UN FESTIVAL DI EMOZIONI

Dal 2 all’11 settembre scorso si è svolto a Laives “Identity in Motion”, il Festival d’arte organizzato dall’associazione “Lasecondaluna”. In giornate intensissime e fitte di appuntamenti, il Festival ha portato l’arte nelle strade e nelle piazze di Laives, regalando al pubblico di tutte le età tanti momenti d’incontro e riflessione. Foto di Lasecondaluna.

A BRUXELLES, TRA LINGUE E FUMETTO

I ragazzi di Comicstour, un progetto di Cooltour sostenuto dall’Ufficio bilinguismo e lingue straniere, hanno avuto modo di visitare la terza fiera di fumetto più grande d’Europa a Bruxelles: lì hanno potuto applicare alcune nozioni di francese apprese in un percorso di avvicinamento linguistico e hanno potuto conoscere una nuova città attraverso il linguaggio del fumetto.

La fiaccola della pace

La Staffetta Ventimiglia-Trieste è un evento che si è svolto per celebrare i 150 anni dalla fondazione degli Alpini: le 23 tappe hanno portato la fiaccola della pace, accesa durante l’Adunata nazionale di Trento del 2018, a coprire l’intero Arco alpino. Ecco alcune immagini della tappa meranese scattate, dagli organizzatori del “Progetto 150”.

Un’estate tuttinsieme

Giochi, nuove scoperte, divertimento per tutte le età e soprattutto tantissimi momenti per stare insieme e fare nuove conoscenze: è stata un’estate intensissima quella organizzata dal Centro Don Bosco di Laives, che tra le attività dell’Estate Ragazzi, del Grest e dei Campi Tenda e molto ancora non si è mai fermata. Foto del Centro Don Bosco.

Canederli insieme

Si chiude con la Sagra dei Canederli Estate Insieme, il ricchissimo calendario di eventi che il Club della Visitazione ha portato avanti quest’estate. Gli eventi hanno fatto parte della rete di comunità On Lovera.
Gli scatti fotografici sono di Shakira Casin COOLtour.

Ferie, lavoro e… voto

Nella nostra Costituzione il lavoro ha un’importanza fondamentale, al punto che questa dimensione di attività dei cittadini è la prima ad essere citata nell’art. 1, quale vero e proprio principio base.“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” si legge infatti nella prima frase della nostra carta fondamentale. La seconda frase che completa l’art. 1 ci ricorda un altro concetto chiave, ovvero che siamo noi a tenere le fila delle regole del gioco, attraverso il diritto dovere che quest’anno ci porterà alle urne anzitempo, il 25 settembre, con lo scopo di rieleggere il Parlamento (“La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”).
Tornando al lavoro, questa è assoluto protagonista anche dell’art. 4. In questo caso si dice che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro” e che “promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Quindi non si afferma solo un diritto “teorico” ma si sancisce un vero e proprio impegno dello Stato, affinché questo diritto si esprima nella vita di ognuno di noi. Non solo. Nel prosieguo dell’art. 4 si chiarisce anche che “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. In questo caso si tratta di un “dovere”, che però – attenzione – non va svolto in una dimensione di schiavistica costrizione, come purtroppo spesso accade. Inoltre: il lavoro del cittadino ha anche un ruolo sociale, positivo, che deve contribuire a farci crescere tutti, non solo economicamente ma anche – potremmo dire più laicamente – dal punto di vista della “qualità” della nostra “civiltà”.
Il lavoro torna poi in diversi altri articoli della nostra carta, tra cui l’art. 36. “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”. Sulla prima parte di questo articolo ci torneremo senz’altro. Troppi sono infatti i cittadini che, oggi in Italia, sono poveri (insieme alle loro famiglie) anche se lavorano.
In conclusione non ci resta che ricordare dunque il diritto al riposo e in particolare alle ferie retribuite. Non rinunziarvi è un altro diritto dovere. Durante le vacanze quest’anno potremo anche cogliere l’occasione per chiarirci le idee sulla importante scelta che dovremo compiere a fine settembre. Senza farci incantare dalle promesse vane dei politicanti senza scrupoli che spesso ci prendono per sprovveduti.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del gironale

Disuguaglianze, povertà e crisi climatica

INSERZIONE PUBBLICITARIA – L’impennata dei prezzi dei generi alimentari causata dal conflitto in Ucraina sta portando alla disperazione molte popolazioni africane, già provate dalle conseguenze della pandemia degli ultimi anni. A questo si sommano siccità e inondazioni causate dal cambiamento climatico, che minacciano i raccolti di cui ci sarebbe un bisogno più urgente. A destare preoccupazione è soprattutto il Corno d’Africa, dove quasi un terzo della popolazione soffre la fame, e fra questi 10 milioni di bambini.

