Il tema del bullismo trattato con l’esperto

Se ne parla, lo si legge sulle cronache quotidiane, spesso è più vicino a noi di quanto non possiamo credere. Ma che cos’è davvero il bullismo? Che cosa si può fare se i propri figli sono vittime di bullismo, o addirittura se sono proprio loro i bulli e non ce ne accorgiamo? Sono domande difficili alle quali si cercherà di dare una risposta mercoledì 30 novembre alle ore 17.30 al teatro delle Muse grazie all’intervento di un vero esperto della tematica, Giuseppe Maiolo, psicologo e psicoanalista e fra l’altro anche professore di psicologia delle età della vita e psicologia dello sviluppo all’Università di Trento.

Invitato dalla cooperativa Laives Cultura e Spettacolo in collaborazione con la biblioteca, il professionista presenterà il suo ultimo libro, “Mio figlio fra bullismo e cyberbullismo. Vittima, bullo o complice?” (ed. Giunti Edu).
Il volume rimanda a casi concreti ed esperienze di vita vissuta e – attraverso una serie di narrazioni e box – aiuta le famiglie a orientarsi nella complessità dei fenomeni di bullismo e cyberbullismo, ad affrontare le problematiche connesse e a sostenere il proprio figlio che ne sia vittima e a intervenire in modo adeguato qualora sia bullo o complice.
È suddiviso in tre sezioni. Conoscere: descrive con taglio divulgativo origine le caratteristiche dei due fenomeni; Capire: inquadra le situazioni problematiche vissute dai ragazzi coinvolti in tali dinamiche e aiuta le famiglie a comprenderle alla luce delle conoscenze acquisite; Intervenire: fornisce suggerimenti e indicazioni operative su come e cosa fare per aiutare concretamente il proprio figlio, spiegando ai genitori come sostenerlo e come intervenire, se e quando rivolgersi alle autorità e chiedere il sostegno degli specialisti.
È utile dunque per conoscere le problematiche legate ai fenomeni, sempre più diffusi, di bullismo e cyberbullismo, e sapere come intervenire se ne sono coinvolti i propri figli.
Nel corso della serata, dunque, il pubblico avrà modo di porgere delle domande all’esperto, discutere con lui e cercare di capire questo complicato fenomeno per riuscire, magari, a costruire degli argini.
L’entrata è libera a tutti gli interessati.

Autore: Luca Masiello

Sul palco torna la voglia di rock anni 80

C’è la musica anni 80 fatta con le tastiere elettroniche, con batterie campionate in loop e refrain ripetitivi senza senso. E poi c’è il rock, quello vero, che ha trasformato riff distorti in grandi classici della musica: sarà lui il vero protagonista della serata del Live Muse che andrà in scena sabato 3 dicembre alle ore 21 al teatro delle Muse in via Dolomiti 23.

“80 voglia di rock” è il titolo dell’appuntamento autunnale dell’attiva associazione, che anche per questa occasione sfodera quattro band formate rigorosamente solo per l’occasione. Dopo il concerto estivo dedicato a Jovanotti e dopo il successo dell’anno scorso, con il tributo ai grandi del Rock anni 90, sul palco si alterneranno le ritmiche di artisti del calibro di Billy Idol, Van Halen, Scorpions, Bon Jovi, Ac/Dc, Queen e tanti altri.
Come di consueto l’incasso della serata (il biglietto d’ingresso è stato fissato a 10 euro) verrà devoluto in beneficenza, ai Cacciatori di briciole dell’associazione Volontarius.
Considerato il successo degli scorsi concerti, è meglio prenotare per tempo un posto, telefonando allo 0471 952650 dalle ore 9 alle 12 dal lunedì al venerdì, o via mail all’indirizzo prenota@teatrofilolaives.it

Gli artisti

Sono quattro le band formatesi per l’occasione che saliranno sul palco del Live Muse. Le diverse formazioni saranno seguite da Alex Refatti, Salvatore Spolsino, Luca Tommaseo e Alice Ravagnani. Con loro sul palco si esibirà un totale di musicisti: Marco Biolcati, Robbie Weger, Fabio Tenca, Diego Polli, Alex Refatti, Nadia Tagliapietra, Gianluca Gaioni, Ruben Cordaro, Salvatore Spolsino, Manrico Finotto, Roberta Manzini, Francesco Bianchi, Paolo Callegari, Carlo Bertacchi, Davide Frena, Alice Ravagnani, Francesco Bianchi, Matteo Bozzo e Mattia Mochen. Il banco mixer sarà guidato da Sergio Farina e le luci sono curate da Marco Ceol.

