’anno raggiungeva un’altezza superiore da due a quattro metri rispetto a quella odierna. Durante il disgelo trascinava a valle tutto ciò che trovava sulla propria strada. Non a caso il fondovalle roccioso si trova circa 200 metri sotto quello attuale. Pioppi, ontani e salici erano gli alberi più diffusi e solo qua e là s’incontravano timidi accenni di coltivazioni umane puntualmente devastate dalla furia dell’acqua. Il terreno era umido e a tratti paludoso e non si prestava all’agricoltura. I terreni asciutti e erbosi che tuttavia si trovavano lungo il corso del fiume venivano chiamati “Auen”, dall’antico termine tedesco “ouwa”, a sua volta derivato dal germanico “awjo”. In italiano non esiste un vocabolo corrispondente e si parla quindi di prato alluvionale o, usando il latino, di augia.
Solo con le prime e molto parziali opere di regolazione del corso del fiume le cosiddette “Auen” sono andate a ridursi per lasciare il posto ai campi coltivati. Il termine “Aue” è comparso in Tirolo verso il XII secolo, e solitamente si collega ad un altro nome che lo contraddistingue. Alle porte di Bolzano erano note la Bozner Au e la Leiferer Au, adibite principalmente a pascoli. Poiché in diverse di queste “Auen” bonificate sono poi nati piccoli insediamenti, spesso hanno mantenuto nel loro nome il termine “Au” come, dalle nostre parti, Oberau e Unterau, Oltrisarco e San Giacomo, oppure, sotto Castel Firmiano, Kaiserau. Sempre nella piana bolzanina il territorio dove confluivano Adige e Isarco era chiamato “in der Owe” e nel 1160 apparvero anche una chiesa e un convento “in der Owen unter oder pei Pozen”, ovvero Santa Maria in Augia presso o sotto Bolzano. Altre “Auen” note erano la Eisachowe, l’augia dell’Isarco, e, nella zona di Appiano, la Nuzowe. “Auen” erano note anche a Caldaro e Termeno, dove un tempo passava il vecchio Adige dopo l’ultima glaciazione; qui tuttavia si parla anche di Moos, palude. Tutte le “Auen” erano di proprietà pubblica, ossia del principe-vescovo di Trento. Quando un terreno veniva invaso dall’acqua, il vescovo lo dichiarava “Au” e in tal modo lo sottraeva gratuitamente alla proprietà privata.
Al contrario delle “Auen”, i terreni ricoperti di sabbia o ghiaia erano denominati Griez o Gries. Anche su questi terreni vantavano diritti i nobili che prima o poi vi volevano edificare. Tipico il caso di Gries presso Bolzano, dominio dei signori di Greifenstein, i quali possedevano “alle die griez auf me Eisache und auf me Talverne”, tutti i terreni sabbiosi sull’Isarco e sul Talvera. Spesso Gries veniva tradotto con il termine latino Arena.
Altra caratteristica paesaggistica della valle dell’Adige erano le cosiddette “isole”. Una “Yscla Ysarci” venne ceduta nel XIII secolo da tale Dietlin Zungel a Hainrich Kienast. Queste isole erano già utilizzate per le coltivazioni ma ovviamente erano costantemente esposte alla virulenza del fiume. Isole sono note lungo tutto il corso dell’Adige e dell’Isarco, tanto che il paese di Cortina all’Adige era un’isola vera e propria e anche nei pressi di Egna si trovavano alcune isole che ancora oggi portano questo nome.
Con la regolazione del corso del fiume queste isole andarono a sparire. Emblematico a tal proposito il caso dell’ospedale costruito nel 1202 dall’ordine teutonico sulla riva destra dell’Isarco. Dopo una grande alluvione nel 1400 venne abbandonato e ricostruito, come pure il convento “in Augia”, in via Weggenstein a Bolzano. Nella nota carta topografica di Peter Anich del 1770 sono inserite isole presso Vadena e Gmund / Monte.
Molto frequenti erano le alluvioni e inondazioni. In un documento del 1256 si dice che i terreni in “terra Bozani” sono “per inundaciones frequentes acquarum terra quasi omni anno totaliter devastantur”. La stessa Egna o “Burgum Egne” fu completamente devastata nel 1220.
Nel 1339 da Egna si poteva raggiungere Termeno solo in barca. Addirittura il lago di Caldaro scomparve sotto le acque della valle alluvionata.

