Due dame alla Landesfürstliche Burg

Nel cuore del centro storico sorge la Landesfürstliche Burg, il Castello Principesco. Il primo riferimento documentario risale all’8 gennaio 1328. La data è in calce ad un documento che accenna all’edificio con le parole “Merani in domo domini principis, quae vocatur casaba”. Non si trattava di una fortificazione ma piuttosto di un edificio di residenza annesso alle cantine contenenti le derrate alimentari del principe territoriale, soprattutto vino ma non solo.

Nella seconda metà del XV secolo Sigismondo il Danaroso, fece ampliare, fortificare, ristrutturare numerosi castelli del territorio e fra questi anche questo edificio, con lo scopo di agevolare i frequenti soggiorni del principe territoriale a Merano, visto che il maniero avito dei Conti del Tirolo era ormai in rovina.
Nel corso del XVI secolo vi dimorò Massimiliano I e vi trovò rifugio Ferdinando I che, nel 1564, per sfuggire ad una pestilenza vi si trasferì con la famiglia. Il castello riesce così a parlare di due donne molto interessanti: Bianca Maria Sforza e Philippine Welser. Di Bianca Maria nella “stanza da letto” è visibile un ritratto mentre di Philippine è visibile un baule.
Bianca Maria Sforza (Milano, 5 aprile 1472 – Innsbruck, 31 dicembre 1510) tra il 1494 e il 1510 fu la seconda moglie dell’Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, Massimiliano I. Bianca Maria era la secondogenita del duca di Milano, Galeazzo Maria Sforza e di Bona di Savoia.
Il suo futuro personale dipendeva dalla politica internazionale e dalle strategie matrimoniali che da essa dipendevano. Così fin dalla sua nascita fu più volte promessa a diversi dignitari. Nel 1494, a 22 anni, giunse alle nozze. Sposò il Massimiliano I, vedovo con due figli e molto più vecchio di lei e dietro una cospicua somma di denaro che la giovane portava in dote. Dal matrimonio e quindi da questa alleanza, Massimiliano I sperava di assicurarsi i territori dell’Italia settentrionale ed il finanziamento per le proprie spedizioni militari.
Le nozze anche se sfarzose e memorabili avvennero in contumacia. Massimiliano infatti non si presentò a Milano. La giovane sposa partì quindi con la sua corte alla volta del Tirolo, attraverso la Valtellina, Sondrio e Bormio e valicò lo Stelvio. Massimiliano non amò Bianca e non ebbe mai molto a che fare con lei, tanto che la giovane rimase sempre più isolata e sempre più risiedette nei castelli del Tirolo. Afflitta da una grave malattia si spense il 31 dicembre 1510 all’età di trentotto anni e fu sepolta nell’abbazia cistercense di Stams, nell’alta valle dell’Inn, ma Massimiliano non presenziò neppure ai funerali.
Fu invece una vera e propria storia d’amore quella che visse Philippine Welser (Augusta, 1527 – Innsbruck, 24 aprile 1580), la moglie morganatica di Ferdinando II d’Austria, Governatore del Tirolo. Suo padre, Franz Welser, ricco mercante di Augusta, proveniva dalla munifica famiglia patrizia dei Welser, ascritta alla nobiltà imperiale, banchieri che spesso effettuavano prestiti alla casa imperiale. Philippine era nota per la sua bellezza ma anche per il suo interesse per le scienze naturali e il commercio. Philippine e Ferdinando II si conobbero nel 1547 nella città della giovane, poiché quella era la sede della Dieta e lui vi era giunto accompagnandovi il proprio padre. L’imperatore acconsentì alle nozze morganatiche senza però possibilità alcuna di successione.
Nel 1567 Ferdinando II assunse il governo del Tirolo e la coppia si trasferì in uno dei palazzi più belli del tempo, il castello di Ambras presso Innsbruck. Nel 1572 venne offerto a Ferdinando il trono polacco ma egli rifiutò per non abbandonare la moglie. Quattro anni dopo il papa riconobbe il matrimonio. Philippine era stimata e benvoluta dal popolo tirolese per le sue donazioni e le opere di carità.
Ella inoltre, era esperta farmacista, raccoglieva e studiava piante officinali. Fu anche autrice di una Farmacopea e di un manoscritto contenente più di 200 ricette mediche, oggi conservato nella Biblioteca Nazionale di Vienna. Scrisse inoltre un libro di ricette di cucina contenente piatti tipici della cucina del tempo. Nel Castello Principesco di Merano dove riparò col marito per sfuggire alla peste, ebbe modo di mettere in pratica molte delle sue cure e rimedi naturali oltre a quelli più specificatamente per la bellezza, come i bagni nel latte per cui era famosa. Morì nel 1580.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Aluna, la musica soprattutto, fatta insieme