Autore: Luca Masiello

La Pietà di Laives

Nessun oggetto sacro ha mai richiamato l’attenzione dei credenti come la Sacra Immagine della Madonna di Pietralba. Il suo santuario sull’altipiano del Regglberg fu fondato nel 1553, il convento dei Padri Serviti nel 1722. Da allora, ogni anno migliaia di devoti si sono recati nel luogo del ritrovamento della misteriosa statuetta di alabastro e, per un certo periodo, anche alla chiesa parrocchiale di Laives dov’era stata trasferita.

Il 28 maggio 1887, in occasione delle celebrazioni del centenario del suo trasferimento a Laives, apparve sul giornale “Volksblatt” un lungo articolo dedicato proprio alla piccola Pietà di Pietralba. “Già nell’autunno dell’anno precedente – scrive il giornale – è stata restaurata la chiesa e nel corso di tutto l’inverno si è provveduto ad adornarla degnamente per la grande festa.” In effetti, non è difficile comprendere cosa abbia rappresentato per un paesino rurale come Laives questa celebrazione, alla quale intervennero migliaia di persone oltre alle maggiori autorità religiose e politiche del tempo. Un evento paragonabile solo alla visita dell’imperatore.
Nel 1780 morì l’imperatrice Maria Teresa e le succedette il figlio maggiore Giuseppe II, che in fatto di religione la pensava esattamente all’opposto della madre. Con le sue riforme voleva togliere gran parte del suo potere temporale alla chiesa che di fatto nei secoli era enormemente cresciuto. La sua prima iniziativa fu quella di sciogliere molti dei conventi esistenti nell’impero, e ciò senza neppure interpellare il Papa. Complessivamente chiuse oltre 700 conventi e ridusse il numero dei religiosi della metà.
Il provvedimento deve aver colpito come un fulmine a ciel sereno una terra profondamente religiosa come la nostra. La maggior parte delle persone non comprese neppure il significato del provvedimento di Giuseppe. Lo subì come una castigo divino, una carestia o una malattia inevitabile. Il 12 giugno 1782 i governatori – compreso quello del Tirolo – ricevettero l’ordine di scioglimento. A Bolzano furono chiusi i conventi dei padri domenicani e delle clarisse. In un primo momento, l’imperatore si scordò di Pietralba ma nel giugno 1787 un commissario imperiale portò il dispaccio che ordinava ai padri serviti di consegnare tutti i beni di valore e abbandonare il convento, che secondo le intenzioni di Giuseppe doveva essere raso al suolo. Si tentò di salvare almeno la Sacra Immagine. In effetti, il 21 giugno arrivò da Innsbruck il permesso di trasferire la “statuetta di pietra” di Maria nella chiesa di Laives, non senza aver consegnato prima al funzionario addetto von Spreng tutti i suoi preziosi. “L’ordine fu di eseguire tutto con la massima discrezione e in silenzio e il curato di Laives dovette impegnarsi a collocare l’immagine su un altare laterale della chiesa”, ci informa il giornale.
E così avvenne. Nella notte del 13 luglio, il curato di Laives Johann von Kolb prese in consegna una cassetta con il prezioso contenuto e la portò in camera sua. A mezzanotte e mezza abbandonò il convento e si diresse a piedi verso Laives, dove fu accolto dall’Anwalt (avvocato – il sindaco di allora) Johann Fulterer e dai consiglieri comunali Josef Sagmeister e Franz Plattner, che in seguito adornarono con una corona l’immagine e la sistemarono sull’altare laterale come ordinato.
Il 20 febbraio 1790 morì improvvisamente Giuseppe II. Il suo successore Leopoldo II restituì al paese la libertà religiosa. Perciò il 24, 25 e 26 giugno la Sacra Immagine venne finalmente collocata sull’altare maggiore della chiesa e la festa a Laives fu la più grande e magnifica mai celebrata. Da allora, ogni 26 giugno venne organizzata una processione in onore di San Vigilio, che era considerato il padre spirituale del paese.

Autore: Reinhard Christanell

Il paese di Pochi capitale della castagna

Quando si parla di castagne si apre un mondo dalle molte varietà e dalla lunga tradizione. Ricchezze che, anzitutto, dipendono dall’altezza e dai luoghi in cui si coltivano. Comunemente, alle castagne si usano attribuire dei nomi che variano da zona a zona, ma alcuni sono ricorrenti, come il marrone (castagna di buona qualità e grossezza) di cui ne sanno qualcosa gli abitanti dei Pochi.

