“Uniamo le generazioni”

Come vivono gli anziani a Laives? Difficile dirlo, soprattutto se non si rientra in questa categoria. Così, dal Comune si è deciso di sondare il terreno per capire se sarà possibile costituire un apposito Comitato. Il risultato si è rivelato una sorpresa, tanto che si sta già pensando in grande: trovare, in un futuro, un punto di contatto fra giovani e anziani.

Tecnicamente lo si chiama “avviso d’interesse”, un documento che esce dagli uffici del Palazzo municipale, uno dei tanti, in quel tipico bianco-nero che sa di burocrazia. Si puntava a comprendere se per caso qualcuno fra gli “over” di Laives avesse intenzione di far parte di un Comitato anziani, nel caso si decidesse di costituirlo. La sorpresa è stata enorme per tutti, tanto da colorare con tinte allegre anche quel foglio protocollato. “C’è davvero molto interesse, possiamo farcela”, spiega Paolo Brunini, direttore dell’ufficio Sociale e cultura.

Dottor Brunini, dunque per la prima volta il Comune di Laives potrà contare su un comitato anziani?
Pare proprio di sì, e ci sembra davvero una bella novità. A differenza di quello per i giovani, il Comitato anziani non deve essere necessariamente costituito, è facoltativo. Così, ragionando con l’assessora Furlani, abbiamo deciso di pubblicare un avviso d’interesse. Al giorno della scadenza sono arrivate ben nove candidature, che per un avviso pubblico apparso su un profilo istituzionale è davvero tanto. La normativa prevede che il Comitato possa essere formato con più di nove persone, quindi in teoria potremmo già fondarlo, ma vogliamo ancora aspettare un po’: non è escluso che arrivino altre candidature.

Chi sono questi candidati?
Alcuni li conosciamo, altri sono dei nomi nuovi; molti di loro fanno già parte di qualche associazione, alcuni sono attivi all’interno dei direttivi, altri hanno dichiarato di avere del tempo per dedicarsi a questo progetto. Siamo sinceramente soddisfatti del risultato, anche perché non ci aspettavamo nulla: se l’avviso non avesse dato dei frutti, tutto si sarebbe risolto in una bolla di sapone, e sinceramente pensavamo che questo sarebbe stato il futuro di questo progetto.

Quali sono i prossimi passi? Che cosa vi aspettate?
Intanto, dal punto di vista formale, dobbiamo iniziare a stendere un regolamento che sarà poi portato in Consiglio comunale per l’approvazione. Ma soprattutto ci aspettiamo di imparare dai rappresentanti della Terza età, vogliamo dialogare con loro, capire realmente quali sono le loro necessità, i loro desideri, chiederemo che cosa possa fare la Pubblica amministrazione per loro. Ma il sogno più grande è riuscire a far convivere in qualche modo il Comitato anziani con quello dei giovani, far dialogare le due generazioni, magari creare dei progetti in comune. È una strada lunga, non facilissima, ma siamo sicuri che ci riusciremo, e che questo progetto ci porterà risultati insperati.

Un nuovo Comitato per parlare coi giovani

“I giovani di Laives hanno bisogno di essere ascoltati, non giudicati. E soprattutto non hanno bisogno di ostacoli burocratici che possano ostacolare la loro creatività”: sintetizza così, l’assessora al sociale Claudia Furlani, la decisione di riformare il Comitato giovani e crearne uno ex novo.

Assessora Claudia Furlani, un nuovo comitato per i ragazzi?
Ci stiamo lavorando da tempo, ce ne era bisogno, perché così come è formulato oggi, il Comitato giovani non funziona; in realtà non ha mai funzionato a dovere, troppi intoppi burocratici, troppi cavilli e poco dialogo. I giovani mal si prestano ad operare in un apparato burocratico come quello comunale, per cui è stato deciso di mettere mano al regolamento del comitato giovani per farlo funzionare meglio e dargli finalmente un senso.