Quello che potremmo definire il segreto meglio custodito della musica altoatesina, è una formazione che attraverso gli anni – a partire dagli albori del millennio – ha cambiato più volte il nome, passando per Aluna Quartet, Aluna e, ora, Aluna Ensemble, e nasce dalle ceneri di un apprezzato gruppo ormai del secolo scorso, il Serafinian Quartet.

La line up attuale di Aluna si compone di cinque elementi, visto che dal 2018 circa ha aperto la porta a Gigi Grata, che per altro aveva suonato praticamente in tutti i dischi realizzati dagli Aluna fino ad allora.
Cinque elementi con i retroterra musicali più vari possibile, dal jazz al rock indipendente, dal klezemer alla musica classica, a quella latina; gli altri quattro componenti sono Gregor Marini, Zeno Braitenberg, Umberto Carrescia e Hartwig Mumelter. Ognuno porta in dote al gruppo esperienze titolate e soprattutto un gusto musicale sconfinato a cui ciascun membro contribuisce in ugual misura. L’uscita dell’antologia con inediti intitolata semplicemente Aluna Ensemble è stata l’occasione per incontrare i primi tre e parlare a ruota libera della loro visione musicale.

“Uno dei segreti della nostra intesa – comincia a raccontare Gregor Marini, chitarrista e uomo dei suoni – è che non ci stressiamo, ci piace stare insieme e fare musica insieme. Abbiamo raggiunto tutti una maturità tale che nessuno deve più dimostrare qualcosa, nessuno deve suonare per fare cassa. Quel che interessa è la musica”.
“L’unico stress che ci concediamo – specifica Zeno Braitenberg, che negli Aluna suona il violino ed è una delle voci principali – è l’autostress che ci imponiamo da soli quando dobbiamo lavorare ad un progetto, altrimenti finiamo col rilassarci troppo e stiamo fermi mesi, magari”.
I dischi del gruppo, e quindi la nuova antologia (con inediti, lo ribadiamo), sono caratterizzati dall’essere composti da brani dall’ispirazione più differente, dalla canzone pop a quella napoletana, a quella tradizionale di altri paesi: è il comune sentire la musica e la capacità di lavorarci insieme (ensemble, potremmo dire alla francese, rifacendoci al nome definitivo del gruppo) con gusto fino a dare alle composizioni il suono Aluna.

“Il brano russo Rodina – ci racconta Gigi Grata, trombonista e trombettista – ha una storia particolare, lo avevamo suonato tutto d’un fiato e io ci avevo fatto un assolo con la sordina sulla tromba. Aveva un suono che è piaciuto in modo particolare a Gregor”.
“Mi è piaciuto talmente – specifica il chitarrista – che me lo sono trascritto tutto, anche se sono l’autodidatta degli Aluna, e ci ho fatto un assolo di chitarra pari pari che è diventato un tema suonato all’unisono con quello di Gigi, tanto che ho dovuto ritrascrivergli io il pezzo perché lui lo aveva improvvisato la prima volta!”

“È incredibile – chiosa Braitenberg – come a Gregor sia venuto naturale di trascrivere un assolo, per così dire di pancia, suonato da Gigi, che Gigi non avrebbe mai rifatto nello stesso modo”.

Il repertorio si compone di brani che piacciono ai singoli musicisti, ognuno propone, poi insieme vagliano se si tratta di un brano calzante, ci sono persino amici o persone che vanno ad assistere ai loro concerti che ogni tanto lanciano l’idea per una canzone da inserire in repertorio. “Può accadere che si giri a lungo attorno ad un brano – prosegue Braitenberg – fino a che si trova la chiave giusta per renderlo: nell’antologia, uno degli inediti è un medley che girà attorno al brano La festa di Celentano. Se c’è un genere che non sopporto sono i medley, fino ad ora non avrei mai immaginato di registrarne uno. E invece è stato così evidente che l’arrangiamento funzionava a meraviglia, che alla fine mi sono adeguato senza riserve”.