Autore: Reinhard Christanell

Manfred Joppi, una vita da pompiere

C’è una bella differenza fra il lavorare come Vigile del fuoco in servizio permanente a prestare servizio come volontario, e non certo solo per le ore di lavoro: lo sa bene Manfred Joppi, che dopo 37 anni da professionista ora si sta quasi godendo dei benefici della vita da pensionato. E quel “quasi” non è a caso, perché Manfred ha scelto di proseguire nel volontariato nella caserma di Salorno.

È stato proprio in questa caserma che Manfred Joppi ha capito che quella del Vigile del fuoco poteva essere la propria strada: “Mio padre e mio fratello erano volontari e anche uno dei miei nonni era volontario; quindi alla fine, nel 1981, sono diventato un volontario perché era una tradizione di famiglia. Quando poi è stato pubblicato il concorso per diventare Permanente, nel 1986, ho partecipato, ho vinto e da lì è iniziato il tutto”, racconta il professionista, che, parallelamente al lavoro, ha anche ricoperto l’incarico di comandante per ben tredici anni nel corpo dei volontari di Salorno. “Ma – ricorda – sono anche stato vicecomandante e ho raggiunto il grado di capo reparto e capoturno in qualità di permanente”.

Manfred Joppi, come si diventa e cosa significa essere un Vigile del fuoco?
Nel mondo del volontariato si entra quasi sempre per caso, magari perché c’è l’amico che fa parte, c’è una storia o tradizione di famiglia… poi però per rimanerci bisogna avere la passione, deve piacere, bisogna essere convinti e fare le cose come si deve. All’inizio si diceva sempre che di volontario c’è solo l’entrata e l’uscita. Poi ci sono dei doveri da rispettare: partecipare alle manovre, essere presente agli interventi, partecipare ai corsi di formazione. Da Permanente bisogna invece superare un concorso.

Qual è la parte più difficile?
Se c’è la passione non ci sono parti difficili: quando una cosa piace non dà fatica.

Com’è cambiata questa professione?
A parte la tecnica e l’attrezzatura, la cosa che è cambiata più di tutto sono i dispositivi di protezione individuali. Prima avevamo degli stivali di “cartone” si può dire, una mantella in plastica, un elmetto un po’ così. Quando sono entrato mi avevano dato tutte cose usate: gli stivali di uno che era uscito, la mantella di uno che non c’era più… adesso i nuovi arrivati vengono dotati di tutti i dispositivi che costano un paio di migliaia di euro. Poi c’è tutta un’altra cultura, un’altra logica della sicurezza.

Lo stesso vale per i mezzi?
Sì, certo: all’inizio erano dei veicoli vecchi, magari carri non collaudati, alcuni addirittura costruiti artigianalmente. Adesso è tutto certificato.

E il rapporto fra i colleghi?
È una società: una cosa è il lavoro, devi lavorare e non puoi cercarti le persone. Un’altra è essere volontario. Se ti trovi bene con delle persone è anche quello che contribuisce a rafforzare il tuo impegno.

Sicuramente ha partecipato a decine di interventi, Quali sono stati i più particolari che ha vissuto?
I più impegnativi sono sempre quelli in cui si ha a che fare con le persone: quando c’è la persona che soffre, che sta male, quando c’è una persona che devi aiutare. Se brucia la casa è un conto, ma quando sei davanti ad una persona in difficoltà è tutto un altro discorso.

Sembra strano a dirsi, ma di recente c’è chi ha parlato di un calo di aspiranti Vigili del fuoco tra i giovani…
Da noi a Salorno, fortunatamente, non è così. Possiamo contare su volontari che si sono iscritti quando avevano dieci, dodici anni e adesso fanno parte del gruppo giovanile. Poi magari ci sono annate in cui ne entrano cinque, e l’anno dopo uno solo; però c’è chi vuol provare e poi magari rimane. Invece nei permanenti serve fare un concorso, perché è un lavoro. Comunque, al di là del posto fisso, se qualcuno si fa avanti è perché vuol fare questa professione, ci vuole passione.