Come, in che modo?
Abbiamo costituito un gruppo di lavoro per lavorare al nuovo regolamento in cui abbiamo coinvolto sia la parte amministrativa che la parte politica: la maggioranza e l’opposizione. Il nostro scopo è rendere questo organo più apolitico possibile affinché serva davvero alla cittadinanza, senza pensare agli schieramenti di parte e dunque alle possibili divergenze che ci possono essere fra maggioranza e opposizione. Abbiamo oltretutto la fortuna di avere due rappresentanti della gioventù in consiglio, che abbiamo voluto coinvolgere: Maximilian Ebner dell’Svp e Simone Pellizzari della Lista civica, quindi un rappresentante della maggioranza e uno dell’opposizione. Nel gruppo di lavoro figura anche il presidente del consiglio Paolo Castelli e io come assessora.

Di cosa hanno bisogno i giovani oggi a Laives?
Hanno bisogno di essere ascoltati, seguiti e soprattutto non giudicati. Credo che il progetto che abbiamo portato a termine in zona Galizia sia vincente: abbiamo fatto installare una pista da skate, poi abbiamo messo un tavolo da ping pong ed i canestri per il basket; i ragazzi hanno iniziato a ritovarsi proprio lì, giocano, si divertono, hanno la possibilità di praticare dello sport e di scoprirne anche di nuovi.
Insomma, ci sembra un successo, ci pare di aver donato loro finalmente un luogo fisico di ritrovo, quello che prima mancava. Un comitato ad hoc può servire anche per questo: per trovare una risposta alle nostre domande da adulti; e queste risposte ce le danno proprio i giovani.

Ma non ci sono i centri giovanili?
Sì, certo, e funzionano anche benissimo; ma credo ci fosse il bisogno di trovare una “piazza” per chi non ha intenzione di passare del tempo in posti “istituzionali”; lo skatepark è un luogo informale, in cui i ragazzi possono esprimersi in maniera più autonoma. Certo, non sono lasciati allo sbando, anzi, in zona ci sono degli educatori all’opera, che controllano, ma soprattutto danno loro una mano ad esprimersi.

Autore: Luca Masiello

Daniel Ruocco: cantante ma non solo

Abbiamo intervistato Daniel Ruocco: cantante della band Atop the Hill, docente di italiano, e attore di stand up comedy.

Com’è iniziato il tuo percorso?
Ho frequentato il liceo scientifico Torricelli ed in seguito ho scelto di intraprendere un percorso di studi umanistici a Trento. Ho studiato lettere moderne in triennale, e poi sono rimasto a Trento a fare la magistrale in filologia moderna.

Questo cambio di indirizzo a cos’era dovuto?
In realtà non ero portato per le materie scientifiche, ma la scuola mi piaceva. La mia idea era quella di continuare un percorso artistico che avevo iniziato alle superiori, facevo parte di una compagnia di cabaret, e mi piaceva il mondo dello spettacolo. Ho provato ad entrare all’accademia d’arte drammatica a Milano, ma purtroppo non sono riuscito a passare la seconda selezione. Mi ero già iscritto a lettere come alternativa, perché era comunque inerente all’arte e allo spettacolo.

Questi studi cosa ti hanno permesso di fare?
Ho scelto un percorso che poi mi permettesse di insegnare, e da ormai quattro anni insegno alle superiori. Ho lavorato all’Istituto de’ Medici a Bolzano, ed è da tre anni che insegno italiano ad Ortisei. È una scuola ladina paritetica, ed è un ambiente stimolante dal punto di vista linguistico.

Un libro classico che ritieni sopravvalutato?
Un classico, che a parer mio è sopravvalutato, è “I Promessi Sposi” di Manzoni. Lo trovo pesante, forse perché ho avuto modo di rileggerlo per poi doverlo insegnare, e mi sono reso conto che piace solo se viene insegnato in un certo modo. Invece ho rivalutato altre cose, come “I Malavoglia” di Verga, sia come periodo storico che per la questione che tratta, secondo me è molto interessante.

Oltre ad insegnare hai anche una passione per la musica, com’è nata?
Non ci rifletto mai troppo, perché sono diventato davvero un appassionato nel tempo, non so bene quando. Come tutti gli adolescenti, al liceo si comincia ad ascoltare musica e capire cosa ti piace; a me piaceva cantare le canzoni che ascoltavo a mo di karaoke. Poi in me è cresciuta questa passione, ho fatto un corso di canto e ho fondato insieme a dei miei amici la band: Atop The Hill.

