Un libro per restituire la memoria dei caduti

Il primo libro si era rivelato uno scoop: per la prima volta si parlava di quella guerra lontana ma vicina anche al pacioso Alto Adige; per la prima volta si affrontava il tema della Legione straniera senza romanticismi, così come per la prima volta il Vietnam non evocava atmosfere à la Oliver Stone. Due anni dopo Luca Fregona si è trovato “costretto” a pubblicare un altro volume in cui si concentra su altre storie di Legionari la cui memoria, altrimenti, sarebbe andata perduta nelle scartoffie di qualche impolverato ufficio francese.

Sette vite, sette personaggi, sette storie impresse nero su bianco su oltre 300 pagine capaci di trasportare il lettore in quell’inferno sconosciuto vissuto da giovani italiani che hanno combattuto in Vietnam nella prima guerra d’Indocina dal 1946 al 1954 con la Legione straniera francese. Racconti d’avventura dal taglio cinematografico, se si vuole, e a tratti anche piuttosto crudi, narrati da quel Luca Fregona – cronista che ha “semplicemente” raccolto le testimonianze di chi quella guerra l’ha vissuta in prima persona, come Legionario o come famigliare. Ed è proprio dai parenti di chi ha indossato il Kèpi bianco che è partita la necessità – come la chiama l’autore – di trovare altre storie, di indagare sul passato di chi dopo la Seconda guerra mondiale si è arruolato in quell’esercito esotico. Il titolo del libro è “Laggiù dove si muore” (Ed. Athesia), e da un certo punto di vista rappresenta un omaggio a chi si è affidato nella mani di Fregona per ritrovare la vita dei propri cari che sono scomparsi nel nulla dall’altra parte del Globo.

Qual è stata la molla che ha fatto scattare l’ispirazione per questo secondo libro?
“Soldati di sventura” è stato per me un successo, e non sto parlando delle vendite; già mentre lo scrivevo mi ero reso conto di aver raccontato una storia ancora non scritta e di aver scovato una notizia del nostro passato che in qualche modo noi italiani avevamo dimenticato. E dopo la pubblicazione ne ho avuto la conferma: mi sono arrivate decine di messaggi e telefonate di famigliari di altri Legionari che avevano fatto il Vietnam. Mi dicevano “finalmente qualcuno che può darci delle risposte, perché dei nostri parenti non sappiamo niente, nemmeno dove sono sepolti”. Li ho contattati, ci siamo incontrati, mi hanno messo a disposizione una mole enorme di materiale: fotografie, lettere, cartoline, ritagli di giornale, frammenti di divise, croci al merito, encomi e libretti militari. E da qui mi sono attivato attraverso quei canali che avevo già rodato con il primo libro.

Non deve essere stato un lavoro facilissimo…
No, infatti, anzi. I morti ufficiali italiani nell’elenco dei caduti sono 525, ma a questi va aggiunta qualche centinaia di dispersi. Per loro c’era poco da fare, le famiglie all’epoca non sapevano a chi rivolgersi, si perdevano nella burocrazia e poi desistevano. Come il caso di una famiglia di Bressanone che ha perso il figlio in Indocina e mi aveva chiesto aiuto: ho scoperto che si era arruolato a 16 anni, l’ultima lettera che aveva mandato a casa era del gennaio del ‘54, poi è stato dato per disperso. Non sono riuscito a scoprire altro, è stato frustrante.

