Elezioni

Domenica 4 maggio 2025 si vota per le elezioni amministrative 2025 (turno generale) per rinnovare Sindaci e Consigli Comunali in 111 comuni dell’Alto Adige. Saranno 111 i Comuni altoatesini coinvolti. L’eventuale turno di ballottaggio è programmato per domenica 18 maggio 2025, e anche in quel caso l’orario di voto sarà tra le ore 7 e le 22. In Alto Adige le elezioni comunali non riguardano cinque Comuni: Bressanone, dove le consultazioni si sono tenute lo scorso 26 febbraio, Laives, San Martino e Lana (26 maggio 2024), oltre a La Valle, dove il nuovo primo cittadino, Felix Nagler, è stato eletto il 10 novembre scorso. Ricordiamo che a Bolzano domenica 4 maggio si svolge anche l’elezione diretta dei Consigli di Circoscrizione, ovvero dei quartieri.
Lo spoglio dei voti sarà effettuato la domenica al termine delle operazioni di voto.
In questa campagna elettorale abbiamo visto un po’ di tutto. Ci sono stati partiti che hanno ritrovato la loro compattezza e formazioni politiche che hanno vissuto forti contrasti interni. Sono emersi nuovi candidati sindaci, espressioni di diverse articolazioni della società civile, così come richieste di conferme da parte di amministratori uscenti. Molti candidati si sono sforzati di tenere i piedi per terra mantenendo un atteggiamento onesto nei confronti degli elettori, promettendo cose realizzabili dopo un’analisi obiettiva dei problemi concreti delle città o delle realtà rurali. Altri candidati si sono invece affidati a semplici slogan, ignorando la complessità della realtà e dei vari interessi in gioco nelle nostre comunità, per quanto riguarda le principali criticità.
Il mio consiglio agli elettori non può dunque che essere quello di cercare di sostenere i candidati che hanno dimostrato serietà e onestà intellettuale, nel loro tentativo di conquistare la fiducia dei cittadini, al di là dei “valori” di fondo che identificano le formazioni politiche a cui hanno scelto di aderire. Un altro aspetto che a mio avviso va evitato è il sostengo a candidati che fanno di tutto per identificarsi “contro” qualcosa o “contro” qualcuno. I problemi che dovremo affrontare nei prossimi anni saranno estremamente complessi e per superare molti di essi ci vorrà per forza di cose un fronte comune tra la cosiddetta maggioranza e la cosiddetta opposizione. Alzare muri dunque ancora una volta non servirà, mentre costruire ponti sarà davvero fondamentale.

Autore: Luca Sticcotti

Giochiamo a fare i negozianti

Calarsi nei panni di chi sta dietro al bancone del negozio della propria città in maniera giocosa. Si chiama “SeiLeiferser”, ed è un progetto nato dall’Unione commercio con i commercianti di Laives, per creare un ponte tra mondo del lavoro e giovani, affinché comprendano l’importanza del commercio di vicinato.

Quante volte da bambini abbiamo giocato con fratelli e amici ai negozianti? Con tanto di soldi di carta, cassa e prodotti, magari presi in prestito dalla cucina di casa. Si entrava inconsapevolmente in una realtà che per ogni comunità è essenziale – quella del commercio di vicinato o di quartiere. In ogni caso, quella di un rapporto diretto tra cliente e commerciante che – al giorno d’oggi e con la diffusione a macchia d’olio dell’e-commerce – va via via sparendo.
È importante che i nostri giovani – anche in previsione della loro entrata nel mondo del lavoro – tocchino con mano il tipo di competenze che sta dietro alla gestione di una attività commerciale, sia che si tratti di un negozio di abbigliamento, che di un ristorante o di una banca.
È proprio per le valenze sociali che si celano dietro al rapporto tra clienti e commercianti che la scuola secondaria di primo grado in lingua italiana e quella in lingua tedesca di Laives hanno scelto di aderire con entusiasmo al progetto dell’Unione Commercio “SeiLeiferser”, progetto che ha incassato per le stesse motivazioni anche il sostegno diretto di Comune e Provincia e che – nel mese di maggio – va a concludere questo primo ciclo, che si è aperto mesi fa con la prima tappa importante: la consegna alle scuole, alla presenza delle autorità e della rappresentanza scolastica, del gioco di società “SeiLeiferser”, in cui gli studenti di entrambi gli istituti si sono cimentati per calarsi appunto nei panni dei commercianti.

Una gita virtuale alla scoperta delle botteghe
Ma non si tratta di commercianti qualsiasi, come hanno spiegato Raffaella Defant e Paola Galvan, membri del gruppo di Laives dell’Unione Commercio e referenti del progetto. All’interno del gioco sono entrati proprio i commercianti di Laives che hanno scelto di aderire al progetto. E in questo modo i ragazzi si sono potuti calare in una realtà a loro vicina, concreta, conosciuta, potendo “spostarsi” virtualmente in bicicletta tra le attività e identificandosi nelle persone che ogni giorno contribuiscono a creare rete e vita all’interno del tessuto cittadino.
Il gioco quindi, con il suo colorato tabellone, è il cuore di questo progetto, volto a creare un ponte tra giovani e mondo del lavoro, affinché i ragazzi comprendano l’importanza del commercio di vicinato, per incentivare le risorse locali invogliando i giovani a investire nel territorio – oggi come consumatori e forse, domani, dall’altra parte, come lavoratori del settore.