Una passione che ha avuto anche dei riconoscimenti: avete aperto il concerto a Vasco Rossi, com’è stata questa esperienza?
È andata molto bene, abbiamo suonato a Trento, Firenze e Messina. Ho avuto modo di apprezzare di più Vasco, perché ero nel vivo della cosa, galvanizzato da tutto. Ma live è stato uno spettacolo bellissimo, si è creato un bell’ambiente.

Autrice: Ilaria Talamoni – COOLtour

Questa strana e incompresa generazione Z

Martedì 8 novembre è stata proiettata per la prima volta la docuserie sulla generazione Z in Alto Adige “Se noi non siamo come voi” presso Spazio Young, (via Torino 31). Per l’occasione abbiamo intervistato l’autore-regista del progetto: Marco Vitale. Trentanove anni, nato e vissuto a Salerno, trasferito a Bolzano per studiare alla ZeLIG, specializzato in montaggio video ma da qualche anno lavora a progetti personali.

Com’è nato questo progetto, e perché avete deciso di orientarlo su questo tema?
L’idea mi è venuta durante la pandemia; avevo voglia di uscire, volevo conoscere meglio il territorio non essendo di Bolzano (ci vivo solo dal 2010). Ho avuto questa curiosità di capire cosa fanno i giovani, dato che sono sempre visti dal mondo adulto nella stessa maniera dagli anni ‘60. La sigla della trasmissione infatti è “Che colpa abbiamo noi” dei The Rokes. Non è un’indagine sociologica, scelgo storie di ragazzi che comunque hanno passioni, o qualcosa da raccontare. Voglio raccontarle senza nessun tipo di filtro, farli parlare senza nessun tipo di intermediazione, voglio che abbiano la possibilità di raccontare qualcosa ed essere d’ispirazione per altri.

Obiettivi futuri?
Stiamo finendo anche la seconda stagione, a differenza della prima, racconta di ragazzi appena diplomati che non hanno una storia particolare… andando poi a scavare c’è sempre qualcosa. Le puntate della prima stagione sono sulla mediateca di Rai Alto Adige, mentre la seconda stagione dovrebbe uscire a febbraio/marzo 2023 anche in lingua tedesca.

Questa prima proiezione al pubblico prevedeva poi un dibattito: volevamo sapere com’è andato.
La serie era già andata in onda su Rai Alto Adige, adesso stiamo iniziando a farla vedere fuori dal circuito televisivo perché ci piace avere dei feedback dal vivo. Il dibattito è andato inaspettatamente bene. C’erano due degli otto attori; le persone erano interessate, hanno fatto domande ai protagonisti e a me. Per quello che ho visto c’è interesse per questo tipo di storie e questo tipo di trama.

Cosa ti spinge a creare dei contenuti video?
Penso perché non potrei fare nient’altro. Il montaggio video alla fine è una seconda scrittura del progetto, e fondamentalmente mi piace raccontare storie e creare connessioni. Per esempio una cosa interessante sono le storie a noi vicine che però magari nessuno conosce. In una puntata ci sono due ragazze di Merano che fanno rap, e alla proiezione c’era una ragazza che era intenzionata a mettersi in contatto con loro. Mi piace creare questo tipo di storie, mi permettono di creare legami. È una delle mie finalità ed essendo una delle mie prime esperienze come autore-regista direi che ci siamo.

Autori: Niccolò Dametto e Ilaria Talamoni – COOLtour

Il tema del bullismo trattato con l’esperto

Se ne parla, lo si legge sulle cronache quotidiane, spesso è più vicino a noi di quanto non possiamo credere. Ma che cos’è davvero il bullismo? Che cosa si può fare se i propri figli sono vittime di bullismo, o addirittura se sono proprio loro i bulli e non ce ne accorgiamo? Sono domande difficili alle quali si cercherà di dare una risposta mercoledì 30 novembre alle ore 17.30 al teatro delle Muse grazie all’intervento di un vero esperto della tematica, Giuseppe Maiolo, psicologo e psicoanalista e fra l’altro anche professore di psicologia delle età della vita e psicologia dello sviluppo all’Università di Trento.