Però con altri dispersi la ricerca ha avuto successo.
Già, come nel caso del bolzanino Alfredo Decarli, di cui la famiglia non sapeva più nulla da settant’anni. È stata la sorella di questo soldato a contattarmi tramite la parlamentare Biancofiore, che aveva svolto senza successo delle indagini per conto suo presso l’ambasciata francese. Era partito a 18 anni da Bolzano per amore. Lui era di estrazione umile, si era innamorato follemente di una ragazza che lo corrispondeva; solo che lei apparteneva ad un livello sociale leggermente superiore, così i famigliari erano contrari al loro matrimonio. Allora lui si arruola nella Legione straniera senza dire niente a nessuno, con l’illusione di mettere da parte, in quei cinque anni di servizio, i soldi necessari per ottenere l’assenso dei futuri suoceri. Appena arrivato all’addestramento in Algeria, però, capisce subito di aver commesso un errore madornale, anche perché lei non condivide questa scelta e lo lascia con una lettera. Lui arriva in Indocina nel marzo del ’54. Il 13 aprile si offre volontario per essere paracadutato a Dien Bien Phu pur non avendo mai fatto un lancio in vita sua. Il 18, giorno di Pasqua, viene lanciato sulla conca e il 19 muore per le ferite riportate in combattimento. La sorella di Decarli mi aveva chiesto aiuto perché a lei non avevano detto nulla di tutto ciò. La sua famiglia era stata convocata in questura, e qui avevano detto loro che il loro caro era morto, ma non dove, come e quando. Invece grazie ai miei preziosi canali sono arrivato ad ottenere un fascicolo grazie al quale ho scoperto la vicenda e che il ragazzo era stato addirittura decorato con stella d’argento.

Fra le sette c’è anche la storia di un meranese.
Ildo della Torre di Valsassina, nonno dell’ex segretario del Pd Alessando Huber. Sono andato a trovare la moglie e uno dei figli che vivono in provincia di Trieste, dove si era trasferito dopo la guerra in Indocina. Mentre gli altri Legionari di cui parlo erano migranti economici, o comunque disperati che entravano in Francia da clandestini e poi convinti o costretti ad arruolarsi per evitare la prigione, lui ci era andato perché era un fascista convinto, seppur giovanissimo. Ancora minorenne si arruola volontario nei Battaglioni Giovani Fascisti, combatte in Libia, viene ferito, fatto prigioniero; finita la guerra, a 24 anni, si sente dalla parte degli sconfitti, si nasconde e poi si arruola nella Legione straniera. Viene impiegato nel Terzo Reggimento di fanteria in una delle zone più sanguinose, dove c’è una guarnigione perennemente sotto attacco. L’Indocina lo cambia, rientra in Italia e si ricostruisce una vita contraddistinta da un grande impegno civile. Una volta a Bolzano, poi, si rivolge al giornale Alto Adige per raccontare la sua storia in forma anonima, indicando solo il numero di matricola.

E poi c’è quella in “presa diretta”, narrata da Giorgio Cargioli di La Spezia.
Una persona meravigliosa, un uomo onesto con cui è stato facilissimo legare, tanto che siamo diventati amici. Ha 88 anni, la memoria e la grinta di un ventenne; sono stato a casa sua tre giorni e mi ha anche mostrato un memoriale che aveva scritto qualche anno fa. Grazie ai nomi che ricordava dei suoi commilitoni che gli erano morti sotto gli occhi sono riuscito a risalire al ruolino di marcia del suo battaglione, e quindi ad ogni dettaglio delle battaglie. Lui è un caso molto particolare: a 18 anni si arruola per evitare la prigione dopo essere entrato clandestinamente in Francia; durante l’addestramento tenta di disertare, ma gli va malissimo. Lo mettono subito in prima linea in Indocina, e dopo l’armistizio del ‘54 gli restano tre anni da fare in Algeria, dove stava esplodendo un’altra guerra. Stanco dei massacri diserta e passa con i Viet, che lo rinchiudono in un campo di prigionia per otto mesi; poi gli offrono due possibilità: restare in Vietnam per sempre a costruire il socialismo o tornare nelle mani dei francesi. Lui voleva tornare in Italia, quindi sceglie la seconda opzione. Ma la corte marziale di Saigon lo condanna a due anni di carcere, a cui si aggiungono i tre anni di Legione che rimanevano. Poi però, sulla nave prigione che lo sta riportan do in Algeria, 104 disertori si ammutinano e riescono per una mezzora a sopraffare i gendarmi, lui riesce a buttarsi a buttarsi in mare nel Canale di Suez e salvarsi. Una fuga così clamorosa che finì sui giornali di tutto il mondo.

