Fräulein Lea, l’anima di Fontanefredde

Tra i personaggi vissuti in Bassa Atesina, un posto di riguardo spetta alla scrittrice Lea Selm. Il suo nome è indissolubilmente legato alla minuscola località di Fontanefredde / Kaltenbrunn, frazione del Comune di Trodena. Fontanefredde, come scrisse la stessa Selm, non può vantare una grande storia e per molto tempo la sua esistenza si basò esclusivamente su una sorgente utilizzata dai carrettieri che transitavano sull’odierna strada statale 48 della Val di Fiemme per abbeverare cavalli e buoi.

Dopo l’ampliamento della strada, nel 1860 venne costruito accanto alla sorgente un albergo con stazione postale. L’iniziativa era stata di Giuseppe Rizzoli di Cavalese, che oltre all’albergo aveva intenzione di fondare un birrificio. In effetti, nel 1863 il birrificio iniziò la sua produzione che durò fino al termine della prima guerra mondiale.  Più tardi, Fontanefredde si arricchì di una stazione ferroviaria, di una scuola e anche di una chiesetta. Nel vecchio albergo venne sistemato un negozio di generi misti e, molto più tardi, un distributore di benzina. 

In questo luogo visse e operò per buona parte della sua vita Lea Selm, autrice di molti testi poetici e in prosa. La sua è una storia assai singolare. Nacque il 19 gennaio 1883 a Montagna, nella casa del nonno materno Martin Selm, fabbro del paese. Sua madre, Elisabeth Selm, era inserviente presso il castello di Enn e qui conobbe un uomo di origini indiane, a sua volta dipendente del maniero. Dall’unione “clandestina” e per l’epoca oltremodo scandalosa nacque Lea, i cui documenti con riferimento al  padre riportarono sempre la voce “sconosciuto”. Lea Selm non ha mai parlato del misterioso genitore se non per “accusarlo” della sua carnagione scura, di cui da bambina, in un paese di visi pallidi, non poteva che vergognarsi. 

Lea crebbe nella casa del nonno e all’età di 14 anni inizio la sua carriera lavorativa come bambinaia in un maso del luogo. Qui, grazie alla padrona di casa, venne in contatto per la prima volta con la letteratura, che poi avrebbe segnato per sempre la sua esistenza. Karl Felix Wolff, che le fu amico per molti anni, in un suo scritto citò anche alcuni sorprendenti versi dell’allora quindicenne Lea. Altrettanto importante per la crescita umana e letteraria di Lea fu l’incontro con Henriette Schrott, figlia dei proprietari del “Grand Hotel Penegal”. Qui Lea era stata assunta come cucitrice. Anche Henriette era appassionata di poesia e le due giovani donne intrecciarono un’intensa amicizia che durò per tutta la vita. Henriette divenne un’autrice affermata e pubblicò molti romanzi presso grandi editori tedeschi e austriaci. Inoltre, sostenne in tutti i modi l’amica Lea, che di suo aveva frequentato solo le scuole elementari. 

Dopo l’esperienza di Innsbruck al fianco di Henriette, Lea Selm fece domanda di assunzione quale impiegata presso le imperial-regie poste austriache. Dopo la prima guerra mondiale, passò automaticamente alle Poste italiane. Dopo alcune tappe in Val Venosta e a Merano, Lea approdò finalmente a Fontanefredde, sicuramente un luogo in cui regnava una pace e tranquillità invidiabile per l’epoca e ideale per la sua creatività. In quell’idillio silvestre Lea Selm compose molte delle sue opere. Sempre Wolff la chiamò la “Waldsängerin”, o anima di Fontanefredde, giacché  Lea, oltre al suo lavoro di impiegata postale e poetessa, si dedicò con tutte le sue forze alla vita sociale del piccolo borgo, dove tutti la chiamavano Fräulein Lea. Poiché Fontanefredde era sprovvista di una chiesa, si adoperò in prima persona per far erigere la chiesetta di San Giuseppe, inaugurata nel 1940. All’epoca delle opzioni, Lea Selm optò per l’Italia. Come dipendente pubblica fu costretta a iscriversi al Fascio femminile del PNF.  Per 35 anni Lea prestò servizio presso l’ufficio postale di Fontanefredde e anche dopo il suo pensionamento continuò a occupare il suo alloggio nell’edificio postale. 