“I ragazzi si sono potuti calare in una realtà a loro vicina, concreta, conosciuta; hanno potuto spostarsi tra le attività e identificarsi nelle persone che ogni giorno contribuiscono a creare rete e vita all’interno del tessuto cittadino”

I laboratori con i centri giovanili
Ma non è finita qui: il progetto ha previsto un secondo passo, quello dei laboratori per i ragazzi presso gli esercizi stessi. Qui sono entrati in gioco anche i Centri Giovani del territorio: le attività che ne hanno avuto la possibilità, hanno ospitato gli studenti all’interno delle stesse, per permettere loro di entrare in contatto diretto con il mondo del lavoro.
Dell’iscrizione e dell’accompagnamento dei ragazzi presso le sedi delle attività se n’è occupato il Centro Giovani Fly. Le attività che non hanno avuto la possibilità di ospitare i ragazzi presso le proprie sedi, si sono quindi appoggiate ai Centri Giovani Fly e Don Bosco e – infine – chi non ha potuto neppure appoggiarsi ai centri per motivi legati al tipo di attività o alla logistica ad esempio, hanno contribuito con interventi all’interno delle scuole legati a tematiche come il cibo sano, il volontariato e altri temi di valenza sociale.

La collaborazione delle associazioni
Infine – e i risultati si avranno verso la fine del mese di maggio – era possibile partecipare a un concorso, le cui modalità sono state diffuse nelle scuole insieme alle istruzioni del gioco: i ragazzi hanno ricevuto un tema da sviluppare secondo differenti modalità, come ad esempio il video.
I vincitori saliranno sul podio in gruppo: sono previsti 6 podi – 3 per la scuola italiana e 3 per quella tedesca – con premi messi in palio dalle associazioni del territorio Coro Monti Pallidi, Lasecondaluna e ArcoClub.
In questo modo il progetto è riuscito a mettere insieme le componenti essenziali del tessuto di una comunità: commercianti, associazioni sportive, associazioni culturali e cittadinanza. Il progetto “SeiLeiferser” ha riscosso così tanto successo che è già stata richiesta un replica per il 2026, che prevederà anche alcune novità e l’adesione di altre attività non presenti per questa edizione, oltre a una pagina Facebook che seguirà il progetto.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Quando Francesco indicò Josef come testimone e modello

Ricordiamo papa Francesco per molte cose ma c’è un aspetto, direttamente legato all’Alto Adige, che molti hanno dimenticato. Si tratta del riconoscimento da parte sua che Josef Mayr-Nusser è stato un martire e, di conseguenza, è da ritenersi “beato”. Testimone della fede. Martire ovvero testimone della coscienza.

Il decreto della Congregazione delle Cause dei Santi che riconosceva Mayr-Nusser come martire, cioè come testimone, e che il suo martirio era avvenuto “in odio alla fede” giunse l’8 luglio 2016.
Forse non è un caso che la Lettera apostolica di papa Francesco che lo dichiara beato porti la data del 13 marzo 2017. Francesco fu eletto proprio il 13 marzo, quattro anni prima. E Josef Mayr-Nusser diede la sua testimonianza – che lo condusse al martirio – il 4 ottobre del 1944, nella ricorrenza di san Francesco di Assisi, il santo di cui il pontefice aveva assunto il nome.
“Concediamo – scriveva il papa – che il venerabile Servo di Dio Josef Mayr-Nusser, fedele laico, padre di famiglia e martire, il quale, fedele alle promesse battesimali, riconobbe come unico Signore Gesù Cristo, di cui fu testimone sino ad offrire la propria vita, d’ora in poi sia chiamato beato”.
Dopo decenni di damnatio memoriae (salvo il piccolo ma tenace gruppo dei suoi amici) il 24 febbraio 2006 (anniversario della sua morte nel treno che lo stava portando al lager di Dachau) il vescovo Wilhelm Egger aprì la causa diocesana di beatificazione, che si concluse il 19 marzo 2007, festa di san Giuseppe, onomastico di Josef.
A rilanciare convintamente il messaggio di Pepi Nusser fu il vescovo Karl Golser, che il 27 dicembre del 2009 (nel giorno della nascita del futuro beato), inaugurò l’anno diocesano dedicato a Josef Mayr-Nusser.
Durante il sinodo diocesano (2013-2015) fu proposto (ma invano) di nominare Mayr-Nusser simbolicamente il 260° delegato (i delegati diocesano erano 259).
Il 19 marzo 2017 (ancora una volta a San Giuseppe, festa dei papà), il giorno dopo la cerimonia di beatificazione, papa Francesco disse all’Angelus queste parole: “Ieri, a Bolzano, è stato proclamato beato Josef Mayr-Nusser, padre di famiglia ed esponente dell’Azione Cattolica, morto martire perché si rifiutò di aderire al nazismo per fedeltà al Vangelo. Per la sua grande levatura morale e spirituale egli costituisce un modello per i fedeli laici, specialmente per i papà, che oggi ricordiamo con grande affetto”.