Autore: Luca Masiello

Equilibri

Mai come in questo periodo ci stiamo rendendo conto della necessità, per tutti, di trovare un nuovo bilanciamento tra le esigenze dei vari gruppi di interesse nella popolazione, tra i diritti e i doveri, tra lo sviluppo umano nelle sue più diverse forme e l’ecosistema. Siamo tutti consapevoli del fatto che alcuni processi sociali ed economici, finora considerati normali e fisiologici, hanno iniziato ad andare fuori controllo, suscitando una serie di importanti interrogativi. Rispetto a queste problematiche la nostra bella terra tra i monti risulta oggi essere tutt’altro che indenne. A certificarlo nei giorni scorsi è giunto uno studio dell’Università di Bolzano. Il messaggio è forte e chiaro: per la stragrande maggioranza degli altoatesini, ovvero l’87% del campione di intervistati, il turismo ha raggiunto il suo apice. Non solo: di questo 87% “solo” il 43,2% ritiene che di turismo ce ne sia già abbastanza, mentre il restante 43,8% pensa che il turismo dovrebbe invece addirittura diminuire.
Nelle rilevazioni lo studio non ha fatto distinzioni tra fondovalle e montagna, centro e periferia. È andato invece a sondare quello che “percepiscono” gli altoatesini, a prescindere dai dati socioeconomici più o meno aggiornati. Ma – come sappiamo – di fatto è quello che percepiscono i cittadini, a contare poi nelle scelte periodiche che si fanno in merito a coloro che sono rappresentativamente chiamati a governare questi processi. Le prossime elezioni provinciali di ottobre saranno dunque – in un modo o nell’altro e nonostante l’astensionismo – una lapidaria cartina di tornasole di questo comune sentire. Dal canto nostro non possiamo che aggiungere una riflessione che parte da una segnalazione che trovate in questo numero del giornale. Nel vicino Trentino al turismo in montagna e alla gestione dei suoi cambiamenti in atto ormai da diversi anni, viene dedicata una specifica manifestazione. Sull’altopiano della Paganella il “Mountain Future Festival” denota dunque una consapevolezza che diventa essa stessa spunto per uno sviluppo turistico, in una prospettiva che offre però una piattaforma di confronto, in cui tutti gli attori della montagna si scambiano idee insieme al pubblico, composto sia da ospiti che da residenti. Non mi sembra che finora in provincia di Bolzano sia dato molto spazio a momenti di confronto di questo tipo. Invece a mio avviso sarebbe proprio questo il momento di convocare gli stati generali del turismo, ai quali invitare tutte le categorie del territorio e i semplici cittadini. Questo giornale tradizionalmente com’è noto dedica pagine e pagine ai consigli per l’escursionismo in montagna dedicati proprio ai residenti. Siamo sicuri che anche loro vogliono essere coinvolti per dire la loro, fin da subito.

Nazionalismo (di altri tempi?) tradotto in pratica

Cent’anni fa, il 15 luglio del 1923, nel teatro civico di Bolzano, l’attivista nazionalista Ettore Tolomei elencava in un famoso discorso i 32 provvedimenti per l’italianizzazione dell’Alto Adige. Le misure, fatte proprie dal Gran Consiglio del Fascismo, furono attuate, qualcuna più, qualcuna meno, nei due decenni successivi.