A proposito di giovani, qual è il messaggio che vorrebbe lanciare alle nuove leve?
Prima di tutto credere nella propria scelta, darsi da fare e cercare di dare sempre il meglio. E soprattutto di prendere la cosa seriamente, quindi mettendo buona volontà anche nell’istruirsi.

Parlando di Salorno, cosa pensa dei volontari attuali?
Li vedo bene, sono una bella generazione, competente, motivata, presente e molto attenta anche all’uso dei media per mantenersi aggiornati alle esigenze del mondo d’oggi.

Autore: Daniele Bebber

L’ “Ospedale dei Pupazzi” contro la paura

Come far passare ai bambini la paura del dottore e del Pronto Soccorso? Lasciando curare il proprio amico di pezza dai volontari della Croce Rossa di Laives. Un’iniziativa per tornare vicino alla popolazione, cominciando dai più piccoli.

Non sarà un’estate con le mani in mano per i volontari della Croce Rossa del comitato laivesotto: diverse le presenze programmate in occasione dei tanti eventi estivi in calendario per il comune di Laives, dove il comitato sarà presente con un’iniziativa davvero speciale rivolta ai bambini.
Ce la siamo fatta raccontare dalla referente dei volontari di Laives Sandra Clemente e dalla sua vice Alessia Comunello, in occasione del secondo di questi incontri, svoltosi mercoledì 5 luglio a Pineta.
“Dopo oltre due anni di blocco forzato, a causa principalmente del Covid – spiega Sandra – come volontari della Croce Rossa abbiamo deciso che l’estate era un buon momento per ricominciare a essere vicini alla cittadinanza”. Si è scelto quindi di ripartire dai più piccoli e, dalla creatività di Alessia, è nato così l’“Ospedale dei Pupazzi”, un modo per affrontare coi bambini la paura dei dottori e del Pronto Soccorso, trasformando i loro amici di pezza in veri e propri pazienti. I piccoli – già nel primo appuntamento svoltosi il 16 giugno a Laives – attendevano pazientemente in fila il proprio turno per sottoporre i propri pupazzi alle solerti cure dei volontari della Cri. Volontari che, come sottolinea Sandra, vengono anche dal comitato di Bolzano, creando una sinergia tra comitati volontari del territorio che sfocerà, a partire da settembre ,in una bellissima iniziativa, Universo Cri, in cui ogni settimana verranno proposti incontri con la cittadinanza su svariate tematiche presso la sede della Croce Rossa in Viale Trieste a Bolzano.
Ma torniamo all’ospedale dei pupazzi: un evento che per la prima volta si è svolto in Alto Adige e il fatto che questa prima volta sia stata a Laives è naturalmente motivo di orgoglio per la referente e la sua vice – un binomio vincente il loro, tra il resto caso unico in Alto Adige – dove un referente, Sandra in questo caso, che si definisce il braccio operativo della coppia – ha una propria vice che, nel caso di Alessia, si occupa più che altro della parte burocratica, assolutamente essenziale anche nell’universo del volontariato. Naturalmente, questa iniziativa non poteva che trovare il pieno appoggio anche della responsabile dei volontari, la dottoressa Monika Schivari, perchè ha contribuito a riavvicinare la cittadinanza a una realtà fondamentale per il territorio.
“Questa iniziativa ci ha mostrato, tra il resto – continua Sandra – come i nostri bimbi, in questa società frenetica, abbiano ancora voglia e bisogno di fantasia”.
“Il mio cagnolino si è fatto male in un incidente con la Ferrari”, racconta uno dei bambini per esempio”; “Pesa tanto perchè mangia sempre tanto gelato”, si preoccupa una bimba per il suo orsetto un pò troppo “in carne”.
Incuriositi e affascinati anche gli adulti, dimostrando una risposta così positiva che il comune ha richiesto la presenza dello stand dell’ospedale dei pupazzi anche in altre iniziative previste a San Giacomo e ancora a Laives nel corso dell’estate. Occhio quindi al calendario delle iniziative del comune.

Autrice: Raffaella Trimarchi

In fuga dal nazismo, derubati dallo Stato

I destini dei singoli possono spesso essere incredibili e le storie che vi si intrecciano assai affascinanti. Questa storia è suddivisa in varie tappe che si snodano dagli anni Trenta del Novecento fino ad oggi con l’arrivo in città di un giornalista americano deciso a cercare le tessere e ricomporre il mosaico della storia della propria famiglia.

