Martina, un oro olimpico davvero speciale

È la prima campionessa olimpica che porta l’oro in Alto Adige per la disciplina danza sportiva. Martina Zambarda, 25 anni di Merano, è una ragazza speciale in tutti i sensi: ha partecipato agli Special Olympics World Winter Games di Torino, portando l’Italia al primo posto sul podio, davanti alla temuta Cina nella disciplina danza sportiva, specialità hip hop.

Gli Special Olympics World Winter Games rappresentano un evento internazionale sportivo nato negli anni Settanta, dedicato alle persone con disabilità intellettivo-relazionale. L’edizione di quest’anno è stata la prima in cui la danza sportiva ha potuto partecipare come disciplina di prova. Se confermata, la danza sportiva entrerà di diritto tra le discipline olimpiche degli Special Olympics Games che si tengono ogni quattro anni. L’evento si è tenuto al Palazzo delle Feste Bardonecchia, in provincia di Torino.
Paola Ianes, tecnica e allenatrice di Martina, e Nadia Bozza, titolare della scuola di danza Only Dance dove Martina si allena da moltissimi anni, parlano di lei come di una ragazza testarda, determinata e con la gioia della danza. Martina danza da quando aveva 4 anni e non ha mai smesso se non per qualche breve periodo. Ha frequentato corsi di danza jazz e danza hip hop come tutti gli altri bambini pur avendo qualche difficoltà, ma non è mai stata giudicata per questo e non ha avuto sconti, neanche per lo svolgimento di alcuni esercizi come gli addominali “che Martina ha sempre detestato” (Nadia ride, ndr). “Martina si è allenata costantemente e siamo arrivati agli Special senza troppo stress o ansia da prestazione”. Non si è trattato di ansia, ma solo di emozione per la prestazione, racconta Paola. La scuola di danza Only Dance di Merano ha sempre accolto la diversità come fatto normale, ma ad un certo punto si è sentita la necessità di un accompagnamento ulteriore per questi ragazzi speciali. Per questo motivo, Paola ha deciso di affrontare un percorso di formazione presso la Federazione italiana danza sportiva per lavorare con i ragazzi disabili non soltanto da un punto di vista motorio, ma anche psicologico e relazionale. Grazie a questa formazione è quindi nato il progetto Only Dance Ability, dedicato a tutti i bambini con diverse disabilità che vogliono ballare, divertirsi, relazionarsi.

“Lo sport mi ha insegnato che ci sono delle regole da rispettare, come nel lavoro: faccio la cameriera in un ristorante e la disciplina della danza mi ha insegnato molto. Ma la danza per me è soprattutto gioia e divertimento”

L’intervista all’allenatrice
Paola Ianes, vi aspettavate la chiamata di Martina agli Special Olympics World Winter Games?
Martina aveva già vinto due edizioni nazionali degli Special Games; nel caso degli Special Games mondiali la commissione esaminatrice valuta non soltanto le performance sportive, ma anche quelle di vita. I ragazzi vengono selezionati anche in base alla loro capacità di essere autonomi. Gli atleti devono allontanarsi da casa per diversi giorni, vivere a stretto contatto con gli allenatori e gli altri ragazzi della squadra. Non per tutti è facile affrontare questo tipo di prova. La squadra di Martina era formata da 9 ragazzi e tre tecnici.

L’intervista all’atleta
Martina, cosa hai pensato quando ti hanno chiamato sul palco ad esibirti?
Avevo molta paura. Poi ho ballato e mi sono divertita come sempre.

Quali erano le sportive che hai temuto di più?
Le danzatrici cinesi erano molto forti, ballavano davvero bene.

Che pezzo hai scelto per la tua performance?
Boogie Wonderland.

Cosa hai fatto quando ti hanno chiamata sul podio?
Ero felice, ho cominciato a saltare e ho abbracciato le mie avversarie. Poi ho cominciato a piangere perché non volevo tornare a casa. Dopo il mio rientro ho ricevuto tanti messaggi di affetto e la visita dei miei amici.