Autore: Paolo Bill Valente

Unità, differenza e umiltà: la comunità buddhista di Merano

Merano multiculturale, Merano multireligiosa. Non è una novità, ma forse non tutti sanno che, tra le tante anime spirituali della città sul Passirio, c’è anche una comunità buddhista. Il centro Mandala Deua Ling è nato a Merano quasi trent’anni fa, frutto della ricerca spirituale di Massimo Burchiellaro ed Ester Meloni. Da venticinque anni ha sede stabile in Vicolo Steinach 9, dove continua a offrire un punto di riferimento per chi è interessato al buddhismo tibetano.

La guida spirituale del centro è Lama Paljin Tulku Rinpoce (nome laico: Arnaldo Graglia), che propone regolarmente insegnamenti. Oltre a questi, il centro organizza seminari e incontri settimanali di meditazione, aperti a tutte le persone curiose o in cammino. Ne abbiamo parlato con Ester Meloni, attuale presidente del centro di Merano.

Ester, qual è stato il suo primo incontro con il buddhismo? Cosa l’ha portata a seguirne il cammino fino ad aderire alla comunità di Merano?
Come la maggior parte di voi, provengo da una famiglia cattolica e fino all’età di 16 anni ho sempre frequentato la chiesa con regolarità, ma con il tempo e crescendo, non riuscivo più a trovare delle risposte soddisfacenti per la mia mente. Verso i vent’anni, visitando il Nepal e l’India, mi sono avvicinata alla filosofia buddhista e dopo aver letto e studiato ho scelto di praticare questo sentiero spirituale come terreno di pratica. Ho notato che il buddhismo responsabilizza l’individuo e attraverso la sua consapevolezza gli permette di raggiungere uno stato mentale equilibrato. Sono responsabile di me, compio le mie azioni, incontro le conseguenze. Nel 1997, assieme a Massimo Burchiellaro, abbiamo conosciuto a Milano il maestro Lama Paljin Tulku Rinpoce, che tuttora è la nostra guida spirituale e nel 2000 abbiamo inaugurato il primo centro buddhista a Merano.

Come si riunisce oggi la vostra comunità? Cosa succede concretamente in un incontro al centro Mandala Deua Ling?
Ogni martedì ci riuniamo per la meditazione, che è aperta a tutti, praticanti e non, e mensilmente organizziamo incontri e seminari con maestri qualificati. Per noi sono anche molto importanti gli incontri interreligiosi, infatti, il nostro centro collabora da anni con le iniziative del Giardino delle Religioni di Bolzano.

Quante persone fanno parte, oggi, della comunità o vi ruotano intorno?
Il nostro gruppo si compone di circa 15 persone e se ne aggiungono diverse altre interessate alla filosofia e pratica buddhista durante i seminari e gli incontri di meditazione.

La pace è un tema centrale nel pensiero buddhista. Come viene vissuto e coltivato, nella pratica quotidiana, all’interno della vostra comunità?
Una delle tante pratiche fondamentali del buddhismo è la riflessione sulla preziosa nascita umana e il comportamento etico. Cercare in tutti i modi di non ferire con parole, azioni e pensieri gli altri è una nostra pratica quotidiana. Se questo pensiero entra nelle nostre vite e nei nostri cuori sicuramente genererà un cambiamento in noi e negli altri.

Viviamo in un tempo accelerato, dove tutto corre. Che valore ha la lentezza nella sua esperienza?
Tutti noi siamo presi da mille cose: lavoro, famiglia, imprevisti, problemi e ci destabilizzano e di conseguenza, soffriamo. Questa è la nostra vita e sembra che non ci sia più alcun posto per la lentezza, che viene mostrata come una caratteristica negativa da evitare. Eppure senza lentezza non possiamo coltivare una dote che tra tante antiche culture associano da sempre alle persone in pace con se stesse: la pazienza. Uno degli effetti della pazienza è farci riconoscere i nostri valori e le nostre qualità interiori e trovare in noi la fiducia e la forza per realizzarli. La pazienza è un percorso di apprendimento che permette di affrontare le difficoltà in modo calmo ed equilibrato e pone le basi per una vita felice.

“Ogni martedì ci riuniamo per la meditazione, che è aperta a tutti, e mensilmente organizziamo incontri e seminari con maestri qualificati. Per noi sono anche molto importanti gli incontri interreligiosi”

Oggi si parla spesso di giovani in cerca di senso. Secondo lei c’è ancora spazio per un cammino interiore tra le nuove generazioni? Qual è la relazione con la spiritualità? C’è?
Molti giovani sembrano evitare le religioni. Molti hanno fame di appagamento spirituale, ma l’approccio alla spiritualità è forse difficoltoso. Spetta a noi adulti, trovare il modo migliore per comunicare con i giovani “ricercatori” che intendono avvicinarsi agli insegnamenti, soprattutto in relazione ad aspetti peculiari dell’età evolutiva come: la difficoltà di gestire le emozioni, lo stress, la loro motivazione ad affermare nel mondo la non violenza e il rispetto per l’ambiente.


Quanto è importante, per voi, il dialogo interreligioso e la collaborazione con altre realtà spirituali del territorio, come accadrà ad esempio nei prossimi “Passi di Pace” il 15 maggio?
L’importanza del dialogo interreligioso per noi dei centri di Milano, Merano e Biella è fondamentale e si basa su tre parole: unità, differenza e umiltà. Unita, perché siamo parte di un grande tutto e nonostante gli insegnamenti siano molteplici, la spiritualità umana è una ed è un cammino che condividiamo con i nostri fratelli e sorelle. La seconda parola è differenza. Ogni tradizione ci offre una visione unica che illumina le altre e solo attraverso il dialogo possiamo apprezzare e possedere una simile ricchezza. Infine la terza è umiltà, che è la prima di tutte le virtù, perché significa ammettere di fronte alla luce dello spirito la nostra infinitesima misura. Richiede perciò un coraggio spirituale e un’apertura fuori del comune, perché occorre affermare che nessuna religione ha il monopolio della verità.