Selma Landauer era la figlia del proprietario di una catena di centri commerciali che avevano varie sedi in Baviera, Julius Kaumheimer era un avvocato fiscalista che decise di lasciare la propria professione per entrare in società col suocero. Selma e Julius, sposati dal 1913 avevano quattro figli, Fritz, nato nel 1915, Hans, nato nel 1919, Ruth e Greta, gemelle nate nel 1926. Erano ben inseriti nella società benestante di Monaco di Baviera ma alla pubblicazione delle leggi di Norimberga nel 1935 la loro situazione si fece difficile come quella di migliaia di ebrei tedeschi. Nel 1936 Julius e Selma decisero di lasciare la Germania e nel 1937 approdarono a Merano che appariva un rifugio sicuro. Anche se i Kaumheimer erano una famiglia assimilata, con una frequentazione poco assidua della sinagoga, Julius iscrisse subito l’intera famiglia alla Comunità. Le due gemelle frequentarono la scuola tedesca delle Dame Inglesi, Hans si iscrisse alla scuola di Avviamento professionale in lingua italiana. Le gemelle e Hans portarono rispettivamente la divisa delle piccole italiane e degli avanguardisti, ma l’11 settembre 1938 furono pubblicate su tutte le testate giornalistiche le leggi antiebraiche italiane e per i Kaumheimer anche Merano divenne una potenziale trappola. Decisi ad espatriare il 2 febbraio 1939 ottennero la documentazione necessaria dal Consolato americano di Napoli e si apprestarono alla partenza che il 29 aprile li avrebbe visti salire sulla Zaandam diretta a New York. Inaspettatamente però una parte del loro bagaglio fu requisito dalla polizia doganale italiana. Di cosa si trattava? Per anni Julius aveva collezionato statuette di porcellana settecentesca di Meissen i pezzi erano 69 di varia grandezza. Orgoglioso ne aveva parlato al Sovrintendente alle Belle Arti della provincia di Bolzano e Trento Antonio Rusconi (1939 – 1949) da poco entrato in carica al posto di Giuseppe Gerola (1918 -1938). Egli decise di avvisare le dogane e far requisire la collezione che poco tempo dopo fu esposta nelle sale del Castello del Buon Consiglio. I Kaumheimer si imbarcarono verso quella terra che forse avrebbe potuto garantire loro libertà e soprattutto pari dignità, lasciandosi dietro le spalle il passato, l’agiatezza e la collezione di porcellana. Giunti a New York cambiarono il proprio cognome in Kay e iniziarono una nuova vita e imparando una nuova. Anni dopo, il dottor Federico Steinhaus, Presidente per molti anni della Comunità ebraica meranese, lottò per decenni affinché questo vero e proprio furto fosse restituito ai legittimi proprietari. Ci riuscì nel 2001 quando la Provincia Autonoma di Trento con deliberazione della Giunta n. 2563 del 5 ottobre 2001 restituì le porcellane a Hans e Greta Kay cittadini americani.

Il dettaglio

Robert Kay, giornalista e scrittore è in viaggio da due mesi, ha ripercorso l’Italia da Nord a sud seguendo il diario del proprio padre Hans, Giovanni, John Kaumheimer/Kay ufficiale addetto alla popolazione dell’esercito americano. Ha con se le foto di famiglia e i documenti e cerca di mettere insieme tutti i frammenti per dar vita ad un libro sulla storia di suo padre. A Merano ha cercato l’ultima residenza del padre e dei nonni, l’ha trovata in via Verdi e in Archivio ha cercato i documenti che era possibile reperire. Ha forografato quello che fu l’edificio scolastico del padre e delle zie. Ora attendiamo il suo libro.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Sport, umanità ed emozioni

Ispirata al tema Umanité, la 36a edizione della Maratona dles Dolomites-Enel ha regalato spettacolo sui passi dolomitici, per un giorno chiusi al traffico. Tanti gli atleti in gara, e tanti i personaggi dello sport che non sono voluti mancare all’evento. Ecco alcune immagini scattate dal fotografo Alex Moling.