I provvedimenti prevedevano una provincia unica con sede a Trento (cosa che fu superata nel 1927), la nomina di segretari comunali esclusivamente di lingua italiana, e il licenziamento di funzionari tedeschi o il loro trasferimento verso altre province, l’impedimento a persone di lingua tedesca di entrare, soggiornare o migrare in Alto Adige, l’introduzione dell’italiano come unica lingua ufficiale, lo scioglimento di organizzazioni politiche e alpinistiche di lingua tedesca.
Altri punti programmatici: il divieto dei nomi “Tirol” e “Südtirol”, la chiusura del giornale di lingua tedesca “Der Tiroler”, l’italianizzazione dei toponimi tedeschi e il divieto dell’uso di questi ultimi, l’italianizzazione delle iscrizioni pubbliche tedesche, dei nomi tedeschi delle strade e dei cognomi (misura poi attuata in modo limitato). La rimozione del monumento dedicato al poeta Walther von der Vogelweide da piazza Walther a Bolzano (al suo posto fu installata una statua del re d’Italia).
Si prevedeva ancora l’incentivo all’immigrazione e all’acquisizione di terre in provincia per persone di lingua italiana, la promozione di lingua e cultura italiane, l’istituzione di scuole materne, elementari e secondarie italiane. Andava rafforzata la presenza militare, controllato l’influsso straniero sugli affari interni, limitata la presenza di banche d’oltre Brennero, sviluppate le vie di comunicazione con il resto d’Italia.
A cent’anni di distanza, quando tutto questo sembra un lontano ricordo, è però bene fare memoria. Tolomei non era isolato con le sue idee. Esse furono semplicemente la declinazione, nella realtà del momento, della mentalità nazionalista che aveva prodotto la Grande Guerra e portato alla Seconda. E che non è affatto sparita dal continente europeo (e nemmeno dal Sudtirolo).

Autore: Paolo Bill Valente

Angelo Ippati, Thomas Maniacco e il poderoso progetto Owl Riddim

Il termine riddim è la base della musica giamaicana, che sia reggae, dub, reggaeton o ska. La parola – che è una storpiatura del termine anglosassone rhythm (ritmo, evidentemente) – dice tutto, fin dai tempi in cui la musica giamaicana ha cominciato a ritagliarsi un posto nel panorama internazionale grazie a piccole etichette come la Trojan, in seguito con l’interesse dimostrato da Chris Blackwell che a quella musica dedicò la propria label denominata Island.
Il ritmo era infatti alla base della struttura musicale di ogni brano, tanto che uno stesso riddim, veniva usato per molteplici brani.
Proprio questa forma musicale di origine giamaicana sta alla base del progetto realizzato dal musicista salentino (ma ormai di stanza da tempo nel capoluogo altoatesino) Angelo Ippati e dal bolzanino Thomas Maniacco. I due sono noti da tempo a chi segue la scena musicale di quassù, il primo è il sassofonista degli Skankin’ Drops, il secondo suona la tromba negli Shanti Powa: entrambi però sono sempre aperti a nuove avventure sonore.
“Owl Riddim – ci racconta Angelo Ippati – è un progetto nato durante le lunghe giornate in cui siamo stati forzati a restarcene a casa. Pensavo di provare a realizzare qualcosa di più orientato verso la cosiddetta scena sound system che è una delle forme musicali giamaicane più vicine a quello che può essere il set di un DJ. Un DJ col microfono però, non una cosa da band reggae. Mi è venuta fuori una bella base e uno dei primi pensieri è stato quello di coinvolgere Thomas per fargli scrivere un testo e cantarlo su questa base”.
In men che non si dica il progetto era partito, Thomas Maniacco, oltre a diventare Athomos, il cantante del primo brano del disco (sia sul lato A in versione classica, che sul lato B in versione dub) è diventato il socio musicale di questo Owl Riddim, così denominato in onore del gufo (owl in inglese) che Angelo vedeva ogni notte dalla finestra mentre lavorava alla base.
“Appena è stato possibile tornare a uscire di casa – è ora Thomas a parlare –, ci siamo ritrovati nello studio che ho ad Aica di Fiè con Florian Gamper e lì, un gruppo misto Skankin’ Drops e Shanti Powa ha registrato la base originale: Florian alla batteria, Angelo, Andreas Galante ed io ai fiati, Marco Pellin alle tastiere, Fabian Pichler alle chitarre. La versione del riddim del gufo cantata da me ha preso il nome di Lion Pow”.
A questo punto però, la tentazione di sentire come sarebbe stato il brano con altre voci ed altre parole è stata troppo forte, anche perché questa è appunto l’essenza di questa formula musicale, così Angelo ha spedito la base alla cantante africana, di base nei Paesi Bassi, Empress Black Omolo.
“Devo dire che quando mi sono messo a lavorare sul riddim – prosegue Ippati – ero stato proprio ispirato dal lavoro di questa importante protagonista del genere. Sono riuscito a contattarla e a spedirle la base strumentale, confessandole che mi sarebbe piaciuto molto collaborare con lei. Per tutta risposta dopo un po’ di tempo, Omolo mi ha rispedito il tutto con la sua versione, diventata nel frattempo Freedom Is A State Of Mind. È stato un onore grandissimo per me il fatto che abbia preso in considerazione il mio lavoro mandando il suo cantato con tutte le armonizzazioni”.
Il passo successivo è stato cercare un terzo interprete, trovato presto nella persona di un altro specialista, Galas, che avevo già avuto modo di incontrare in Salento, così l’ultima versione è diventata Zion Train. Per la seconda facciata del disco, un dodici pollici a 45 giri che può contare su una distribuzione a livello internazionale, Angelo e Thomas hanno chiamato in causa Michael Exodus che ha realizzato, rigorosamente dal vivo, le versioni dub dei tre brani.
Il primo brano, Lion Pow, era uscito nel 2021 in formato videosingolo su youtube (youtu.be/CbGV9HuLZvM), da allora il progetto continua ad evolversi. Ippati e Maniacco stanno già lavorando e pensando al seguito che Owl Riddim potrebbe avere, anche col coinvolgimento di ulteriori voci e testi per la base da cui tutto è partito.
Durante l’estate c’è già qualche presentazione nel Salento, ma in autunno è lecito attendersene una anche a Bolzano.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Raccomandazione e differenziazione #1