C’è un insegnamento che l’accompagna e che vorrebbe condividere?
Vorrei condividere con voi un messaggio del nostro Maestro, Lama Paljin Tulku Rinpoce, che ci ha trasmesso come parola d’ordine per il 2025. “Mai come ora è necessario sviluppare la compassione impegnandoci ad amare e aiutare il prossimo, facendo prevalere il discernimento e coltivando i comportamenti salutari. Possa il mio cuore essere tempio di pace”.

I Passi di Pace

I Passi di Pace sono un incontro interreligioso promosso a Merano. L’iniziativa nasce con l’intento di favorire il dialogo tra fedi diverse e promuovere una cultura della pace, del rispetto e della convivenza. Si tratta di una camminata attraverso la città, durante la quale i partecipanti si fermano nei principali luoghi di culto per condividere momenti di meditazione, preghiera, letture e testimonianze. L’iniziativa è aperta a tutte e tutti. La prossima edizione sarà mercoledì 15 maggio alle ore 19 nella Chiesa di Santo Spirito a Merano.

Autore: Marco Valente

La Chiesa di San Giovanni Battista nata su un sacello di epoca carolingia

Eretta nel XIII secolo, la Chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista a Lasa prese posto sulle fondamenta di un antico sacello di epoca carolingia. Il dato è stato scoperto durante i lavori di restauro della chiesa nel 1974, quando sotto la chiesa in marmo, costruita intorno al 1220/1230, sono stati rinvenuti i resti della chiesa precedente.

La sua pianta si dipanava sotto l’attuale abside. Attraverso uno scavo parziale, è stato possibile riconoscere le fondamenta del piccolo sacello ad aula. Queste fondamenta risalgono molto probabilmente al IX secolo, come dimostra il ritrovamento di un frammento di marmo, una testa, databile al V o al VI secolo. I manufatti erano inseriti nel lato dell’arco di trionfo che precedeva l’abside. Intorno al 1200 o poco più tardi, al posto della chiesa carolingia fu costruita la cosiddetta chiesa di marmo. Durante la guerra d’Engadina, nel 1499 la chiesa romanica fu incendiata. Dalle sue ceneri, nel 1504 circa, sorse una chiesa gotica intitolata a san Giovanni Battista. La chiesa fu consacrata dal vescovo ausiliare e vicario generale di Coira, Stephan Tschuggli. La relazione della visita pastorale avvenuta nel 1638 da parte del vescovo Giovanni VI Flugi di Aspermont descrive: “La chiesa parrocchiale di San Giovanni a Lasa è un luogo di culto molto bello, la chiesa ha una volta continua, ha un organo particolarmente degno di nota fuori dal coro, sul lato del Vangelo, così come tre altari, poi un tabernacolo sul lato del Vangelo; l’ostensorio di rame è dorato e ha un vetro rotto. Sul lato dell’epistola, sopra la porta della sacrestia, si trova un pulpito in pietra. La torre è alta e appuntita e ha un orologio. Questa chiesa fu consacrata di recente nel 1416 da Corrado vescovo ausiliario di Trento e nel 1502 da Stefano di Coira, insieme alla chiesa di San Marco Evangelista, dove consacrò due altari nel coro”.
Nel 1758/1759 l’abside romanica fu demolita e rimasero solo i muri di fondazione. Al suo posto fu costruito un coro esagonale, utilizzando gran parte del materiale dell’abside, che ne facilitò notevolmente la successiva ricostruzione. Quando la chiesa fu ricostruita nel 1849, il coro fu chiuso con un muro e da allora fu utilizzato come sacrestia. Nel 1930, l’ufficio delle belle arti di Trento fece ridurre la capriata del tetto della sacrestia per esporre nuovamente la parete del timpano orientale. La chiesa fu risparmiata dai grandi incendi del 1763 e del 1861, anche se il campanile e il tetto della sacrestia furono distrutti nel 1861.
Oggi sono visibili le parti originarie d’epoca medievale e romanica come la torre e il lato restaurato dell’abside. L’abside romanica, suddivisa in ordini sottolineati da teorie di archetti ciechi, mostra decorazioni ad intreccio, a foglie d’acanto spinose. Figure antropomorfe dal ruolo apotropaico si fronteggiano e si accostano alla figura del leone e del drago. Splendidi esempi di scultura romanica probabilmente degli stessi maestri comacini che lavorarono in altre chiese e ai portentosi portali di Castel Tirolo. All’interno oltre ad un pavimento di candido marmo di Lasa si snoda la navata unica a volta a botte, ampia e luminosa in stile storicista. L’altare maggiore e i due laterali nelle tonalità del rosa e del bianco sono in stile barocco. La pala dell’altare maggiore raffigura San Giovanni Battista intento a battezzare Gesù. La pala dell’altare laterale raffigura Pietà. La chiesa può contare su un organo realizzato nell’ottocento.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Alla scoperta del mondo dei funghi con l’Associazione Bresadola

Luciano Fracalossi è il presidente del gruppo di Bolzano dell’Associazione Micologica Bresadola, una realtà che da decenni si dedica alla conoscenza, allo studio e alla tutela dei funghi. In vista della stagione estiva, che segna anche l’inizio delle prime escursioni nei boschi. Gli abbiamo chiesto di raccontarci l’attività dell’associazione e il ruolo prezioso che i micologi svolgono a favore di appassionati e cittadini.