La pioggia nonferma la musica

Mercoledì 5 luglio si è svolto Upload Summer, un festival musicale che ha come scopo quello di dare spazio a giovani talenti emergenti locali. Raggiunto alla quindicesima edizione, il contest ha appuntamento ogni mercoledì della settimana fino al 30 agosto. La pioggia non ha fermato il duo Sogni dell’Adige, che ha suonato e intrattenuto gli spettatori tutta la sera con la loro bellissima musica. Attraverso gli scatti di Niccolò Dametto riviviamo la serata.

I giovani sono il futuro dell’atletica

L’AthleticClub96 che ha sede presso il campo CONI di Via Santa Geltrude è una società d’atletica bolzanina nata nel 1996 per rilanciare la Società Atletica Bolzano (la tutt’ora esistente società più antica di Bolzano, fondata nel 1947). Un progetto che aveva come scopo quello di creare una squadra il più forte possibile con atleti locali. Certo, non si sarebbe mai immaginato a quei tempi che dopo tanti anni di successi, l’AthleticClub96 riuscisse non solo a diventare la società più forte in regione ma addirittura la squadra più forte d’Italia.

Oggi andremo ad intervistare Bruno Telchini, ex atleta e attuale presidente della società e ci faremo raccontare gli ultimi successi e il rapporto tra i giovani e l’atletica.

Come è stata la scalata fino a diventare campioni d’Italia?
Ci è voluto del tempo, non è capitato nel giro di pochi anni. Ma ho sempre sostenuto che questa società era dominata da un DNA vincente, si è sempre riusciti a migliorare e si è sempre riusciti a dare agli atleti l’entusiasmo giusto per raggiungere risultati sempre maggiori. Fin dal primo anno la società è riuscita a qualificarsi per la finale B (ogni anno le società in Italia sono moltissime quindi vengono fatti più campionati societari, un po’ come in tutti gli sport) e per alcuni anni ci siamo rimasti, poi siamo arrivati nella finale A1 e successivamente in quella argento. Nel 2007 abbiamo fatto la prima finale oro e a partire dal 2014 siamo sempre rimasti nella finale oro.
Fino a diventare campioni d’Italia nel 2019, 2020 e 2022.


Quest’anno invece?
Quest’anno sono stati troppi gli inconvenienti e gli infortuni che hanno caratterizzato la vigilia e lo svolgimento della finale per la nostra squadra che non ha potuto ripetere in Sicilia il grande risultato degli ultimi anni. Siamo stati la quinta società più forte d’Italia.

Per quanto riguarda i giovani invece?
Abbiamo una settore giovanile molto attivo, con più di cento ragazzi e ragazze che vengono al campo ad allenarsi settimanalmente. Crescendo e diventando sempre più forti l’obbiettivo è quello di portarli a competere nella squadra che gareggia ai campionati italiani di società assoluti.

Dopo le Olimpiadi di Tokyo si sono notati cambiamenti?
Assolutamente sì! La vittoria di cinque medaglie da parte dell’Italia ha sicuramente reso più popolare questo sport e genitori e bambini se ne sono appassionati. Abbiamo avuto un’affluenza di iscritti pari al 30% in più rispetto l’anno passato. Anche il covid ha aiutato nella crescita degli atleti locali nella nostra società: essendo uno sport all’aria aperta e senza contatti.


Per quali motivi consigliereste ad un ragazzo di iniziare a praticare atletica?
Per la varietà dell’atletica: è adatta a tantissime conformazioni fisiche. Se uno è potente, grande e grosso sarà portato nei lanci. Se è veloce farà il velocista. Se è resistente farà le gare di mezzofondo. Se uno ha un piede particolarmente elastico farà il saltatore. Questo permette ai ragazzi di sperimentare varie discipline e scoprire quella che più gli aggrada e nella quale va più forte.
Nessuno è fortissimo in tutto; ognuno ha le sue caratteristiche.

Qual è la caratteristica dell’atletica che le piace di più?
Il bello dell’atletica è che a differenza del calcio o di altri sport di squadra dove magari sei un grande talento ma se non hai la fortuna di entrare subito nel giro giusto potresti anche non essere mai notato, nell’atletica c’è poco da fare: i risultati sono risultati. Anche Marcel Jacobs in fin dei conti ne può essere un esempio: se non avesse vinto le Olimpiadi sarebbe stata un’altra storia, si sapeva che era un atleta fortissimo però aver vinto le Olimpiadi gli ha cambiato la vita.