Un abitato di qualche centinaio di anime, frazione di Salorno, arroccato sulla montagna che sovrasta la sede Municipale e storicamente vocato alla coltivazione, per appunto, del marrone, frutto invernale di cui nei decenni se ne era quasi persa memoria.
Fin quando gli alti vertici comunali, nel fare l’inventario per migliorare il paese, hanno rispolverato e stanno recuperando anche questa storia: “All’inizio erano un po’ tutti titubanti, ma da quattro anni ad oggi facciamo parte di una zona leader”, spiega Roland Lazzeri, sindaco di Salorno, e, assieme all’assessora Samantha Endrizzi, fra i promotori di questa iniziativa. “Per noi sono stati una scoperta, continuando a crescere il bosco circostante li aveva nascosti”.
L’amministrazione comunale ha iniziato a perorare la propria idea, coinvolgendo la forestale in interventi di ripristino delle essenze storiche presenti in zona. Vien da sé presumere che occorreva anche una base economica. E qui è entrato in gioco il progetto leader, quindi l’ottenimento di fondi europei e provinciali e l’alleanza ad altre realtà territoriali che presentano caratteristiche simili.
“Assieme ad un esperto – continua il primo cittadino – abbiamo unito i nostri produttori ai produttori di San Genesio e della Val d’Isarco”. Vale a dire che queste tre zone avevano, ed hanno, delle particolarità simili, che hanno portato alla nascita del progetto congiunto “Castagna d’Oro”.
“Pian piano il progetto sta arrivando alla conclusione,raggiungendo l’obiettivo di avere un luogo definito per la coltivazione dei marroni del Sudtirolo, con anche un proprio marchio. A dicembre verrà pubblicato un libro con diverse info e ci sarà una serata assieme al consorzio degli albergatori e ad alcuni cuochi, che presenteranno i prodotti con le castagne”, rivela Lazzeri, ricordando Josef Maier (coordinatore del progetto leader).

Il dettaglio

L’Alto Adige può contare su quattrocento ettari di castagneti, coltivati da cinquecento castanicoltori. Fra questi ci sono Rolando Telche Lino Schmid, residenti ai Pochi, a cui abbiamo chiesto di parlarcene. “Ci sono circa una ventina di persone che coltivano i castagni. La maggior parte sono piante secolari risalenti a Maria Teresa d’Austria. In tutto sono circa un centinaio i castagni secolari. Alcuni nel tempo sono morti, ma pian piano stanno venendo sostituiti da impianti nuovi. Il castagno è molto delicato, ma estremamente ecologico perché non è trattato e da frutti molto nutrienti e versatili a molte lavorazioni. La concorrenza aveva sfiduciato la coltivazione ed ora è tornato il trend, si facendo un bel lavoro, sono decorativi e ispirano fiducia per un futuro che, come un tempo, li vede una risorsa e non un peso”.

Autore: Daniele Bebber

L’apostolo dello zolfo e il Mal Bianco

A metà ottocento, una tremenda malattia colpì i vigneti della Bassa Atesina e dell’Oltradige. Le conseguenze catastrofiche dello sconosciuto malanno, capace di rovinare completamente i raccolti, misero a repentaglio la stessa esistenza dei viticoltori e molti di loro incominciarono ad abbandonare o eliminare le pregiate viti. Alla malattia venne dato il nome popolare di Mal Bianco, ma in realtà si trattava del temibile Oidio (oidium tuckeri), il cui agente patogeno è un fungo ascomicete che ricopre foglie, fiori e acini di una patina bianca. Il male, si diceva, era stato importato da un coltivatore di piante tropicali dai Mari del sud.