“Le nostre attività sono diverse e seguono il ciclo naturale di crescita dei funghi, che inizia d’estate e raggiunge il suo apice in autunno. In realtà, siamo attivi tutto l’anno: da fine gennaio a metà maggio organizziamo ogni anno un corso per principianti e, in primavera, partecipiamo alla Fiera del Tempo Libero di Bolzano, che si è da poco conclusa. Durante la stagione estiva e autunnale, invece, allestiamo una decina di mostre micologiche, ospitate nelle principali città della provincia e nei centri visita dei parchi naturali.”


Come descrivereste la vostra attività principale? Siete principalmente appassionati camminatori, che approfittano delle uscite per cercare funghi, oppure vi dedicate più allo studio e alla classificazione?
Nel nostro gruppo c’è un po’ di tutto, perché non tutti vivono la micologia allo stesso modo. Per cercare funghi, in realtà, bisogna camminare lentamente, senza percorrere troppi chilometri: molte specie sono minuscole, misurano pochi millimetri, e se si va di fretta si rischia di non vederle.
Ognuno poi trova il proprio ambito di interesse e sceglie come contribuire al gruppo. C’è anche chi non è particolarmente appassionato di funghi, ma svolge comunque un ruolo prezioso all’interno dell’associazione.
E naturalmente servono anche gli esperti: la micologia è una scienza complessa, e per acquisire una buona competenza servono anni di studio.

Sentendo parlare del “Gruppo Bresadola”, si potrebbe pensare che si tratti di una varietà di fungo. In realtà il nome rimanda a una persona molto importante per la micologia. Chi era, esattamente, l’abate Bresadola?
Giacomo Bresadola era un sacerdote trentino, originario della Val di Sole, vissuto tra Ottocento e Novecento. È morto nel 1929, in un’epoca in cui non esistevano internet né le comodità di oggi, eppure era considerato il più grande micologo al mondo. Senza trascurare i suoi doveri religiosi e senza grandi spostamenti, riusciva a ricevere campioni da ogni parte del globo per classificarli. Ha studiato funghi anche provenienti da altri continenti: un vero gigante della micologia della sua epoca.

Quindi il primo gruppo dell’associazione è nato a Trento?
Esatto. L’associazione è nata proprio a Trento, dove c’era un mercato molto vivace in cui si esponevano diverse specie commestibili. Da lì è partita la creazione della Federazione nazionale e negli anni sono nati tanti altri gruppi locali. Oggi in Italia ce ne sono circa un centinaio: tutti rispettano lo stesso statuto, ma ogni gruppo organizza autonomamente le proprie attività.

Può dare un consiglio a chi, con l’arrivo della bella stagione, volesse dedicarsi alla ricerca dei funghi?
Prima di tutto bisogna ricordare che la raccolta dei funghi è regolata da una legge provinciale, quindi è importante informarsi e rispettare le norme. Poi, consiglio di non fidarsi solo dei libri o delle app: l’ideale è portare i funghi raccolti da un esperto, che possa insegnare a riconoscere i caratteri principali delle specie. Ancora meglio sarebbe iscriversi a un gruppo micologico come il nostro: si impara molto più velocemente e in sicurezza.

Come si può entrare in contatto con voi?
Abbiamo il sito internet www.amb-bolzano.it dove sono disponibili nomi, numeri di telefono ed email. Rispondiamo sempre rapidamente a chi ci scrive per informazioni o richieste.

Autore: Till Antonio Mola

La strada in Zona dedicata a Giotto

Una delle due vie colleganti via Buozzi a via Keplero è via Giotto. Giotto da Bondone, così è noto, era nato nel 1267 a Colle di Vespignano (Firenze). Quando i Bondone, piccoli possidenti terrieri, si trasferirono a Firenze, Giotto fu affidato alla bottega del pittore Giovanni Cimabue, il quale ebbe modo di scoprire la bravura di Giotto. La formazione di Giotto si compì tra Firenze, Assisi e Roma. Per la formazione fu importante il viaggio a Roma, dove si stava sviluppando un’importante scuola pittorica. Dopo l’esperienza romana Giotto lavorò al cantiere di Assisi; tra il 1277 e il 1280 Cimabue iniziò la decorazione del transetto sinistro della chiesa superiore, successivamente l’esecuzione degli affreschi passò a suoi collaboratori; Giotto fu protagonista assoluto delle decorazioni del registro inferiore, al di sotto delle finestre, lungo le pareti della navata. Il ciclo decorativo ai compone di 28 affreschi e rappresenta scene della vita di San Francesco. Giotto ritornò al cantiere di Assisi durante la decorazione della volta della basilica inferiore con Allegorie francescane, nonché la decorazione della cappella della Maddalena. Dopo un soggiorno a Roma, tra il 1303 e il 1305 realizzò a Padova la cappella privata di Enrico degli Scrovegni, con affreschi su Storie della Vergine, Storie di Cristo, figurazione dei Vizi e Virtù e un grandioso Giudizio universale. Giotto lavorò per le più importanti città italiane; oltre ad Assisi, Roma, Padova e Firenze, fu attivo a Rimini. Giotto lavorò sopratutto a Firenze, nella chiesa di Santa Croce. Giotto fu conteso dai grandi committenti del suo tempo; tra il 1330 e il 1333 fu a Napoli, chiamato da Roberto d’Angiò, e tra il 1335 e il 1336 a Milano presso Azzone Visconti. Giotto operò a Firenze anche come architetto. Morto a Firenze l’8 gennaio 1337, fu sepolto in Santa Reparata con solenne cerimonia a spese del Comune.