I suo testi apparvero soprattutto sulla rivista Schlern, a cui iniziò a collaborare nel 1920. Pubblicò anche su numerose altre riviste e si dedicò a lungo alla raccolta e trascrizione di leggende e favole popolari. Rimasero inedite due opere di grande respiro: “Fra Solidarius” e “Auf eigene Faust”. Lea Selm morì il 24 novembre 1977, pochi mesi dopo aver ottenuto la croce al merito del Land Tirol.

Autore: Reinhard Christanell

Gli studenti del Gymme a lezione da Federico Steinhaus

Come ogni anno il Gymme ha osservato la Giornata della Memoria incontrando Federico Steinhaus. Per l’occasione il dottor Steinhaus, ex presidente della Comunità ebraica di Merano, ha presentato il suo nuovo libro, il diario che il dodicenne Leopold Bermann scrisse fra il 1943 e il 1946. 

Gli studenti della 5K del Liceo artistico di lingua tedesca hanno fotografato le Pietre d’inciampo sparse in città e creato una mostra fotografica per la sede di via Verdi e per la sede di via Ottone Huber. Ad ogni foto hanno aggiunto brevi informazioni biografiche affinché questo importante Percorso della Memoria possa essere sempre più conosciuto dai mille studenti dei Licei riuniti. 

Il matinée con Federico Steinhaus è stato una importante occasione di conoscenza che studenti e insegnanti hanno colto con grande interesse.  

“Storia di un ragazzo ebreo. Diario 1943 – 1946”, edizioni Raetia, il titolo che già Leopold aveva dato al suo diario, reca una prefazione e una postfazione di Federico Steinhaus. 

Nella prima spiega la storia della famiglia, della Comunità ebraica meranese e di quelle famiglie che, come i Bermann, contribuirono non poco allo sviluppo economico, turistico e culturale della città. Quindi la ricostruzione degli anni cupi della persecuzione e della deportazione.  

Il primo dei Bermann a giungere in città fu Josef che, originario della Moravia, qui ricoprì il ruolo di addetto alla macellazione rituale. 

Suo figlio Maximilian si laureò in medicina e aprì il rinomato Sanatorio Waldpark. Il di lui figlio Siegfried studiò agraria all’Università di Perugia con il sogno di raggiungere la Palestina dove rimase un anno. Dal matrimonio di Siegfried con Anna nacque Leopold che, a partire dall’8 settembre 1943 scrisse il suo diario annotando, con gli occhi di un bambino, ciò che gli accadeva in prima persona e ciò che osservava intorno a lui.  Il diario inizia proprio con una data chiave, l’8 settembre 1943. A causa delle Leggi razziali Leo non aveva potuto ascoltare il proclama dell’armistizio del generale Pietro Badoglio poiché agli ebrei non era consentito possedere una radio. 

Vista la nuova situazione la madre, Leopold e il fratello Rafael decisero di lasciare Merano alla ricerca di un luogo più sicuro. Le pagine proseguono delineando tutto il lungo peregrinare della famigliola in quegli anni fino a Cinecittà da dove Leopold iniziò una nuova parte del diario che ora si intitolava “Il mio diario 24 maggio 1945 Cinecittà Roma” e prosegue fino all’8 marzo 1946.