Per diversi anni, il Mal Bianco imperverserò incontrastato tra i vigneti dell’Unterland e non solo. Come nei tempi antichi, i coltivatori pensarono di “scacciare il male” attraverso preghiere, pellegrinaggi e processioni ma, ovviamente, questi non sortirono effetto e ai contadini non rimase che la disperazione.
Un primo tentativo di affrontare in modo scientifico l’oidio fu intrapreso da tale ing. Vulkan di Appiano, che provò, con un discreto successo, a immergere i grappoli in una sostanza vischiosa. Il procedimento era tuttavia laborioso e dispendioso e non trovò concreta applicazione. In Trentino un signor von Fogolari sostituì la “colla di Vulkan” con l’albume dell’uovo e anche in questo caso, nonostante gli indubbi benefici del trattamento, non si giunse alla soluzione definitiva del problema.
Finalmente un agronomo, enologo e farmacista bolzanino di nome Ludwig von Comini-Sonnenburg (nato a Innsbruck nel 1812), sposato alla bolzanina Maria von Tschiderer, riuscì a combattere efficacemente il Mal Bianco nel vigneto del suo maso Kalchgrube cospargendolo di zolfo in polvere. Nonostante l’indubbio successo dell’esperimento, inizialmente lo scetticismo e la superstizione dei viticoltori che von Comini cercò di convincere si rivelarono più ostinati e dannosi del male stesso. Organizzò riunioni e convegni per illustrare ai viticoltori la bontà del trattamento con zolfo ma questi per tutta risposta lo sbeffeggiarono e ricoprirono di insulti. Un viticoltore di Cortaccia di nome Sanoll sostenne che la malattia in realtà era una forma di ruggine ed era causata dai fili del telegrafo che erano stato tesi lungo la line ferroviaria. Propose di interrare i cavi stessi per evitare la contaminazione. Un contadino di Ora di nome Staffler sostenne invece che la malattia era un castigo di Dio e nessuno poteva levare una mano contro la volontà del Signore.
Alla fine, la maggioranza dei contadini della Bassa Atesina si convertì all’uso dello zolfo come suggerito dall’ing. von Comini che, deluso e amareggiato, morì anzitempo nel 1869 a soli 55 anni.
Prima della sua morte, i suoi esperimenti, che avevano incontrato lo scetticismo e gli oltraggi dei contadini, erano comunque stati riconosciuti come ottimo rimedio e onorati dall’arciduca Lodovico e perfino l’imperatore gli aveva conferito la croce d’oro al merito. I viticoltori di Gries, Appiano, Cornaiano, S. Paolo e Termeno gli donarono un boccale d’argento del costo di 3000 Gulden. Oggi una strada di Bolzano è intitolata a questo benemerito “apostolo dello zolfo”, come veniva chiamato dagli scettici contadini, ma pochi ne conoscono i grandi meriti.
Pochi anni dopo, un altro giardiniere importò la peronospora, un fungo letale per la vite. Questa volta i contadini si lasciarono convincere dal centro sperimentale di S. Michele all’Adige, fondato un decennio prima, di trattare le piante con verderame e così riuscirono a contenere i danni di questa malattia. Quando la produzione cominciò finalmente a decollare e l’esistenza dei contadini a migliorare, nell’autunno del 1882 avvenne la grande alluvione che praticamente spazzò via l’intera valle dell’Adige causando danni immensi.

Autore: Reinhard Christanell

La Bassa Atesina tra Bolzano e Trento

Pochi territori della “terra tra i monti” sono stati contesi come la Bassa Atesina. La porta del Sud – o del Nord, a seconda dei punti di vista. La terra dove la gente si incontra – ma anche si scontra. Esclusi i misteriosi Reti, che non conoscevano il confine tra le due tradizionali “metà“ della regione, tutti i popoli successivi hanno accentuato divisioni e motivi di screzio.