Quali sono i tuoi sogni nel cassetto?
Continuare a ballare.


Dove ti vedremo prossimamente?
Parteciperò al saggio della Only Dance il 5 giugno al Kursaal di Merano.

Cosa ti ha insegnato lo sport?
Che ci sono delle regole da rispettare nella vita, come nel lavoro. Io faccio la cameriera in un ristorante e la disciplina della danza mi ha insegnato molto. Ma la danza per me è soprattutto gioia e divertimento.

Autrice: Greta Curti

Fiducia

Questo numero del giornale giunge mentre la maggior parte di voi è intenta nei preparativi per celebrare, in modo religioso o più laico, la festività della Pasqua.
Riflettendo dunque sul modo più adeguato per rivolgervi il mio migliore augurio, ho pensato naturalmente alla fede nella risurrezione, che è il cuore del messaggio cristiano. Ma anche al significato stesso della parola Pasqua che deriva dall’ebraico “pesach”, e vuol dire anche “passare oltre”.
A noi tutti sono noti il passaggio e il cambiamento vissuti dagli ebrei quando attraversarono il Mar Rosso. Per gli ebrei la storia della liberazione dalla schiavitù egiziana contiene al contempo l’incertezza e la paura per il nuovo da incontrare. A sostenere gli israeliti vi fu naturalmente la fede, ma tutti possiamo senz’altro riflettere sull’importanza della fiducia.
Un interessante articolo dello psicologo bolzanino Giuseppe Maiolo ha recentemente osservato che fede e fiducia sono simili, non uguali. Compensandosi.
Maiolo ricorda che “con la fiducia si può affrontare la realtà e credere in quello che ancora non si vede” e che la fiducia “è un concetto squisitamente psicologico capace di accompagnare lo sviluppo e far da contrappeso alle insicurezze infantili per ciò che non conosciamo”.
Potremmo dire che la crescita di ogni bambino è sorretta dalla crescita della fiducia in sé stessi, per consentirci di esplorare l’ambiente e trovare il nostro spazio nella società.
Oggi la fiducia spesso è in crisi, lo appuriamo tutti i giorni nei più vari contesti.
Il credito che oggi diamo a politica, economia, al sistema sanitario, ma sempre più spesso anche a democrazia, diritti e doveri, solidarietà e scienza, sembra essere pericolosamente in caduta libera. Il mio augurio è allora di riuscire ad alimentare la nostra fiducia di fondo in questi giorni, nella vita, in noi stessi e negli altri.
Lo dice anche Maiolo, ricordando che “la Pasqua ci parla della fiducia come energia costruttiva che può mettere radici se ha un terreno solido dove impiantarsi”. La fiducia “alimenta l’ascolto e sostiene il sentimento, ovvero la capacità di amare”. Ed è contagiosa, rendendoci tra l’altro “più adattabili e meno esposti alle intemperie dei conflitti”.
La fiducia – conclude Maiolo – “non impedisce gli inciampi ma, quando capitano, offre l’energia che serve per rialzarsi e ripartire“. Allora… buona Pasqua a voi tutti!

Autore: Luca Sticcotti

Una primavera con l’atletica

Sabato scorso al Campo CONI di Bolzano si è svolta la prima tappa del Grand Prix Giovanile Sportler. Numerosi giovani atleti si sono sfidati con entusiasmo nelle varie discipline. La giornata, baciata dal sole, ha visto grandi prestazioni e tanto tifo dagli spalti. Un ottimo inizio di stagione che promette emozioni e crescita per tutti i partecipanti. Riviviamo alcuni momenti grazie agli scatti di Niccolò Dametto.

L’importanza di tornare sui libri

“Immergiti, sfoglia, meravigliati. Assapora la magia dei libri”. è con questo slogan che il direttivo del Genossendchaft deutscher Kindergarten und Kulturheim Leifers ha voluto invitare tutta la popolazione di Laives e dintorni a riscoprire il piacere della lettura in un comune che – ahimè – manca di una libreria già da molti anni. Così, per la felicità di chi adora il fruscìo delle pagine, per un’intera settimana il Kulturhaus si è trasformato nel paradiso dei libri.