La presentazione è stata l’occasione anche per una ricostruzione storica della vita dei meranesi sotto le leggi razziali, e la Shoah a Merano e per ricordare quei cittadini meranesi che, denunciati da vicini di casa, ex amici e concorrenti, la mattina del 16 settembre 1943 furono strappati alle loro case e uccisi nei campi di sterminio. Le pietre d’inciampo in città li ricordano. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Lo scultore e fotografo

Venostano d’origine, meranese d’adozione, scultore e fotografo, Ulrich Egger è uno degli artisti più stimati e noti in ambito regionale e nel resto d’Italia oltre che all’estero. Ha all’attivo molteplici mostre effettuata in altrettante città. Numerose sono le sue istallazioni posizionate in luoghi pubblici o nel tessuto urbano. Di grande impatto, esse sono capaci di caratterizzare esteticamente lo spazio.

La cosa che più mi piace di me.

L’onestà.

Il mio principale difetto.

Voler avere il dono dell’ubiquità.

I miei momenti più felice.

I momenti di serenità.

Un libro da portare sull’isola deserta.

“Le ceneri di Angela” (Frank McCourt).

La mia occupazione preferita.

Lavorare in studio.

Il paese dove vorrei vivere.

Vivo bene in Italia.

Il mio piatto preferito.

La pasta in generale.

Non sopporto…

La disonestà.

Per un giorno vorrei essere.

Non lo so.

La mia paura maggiore.

La morte.

Nel mio frigo non manca mai…

Un buon pezzo di formaggio.

Se fossi un animale sarei…

Un uccello.

Mi sono sentito orgoglioso quando…

Ho venduto la mia prima opera.

Il mio motto.

Non mollare mai.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Vivere al sole tutto l’anno.

Il giocattolo che ho amato di più.

Ho amato tutti i miei giocattoli.

I miei poeti preferiti.

Sepp Mall, Paul Celan e altri.

I miei pittori preferiti.

Caravaggio, Gerhard Richter e altri.

Il dono di natura che vorrei avere.

Più pazienza.

Non sopporto…

Il buio.

Dico bugie solo…

A fin di bene (ma non è una mia abitudine).

Dove mi vedo fra dieci anni.

Nel mio studio.

I colori che preferisco

Bianco e nero.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Con la pubblica amministrazione.

Da bambino sognavo…

Di diventare architetto.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La ricetta contro lo spreco sei… tu

Lo spreco di cibo è un problema grave: si stima che ogni anno venga sprecato un terzo di tutto il cibo prodotto a livello globale. Questo spreco non solo ha un impatto negativo sull’ambiente e sull’economia, ma rappresenta anche un notevole onere finanziario per le famiglie.

Ecco dunque 11 consigli e trucchi per ridurre lo spreco a casa.

• Prima di fare la spesa, controlla nel frigo e nella dispensa quali alimenti hai già e quali ti mancano: eviterai di comprare doppioni.

• Pianifica i pasti che preparerai a casa durante la settimana in modo da comprare la giusta quantità di cibo.

• Prepara la lista della spesa da portare al supermercato e seguila senza cedere alle tentazioni del momento.

• Prediligi i prodotti locali e di stagione.

• Al supermercato fai attenzione a non lasciarti attrarre dalle offerte, rischiano di farti comprare porzioni eccessivamente grandi rispetto alle tue esigenze.

• Evita i prodotti commercializzati con imballaggi inutili.

• A casa conserva correttamente gli alimenti: riponi gli alimenti nei giusti ripiani del frigorifero e usa contenitori ermetici per conservare i cibi nella dispensa.

• Utilizza gli avanzi per creare nuove ricette. Considera anche di congelare gli alimenti per prolungarne la conservazione.

• Fai la spesa più frequentemente e acquista quantità minori di cibo, in questo modo ridurrai il deperimento e riuscirai a utilizzare gli alimenti a disposizione prima che vadano a male.

• Acquista alimenti freschi prossimi alla scadenza e trasformali in conserve, per allungare loro la vita.

• Bevi l’acqua del rubinetto.

Rispettando questi consigli, eviterai il costo nascosto dello spreco alimentare. Questo non solo rappresenta un risparmio di denaro, ma è anche un importante contributo alla riduzione dell’impatto ambientale dei nostri acquisti.