Autore: Leone Sticcotti

Due dame alla Landesfürstliche Burg

Nel cuore del centro storico sorge la Landesfürstliche Burg, il Castello Principesco. Il primo riferimento documentario risale all’8 gennaio 1328. La data è in calce ad un documento che accenna all’edificio con le parole “Merani in domo domini principis, quae vocatur casaba”. Non si trattava di una fortificazione ma piuttosto di un edificio di residenza annesso alle cantine contenenti le derrate alimentari del principe territoriale, soprattutto vino ma non solo.

Nella seconda metà del XV secolo Sigismondo il Danaroso, fece ampliare, fortificare, ristrutturare numerosi castelli del territorio e fra questi anche questo edificio, con lo scopo di agevolare i frequenti soggiorni del principe territoriale a Merano, visto che il maniero avito dei Conti del Tirolo era ormai in rovina.
Nel corso del XVI secolo vi dimorò Massimiliano I e vi trovò rifugio Ferdinando I che, nel 1564, per sfuggire ad una pestilenza vi si trasferì con la famiglia. Il castello riesce così a parlare di due donne molto interessanti: Bianca Maria Sforza e Philippine Welser. Di Bianca Maria nella “stanza da letto” è visibile un ritratto mentre di Philippine è visibile un baule.
Bianca Maria Sforza (Milano, 5 aprile 1472 – Innsbruck, 31 dicembre 1510) tra il 1494 e il 1510 fu la seconda moglie dell’Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, Massimiliano I. Bianca Maria era la secondogenita del duca di Milano, Galeazzo Maria Sforza e di Bona di Savoia.
Il suo futuro personale dipendeva dalla politica internazionale e dalle strategie matrimoniali che da essa dipendevano. Così fin dalla sua nascita fu più volte promessa a diversi dignitari. Nel 1494, a 22 anni, giunse alle nozze. Sposò il Massimiliano I, vedovo con due figli e molto più vecchio di lei e dietro una cospicua somma di denaro che la giovane portava in dote. Dal matrimonio e quindi da questa alleanza, Massimiliano I sperava di assicurarsi i territori dell’Italia settentrionale ed il finanziamento per le proprie spedizioni militari.
Le nozze anche se sfarzose e memorabili avvennero in contumacia. Massimiliano infatti non si presentò a Milano. La giovane sposa partì quindi con la sua corte alla volta del Tirolo, attraverso la Valtellina, Sondrio e Bormio e valicò lo Stelvio. Massimiliano non amò Bianca e non ebbe mai molto a che fare con lei, tanto che la giovane rimase sempre più isolata e sempre più risiedette nei castelli del Tirolo. Afflitta da una grave malattia si spense il 31 dicembre 1510 all’età di trentotto anni e fu sepolta nell’abbazia cistercense di Stams, nell’alta valle dell’Inn, ma Massimiliano non presenziò neppure ai funerali.
Fu invece una vera e propria storia d’amore quella che visse Philippine Welser (Augusta, 1527 – Innsbruck, 24 aprile 1580), la moglie morganatica di Ferdinando II d’Austria, Governatore del Tirolo. Suo padre, Franz Welser, ricco mercante di Augusta, proveniva dalla munifica famiglia patrizia dei Welser, ascritta alla nobiltà imperiale, banchieri che spesso effettuavano prestiti alla casa imperiale. Philippine era nota per la sua bellezza ma anche per il suo interesse per le scienze naturali e il commercio. Philippine e Ferdinando II si conobbero nel 1547 nella città della giovane, poiché quella era la sede della Dieta e lui vi era giunto accompagnandovi il proprio padre. L’imperatore acconsentì alle nozze morganatiche senza però possibilità alcuna di successione.
Nel 1567 Ferdinando II assunse il governo del Tirolo e la coppia si trasferì in uno dei palazzi più belli del tempo, il castello di Ambras presso Innsbruck. Nel 1572 venne offerto a Ferdinando il trono polacco ma egli rifiutò per non abbandonare la moglie. Quattro anni dopo il papa riconobbe il matrimonio. Philippine era stimata e benvoluta dal popolo tirolese per le sue donazioni e le opere di carità.
Ella inoltre, era esperta farmacista, raccoglieva e studiava piante officinali. Fu anche autrice di una Farmacopea e di un manoscritto contenente più di 200 ricette mediche, oggi conservato nella Biblioteca Nazionale di Vienna. Scrisse inoltre un libro di ricette di cucina contenente piatti tipici della cucina del tempo. Nel Castello Principesco di Merano dove riparò col marito per sfuggire alla peste, ebbe modo di mettere in pratica molte delle sue cure e rimedi naturali oltre a quelli più specificatamente per la bellezza, come i bagni nel latte per cui era famosa. Morì nel 1580.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Sam Harvey, in porta con i Foxes

Sam Harvey, classe 1998, milita come portiere nei Foxes bolzanini. Arrivato a Bolzano dopo aver giocato in Canada, Stati Uniti e Finlandia racconta la sua vita da giocatore professionista, da papà e del suo rapporto con i tifosi e la città di Bolzano.