A Laives e in tutto il circondario manca una libreria, da anni. E da anni isogna necessariamente rivolgersi al commercio online, strada molto più semplice, o recarsi a Bolzano, che non è chissà quale viaggio, ma – dati alla mano – pare che questa trasferta possa in qualche modo scoraggiare potenziali lettori.
Certo, questa carenza viene supplita dal grande impegno delle biblioteche locali, sia in lingua tedesca che italiana, ma a volte questo lavoro non basta.

Una settimana dedicata alla lettura
È per questo che il Genossenschaft ha accolto l’idea di alcuni membri del direttivo e ha avanzato la proposta di presentare per una settimana un ampio ventaglio di titoli in entrambe le lingue e per tutte le fasce di età e di interesse – proposta raccolta e organizzata con entusiasmo dal gruppo Athesia. La grande sala del Kulturhaus di via Montessori ha così accolto da martedì 8 a domenica 13 aprile la bellezza di 2000 titoli accuratamente scelti, metà in tedesco e metà in italiano, da sfogliare, “provare” e anche acquistare.
E martedì 8 nel tardo pomeriggio il direttivo, in primis il presidente Rainer Tschirner, ha accolto gli ospiti ufficiali – dai rappresentanti di Athesia a quelli di Raiffeisen, fino a sindaco, vicesindaco e assessore alla cultura del Comune di Laives e al parroco del decanato di Laives Don Walter e molti altri esponenti del panorama culturale locale – per una breve cerimonia di inaugurazione ufficiale dell’evento.
Tutti coloro che hanno preso la parola, dal presidente e i membri del direttivo come Marlene Menegatti, ai membri della giunta comunale, hanno sottolineato come l’iniziativa sia nata dal desiderio di avvicinare la popolazione al meraviglioso mondo dei libri e dell’importanza della lettura nella formazione dell’individuo e di una cultura collettiva.

“Per un’intera settimana il Kulturhaus di Laives si è trasformato nel paradiso dei libri, con la bellezza di 2000 titoli accuratamente scelti, metà in tedesco e metà in italiano, da sfogliare, “provare” e anche acquistare”

L’entusiasmo dei bimbi più piccoli
Un successo oltre le aspettative quello che ha ottenuto l’iniziativa, con la scuola materna Nazario Sauro che ha portato i bimbi ogni giorno a immergersi in coloratissime copertine che li hanno avvicinati a grandi avventure e moltissime persone che si sono aggirate con calma tra i banchi che esponevano letture di ogni genere, dal fantasy per ragazzi ai libri di ricette, fino ai grandi saggi sulla storia e l’attualità.
La grande partecipazione a questa iniziativa ha evidenziato da un lato la grande voglia dei cittadini di consultare ma anche acquistare letture, dall’altro lato la mancanza di una realtà di questo genere per la popolazione di Laives e dintorni. La speranza quindi è che, oltre a iniziative come questa, possa in futuro anche ritornare a Laives una libreria pronta ad accogliere lettori e futuri lettori.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Da Bolzano alla fine del mondo, in bici

Edoardo e Martina hanno 24 anni, sono di Bolzano, e da due anni hanno fatto della loro passione un lavoro. Edo&Marti sono una giovane coppia che racconta il mondo da una prospettiva autentica, avventurosa e sempre nuova. Dopo aver costruito un van e girato l’Islanda, la loro ultima impresa li ha portati a percorrere tutta la Nuova Zelanda in bicicletta. 3000 km da nord a sud, in 40 giorni, senza mai aver davvero fatto ciclismo prima. Li abbiamo incontrati per farci raccontare questa avventura davvero fuori dall’ordinario.