Invitato dalla cooperativa Laives Cultura e Spettacolo in collaborazione con la biblioteca, il professionista presenterà il suo ultimo libro, “Mio figlio fra bullismo e cyberbullismo. Vittima, bullo o complice?” (ed. Giunti Edu).
Il volume rimanda a casi concreti ed esperienze di vita vissuta e – attraverso una serie di narrazioni e box – aiuta le famiglie a orientarsi nella complessità dei fenomeni di bullismo e cyberbullismo, ad affrontare le problematiche connesse e a sostenere il proprio figlio che ne sia vittima e a intervenire in modo adeguato qualora sia bullo o complice.
È suddiviso in tre sezioni. Conoscere: descrive con taglio divulgativo origine le caratteristiche dei due fenomeni; Capire: inquadra le situazioni problematiche vissute dai ragazzi coinvolti in tali dinamiche e aiuta le famiglie a comprenderle alla luce delle conoscenze acquisite; Intervenire: fornisce suggerimenti e indicazioni operative su come e cosa fare per aiutare concretamente il proprio figlio, spiegando ai genitori come sostenerlo e come intervenire, se e quando rivolgersi alle autorità e chiedere il sostegno degli specialisti.
È utile dunque per conoscere le problematiche legate ai fenomeni, sempre più diffusi, di bullismo e cyberbullismo, e sapere come intervenire se ne sono coinvolti i propri figli.
Nel corso della serata, dunque, il pubblico avrà modo di porgere delle domande all’esperto, discutere con lui e cercare di capire questo complicato fenomeno per riuscire, magari, a costruire degli argini.
L’entrata è libera a tutti gli interessati.

Autore: Luca Masiello

La Pietà di Laives

Nessun oggetto sacro ha mai richiamato l’attenzione dei credenti come la Sacra Immagine della Madonna di Pietralba. Il suo santuario sull’altipiano del Regglberg fu fondato nel 1553, il convento dei Padri Serviti nel 1722. Da allora, ogni anno migliaia di devoti si sono recati nel luogo del ritrovamento della misteriosa statuetta di alabastro e, per un certo periodo, anche alla chiesa parrocchiale di Laives dov’era stata trasferita.

Il 28 maggio 1887, in occasione delle celebrazioni del centenario del suo trasferimento a Laives, apparve sul giornale “Volksblatt” un lungo articolo dedicato proprio alla piccola Pietà di Pietralba. “Già nell’autunno dell’anno precedente – scrive il giornale – è stata restaurata la chiesa e nel corso di tutto l’inverno si è provveduto ad adornarla degnamente per la grande festa.” In effetti, non è difficile comprendere cosa abbia rappresentato per un paesino rurale come Laives questa celebrazione, alla quale intervennero migliaia di persone oltre alle maggiori autorità religiose e politiche del tempo. Un evento paragonabile solo alla visita dell’imperatore.
Nel 1780 morì l’imperatrice Maria Teresa e le succedette il figlio maggiore Giuseppe II, che in fatto di religione la pensava esattamente all’opposto della madre. Con le sue riforme voleva togliere gran parte del suo potere temporale alla chiesa che di fatto nei secoli era enormemente cresciuto. La sua prima iniziativa fu quella di sciogliere molti dei conventi esistenti nell’impero, e ciò senza neppure interpellare il Papa. Complessivamente chiuse oltre 700 conventi e ridusse il numero dei religiosi della metà.
Il provvedimento deve aver colpito come un fulmine a ciel sereno una terra profondamente religiosa come la nostra. La maggior parte delle persone non comprese neppure il significato del provvedimento di Giuseppe. Lo subì come una castigo divino, una carestia o una malattia inevitabile. Il 12 giugno 1782 i governatori – compreso quello del Tirolo – ricevettero l’ordine di scioglimento. A Bolzano furono chiusi i conventi dei padri domenicani e delle clarisse. In un primo momento, l’imperatore si scordò di Pietralba ma nel giugno 1787 un commissario imperiale portò il dispaccio che ordinava ai padri serviti di consegnare tutti i beni di valore e abbandonare il convento, che secondo le intenzioni di Giuseppe doveva essere raso al suolo. Si tentò di salvare almeno la Sacra Immagine. In effetti, il 21 giugno arrivò da Innsbruck il permesso di trasferire la “statuetta di pietra” di Maria nella chiesa di Laives, non senza aver consegnato prima al funzionario addetto von Spreng tutti i suoi preziosi. “L’ordine fu di eseguire tutto con la massima discrezione e in silenzio e il curato di Laives dovette impegnarsi a collocare l’immagine su un altare laterale della chiesa”, ci informa il giornale.
E così avvenne. Nella notte del 13 luglio, il curato di Laives Johann von Kolb prese in consegna una cassetta con il prezioso contenuto e la portò in camera sua. A mezzanotte e mezza abbandonò il convento e si diresse a piedi verso Laives, dove fu accolto dall’Anwalt (avvocato – il sindaco di allora) Johann Fulterer e dai consiglieri comunali Josef Sagmeister e Franz Plattner, che in seguito adornarono con una corona l’immagine e la sistemarono sull’altare laterale come ordinato.
Il 20 febbraio 1790 morì improvvisamente Giuseppe II. Il suo successore Leopoldo II restituì al paese la libertà religiosa. Perciò il 24, 25 e 26 giugno la Sacra Immagine venne finalmente collocata sull’altare maggiore della chiesa e la festa a Laives fu la più grande e magnifica mai celebrata. Da allora, ogni 26 giugno venne organizzata una processione in onore di San Vigilio, che era considerato il padre spirituale del paese.