Nei social network esiste un meccanismo che seleziona i contenuti, sulla base delle propensioni dell’utente. Quindi ogni utente tende a vedere soprattutto notizie in linea con le sue visioni e opinioni e la stessa cosa vale per la comunicazione tra i singoli utenti. La conseguenza di ciò non è un meccanismo nuovo, in realtà, che ha anche un nome: confirmation bias. Di fatto è quell’atteggiamento, tipico della natura umana, che ci porta a confermare un’ipotesi tramite prove a favore, piuttosto che cercare di prendere in considerazione evidenze contrarie. La cosa ha non poche implicazioni anche in prospettiva sociale e politica. E c’entra anche con la sopravvivenza o meno del mondo dell’informazione come l’abbiamo percepito finora. Come sempre ne abbiamo parlato con il nostro esperto in materia, il professor Marco Montali.
”La ricerca pura ovvero non guidata da interessi economici è quella che a suo tempo ha prodotto gli algoritmi sui quali sono basati i social network. E anche qui il discorso è analogo a quello che è successo quando è stata scoperta l’energia nucleare: nessuno in origine aveva pensato di farci una bomba, invece… Nel caso specifico si parla di “sistemi di raccomandazione”. Sono gli stessi meccanismi che nelle piattaforme cinematografiche ti propongono film che ti potrebbero interessare, e la stessa cosa succede per lo streaming musicale. C’è chi non li ama, questi algoritmi, ma di per sé sono utili. Tornando al punto: oggi ci sono dei filoni di ricerca sia tecnici che oggi sempre più ibridati con la dimensione umanistica, dedicati proprio a cercare di risolvere le problematiche di cui sopra. Un sistema di raccomandazione “classico” tende infatti a proporti sempre solo le cose che tu vuoi vedere. Ma se questo va bene per la musica da ascoltare, non vuol dire che all’utente vada bene anche per le notizie da ricevere. Spesso – per fortuna – le persone vogliono anche sentire i pareri discordanti dai loro e altre versioni dei fatti. Esiste allora un’area di ricerca che si occupa proprio della cosiddetta ‘differenziazione’.