Com’è nata l’idea di attraversare la Nuova Zelanda in bici?
Il viaggio in Nuova Zelanda in bici non è stata una nostra idea, almeno non completamente. Avevamo da tempo in testa l’idea di fare qualcosa in bici, ma non avevamo mai pedalato seriamente. Volevamo una nuova sfida, qualcosa che non avevamo ancora provato. Così abbiamo lanciato una specie di torneo tra le proposte più interessanti che ci erano arrivate dai nostri follower sui social. Le abbiamo selezionate, filtrate, messe ai voti. E ha vinto lei: la Nuova Zelanda. In bici. Da qual momento è cominciata la fase di preparazione, fatta più di entusiasmo che di vera pianificazione. Non eravamo ciclisti, e nemmeno amanti della bici nel senso classico. Ma eravamo affascinati dall’idea di attraversare un paese intero solo con la forza delle nostre gambe.

40 giorni, 3000 chilometri, 2 bici, zero esperienza… come avete fatto?
Siamo partiti da Cape Reinga, all’estremo nord, e abbiamo pedalato fino a Bluff, all’estremo sud. In totale, circa 3000 chilometri in 40 giorni. Non abbiamo mai avuto l’obiettivo della performance: niente tabelle, niente record. Solo la voglia di arrivare. In media facevamo 60 km al giorno, ma dipendeva molto dal terreno, dalle salite, dal vento.
E di salite ce n’erano parecchie. La Nuova Zelanda non è affatto piatta, soprattutto l’Isola del Nord, che ci ha fatto penare. Poi, arrivati più giù, abbiamo dovuto superare le Southern Alps. Gli ultimi giorni sono stati un concentrato di fatica, salita, freddo. Ma anche di emozioni. L’arrivo in cima all’ultimo passo è stato uno di quei momenti in cui tutto si allinea: la fatica, la soddisfazione, la vista davanti, la consapevolezza che il peggio era alle spalle. Ci siamo detti: “Da qui è solo discesa. Ce l’abbiamo fatta”.

Per dormire e per mangiare come vi siete organizzati?
Avevamo deciso fin dall’inizio di dormire sempre in tenda. All’inizio volevamo farlo in modo ancora più selvaggio, accampandoci ovunque. Ma dopo un paio di notti ci siamo resi conto che una doccia al giorno era fondamentale. Quindi abbiamo iniziato ad appoggiarci ai campeggi, pur mantenendo lo stile “essenziale”. Insomma: niente lusso, niente comfort, solo una tenda, due sacchi a pelo e un fornelletto. Mangiare era una sfida continua. La Nuova Zelanda è molto poco densamente popolata: ci sono lunghi tratti senza nulla, quindi dovevamo approfittare di ogni baracchino, ogni minimarket. Panini preconfezionati, Pie (le torte salate ripiene che si trovano ovunque), snack energetici. E tanta, tantissima acqua. Il problema dell’acqua è stato un qualcosa di molto reale: spesso eravamo nel nulla, e le borracce si svuotavano in fretta. Chiedevamo acqua alle fattorie, bussavamo alle case isolate. E per fortuna la gente era sempre gentile.

“È stato probabilmente il viaggio in cui abbiamo incontrato più persone interessanti. In bici è tutto diverso: ci si saluta, ci si ferma, si condivide il pane e la strada”


Che meteo avete trovato?
All’inizio il tempo era buono. Ma è durato poco. Appena arrivati nella West Coast è cambiato tutto: pioggia costante, umidità altissima, vento forte. Wellington, la capitale, è famosa per essere una delle città più ventose al mondo, e abbiamo capito perché. Quel giorno abbiamo pedalato con il vento contro per 50 km. A un certo punto ci è passato vicino il treno e ci è davvero venuta voglia di salirci su. Nella parte della foresta pluviale poi era tutto sempre bagnato: vestiti, tenda, sacchi a pelo. Non si asciugava mai nulla. Ogni giorno si ripartiva con addosso le cose umide del giorno prima. Ma questo è anche quello che ci ha fatto apprezzare il momento in cui il cielo si è finalmente aperto, nell’ultima settimana. Abbiamo tagliato l’ultimo traguardo sotto un cielo blu e limpido, dopo giorni di pioggia e nuvole. E sembrava quasi un regalo.