Autore: Reinhard Christanell

“La moda? Un collante tra le due culture”

In questo numero di QuiBolzano vi presentiamo uno sguardo esterno sulla storia recente della nostra città. Abbiamo infatti incontrato Marco Casoni, un imprenditore oggi 62enne della provincia di Venezia, che ha lavorato per oltre 40 anni nel campo della moda in maniera totale, dal tessuto fino alla pelletteria, in tutte le sue articolazioni, e che propone un punto di vista inedito, almeno per chi scrive, sugli elementi che hanno favorito il contatto tra i gruppi linguistici tedesco ed italiano a Bolzano e provincia.

“Credo davvero che il sistema moda italiano sia stato il vero collante fra le due culture in Alto Adige. Io sono arrivato a Bolzano per lavoro alla fine degli anni ‘70 e posso confermare che c’era una forte divisione tra le due etnie. Nella mia esperienza posso dire che l’abbigliamento ha inciso tantissimo per unire i due gruppi linguistici.
Negli anni 80 esplose il “made in Italy” e con esso il design italiano con Giorgio Armani, Gianni Versace, Missoni e Gianfranco Ferré. All’inizio tutti i brand della moda italiana erano venduti dalle boutique gestite da imprenditori di lingua italiana. In seguito, è apparso evidente che il business ha convinto gli imprenditori di madrelingua tedesca che era giunta l’ora di azzerare quelle che erano le proprie scelte commerciali. C’è stato un fiorire di imprenditori tedeschi che si sono rivolti alla moda italiana e, facendo questa scelta, ne hanno anche acquisito lo stile e le dinamiche. Diciamo che Bolzano è forse diventata, anche grazie a questo collante, una delle città emblema della moda italiana in Europa; lo è stata per tantissimi anni e lo è tuttora.
Penso, ad esempio, ad una ditta come Oberrauch Zitt, che è in via Portici. Fino a 40 anni fa o forse più, vendeva solamente prodotti con una forte connotazione locale e oggi è diventata uno dei migliori laboratori di moda e soprattutto del “made in Italy”.