Poi, quando è il momento di fare sul serio, gli Aluna si rifugiano nel loro buen retiro sulla costiera amalfitana e lì, almeno in parte, nascono i dischi. “Zeno ha una casa a Massa Lubrense – specifica Grata – con vista su Capri, se la stagione non è la più indicata, può esserci un freddo cane, ma la location è d’ispirazione per farsi ispirare, scrivere un arrangiamento e poi provarlo insieme. Il fatto di poter vivere da mattina a sera sempre insieme favorisce la creatività”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Passato, quasi-presente e futuro nel nuovo romanzo di Marco Niro

Ad appena un anno dall’uscita del precedente romanzo, lo scrittore trentino Marco Niro (già noto per essere una metà del team narrativo Tersite Rossi), torna con un nuovo lavoro: bello, avvincente e inquietante quanto il libro che lo aveva preceduto.

Niro, regala ai suoi lettori un altro motivo di riflessione su come gli esseri umani stanno riducendo il mondo in cui abitano. Un mondo unico e bellissimo, tanto bello che non saranno certo i vari Elon Musk di turno e i loro complici politici a convincerci a lasciarlo in favore di un mondo immaginario, irreale, comunque troppo lontano per pensare di arrivarci facilmente.
Un mondo che ne “L’uomo che resta” (Les Flaneurs Edizioni 2025, 319 pag.) appare di sfuggita, perché in realtà le tre storie, tutte connesse tra loro, che compongono il romanzo si svolgono nel mondo che abitiamo, probabilmente a poco più di un centinaio di chilometri dalla nostra città (ma questa è una nostra illazione), un mondo che, sembra volerci ammonire Niro, stiamo trattando parecchio male.
Il mondo così come lo viviamo e conosciamo, non durerà in eterno, e questa non è una novità, ma nel libro di Marco Niro sembra destinato ad avere una scadenza davvero ravvicinata. L’autore ambienta una parte della storia all’indomani dell’era glaciale, una seconda parte, quella più preoccupante è da collocarsi ad appena una trentina d’anni più in là di quella in cui viviamo, e una terza in un futuro un po’ più lontano ma non troppo.
Se il lieto fine non è mai stato una caratteristica dei libri di Niro (sia in solitaria che come parte di Tersite Rossi), forse in questa nuova pubblicazione il finale sembra non essere così pessimista, ma probabilmente dipende da quali siano i personaggi con cui il lettore tende ad identificarsi.
Oltre alla felicità della scrittura, va segnalata la consueta meticolosità dell’autore nel documentarsi su tutti gli argomenti trattati, riuscendo a risultare sempre plausibile – ma mai pedante – anche in una storia di fantasia.
L’autore sarà a Bolzano il prossimo 8 maggio alle 18, per presentare il romanzo presso la biblioteca Ortles, in piazza Anne Frank.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Altri mille papaveri rossi