(rubrica realizzata in collaborazione con i “Cacciatori di Briciole” di Volontarius)

Sandra Mairhofer, il talento pusterese

Nuoto, bici e corsa ma in maniera più spinosa: è il cross triathlon. La bici su strada viene sostituita con la mountain bike e la corsa con della corsa fuoristrada. Sandra Mairhofer, pluricampionessa mondiale della disciplina, recentemente ha partecipato al campionato italiano di winter triathlon (disciplina di cui è anche pluricampionessa mondiale) e si è affermata campionessa italiana. Il winter triathlon a differenza del triathlon classico viene svolto completamente sulla neve e il nuoto viene sostituito dallo sci di fondo. Oggi andremo a conoscere meglio la sua storia e i suoi segreti per raggiungere risultati di questo livello.

Ciao Sandra, raccontaci un po’ di te… 

Ciao, sono Sandra Mairhofer, sono nata nel ‘92 a Tesido, in Val Pusteria, e lì sono cresciuta; ho fatto lì le scuole fino alla maturità. Dopodiché sono andata ad Innsbruck per studiare Scienze Motorie e diventare professoressa. 

Come ti sei avvicinata la mondo del triathlon? 

Mi sono avvicinata al mondo del triathlon molto tardi, avevo 25 anni, mi è sempre piaciuto stare all’aria aperta e fare sport a contatto con la natura però non avevo mai praticato sport ad alti livelli.
Ho visto e conosciuto il triathlon un’estate in Puglia, ero lì per lavoro e ho conosciuto un ragazzo che mi ha avvicinato a questo mondo e me ne ha fatto innamorare. Sempre in Puglia ho fatto la mia prima gara e mi sono tesserata con una squadra pugliese.

E a quello del cross triathlon?  

Tornata in Alto Adige a fine estate ho continuato con il mondo del triathlon iniziando ad allenarmi in maniera più specifica, però visto il territorio della mia zona non me la sentivo di andare con la bici da corsa sulle nostre strade molto trafficate e strette della Val Pusteria. Quindi ho scoperto tutti i sentieri nel bosco e mi sono innamorata della mountainbike. Così mi sono avvicinata al Cross Triathlon.

Qual è la disciplina che ti piace di più?

Fra tutte, quella che amo di più è la mtb: infatti, faccio anche gare solamente di mountain bike, le Marathon. La mtb è stupenda perché è capace di portarti a scoprire tanti nuovi posti, è uno sport tecnico, divertente, dove sei molto collegato alla natura.

In cosa fatichi di più?

Il nuoto, mi viene abbastanza bene, però l’allenamento in sé è quello più noioso di tutti: stare in una vasca e andare avanti e indietro… è troppo monotono per i miei gusti. (ride n.d.r.)

Il territorio dove vivi ti ha aiutato a raggiungere i tuoi obiettivi?

Il territorio dove vivo mi ha aiutato tanto nel raggiungere gli obiettivi che avevo e che ho tutt’ora. Il nostro territorio è avventuroso e ti lancia tante sfide, tante salite da scalare in sella e da percorrere. Grazie al nostro territorio riesco a portare a casa allenamenti di qualità. Ovunque ti porta la tua bici, hai tanti posti da scoprire, viste mozzafiato, laghetti, nuovi boschi e montagne da visitare. 

Quante volte ti alleni a settimana?

Cerco di allenarmi due volte al giorno, ma dipende molto dal periodo della stagione. 
Sono professoressa alle superiori, quindi devo riuscire anche ad incastrare le mie lezioni e gli allenamenti. Durante la pausa estiva riesco infatti ad allenarmi di più.

Quanti sacrifici ci sono dietro tutto questo?

Dietro tutto ciò ci sono tanti sacrifici. Progetto la mia giornata in base agli allenamenti che devo fare. Anche la mia alimentazione è organizzata sulla base degli allenamenti, cerco di avere la massima prestazione e il miglior recupero possibile per quella giornata.