Autore: Niccolò Dametto

Letteratura

In molti, dopo la serata finale del Premio Strega, hanno chiesto al Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano come avesse fatto a votare come giurato senza aver letto i libri finalisti. Prendendo spunto da tutta questa curiosità, Sangiuliano ha deciso di aprire una sua propria libreria contenente tutte le sue guide: da “Come valutare un piatto senza mangiarlo” a “Recensire hotel senza dormirci”, passando per “Giudicare una persona senza conoscerla”. Centinaia e centinaia di volumi, ovviamente da non leggere.

Un bolzanino in Islanda in sella alla sua bicicletta

Un’avventura tra venti gelidi e paesaggi da sogno in Islanda. È stato il viaggio realizzato da Bartolomeo Sailer insieme alla sua compagna nell’estate 2021. Originario di Bolzano, Bartolomeo vive da tempo a Bologna, dove lavora come musicista elettronico – conosciuto come Wang Inc. Dietro il musicista si nasconde un ambientalista convinto: Bartolomeo da anni ha rinunciato all’auto e per gli spostamenti usa la bicicletta, facendone una filosofia di vita.

Com’è andato questo viaggio in bici alla scoperta dell’Islanda?
Lo abbiamo intrapreso nel 2021, è stato il regalo che ci siamo fatti per i nostri 50 anni. L’Islanda è una delle mete del ciclismo estremo, nel senso che tu vai in un ambiente inospitale per l’essere umano a prescindere. Se poi vai in bicicletta, che comunque è un mezzo di trasporto dove sei in balia degli elementi meteorologici, diventa tutto ancora più difficile. Per il viaggio abbiamo comprato due biciclette del genere Gravel, che sono biciclette leggere che però sono in grado di montare ruote grosse come quelle di una mountain bike, su cui noi abbiamo montato dei copertoni lisci, ideali per il nostro tipo di viaggio. Avevo preparato tutto nei minimi dettagli, calcolato la durata delle tappe e previsto le soste. Tempo due giorni e sono saltati tutti i piani, in quanto alla mia compagna Simona è partito un dolore al ginocchio che non le permetteva di pedalare. Ci siamo dovuti fermare nel primo campeggio disponibile e da lì abbiamo dovuto ri-pianificare il viaggio, prevedendo una lunga pausa per far passare l’infiammazione. E poi ci siamo trovati a rincorrere le tappe perché avevamo fatto delle prenotazioni. Abbiamo dormito molto in tenda, nei sacchi a pelo, ma ogni settimana avevamo previsto una tappa con un tetto sopra la testa, sia per rimettere in sesto le cose che per dormire in un letto.

Siete riusciti a rispettare il piano di viaggio?
Avevamo in programma di fare il giro completo dell’isola, compresa una penisola che viene chiamata i fiordi dell’Ovest. La abbiamo saltata per questioni di tempo. Inoltre ci siamo trovati ad affrontare situazioni con vento molto forte dove a fatica siamo riusciti a stare in piedi a spingere le bici a mano. Il tutto nel nulla. Sono momenti in cui devi arrivare a patti con te stesso. Dopo una notte passata con la tenda che ci si schiacciava in faccia dal vento, abbiamo deciso di prendere un bus per evitare di farci veramente male. Invece dei 1400 km previsti, ne abbiamo fatti 800 in bicicletta e circa 400 coi mezzi pubblici.

Quanto costa un viaggio così?
Noi abbiamo speso 3.500€ a testa in 35 giorni, quindi 100€ al giorno: il cibo costava cifre esorbitanti. E parlo del supermercato. Una volta siamo andati al ristorante: per due hamburger e 4 birre abbiamo pagato 80 €.

Tornerete?
Assolutamente sì, per andare a vedere i fiordi dell’Ovest. E poi vorremmo attraversare il centro dell’Islanda, dove, a parte qualche bivacco, non c’è nulla. Chi affronta quel percorso è un po’ come se viaggiasse su Marte. Deve essere una esperienza unica!

Autore: Till Antonio Mola