I Romani di Augusto, che nel 15 a.C. tolsero la terra ai Reti, la inglobarono nell’antico municpium di Trento, sorto qualche decennio prima. I Tridentini si erano sottomessi volontariamente a Roma. Da quel momento, gli altri abitanti della Bassa Atesina iniziarono a sospettare dei fratelli romanizzati e infatti di lì a poco questi aiutarono Druso a impossessarsi dell’intera valle dell’Adige. I Romani tennero il territorio dell’Unterland in uno stato di soggezione perpetua. Non permisero la rinascita dei villaggi o la creazione di città. La Bassa Atesina doveva rimanere territorio di confine militare. Troppo importanti erano le vie di transito verso Nord per rischiare nuove sollevazioni dei Reti decimati e umiliati.
Dopo i Romani, calarono in Bassa Atesina Goti e Franchi, Longobardi e Bavari. I primi durarono poco ed essenzialmente lasciarono le cose come le trovarono. Un altro fattore subentrò presto a contraddistinguere l’unica città importante della valle, Tridentum, dal pagus, la campagna: la religione. La città era cristianizzata, Trento divenne importante sede vescovile. In campagna non si voleva saperne di abbandonare i vecchi culti pagani. Saturno era ancora la divinità principale dei contadini dell’Unterland e a ogni tentativo di spodestarlo venne opposta fiera resistenza. San Vigilio in persona peregrinò da un paese all’altro, fece costruire molte chiese cristiane, perorò ovunque la causa della nuova religione ma con scarsi risultati: la popolazione non accettava la parola di Cristo, che forse veniva ancora identificato con coloro che avevano distrutto la comunità e civiltà secolare dei popoli alpini. La lenta cristianizzazione proseguì per secoli e si impose definitivamente solo dopo l’era di Carlo Magno e il medioevo.
Longobardi e Franchi prima, Longobardi e Bavari poi si contesero a loro volta la valle dell’Adige. Il confine rimase fluido per secoli, spostandosi ora di qua, ora di là del fiume Isarco. Bolzano rimase quasi sempre – con qualche fugace parentesi – una città bavara ma bisogna anche tenere conto che Bolzano prima del medioevo era poca cosa. Quello che oggi è Bozen Dorf apparteneva al grande comune longobardo di S. Genesio, la parte opposta della conca formava l’altrettanto grande arimannia di Novum. Attorno a S. Giacomo, Laives e Bronzolo sorgeva una linea di confine tra Trento e Bolzano ma Trento era certamente la città principale in quanto sede del ducato longobardo.
Carlo Magno unificò i territori ma poi, nel 1027, i suoi successori elevarono Trento a città principesca e i suoi vescovi a signori assoluti del territorio. La Bassa Atesina, Bolzano, la Venosta furono donati alla curia trentina che ne mantenne il possesso per molti secoli. Certo, ci fu l’epoca della contea del Tirolo dal XII a XIV secolo, che costrinse il vescovo a dividere con i conti parte del potere temporale, ma a livello ecclesiastico il territorio rimase sempre di pertinenza trentina.
La nascita degli stati nazionali e l’insorgente nazionalismo portarono nuova linfa alle divisioni della Bassa Atesina, già terra di forte immigrazione a partire dal IXX secolo. Napoleone agli albori dell’800 tracciò una prima, grossolana linea di confine attraverso la Bassa Atesina ma il colpo di grazia all’unità e indipendenza dell’Unterland lo diede Benito Mussolini: nel 1927 divise la Venezia Tridentina in due province, Bolzano e Trento. Il confine venne fissato tra Bronzolo e Laives. Bronzolo, Ora, Egna, Aldino (che venne ribattezzata Valdagno), Montagna, Termeno, Cortaccia, Magrè, Cortina e Salorno passarono sotto Trento e i governanti fascisti chiamarono la zona Val di Sopra. L’obiettivo era dichiaratamente quello di “modificare il carattere fisico, politico, morale e demografico del territorio”.
Dopo la guerra, in tutta la Bassa Atesina si rialzarono le voci per il ritorno alla Provincia di Bolzano. Una prima manifestazione ebbe luogo il 30 maggio 1946 a Castelfeder. Migliaia di persone chiesero il distacco da Trento e alla fine il Dr. Toni Ebner di Aldino fece approvare una risoluzione per il ritorno della Bassa Atesina alla Provincia di Bolzano. Il trattato di Parigi aveva promesso l’autonomia alla provincia di Bolzano e ai paesi “mistilingui” della Bassa Atesina. De Gasperi comprese che per estenderla anche a Trento era necessario “attaccarsi” al carro bolzanino. La Bassa Atesina trentina gliene forniva un ottimo pretesto. Il suo obiettivo era la regione Venezia Tridentina con i Trentini e una minoranza di lingua tedesca. Ma alla fine cedette: in un primo momento, solo Salorno e Egna rimasero con Trento, gli altri comuni tornarono a Bolzano. Poi 4000 persone si radunarono a Egna il 28 dicembre 1947 e chiesero nuovamente il ritorno anche di Salorno e Egna. Roma acconsentì e il 14 marzo 1948 diede il via libera al ritorno di tutti i comuni all’Alto Adige. Ma il catasto, il tavolare, l’ufficio del registro, l’agenzia delle entrate rimasero a Mezzolombardo e la pretura di Egna faceva ancora capo a Trento. Ci vollero altri quattro anni perché anche questi uffici tornassero in provincia.

Reinhard Christanell

Bolzano libera dalle auto

Ancora una volta Bolzano blocca il traffico per dare spazio alle bici e alla sensibilizzazione sul loro utilizzo. Più di quattromila bolzanini hanno partecipato alla classica iniziativa di Bolzanoinbici. Ecco alcune foto della giornata di domenica 9 ottobre, realizzate dalla redazione di COOLtour.