Ai bordi delle strade e lungo alcuni tratti delle massicciate ferroviarie sbocciano i papaveri (Papaver rhoeas). È una pianta annuale che si riproduce da seme, con corolla vermiglio e pistilli neri, in grado di crescere in zone aride e sassose, e di sopportare la siccità. I petali, vibranti e leggeri attirano insetti pronubi e farfalle; il papavero rende omaggio all’impegno e al coraggio di tutti coloro che lottarono per la libertà, per restituire unità e identità ad un Paese sconvolto e frammentato dalla guerra e dalla dittatura. Il 25 aprile non c’è piazza, corteo, angolo, cortile e giardino in cui non capiti alla gente comune di riunirsi, spontaneamente, per rimembrare il passato e scrutare il presente: è il giorno della memoria e della coscienza collettiva. L’origine iconografica del papavero risale però alla prima Guerra Mondiale, durante la quale ci fu un’insolita fioritura in molte parti d’Europa. Gli sconvolgimenti del suolo causati dagli scoppi delle bombe lo fece germogliare in massa, poiché la sua crescita era corroborata dai nitrati presenti negli esplosivi, che fungevano da fertilizzante. Da questo momento i papaveri divennero simbolo dei caduti. Essi furono immortalati in poesia dall’ufficiale canadese John McCrae in ‘Flanders Fields’ perito in Belgio a da Gianni Rodari in ‘La Madre del Partigiano’; trovarono terreno fertile anche nella musica, da Roger Waters in ‘The Final Cut’, a Faber in ‘La Guerra di Piero’, ai Beatles in ‘Penny Lane’ e a Eric Bogle in ‘The Green Fields of France (No Man’s Land). Il papavero invase l’America grazie alla professoressa Moina Belle Michael che lo utilizzò per abbellire i luoghi dove si tenevano manifestazioni e ricorrenze dei militi caduti. L’iniziativa ebbe un tale successo che i papaveri (veri o artificiali, in tessuto) cominciarono ad essere venduti a favore dei reduci e delle loro famiglie. L’usanza si diffuse negli USA, in Canada, in Gran Bretagna e nei paesi del Commonwealth. L’idea fu ripresa anche in Francia da Madame Guérin, un’insegnante che, ispirandosi a quanto già accadeva nei Paesi alleati anglofoni, cominciò a realizzare e vendere papaveri rossi fatti a mano per raccogliere fondi per gli orfani di guerra. Dal 1921 i fiori iniziarono ad essere venduti per beneficenza nel Regno Unito dalla British Legion. In Gran Bretagna il Remembrance Day (giornata in ricordo dei caduti della prima guerra mondiale) si celebra l’11 novembre, in ricordo dell’armistizio che ebbe luogo in tale data nel 1918, e prende anche il nome di Poppy Day (Giorno dei Papaveri). Alle ore 11 si osservano due minuti di silenzio e il sovrano, insieme ai rappresentanti del governo, depone una corona di papaveri sul monumento ai caduti di Londra ed è tradizione indossare una spilla con un fiore rosso sul risvolto.

Autore: Donatello Vallotta

La strada in Zona dedicata a Giotto

Una delle due vie colleganti via Buozzi a via Keplero è via Giotto. Giotto da Bondone, così è noto, era nato nel 1267 a Colle di Vespignano (Firenze). Quando i Bondone, piccoli possidenti terrieri, si trasferirono a Firenze, Giotto fu affidato alla bottega del pittore Giovanni Cimabue, il quale ebbe modo di scoprire la bravura di Giotto. La formazione di Giotto si compì tra Firenze, Assisi e Roma. Per la formazione fu importante il viaggio a Roma, dove si stava sviluppando un’importante scuola pittorica. Dopo l’esperienza romana Giotto lavorò al cantiere di Assisi; tra il 1277 e il 1280 Cimabue iniziò la decorazione del transetto sinistro della chiesa superiore, successivamente l’esecuzione degli affreschi passò a suoi collaboratori; Giotto fu protagonista assoluto delle decorazioni del registro inferiore, al di sotto delle finestre, lungo le pareti della navata. Il ciclo decorativo ai compone di 28 affreschi e rappresenta scene della vita di San Francesco. Giotto ritornò al cantiere di Assisi durante la decorazione della volta della basilica inferiore con Allegorie francescane, nonché la decorazione della cappella della Maddalena. Dopo un soggiorno a Roma, tra il 1303 e il 1305 realizzò a Padova la cappella privata di Enrico degli Scrovegni, con affreschi su Storie della Vergine, Storie di Cristo, figurazione dei Vizi e Virtù e un grandioso Giudizio universale. Giotto lavorò per le più importanti città italiane; oltre ad Assisi, Roma, Padova e Firenze, fu attivo a Rimini. Giotto lavorò sopratutto a Firenze, nella chiesa di Santa Croce. Giotto fu conteso dai grandi committenti del suo tempo; tra il 1330 e il 1333 fu a Napoli, chiamato da Roberto d’Angiò, e tra il 1335 e il 1336 a Milano presso Azzone Visconti. Giotto operò a Firenze anche come architetto. Morto a Firenze l’8 gennaio 1337, fu sepolto in Santa Reparata con solenne cerimonia a spese del Comune.

Autore: Leone Sticcotti

Alla scoperta del mondo dei funghi con l’Associazione Bresadola

Luciano Fracalossi è il presidente del gruppo di Bolzano dell’Associazione Micologica Bresadola, una realtà che da decenni si dedica alla conoscenza, allo studio e alla tutela dei funghi. In vista della stagione estiva, che segna anche l’inizio delle prime escursioni nei boschi. Gli abbiamo chiesto di raccontarci l’attività dell’associazione e il ruolo prezioso che i micologi svolgono a favore di appassionati e cittadini.