In tutti questi anni di contatti con Bolzano, avrà sicuramente molti aneddoti da raccontare…
Il primo e più importante risale a quando avevo 18 anni. Mio padre, che era un agente del commercio nel settore dell’abbigliamento, mi fissò un appuntamento a Bolzano alle otto di mattina. Era il luglio del 1978, presso la ditta Eccel di Via Portici, che a quel tempo era la più importante ditta nazionale a livello di commercio di tessuti, la cattedrale del tessuto, la scuola per imparare a fare il lavoro e anche una scuola di vita.
Ricordo che partii alle 5 di mattina da Mestre(VE) con il mio maggiolino giallo. Arrivai in via Portici alle 8 e 5 minuti. Quindi, molto timido, rispettoso ed ossequioso, con un concetto dell’educazione legato agli anni del ‘900, entrai e dissi che avevo l’appuntamento con la signora Eccel. Avevo il cuore in gola, quando ecco che arrivò la signora. La ricordo piccola di statura, ma una donna con una personalità pazzesca e uno staff di lavoro che non finiva più. Dava l’idea di una donna integerrima, vestita di scuro che, in un italiano molto complesso e con grandi accenti tedeschi, mi fece guardare l’orologio e mi disse: ‘Signor Casoni, avevamo un appuntamento alle otto. Lei è arrivato alle 8 e 5 minuti! Mi dispiace, ma nella ditta Eccel e a Bolzano, noi siamo per la puntualità e la precisione nel lavoro! Si faccia fissare un appuntamento per il giorno… a venire‘ (ride, ndr).
Capirete che per me è stato uno shock, sono tornato a casa, non dico piangendo, ma quasi…
Poi ci ho riflettuto. Successivamente sono tornato da Eccel, sempre puntuale, a volte anche un quarto d’ora prima, ma l’episodio è stato per me una preziosa lezione di vita. Con la ditta Eccel poi ho avuto un buon rapporto e la signora mi ha aiutato a crescere nella conoscenza dei tessuti. Da allora ho imparato che la puntualità dovrebbe essere alla base dei rapporti, non solo commerciali, ma anche relazionali.“

Autore: Till Antonio Mola

Un giaguaro che… vola!

Nato e cresciuto a Bolzano, da oltre 11 anni vive a Bristol in Inghilterra dove si è trasferito per studi universitari. Lavora come produttore discografico e tecnico di missaggio nel suo studio di registrazione e come chitarrista in diversi progetti musicali che lo portano in giro per il mondo.

La cosa di me che mi piace di più.
La determinazione nel perseguire i miei obiettivi.
Il mio principale difetto.
Quando il mio perfezionismo esagera…
Da bambino sognavo di diventare…
Un avvocato.
La mia occupazione preferita.
È permesso dire la mia?
Il luogo dove vorrei vivere.
Caldo e vicino al mare.
Il mio piatto preferito.
La pasta alla Norma di mia Mamma.
Non sopporto…
L’ingiustizia.
Per un giorno vorresti essere…
Un pilota di Formula 1. Ferrari, chiaramente.
Se fossi un animale sarei…
Un giaguaro.
Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…
La mia tesi di Master fu pubblicata in un libro accademico.
Dove mi vedo fra dieci anni.
In uno studio di registrazione a Nashville, Tennessee.
L’ultima volta che ho perso la calma.
Proprio ieri, sull’autostrada M5!
Tre aggettivi per definirmi.
Determinato, gentile e leale.
Il mio attore preferito.
Di recente, Kevin Hart, ma l’adolescente in me vuole sempre dire Zac Efron…
Il superpotere che vorrei avere.
Volare, pensa il senso di libertà che darebbe!
La disgrazia più grande.
Quando qui in UK mi dicono che la Carbonara si fa col pollo e i funghi…
Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?
L’opportunità che mi ha dato di inseguire il mio sogno.
La persona che ammiro di più
Tim Ferriss, per avermi dato gli strumenti con cui condurre una vita consapevole.
Il mio motto.
Traduco una citazione dell’autore Tim Fargo: “Chi sei domani inizia con quello che fai oggi”.
La massima stravaganza della mia vita.
Comprare come seconda casa un appartamento all’ottantottesimo piano di un grattacielo a Midtown Manhattan (mai smettere di sognare…).
L’oggetto a cui sono più legato.
La Gibson SG appesa al muro del mio studio. Difficile scegliere fra le mie chitarre, ma quella ha davvero una storia speciale. Per certi versi è la chitarra che ha iniziato tutto.