Come vi eravate attrezzati?
Viaggiare in bici vuol dire fare scelte. Noi avevamo solo il minimo indispensabile. Tutto leggero, tutto compattabile. Le bici erano due gravel in carbonio, con gomme tubeless: leggere, resistenti, perfette per le salite e per i tratti sterrati.
Le borse erano piccole, fissate al manubrio e alla sella. Niente portapacchi, niente ingombri. Avevamo giusto una maglia termica, una giacchetta leggera imbottita, un pile e una giacca a vento che ci ha salvato in mille occasioni, senza quella saremmo stati fradici dalla mattina alla sera.

Qual è stato il momento più bello del viaggio?
Ce ne sono stati tanti. Il più bello? Forse quando abbiamo attraversato per due giorni una foresta, percorrendo antichi sentieri Maori, attraversando ponti sospesi tra le valli, immersi nella natura più totale. Il secondo giorno è venuta giù una pioggia torrenziale, ci siamo sporcati di fango dalla testa ai piedi, ma è stato incredibile. Guardandolo ora, questo è uno dei ricordi più intensi. Incredibile è stato anche l’arrivo a Nelson, quando una ragazza neozelandese che ci seguiva su Instagram ci ha ospitati a casa sua. Ci ha fatto trovare Parmigiano Reggiano, pasta italiana, una cena calda e un letto vero. Dopo settimane in tenda è stato come entrare in un sogno. Ci ha portati a vedere il tramonto, ci ha fatto sentire a casa. Quel gesto di accoglienza, da perfetti sconosciuti, lo porteremo con noi per sempre. Un’altra cosa che ci è piaciuta molto sono stati gli incontri e il senso di comunità che la bici ci ha offerto. È stato probabilmente il viaggio in cui abbiamo incontrato più persone interessanti. In bici è tutto diverso: ci si saluta, ci si ferma, si condivide il pane e la strada.

Adesso che siete tornati a casa, quali sono gli obiettivi futuri?
In questo momento sentiamo che è il tempo giusto per guardarci un po’ attorno, per scoprire cosa c’è là fuori. Cerchiamo di stare il meno possibile fermi, non perché Bolzano non ci piaccia, ma perché siamo in una fase in cui vogliamo vedere, capire, esplorare. Se fossimo nati in un’altra città diremmo la stessa cosa: il punto non è scappare, è partire. È confrontarsi con altri luoghi, altre vite, altre idee. E magari, un giorno, trovare il posto giusto dove fermarsi. Per ora, però, vogliamo essere in movimento.

Autore: Niccolò Dametto

Le tranvie di Bolzano: una storia da riscoprire

Nella Bolzano di inizio ‘900, l’amministrazione cittadina si orientò verso una serie di interventi volti a riorganizzare e sviluppare i servizi urbani. Tra questi, l’introduzione di una rete tranviaria elettrica fu una delle innovazioni più significative. La nuova infrastruttura rispondeva alle esigenze di una città in rapida espansione, collegando con efficienza i diversi fulcri del fondovalle.

Il tram, ma anche le funivie e le cremagliere, divennero anche un simbolo di modernità, segnando l’ingresso di Bolzano in una nuova fase della sua storia urbana, in sintonia con i modelli mitteleuropei più avanzati del tempo. Per ricostruire questa pagina, spesso dimenticata, della storia cittadina, abbiamo incontrato Georg Tengler, studioso appassionato e autore, nel 1984, di un volume dedicato alle tranvie di Bolzano, con uno sguardo particolare anche all’evoluzione urbanistica della città.