Autore: Niccolò Dametto

Festival della canzone

Il Festival della Canzone Italiana dal 2025 si terrà a San Giacomo. Questo è l’accordo ventennale stipulato tra il neo assessore provinciale Marco Galateo e i due presentatori Amadeus e Fiorello, che per l’occasione hanno raggiunto l’aeroporto di Bolzano approfittando di una pausa dal Festival. Il nuovo format, all’insegna dell’Autonomi(ea), prevederà un sistema proporzionale che includerà anche brani in tedesco e ladino. Questo per via degli accordi di Giunta e dell’appoggio forzato di Philipp Achammer, che col suo assessorato provvederà a colmare la scarsa capacità economica dell’Assessorato alla Cultura Italiana. 

Autore: Roberto Tubaro

Un centro giovanile in cui fare musica

Tea Ducato, operatrice culturale di BluSpace, ci racconta la nuova veste del centro giovani e i loro progetti vecchi e nuovi.

Quali sono gli obiettivi e i target del centro giovani BluSpace?

Dall’anno scorso il target è cambiato: dalle attività per bambini e bambine della scuola primaria siamo passati a proposte dedicate a ragazzi dalle medie in su. Il progetto BluSpace di MusicaBlu come centro giovani incentrato sulla musica funziona; la sfida è stata, e ancora è, quella di creare attività stimolanti e che possano rispecchiare le esigenze dei ragazzi in modo da creare un gruppo stabile all’interno del centro con cui poter creare un rapporto e sviluppare interessi e competenze sempre intorno al tema musicale. MusicaBlu vuole essere un luogo in cui si possano creare agio e benessere per potersi esprimere, ma anche solo per poter essere.

Come ti senti in questo ruolo di operatrice culturale?

Non è un lavoro semplice, è impegnativo, rischioso e pieno di sfide, ma per questo molto gratificante. Utilizzare la musica come strumento primo nel creare attività e rapporto coni ragazzi è molto stimolante ed educativo a 360 gradi. La musica insegna molto, dall’ascolto all’espressione della propria identità, dalla fragilità al saper improvvisare. Cerco di ispirarmi principalmente a due teorie pedagogiche per svolgere la mia professione al meglio: la creazione di valore di Makiguchi che si concentra sull’idea che l’educazione dovrebbe mirare alla creazione di valore nella vita dei ragazzi; e la pedagogia montessoriana che vede nello slogan “aiutami a fare da solo” il suo leitmotiv. La prospettiva che cerco di adottare è quella di riconoscere nei ragazzi il loro valore e dar loro gli strumenti e la speranza per poter essere autonomi e credere in sé stessi così da riconoscere che l’obiettivo non è la perfezione della prestazione, bensì la felicità.

Che cos’è il progetto “Mettetevi Scomodi”?

È un progetto ideato da Diego Baruffaldi e Maddalena Ansaloni durante il periodo COVID che si è concluso l’anno scorso in cui Ansaloni intervistava artisti locali ponendo loro domande scomode. Le interviste venivano registrate e caricate sui canali del centro così da arrivare agli interessati in via telematica vista la situazione di distanziamento sociale e lockdown. Questo progetto ha passato il testimone a MusicMix che consiste in interviste-concerto live.

Quali sono e sono stati i vostri progetti?

L’anno passato è stato un anno bellissimo: abbiamo seguito moltissime nuove iniziative stimolanti come degli episodi radiofonici in Rai sul tema musica e donna, il progetto della val di Fassa “Pano-rama Music”. Abbiamo collaborato con altre realtà per trasmettere temi sociali come, con Gea e OnLovera, il problema della violenza sulle donne o per partecipare a iniziative intergenerazionali. Un progetto molto interessante in arrivo è “InsideMusic”, che ha come obiettivo quello di introdurre i ragazzi al mondo della produzione e registrazione musicale all’interno dello studio di registrazione della scuola di musica.

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

Alla ricerca dei suoni perduti

Oggi incontriamo Francesco Gigliotti, collezionista, ricercatore indipendente, musicista, viaggiatore. Da anni colleziona antiche macchine parlanti e registrazioni sonore.

Come è nata questa tua passione?