(continua)

Gazpacho verde

Ingredienti

Per 6 persone
250g cetriolo sbucciato
125g spinaci novelli
125g yogurt naturale
50g peperone verde
1 spicchi di aglio
2 cipollotti
1 mazzetto di prezzemolo
1 mazzetto di basilico
1 mazzetto di menta
1 avocado
limone
ghiaccio
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Preparazione

Il gazpacho più rinfrescante che ci sia, con aggiunta di cubetti di ghiaccio alle erbe. Scoprite la ricetta per una variante della zuppa fredda spagnola.

Per la ricetta del gazpacho verde, frullate verdure e avocado con l’aglio e gli aromi e lo yogurt con sale, pepe e il succo di 1/2 limone fino a ottenere una crema liscia. Se troppo densa o se vi piace molto fresca, aggiungete qualche cubetto di ghiaccio e frullate di nuovo. Servite con un filo di olio e qualche goccia aggiuntiva di yogurt.
Per cubetti originali, mettete foglie di erbe aromatiche negli stampini del ghiaccio, riempite di acqua e fate congelare in freezer.

Vi consigliamo inoltre di gustare il gazpacho con del pane bruschettato in padella: vi servirà solo del pane per bruschette, olio extravergine d’oliva q.b. e origano secco.

Se volete potete fare il pane con la macchina del pane: nel cestello mettete 280 grammi di acqua a temperatura ambiente, 6 grammi di sale e 2 cucchiai di olio, 350 grammi di farina di grano duro, 100 grammi di farina di manitoba e 5 grammi di lievito di birra. Programma 8 (multicereali), 750 di peso, cottura dark.
Una volta cotto il pane fatelo raffreddare su una gratella in modo che perda bene l’umidità.
Tagliate il pane a fette sottili.
Scaldate bene una bistecchiera, quando è calda mettete le fette di pane e fatele tostare da una parte, poi giratele e finite di tostarle, quando le girate spezzate sopra dell’olio extravergine d’oliva.
Quando sono cotte, spegnete il gas, giratele e spezzatele con l’olio, e spolverizzate con dell’origano, se gradite.
Ora il vostro pane bruschettato è pronto per essere utilizzato.

PICCOLI SEGRETI PER LA MACCHINA DEL PANE… Se vi succede che durante la cottura il pane tende ad abbassarsi, ciò è dovuto all’eccessiva quantità di lievito.

A Don Bosco la chiesa riparte dall’oratorio

Don Gigi Carfagnini, parroco attivo a Bolzano da molti anni, si muove tra la Chiesa di Madre Teresa di Calcutta, al Firmian, e quella del Corpus Domini, a Don Bosco. Tra attività estive e oratorio, le due realtà situate nelle zone abitative della città sono un punto di aggregazione per molti giovani e un supporto alle famiglie del quartiere.

Don Gigi, proporrete anche quest’anno il Grest? Le sue due Parrocchie sono rimaste tra le pochissime a proporlo a Bolzano…

Assolutamente sì. Come ogni anno, anche questo agosto prenderà vita il Grest che coinvolgerà circa 80 bambini dai 7 ai 12 anni e numerosi animatori. È vero, siamo tra i pochi ad organizzarlo, ma è anche vero che per la Chiesa di Via Gutenberg il Grest è l’unica attività strutturata che viene offerta. Prima c’erano anche le processioni, ma sono state tutte sospese. Dopo la pandemia qui in Parrocchia si è spento un po’ tutto, e pure alle celebrazioni partecipano circa la metà dei fedeli che venivano prima del Covid. Diverso il discorso per la Chiesa al Firmian, dove abbiamo anche un oratorio molto attivo”.

Rimanete un punto di riferimento per le famiglie del quartiere.

Senza dubbio. Al Firmian abbiamo un gruppo di animatori molto attivo che gestisce il servizio dell’oratorio, che ha chiuso solo in pandemia, riprendendo appena possibile le proprie attività. Qualche giovane, a dire il vero, dopo il lockdown lo abbiamo perso, ma quest’anno ci è servito per ricominciare da capo e porre le basi per le iniziative del prossimo anno scolastico.