“Le nostre attività sono diverse e seguono il ciclo naturale di crescita dei funghi, che inizia d’estate e raggiunge il suo apice in autunno. In realtà, siamo attivi tutto l’anno: da fine gennaio a metà maggio organizziamo ogni anno un corso per principianti e, in primavera, partecipiamo alla Fiera del Tempo Libero di Bolzano, che si è da poco conclusa. Durante la stagione estiva e autunnale, invece, allestiamo una decina di mostre micologiche, ospitate nelle principali città della provincia e nei centri visita dei parchi naturali.”


Come descrivereste la vostra attività principale? Siete principalmente appassionati camminatori, che approfittano delle uscite per cercare funghi, oppure vi dedicate più allo studio e alla classificazione?
Nel nostro gruppo c’è un po’ di tutto, perché non tutti vivono la micologia allo stesso modo. Per cercare funghi, in realtà, bisogna camminare lentamente, senza percorrere troppi chilometri: molte specie sono minuscole, misurano pochi millimetri, e se si va di fretta si rischia di non vederle.
Ognuno poi trova il proprio ambito di interesse e sceglie come contribuire al gruppo. C’è anche chi non è particolarmente appassionato di funghi, ma svolge comunque un ruolo prezioso all’interno dell’associazione.
E naturalmente servono anche gli esperti: la micologia è una scienza complessa, e per acquisire una buona competenza servono anni di studio.

Sentendo parlare del “Gruppo Bresadola”, si potrebbe pensare che si tratti di una varietà di fungo. In realtà il nome rimanda a una persona molto importante per la micologia. Chi era, esattamente, l’abate Bresadola?
Giacomo Bresadola era un sacerdote trentino, originario della Val di Sole, vissuto tra Ottocento e Novecento. È morto nel 1929, in un’epoca in cui non esistevano internet né le comodità di oggi, eppure era considerato il più grande micologo al mondo. Senza trascurare i suoi doveri religiosi e senza grandi spostamenti, riusciva a ricevere campioni da ogni parte del globo per classificarli. Ha studiato funghi anche provenienti da altri continenti: un vero gigante della micologia della sua epoca.

Quindi il primo gruppo dell’associazione è nato a Trento?
Esatto. L’associazione è nata proprio a Trento, dove c’era un mercato molto vivace in cui si esponevano diverse specie commestibili. Da lì è partita la creazione della Federazione nazionale e negli anni sono nati tanti altri gruppi locali. Oggi in Italia ce ne sono circa un centinaio: tutti rispettano lo stesso statuto, ma ogni gruppo organizza autonomamente le proprie attività.

Può dare un consiglio a chi, con l’arrivo della bella stagione, volesse dedicarsi alla ricerca dei funghi?
Prima di tutto bisogna ricordare che la raccolta dei funghi è regolata da una legge provinciale, quindi è importante informarsi e rispettare le norme. Poi, consiglio di non fidarsi solo dei libri o delle app: l’ideale è portare i funghi raccolti da un esperto, che possa insegnare a riconoscere i caratteri principali delle specie. Ancora meglio sarebbe iscriversi a un gruppo micologico come il nostro: si impara molto più velocemente e in sicurezza.

Come si può entrare in contatto con voi?
Abbiamo il sito internet www.amb-bolzano.it dove sono disponibili nomi, numeri di telefono ed email. Rispondiamo sempre rapidamente a chi ci scrive per informazioni o richieste.

Autore: Till Antonio Mola

Le crespelle ripiene

Ingredienti:

Besciamella
1 l Latte
100 g Burro
100 g Farina 00
1 pizzico Sale
1 pizzico Noce moscata

Crèpes
6 Uova medie (o 5 grandi)
500 ml Latte
300 g Farina
10 g Burro (per il padellino)

12 crespelle
500 ml besciamella
600 g macinato misto (vitello e suino)
50 g Triplo concentrato di pomodoro
1 Cipolle
1 Carote
1 costa Sedano
1 bustina Vino bianco
100 g Parmigiano grattugiato
200 g Mozzarella
300 ml Passata di pomodoro
q.b. Latte, sale e pepe e noce moscata