Da bambino quando andavo al bar di mio zio in Calabria mi capitava di ascoltare la musica provenire dal Juke Box. Curioso, ascoltavo e osservavo. Non riuscivo a comprendere come da un disco di plastica potesse uscire la musica. Fu così che iniziai la mia ricerca frequentando biblioteche, musei e archivi. L’interesse si è poi trasformato in passione: da oltre 25 anni cerco e colleziono “macchine parlanti e suoni”. Non mi sono ancora fermato.

La tua collezione da cosa è composta?

La collezione è composta da macchine parlanti inventate per la registrazione acustica, quindi dal 1877 fino ai giorni nostri. Si tratta di fonografi, grammofoni, radio valvolari e registratori di ogni natura: a rullo di cera, a filo di stagno, a bobina, a disco e digitali. La collezione comprende inoltre documenti scientifico-informativi, libri, articoli di stampa dell’epoca, monografie, fotografie e autografi di musicisti e cantanti famosi.

Ci sono anche registrazioni sonore?

Certo, ci sono centinaia di cilindri sonori di fine 1800, svariati cataloghi di dischi a 78, 45 e 33 giri, cassette audio e bobine sonore. I generi delle registrazioni sono vari e tra queste si trovano anche la voce di Mahatma Gandhi e quella del mitico Che Guevara.

Qual è la tua registrazione più antica?

Il primo disco registrato in Italia nel 1895 dal titolo “La Risata”, cantato dal napoletano Berardo Cantalamessa e marcato Berliner.  

Qual è il fonografo più rappresentativo della tua collezione?

Il più famoso fonografo di T.A. Edison, quello del 1888, il modello “CLASS M” con motore elettrico. Una rarità mondiale!

Quali eventi hai organizzato per promuovere la tua ricerca?

Dal 2017 sono responsabile del progetto “ArcheoPhonica Sound & Media Research” che si occupa di ricerca e archiviazione di documenti fonografici e mezzi di comunicazione sonora. Dopo il loro ritrovamento all’interno del Phonogrammarchiv di Vienna, mi sono occupato della presentazione delle prime registrazioni audio in dialetto tedesco e ladino effettuate in Alto Adige tra il 1906 e il 1918. Ho organizzato tre mostre: Bolzano, Ortisei e Merano.

Qualche curiosità?

Durante la mostra a Bolzano è stato registrato su cilindro di cera il brano jazz “Tiger Rag” eseguito dal vivo dalla Tiger Dixie Band di Bolzano/Trento.

Hai un sogno?

Si! Realizzare il “PhonoMuseum”, un grande spazio aperto al pubblico dedicato alla storia della comunicazione acustica, dove poter conservare macchine parlanti, apparecchi fonografici, grammofoni, antiche radio e documenti scientifici. Uno spazio condivisibile da altre realtà associative locali, come quella del cinema, del teatro e della fotografia. La città di Bolzano potrebbe vantarsi finalmente di un polo museale unico nel suo genere, così come Vienna, Berlino, Parigi, Torino, Roma e Bologna.

Autrice: Sara Rosca COOLtour

Albert Mayr e il suo sguardo “oltre”