Qual è l’aspetto più difficile del ruolo di portiere?
Probabilmente l’aspetto mentale del gioco. Si può lavorare moltissimo sulla tecnica, sull’aspetto fisico, ma provare a controllare il proprio cervello è davvero difficile. Ad esempio quando ti segnano un goal è una sfida: tutto gira intorno a come ti riprendi e a come affronti ciò che viene. Con l’esperienza si impara a gestire tutto questo, si impara che ci sono giorni buoni e giorni brutti. La cosa positiva è che si può allenare anche la parte mentale, io ho un mental coach e persone che mi aiutano in questo. Ovviamente bisogna essere degli ottimi atleti, allenarsi, sapersi muovere sul ghiaccio ed essere in grado di comprendere il gioco. Queste sono tutte sfide in cui penso di star facendo bene.

Come fai a mantenere la concentrazione durante le partite?
Cerco sempre di pensare al prossimo tiro in arrivo, sia che sia un goal ricevuto che una bella parata; ciò che è nel passato rimane lì e cerco di concentrarmi sul presente. È molto importante ed è ciò che faccio per la maggior parte del tempo. Brutti goal e belle parate accadranno: lo scopo del gioco è segnare, quindi qualcuno senz’altro mi segnerà, ma ho imparato a concentrarmi e a guardare sempre avanti. I portieri di successo sono proprio bravi a fare questo.


Alla fine di ogni tempo di gioco ti fermi sulla pista. Che cosa fai?
Per me è quasi come un reset mentale. Visualizzo me stesso parare e muovermi nella mia zona. Mi visualizzo nella mia porta e in quella in cui giocherò nel tempo successivo. Visualizzo e mi preparo mentalmente per ciò che segue. Ho iniziato a farlo quest’anno e mi sta aiutando molto.

Com’è il rapporto con i tifosi?
I tifosi qui sono molto diversi da quelli che ho incontrato in Nord America. Lì non ci sono questa prossimità e un tifo così appassionato. Già solo il fatto che dopo una vittoria ci fermiamo a festeggiare con i tifosi fa sentire la vicinanza e la passione delle persone che vengono alle partite. I tifosi di qui sono conosciuti per essere dei grandi fan che amano vedere la squadra vincere. Mi piace moltissimo. Cantano e fanno il tifo con grande passione e questo ci dà emozione ed energia durante la partita, aggiungendo un aspetto al gioco che manca in Canada e negli Stati Uniti. In Finlandia i tifosi sono appassionati, ma in termini di emozione e passione Bolzano è il miglior posto dove io abbia giocato. Qui il tifo è quasi personale, lo si prende a cuore.

Cosa ti fa sentire a casa nei vari luoghi in cui ti ritrovi a giocare?
L’aspetto più importante probabilmente riguarda i giocatori con cui praticamente inizi a vivere: se hai amici nella squadra o giocatori che giocano da tempo insieme, come qui nel Bolzano, tutto è più facile. Ci si sente più a casa. È bello avere il proprio appartamento e conoscere le persone che vivono vicino a te, ma il rapporto con i compagni di squadra gioca il ruolo più importante: i ragazzi diventano la tua famiglia.

Come gestisci i rapporti a distanza?
Il telefono è il mio migliore amico. Non è sempre facile sapere che tu sei qui e la tua famiglia è a casa. Cerco di essere presente il più possibile senza essere fisicamente con loro, questa è una delle parti più difficili del giocare in Europa. Allo stesso tempo però mi sento fortunato ad avere la mia famiglia, mia moglie e mia figlia, qui con me. È fantastico. Dopo le quattro o cinque ore che passo alla pista torno a casa e ho molto tempo da dedicare a loro. È bellissimo poter passare il tempo con la mia bambina e vederla crescere. Prima di diventare papà ero concentrato il 100% del tempo sull’hockey, avere questa pausa per concentrarmi su di lei e divertirmi con lei mi sta facendo davvero bene. È un’esperienza bellissima e non mi sarei aspettato che mi avrebbe cambiato la vita così tanto, sono davvero fortunato. Lei sta benissimo e mi fa sorridere ogni giorno, è tutto magnifico.

È difficile bilanciare la vita personale e quella lavorativa?
Io amo l’hockey quindi ne parlo sempre e a casa; la mia famiglia sa che ne parlerò e che, ad esempio, dopo una partita persa avrò bisogno dei miei spazi. È una sfida, ma sto migliorando. So che quando torno a casa sono con la mia famiglia e che mi dedicherò a loro, anche se a volte è ancora difficile separare le due cose. Potremmo dire che è un “lavori in corso”.