Preparazione

Preparate le crèpes mettendo la farina in una ciotola, fate la fontana e versateci il latte poco alla volta mescolando con una frusta a mano o una forchetta. In questo modo eviterete la formazione di grumi fastidiosi. Mescolate dunque fino a quando avrete aggiunto tutto il latte ottenendo una pastella cremosa e fluida senza grumi. Aggiungete infine le uova leggermente battute, incorporatele perfettamente al composto di latte e farina. Se volete potrete velocizzare la preparazione con l’aiuto di un minipimer ad immersione o a delle fruste elettriche. Utilizzate una padella di circa 20/22 cm di diametro. Riscaldate la padella sul fuoco e ungetela bene solo la prima volta. Versate un mestolo scarso sul fondo della padella e roteate per far aderire tutta la pastella delle crespelle su tutta la base. Dopo circa un minuto provate a sollevare un lembo della crespella con una paletta sottile, quindi rigiratela per terminare la cottura anche dall’altro lato. Le crespelle devono solo asciugare e non colorirsi troppo.
Preparate anche la besciamella: iniziate riscaldando il latte, salate quanto basta, quindi portatelo quasi ad ebollizione e toglietelo dal fuoco. In una pentola capiente sciogliete il burro, versatevi la farina e mescolate in modo da far incorporare tutta la farina che intanto avrà cominciato a sfrigolare. Versate poi il latte poco alla volta e man mano mescolate con un cucchiaio di legno. Aggiungete una bella spolverata di noce moscata e sempre mescolando fate addensare, basteranno pochi minuti, copritela con la pellicola a contatto e fatela raffreddare.
Preparate quindi il ragù: tritate finemente cipolla, carota e sedano e fateli soffriggere in un tegame capiente con qualche cucchiaio di olio extravergine d’oliva. Unite la polpa di carne macinata (vitello e maiale), fate rosolare per qualche minuto. Salate e pepate. Bagnate col vino e fate sfumare a fiamma vivace. Scaldate un bicchiere abbondante di acqua circa 300 ml e scioglietevi il concentrato di pomodoro. Unitelo alla carne rosolata, poi fate cuocere per circa un’ora, mescolando di tanto in tanto. Dovrete ottenere un sugo ristretto.
Fate intiepidire il ragù, quindi mettetelo in una ciotola e fatelo raffreddare. Tenete da parte un paio di mestoli di ragù e aggiungete all’intero ragù quindi la besciamella, il formaggio grattugiato e la mozzarella tagliata finemente. Amalgamate bene il tutto.
Rifilate le crespelle ottenendo dei quadrati di circa 12 cm, quindi mettete al centro due cucchiai di ripieno, infine arrotolate formando il cannellone.
Aggiungete la passata di pomodoro e un po’ di latte al ragù tenuto da parte.
Preparate una teglia da forno di circa 25×25 centimetri, sporcate il fondo con un po’ di ragù e sistematevi i cannelloni man mano che li componete.
Coprite con il ragù e metteteci sopra un po’ di formaggio grattugiato.
Infornate in forno caldo a 180 °C in modalità statica per circa 20 minuti, infine accendete il grill per altri due minuti se volete una crosticina più evidente.
Sfornate quindi i vostri cannelloni con le crepes al ragù e lasciate riposare 5 minuti prima di servirle.

La Chiesa di San Giovanni Battista nata su un sacello di epoca carolingia

Eretta nel XIII secolo, la Chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista a Lasa prese posto sulle fondamenta di un antico sacello di epoca carolingia. Il dato è stato scoperto durante i lavori di restauro della chiesa nel 1974, quando sotto la chiesa in marmo, costruita intorno al 1220/1230, sono stati rinvenuti i resti della chiesa precedente.