Georg Tengler, come è nata l’idea del tram a Bolzano?
La Bolzano di fine ‘800 e inizio ‘900 era una meta turistica molto apprezzata a livello europeo. I visitatori arrivavano da tutta Europa: dalla Russia, dalla Boemia, dalla Germania, dalla Svizzera e, naturalmente, dall’Austria. In particolare, la località di Gries era considerata una destinazione di primo piano per chi cercava relax e soggiorni curativi. Nacque dunque l’esigenza di offrire non solo ai visitatori, ma anche ai cittadini, mezzi di trasporto moderni e confortevoli. Fu così che si sviluppò l’idea di realizzare una linea tranviaria che collegasse la stazione ferroviaria con la zona alberghiera di Gries. Il progetto partì nel 1909 con una prima tratta che attraversava alcune delle vie principali della città: da piazza Walther a via della Mostra, poi via Goethe, il ponte Talvera, piazza Gries e infine via Fago. Un ulteriore sviluppo arrivò nel 1913, con una nuova linea che collegava la stazione ferroviaria con la cosiddetta “zona Vurza”, situata tra San Giacomo e Pineta di Laives. Ricordo che da bambino c’era ancora la piccola casetta che fungeva da stazione del tram in quella zona. Solo nel 1931 si completò l’allungamento del tracciato fino a raggiungere finalmente Laives.


All’epoca, Bolzano aveva dimensioni molto più contenute rispetto a oggi, si sviluppava attorno ai Portici, ma comprendeva anche le zone limitrofe come piazza Walther, via Bottai e si spingeva fino al torrente Talvera. Nel fondovalle Dodiciville e Gries, prima di essere assorbite da Bolzano (nel 1911 e nel 1926), erano comuni autonomi. Trovo interessante che il Comune di Bolzano abbia fatto pressioni per far passare il tracciato verso Sud dal suo territorio, considerato che la stazione ferroviaria si trovava formalmente nel territorio di Dodiciville.
È proprio così! In origine era previsto un tracciato che passasse per l’odierna via Garibaldi. Su pressione del Comune di Bolzano, non si è scelto il tracciato più veloce, più diretto per andare a Laives, ma si è voluto far passare la linea dal centro, per Piazza Walther, facendola transitare accanto al Duomo per poi scendere in via Cappuccini e raggiungere Ponte Loreto.
Il tram a Bolzano ha avuto vita breve…
L’arrivo del traffico automobilistico e, nel 1948, la nascita della società Sasa segnarono l’inizio di una nuova fase per la mobilità cittadina.
Gli autobus della Sasa potevano raggiungere con più flessibilità i nuovi quartieri e le zone in espansione che il tram non riusciva a servire.
Questo portò, nel giro di pochi anni, al progressivo smantellamento della rete tranviaria.

Autore: Till Antonio Mola

Una folla al Mercatino delle mamme

L’edizione primaverile 2025 del Mercatino delle Mamme si conferma nuovamente un punto di riferimento per tutta la provincia per la compravendita di articoli per l’infanzia e i ragazzi, trasformandosi in un circolo virtuoso che rimette in pista articoli di ogni genere ancora in buono stato, con il doppio obiettivo di venire incontro alle famiglie e di riciclare oggetti altrimenti destinati alla discarica.

Sono stati ben più di 180 i venditori di questa edizione – che si è tenuta nel week end del 29 e 30 marzo come sempre presso il Centro Don Bosco di Laives, che ha collaborato fin dalla prima edizione.
Migliaia gli articoli in vendita, dall’abbigliamento 0 -14 anni a seggiolini bicicletta e auto, monopattini e biciclette, caschetti, libri, giocattoli e molto altro, con visitatori e acquirenti ormai provenienti perfino dal vicino Trentino. L’instancabile lavoro dei volontari – ben 40 questa volta – garantisce un’organizzazione impeccabile e la vendita di oggetti solo in buonissimo stato.
Dalla squadra dedicata all’accettazione e distribuzione della merce, alla squadra “braccia forti”, che si occupa di predisporre tavoli e panche così come di smantellarli a fine evento, l’istancabile lavoro e coordinazione di tutti ha garantito il successo, arricchito questa volta anche da una novità: lo spazio dedicato ai bambini, molto apprezzato dai visitatori che hanno così potuto dedicarsi con calma agli acquisti mentre i bambini non avevano tempo di annoiarsi.
Un ringraziamento da parte di tutti, organizzatori, venditori e acquirenti, va alla giunta comunale, all’Elki e al Centro Don Bosco, come sempre sostenitori a vario titolo di questa preziosa iniziativa a sostegno delle famiglie e della preziosa cultura del recupero.
Il prossimo mercatino, dedicato all’abbigliamento e oggettistica prettamente invernali, si terrà nel week end dell’11 e 12 ottobre.