Essendo un parroco si interfaccia sicuramente con persone di ogni fascia d’età. Proponete qualche servizio anche per gli anziani?

No, non siamo mai riusciti ad attivare qualcosa, anche perché credo che il punto d’aggregazione che scelgono gli anziani del quartiere sia il Centro Lovera, di fronte alla Parrocchia della Visitazione. 

Ad agosto ci sarà la Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona, partirà un gruppo di giovani anche dalle sue due chiese?

I giovani di Firmian e Gutenberg hanno scelto di non partecipare, sostituendo il viaggio con un’esperienza in Africa, precisamente in Tanzania, dove abbiamo già contribuito a costruire dei pozzi nei villaggi e un asilo. Sono molto entusiasti e, addirittura, hanno cercato di imparare la lingua locale… vediamo se riusciranno a interagire con la popolazione. Questo viaggio li aiuterà sicuramente ad ampliare i propri orizzonti, scoprendo che l’Africa non è solo povertà, ma è ricchezza di umanità e di gioia di vivere, due ricchezze che spesso nella società europea mancano.

Come valuta la situazione sociale dei due rioni?

Le problematiche ci sono, ma non mi sembrano essere grandi, forse sono nascoste. Credo che complessivamente si viva bene. Noi siamo comunque in contatto con la Caritas e abbiamo una solida catena di solidarietà. Abbiamo sostenuto alcune persone in difficoltà economica, pagando bollette e raccogliendo pacchi di viveri. La comunità ha aiutato e non si tira mai indietro quando c’è bisogno.

Autore: Andrea Dalla Serra

Sebastian Altmann nel ricordo della città

A Bolzano Sud vi è, collegante via Buozzi a via Keplero, via Sebastian Altmann, dedicata a chi con Bolzano ebbe forte legame, essendone stato “l’architetto civico”. Nato a Bad Reichenhall (Baviera) il 19 gennaio 1827, venuto a Bolzano intorno al 1855 come assistente edile, ritornatovi come architetto nel 1857, il 27 giugno fu nominato “architetto civico” . Erano anni in cui, con la realizzazione della ferrovia e la nascita delle prime aziende di tipo industriale, Bolzano diveniva anche ambita meta turistica come stazione climatica; Altmann poté costruire eleganti hotel, nonché sanatori, passeggiate e giardini. Visto il notevole slancio economico-culturale della città, l’architetto fu incaricato di ridisegnare la città, con una sorta di piano regolatore. Il primo intervento di pianificazione urbanistica fu la costruzione del quartiere prospiciente la stazione ferroviaria. Seguì il progetto per la Neustadt, la zona comprendente le odierne via Dante, via Carducci, via Cassa di Risparmio. I due nuovi quartieri vennero uniti dalla piazza Domenicani, che divenne punto di congiunzione con il centro medievale, mentre Johannsplatz (ora piazza Walther) assumeva la funzione di centro, anche ideale, della nuova città ottocentesca. Iniziava così un periodo produttivo per l’architettura bolzanina, aperta agli influssi esterni, provenienti in particolare da Monaco.
Tra i progetti del 1879 vi è la villa Defregger in via Weggenstein (in cui soggiornò periodicamente il pittore Franz von Defregger), mentre è del 1880 la direzione dei lavori di restauro di Castelroncolo. È del 1888 l’edificio, sito in piazza Gries 18, allora adibito a sede del Municipio di Gries e a scuola maschile; dal 1889 di proprietà del Comune di Gries, nel 1925 passò al Comune di Bolzano; la “Casa Altmann” ospita gli uffici del Centro civico e la sede di alcune associazioni. Sebastian Altmann, il quale prestò la sua opera anche a Ora, Laives, Maia Bassa, Terlano e Andriano, morì a Bolzano il 27 luglio 1894.

Autore: Leone Sticcotti