La sua pianta si dipanava sotto l’attuale abside. Attraverso uno scavo parziale, è stato possibile riconoscere le fondamenta del piccolo sacello ad aula. Queste fondamenta risalgono molto probabilmente al IX secolo, come dimostra il ritrovamento di un frammento di marmo, una testa, databile al V o al VI secolo. I manufatti erano inseriti nel lato dell’arco di trionfo che precedeva l’abside. Intorno al 1200 o poco più tardi, al posto della chiesa carolingia fu costruita la cosiddetta chiesa di marmo. Durante la guerra d’Engadina, nel 1499 la chiesa romanica fu incendiata. Dalle sue ceneri, nel 1504 circa, sorse una chiesa gotica intitolata a san Giovanni Battista. La chiesa fu consacrata dal vescovo ausiliare e vicario generale di Coira, Stephan Tschuggli. La relazione della visita pastorale avvenuta nel 1638 da parte del vescovo Giovanni VI Flugi di Aspermont descrive: “La chiesa parrocchiale di San Giovanni a Lasa è un luogo di culto molto bello, la chiesa ha una volta continua, ha un organo particolarmente degno di nota fuori dal coro, sul lato del Vangelo, così come tre altari, poi un tabernacolo sul lato del Vangelo; l’ostensorio di rame è dorato e ha un vetro rotto. Sul lato dell’epistola, sopra la porta della sacrestia, si trova un pulpito in pietra. La torre è alta e appuntita e ha un orologio. Questa chiesa fu consacrata di recente nel 1416 da Corrado vescovo ausiliario di Trento e nel 1502 da Stefano di Coira, insieme alla chiesa di San Marco Evangelista, dove consacrò due altari nel coro”.
Nel 1758/1759 l’abside romanica fu demolita e rimasero solo i muri di fondazione. Al suo posto fu costruito un coro esagonale, utilizzando gran parte del materiale dell’abside, che ne facilitò notevolmente la successiva ricostruzione. Quando la chiesa fu ricostruita nel 1849, il coro fu chiuso con un muro e da allora fu utilizzato come sacrestia. Nel 1930, l’ufficio delle belle arti di Trento fece ridurre la capriata del tetto della sacrestia per esporre nuovamente la parete del timpano orientale. La chiesa fu risparmiata dai grandi incendi del 1763 e del 1861, anche se il campanile e il tetto della sacrestia furono distrutti nel 1861.
Oggi sono visibili le parti originarie d’epoca medievale e romanica come la torre e il lato restaurato dell’abside. L’abside romanica, suddivisa in ordini sottolineati da teorie di archetti ciechi, mostra decorazioni ad intreccio, a foglie d’acanto spinose. Figure antropomorfe dal ruolo apotropaico si fronteggiano e si accostano alla figura del leone e del drago. Splendidi esempi di scultura romanica probabilmente degli stessi maestri comacini che lavorarono in altre chiese e ai portentosi portali di Castel Tirolo. All’interno oltre ad un pavimento di candido marmo di Lasa si snoda la navata unica a volta a botte, ampia e luminosa in stile storicista. L’altare maggiore e i due laterali nelle tonalità del rosa e del bianco sono in stile barocco. La pala dell’altare maggiore raffigura San Giovanni Battista intento a battezzare Gesù. La pala dell’altare laterale raffigura Pietà. La chiesa può contare su un organo realizzato nell’ottocento.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La Bassa Atesina: numeri, storia e identità

La consistenza numerica dei gruppi linguistici rappresenta ancora oggi uno dei pilastri su cui si regge l’autonomia altoatesina. Nel 2023, la popolazione dell’Alto Adige risulta così suddivisa: il 68,61% appartiene al gruppo linguistico tedesco (in calo di quasi un punto rispetto al 2011), il 26,98% al gruppo italiano (in leggero aumento di circa 0,8 punti), il 4,41% al gruppo ladino. A questi si aggiungono 52.647 cittadini stranieri, pari al 9,9% della popolazione totale. Solo a Bolzano gli stranieri sono 15.457, ovvero il 14,5% della popolazione cittadina. Un dato rilevante, finora poco integrato nelle dinamiche politico-istituzionali. La matematica chiede spazio, ma la politica non sembra ancora pronta.