Com’è stato abituarsi a Bolzano e alle sue lingue?
Il mio tedesco è terribile! Riesco a capire qualcosa di italiano perchè il francese è la mia prima lingua, ma fortunatamente qui quasi tutti parlano inglese. È stato abbastanza facile. Le persone sono gentili, amano la squadra, sono gentili con i giocatori; la qualità della vita è altissima. Questo è probabilmente uno dei migliori luoghi al mondo dove vivere, abbiamo tutto, le montagne, il clima perfetto. Non è stata una sfida abituarmi, è stata un’esperienza fantastica fin dal primo giorno.

Autrice: Anna Michelazzi

La Bassa Atesina: numeri, storia e identità

La consistenza numerica dei gruppi linguistici rappresenta ancora oggi uno dei pilastri su cui si regge l’autonomia altoatesina. Nel 2023, la popolazione dell’Alto Adige risulta così suddivisa: il 68,61% appartiene al gruppo linguistico tedesco (in calo di quasi un punto rispetto al 2011), il 26,98% al gruppo italiano (in leggero aumento di circa 0,8 punti), il 4,41% al gruppo ladino. A questi si aggiungono 52.647 cittadini stranieri, pari al 9,9% della popolazione totale. Solo a Bolzano gli stranieri sono 15.457, ovvero il 14,5% della popolazione cittadina. Un dato rilevante, finora poco integrato nelle dinamiche politico-istituzionali. La matematica chiede spazio, ma la politica non sembra ancora pronta.

Per fare un paragone storico, nel censimento linguistico dell’Impero austro-ungarico del 1900, nel territorio del Tirolo vennero registrati 460.840 germanofoni (compresi anche ladini germanizzati) e 368.020 italofoni e retoromani. All’epoca, Un commentatore del tempo scrisse: “Il Tirolo è dunque romanzo per quasi la metà.”
Il Tirolo settentrionale era quasi totalmente tedesco, mentre il Tirolo meridionale – cioè quello al di qua delle Alpi – mostrava una netta prevalenza romanzo-italiana, con una percentuale vicina al 60%: 229.027 Tedeschi contro 328.086 Romanzi. Quando inizia la divisione tra “romanzi” e “germani”? Fino al V secolo, il territorio era parte dell’Impero romano e popolato da cittadini di lingua latina. La loro origine poteva essere africana, gallica, illirica o siriana, ma erano romani a tutti gli effetti. Dopo il collasso dell’Impero romano d’Occidente, la situazione divenne incerta: i nuovi padroni erano popoli “barbari”, ma la base della popolazione restava latina.
Dopo la guerra gotica (535–553), molti Goti furono decimati o si dispersero. Secondo alcune ipotesi, gruppi gotici si sarebbero stabiliti nel Vicentino, nella Marca Trevigiana e nelle valli trentine, ma nella Val d’Adige mancano toponimi o tracce linguistiche che confermino una presenza gotica significativa. Il cambiamento decisivo avvenne dopo la sconfitta dei Longobardi di Desiderio nel 774 ad opera dei Franchi.
Mentre i Longobardi si erano nel frattempo romanizzati, i Bavari – già presenti nel Tirolo orientale e settentrionale sin dal VI secolo – vennero spinti verso sud dai Franchi. I Bavari (Bajuwaren), popolazione germanica cristianizzata dai missionari franchi, si erano inizialmente stabiliti in Baviera sotto la guida della dinastia degli Agilolfingi (es. Theodo I, 640–680).
Dopo l’annessione della Baviera da parte dei Franchi nel 788, molti coloni bavari si spinsero a sud, verso la Val d’Isarco e la Bassa Atesina, germanizzando progressivamente le zone comprese tra Laives e Salorno. I Bavari si insediarono in numerose località: Leifers (Laives), Branzoll (Bronzolo), Auer (Ora), Neumarkt (Egna), Tramin (Termeno), Montan (Montagna), Kurtatsch (Cortaccia), Kurtinig (Cortina sulla Strada del Vino). Questi insediamenti erano agricoli, spesso legati a donazioni vescovili o imperiali, con strutture sociali organizzate attorno alle vecchie curtes longobarde e ai nuovi centri parrocchiali di stampo franco.
Il prossimo passaggio fu quello dall’Impero Carolingio al Principato Vescovile. Nell’814 morì Carlo Magno, che passò il timone al figlio Ludovico il Pio, che ereditò anche la Bassa Atesina. Nell’ 817, con l’Ordinatio Imperii, il Tirolo e la Bassa Atesina passano a Ludovico il Germanico. Dopo il Trattato di Verdun dell’843, il territorio passa a Lotario I. Nel 952 la Bassa Atesina entra nella marca di Verona, a conferma della persistente romanità dell’area. Finalmente nel 1027 con Corrado II il Salico, Bolzano, Trento e la Val Venosta vengono affidate al vescovo Udalrico di Trento e nasce il nucleo del principato vescovile di Trento, con confini e identità più stabili.
In conclusione possiamo dire, che la Bassa Atesina come la conosciamo oggi è frutto di una lunga stratificazione etnica e linguistica: Romani e romanzi come base originaria, Longobardi che si integrarono nella popolazione latina, Bavari che, sostenuti dai Franchi, imposero elementi di lingua e cultura germanica, con un lento ma costante processo di germanizzazione, specialmente a nord di Salorno. Il risultato è un territorio misto, culturalmente complesso, in cui numeri e storia si intrecciano, e dove il presente multilingue ha radici profonde nel passato.

Autore: Reinhard Christanell