Nei giorni scorso è scomparso Albert Mayr, valido compositore di musiche ed insegnante, ma noto ai più come figlio del martire nel nazismo Josef Mayr Nusser.
Ho avuto modo di incontrare Albert Mayr in varie occasioni e ogni volta ne ho apprezzato le diverse e notevoli qualità umane e professionali. 
La prima volta è stato quando ha assistito alla prima esecuzione di un mio brano per archi dedicato a suo padre. Già in quell’occasione a colpirmi è stata la sua gentilezza e la sua attenzione: nel descrivere il mio brano utilizzò infatti aggettivi molto rispettosi, anche se in realtà la mia modalità espressiva era lontana mille miglia dal suo approccio compositivo più sperimentale. Successivamente l’ho incontrato a più riprese nei vari momenti celebrativi che negli anni si sono succeduti, dedicati al padre Josef. Com’è noto il mancato sì ad Hitler costò la vita a Mayr Nusser, arruolato contro la sua volontà nelle file dell’esercito germanico. Per questo motivo in sostanza Albert venne privato della figura paterna. Ciò nonostante si può dire che Albert Mayr abbia dedicato una sostanziosa parte della sua vita alla gestione della figura pubblica del padre. Non è stato facile: per decenni su Mayr Nusser è aleggiato un giudizio negativo da parte della politica e della  chiesa sudtirolese. Un giudizio in realtà ancora in parte attuale ed alimentato da due motivazioni di fondo: da una parte la presunta scelta egoistica di Josef nei confronti delle sue responsabilità di marito e padre, e dall’altra l’aver messo indirettamente in evidenza la posizione filonazista largamente condivisa durante l’occupazione da parte della quasi totalità della popolazione sudtirolese. Ebbene: il modo con cui Albert è riuscito a rapportarsi con l’evoluzione del ricordo del padre nella politica e nella chiesa altoatesina è stato secondo me al contempo un esempio di coerenza e di temperanza. In particolare ha mostrato di apprezzare la scelta della chiesa di riconoscerne il coraggio della scelta di coscienza, ma ha sempre messo in guardia dal pericolo di “sterilizzarne” il messaggio attraverso la scelta di beatificarlo. Per quanto riguarda la politica, poi, sappiamo che i conti con la storia probabilmente non verranno fatti mai fino in fondo.

Nella mia memoria in ogni caso sopra ogni caso resterà impressa una conversazione che ebbi con Albert su una panchina della collina dei saggi di Bolzano, giusto all’ombra della chioma dell’albero dedicato al padre Josef. In quell’occasione, dopo essere stato intervistato da  me, mi invitò a rifuggire nella mia attività di compositore da ogni spinta volta a incasellarmi nelle categorie etnico linguistiche praticamente onnipresenti in ogni contesto, in provincia di Bolzano. Forse questo è uno dei motivi per cui Albert Mayr scelse di vivere in Toscana, nonostante i suoi frequenti soggiorni a Bolzano.  

Autore: Luca Sticcotti

Un mese di ferie…

Qui Intervista a Manuel Mattion, che lavora come referente per le politiche giovanili presso il Comune di Bolzano. Da sempre si occupa di lavorare per e con i ragazzi e mette tutta la sua passione e le sue capacità per valorizzare i giovani bolzanini e creare progetti, iniziative ed eventi dedicati a loro.

La cosa che più mi piace di me.

Cercare sempre il lato positivo delle cose.

Il mio principale difetto.

Faccio fatica a dire di no.

Il mio momento più felice.

La nascita delle mie due principesse.

Da bambino sognavo di diventare…

Calciatore.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Un mese di ferie.

La mia occupazione preferita.

Fare il papà.

Il mio piatto preferito.

Parmigiana di melanzane.

Non sopporto…

Le persone viscide.

Per un giorno vorrei essere…

Hakuna matata… senza pensieri.

Nel mio frigorifero non manca mai…

Il lievito di birra.

Se fossi un animale sarei…

Un bradipo. Se potessi dormirei tantissimo.

Il mio film preferito.

Sono tanti, troppi. Direi Braveheart cuore impavido.

Il mi oattore preferito.

Robin Williams.

Il superpotere che vorrei avere.

Leggere nel pensiero.

La disgrazia più grande.

La guerra.

La persona che ammiro di più.

Mia moglie che mi sopporta.

L’ultima volta che ho pianto.

Poco tempo fa.

Il mio motto.

Cogli l’attimo.

La massima stravaganza della mia vita.

Forse deve ancora arrivare.

L’oggetto a cui sono più legato.

Una foto della mia classe delle superiori sul comodino.

Del mio aspetto non mi piacciono…

Le unghie delle mani.

La mia principale paura.

Perdere persone vicine.

Il mio colore preferito.

Azzurro.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

La vivibilità e la pluralità dell’offerta per il tempo libero.

Autori: COOLtour