Per fare un paragone storico, nel censimento linguistico dell’Impero austro-ungarico del 1900, nel territorio del Tirolo vennero registrati 460.840 germanofoni (compresi anche ladini germanizzati) e 368.020 italofoni e retoromani. All’epoca, Un commentatore del tempo scrisse: “Il Tirolo è dunque romanzo per quasi la metà.”
Il Tirolo settentrionale era quasi totalmente tedesco, mentre il Tirolo meridionale – cioè quello al di qua delle Alpi – mostrava una netta prevalenza romanzo-italiana, con una percentuale vicina al 60%: 229.027 Tedeschi contro 328.086 Romanzi. Quando inizia la divisione tra “romanzi” e “germani”? Fino al V secolo, il territorio era parte dell’Impero romano e popolato da cittadini di lingua latina. La loro origine poteva essere africana, gallica, illirica o siriana, ma erano romani a tutti gli effetti. Dopo il collasso dell’Impero romano d’Occidente, la situazione divenne incerta: i nuovi padroni erano popoli “barbari”, ma la base della popolazione restava latina.
Dopo la guerra gotica (535–553), molti Goti furono decimati o si dispersero. Secondo alcune ipotesi, gruppi gotici si sarebbero stabiliti nel Vicentino, nella Marca Trevigiana e nelle valli trentine, ma nella Val d’Adige mancano toponimi o tracce linguistiche che confermino una presenza gotica significativa. Il cambiamento decisivo avvenne dopo la sconfitta dei Longobardi di Desiderio nel 774 ad opera dei Franchi.
Mentre i Longobardi si erano nel frattempo romanizzati, i Bavari – già presenti nel Tirolo orientale e settentrionale sin dal VI secolo – vennero spinti verso sud dai Franchi. I Bavari (Bajuwaren), popolazione germanica cristianizzata dai missionari franchi, si erano inizialmente stabiliti in Baviera sotto la guida della dinastia degli Agilolfingi (es. Theodo I, 640–680).
Dopo l’annessione della Baviera da parte dei Franchi nel 788, molti coloni bavari si spinsero a sud, verso la Val d’Isarco e la Bassa Atesina, germanizzando progressivamente le zone comprese tra Laives e Salorno. I Bavari si insediarono in numerose località: Leifers (Laives), Branzoll (Bronzolo), Auer (Ora), Neumarkt (Egna), Tramin (Termeno), Montan (Montagna), Kurtatsch (Cortaccia), Kurtinig (Cortina sulla Strada del Vino). Questi insediamenti erano agricoli, spesso legati a donazioni vescovili o imperiali, con strutture sociali organizzate attorno alle vecchie curtes longobarde e ai nuovi centri parrocchiali di stampo franco.
Il prossimo passaggio fu quello dall’Impero Carolingio al Principato Vescovile. Nell’814 morì Carlo Magno, che passò il timone al figlio Ludovico il Pio, che ereditò anche la Bassa Atesina. Nell’ 817, con l’Ordinatio Imperii, il Tirolo e la Bassa Atesina passano a Ludovico il Germanico. Dopo il Trattato di Verdun dell’843, il territorio passa a Lotario I. Nel 952 la Bassa Atesina entra nella marca di Verona, a conferma della persistente romanità dell’area. Finalmente nel 1027 con Corrado II il Salico, Bolzano, Trento e la Val Venosta vengono affidate al vescovo Udalrico di Trento e nasce il nucleo del principato vescovile di Trento, con confini e identità più stabili.
In conclusione possiamo dire, che la Bassa Atesina come la conosciamo oggi è frutto di una lunga stratificazione etnica e linguistica: Romani e romanzi come base originaria, Longobardi che si integrarono nella popolazione latina, Bavari che, sostenuti dai Franchi, imposero elementi di lingua e cultura germanica, con un lento ma costante processo di germanizzazione, specialmente a nord di Salorno. Il risultato è un territorio misto, culturalmente complesso, in cui numeri e storia si intrecciano, e dove il presente multilingue ha radici profonde nel passato.

Autore: Reinhard Christanell

Incantation per chitarra e sax

Il chitarrista bolzanino Roberto Zadra, classe 1998, ha recentemente pubblicato per l’etichetta germanica ARS Produktion un compact disc intitolato “Incantation” e assolutamente degno di nota, in duo con il sassofonista Zihao Wang. Si tratta di un lavoro estremamente raffinato, sia dal punto di vista dei brani eseguiti – tutti scritti da autori contemporanei “aperti” a suggestioni di altri generi musicali – che sul versante della performance. I due strumentisti si distinguono per la purezza e la pulizia del suono, nonché per l’interplay. Senz’altro le scelte musicali sono anche conseguenza del fatto che Roberto Zadra si muove musicalmente sulla scia di studi sia di chitarra classica che composizione, iniziati presso il Conservatorio di Bolzano, ma poi proseguiti al Mozarteum di Salisburgo e alla Hoschschule für Musik di Monaco di Baviera. Si tratta come dicevamo di un album di grande interesse, e ciò è dimostrato anche dal fatto che il lavoro è stato sostenuto dall’Ufficio Cultura (tedesca) della Provincia, evidentemente sensibile a mettere in evidenza i talenti altoatesini nel campo della musica, non solo emergenti ma già decisamente consolidati. L’album è ascoltatile anche sulle principali piattaforme di streaming musicale.

Autore: Luca Sticcotti