Autrice: R. T.

Rispetto per i diritti

Sandra Durnwalder, originaria di Merano, è educatrice sociale e sessuale. Lavora da quasi 12 anni come streetworker e, da due anni, coordina anche l’area di riferimento. È attiva nel volontariato presso il canile di Naturno, dove si prende cura degli animali con la stessa dedizione che riserva alle persone. Si impegna inoltre per i diritti per le donne e per le persone queer, promuovendo l’uguaglianza e il rispetto per tutte le identità.

La cosa di me che mi piace di più.
La mia empatia.

Il mio principale difetto.
La mia impuntualità.

Il mio momento più felice.
Lo sono ogni volta che torno a casa e la mia gatta mi viene incontro.

Da bambina sognavo di diventare…
Una cantante.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Un viaggio in Egitto.

Il luogo dove vorrei vivere.
Al mare.

Il mio piatto preferito.
Patate in ogni variante.

Non sopporto…
Le bugie e la disonestà.

Per un giorno vorrei essere…
Un uomo.

Nel mio frigorifero non mancano mai…
I pomodorini.

Se fossi un animale sarei…
Una tigre.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che…
Lo sono stata quando ho conseguito la mia seconda laurea.

Tre aggettivi per definirmi.
Socievole, spiritosa, testarda.

La prima cosa che faccio al mattino.
Mi oriento…

Il mio film preferito
Hachiko e la mummia (parte 1).

Il mio attore preferito.
Johnny Depp.

Il superpotere che vorrei avere.
Poter leggere nel pensiero.

Il mio ultimo acquisto.
Un regalo per qualcun altro.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?
La natura a due passi da casa.

Amo il mio lavoro perché…
Mi dà la possibilità di aiutare i giovani a cui gli altri hanno smesso di credere.

L’errore che non rifarei.
Dare troppa confidenza alle persone sbagliate.

Autore: Marco Valente

Un premio per Gustav Thöni

I Rotary Club del Trentino Alto Adige hanno scelto Gustav Thöni, la leggenda dello sci mondiale, per l’ambito “Premio Rotary” che viene conferito ogni due anni per la carriera e le azioni che il premiato ha intrapreso a favore della sua comunità o addirittura per tutto il territorio.
Gustav Thöni è stato un modello per generazioni di sportivi, è stata una figura di raccordo fra le comunità residenti in Alto Adige in un periodo in cui le tensioni etniche erano palpabili. Per il suo paese natale e il comprensorio la sua personalità semplice e la sua lungimiranza nel portare avanti l’albergo ereditato dal nonno Friedrich Ortler, proprietario dell’Hotel Bellavista, ha fatto giungere in valle numerosi turisti. L’albergo, da lui e dalla sua famiglia ancora oggi gestito, è un angolo di armonia ed elegante semplucità dove poter respirare un clima di famiglia, rispettoso della tranquillità, con ottimi cibi di qualità. La giornata di premiazione ha chiamato a Trafoi 120 rotariani rappresentanti i 12 club della regione che, in un clima di felicità, hanno onorato il campione, ricordato le sue vittorie e visitato il piccolo museo dei cimeli, ricordo delle trecento competizioni cui Gustav Thöni ha preso parte, talora vincendo e talora piazzandosi fra i primi tre. A questa cerimonia hanno contribuito gli studenti del Kunstgymnasium che, guidati dalla professoressa Elisabeth Hölzl, hanno realizzato il libretto del Premio Rotary.
Un effetto corale, un incontro intergenerazionale per onorare un campione, ma soprattutto un uomo semplice e di gran cuore. Il premio in denaro sarà devoluto da Gustav Thöni al Kinderdorf di Bressanone e al Summer Camp di Caldonazzo, affinchè bambini meno fortunati possano avere occasioni di crescita personale e un futuro migliore.

Autrice: R. P.