La bocca di Ana è chiusa, e lei parla poco. Sono i suoi occhi a raccontare di quanto sia tragica la realtà in cui le persone muoiono di fame e di sete. Tutto intorno a lei le ricorda queste sofferenze: il marito che per periodi sempre più lunghi si assenta da casa in cerca di pascoli; i fratelli che hanno venduto tutti i capi di bestiame per non vederli morire; i figli delle amiche che vengono ricoverati in ospedali di fortuna, e il bambino che porta in braccio: debole e infreddolito nonostante le torride temperature africane.
Qui la situazione è drammatica per tutti, ma sono i più piccoli a subire le conseguenze peggiori.
Spesso i bambini conoscono la fame ancor prima di nascere, nel grembo asciutto di giovani madri a loro volta malnutrite. In molti non raggiungono il quinto anno di vita, e chi sopravvive sviluppa frequentemente ritardi nella crescita, come mostrano i corpi troppo magri per l’altezza o per l’età anagrafica.
Il programma di alimentazione mondiale (WFP) stima che nei Paesi del Corno d’Africa, 1 bambino su 3 presenti danni fisici e cognitivi irreversibili, per la carenza di cibo nella prima fase di vita. Sono invece 15 milioni (Onu) le persone che soffrono la fame in questa regione, e il numero è in preoccupante aumento.
Anche Ana è parte di questa statistica, ma la sua storia come altre non fa rumore. “La fame è una tragedia silenziosa”, ha ricordato Franz Kripp, direttore della Caritas, descrivendo la drammatica situazione di molte popolazioni africane, all’avvio della campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi ‘La fame non fa ferie’.

Le crisi globali si abbattono su una situazione già precaria
In molti Paesi a sud del Sahara, da tempo afflitti da insicurezza alimentare, la situazione si sta aggravando per la combinazione di diversi fattori esplosivi. Alla crisi economica legata alla pandemia del coronavirus, si somma una profonda crisi umanitaria innescata dalla peggiore carestia degli ultimi decenni. Preoccupa maggiormente l’innalzamento incontrollato dei prezzi dei generi alimentari di base, che sta affamando le popolazioni in molti stati. Il conflitto in Ucraina non fa che aggravare questa situazione, poiché molti Paesi africani sono fra i maggiori importatori di prodotti come grano, mais e olio, che oggi risultano inaccessibili per via dei blocchi dei porti da parte di Mosca e per la povertà dilagante. Eventi climatici estremi non fanno che peggiorare la situazione: siccità prolungate alternate a piogge improvvise impediscono alle colture di giungere a maturazione, e le famiglie che vivono principalmente di agricoltura di sussistenza si trovano a non avere nulla da mangiare. Anche i piccoli allevatori, come la famiglia di Ana, costretti a cercare pascoli fertili in luoghi sempre più remoti, si trovano spesso obbligati a vendere tutti i capi di bestiame per miseri guadagni, o ad abbattere i pochi animali sopravvissuti per riuscire a sfamare, anche se per brevi periodi, le proprie famiglie. Regioni come il Corno d’Africa pagano inoltre un prezzo ancora più alto per via di disordini interni, come ad esempio la guerra fratricida del Tigray al confine fra Etiopia ed Eritrea, che provoca ulteriori solitudini e sofferenze.

Un piccolo aiuto con grandi ricadute
Per far fronte a questa emergenza umanitaria e ambientale, è necessario intervenire subito e su più livelli. La Caritas diocesana di Bolzano e Bressanone è da tempo attiva in vari Paesi dell’Africa subsahariana, in Etiopia, Eritrea, Kenya, Mozambico, ma anche Uganda, Senegal, Madagascar e Repubblica Democratica del Congo, con numerosi progetti che puntano specialmente sulla promozione delle donne e sull’emancipazione delle nuove generazioni dalle condizioni climatiche spesso avverse.
“Nel corso degli anni, e grazie alla lunga collaborazione con i nostri partner sul territorio, abbiamo organizzato corsi di formazione rivolti ai piccoli agricoltori, per promuovere ad esempio, la coltivazione di varietà resistenti alla siccità, per diffondere tecniche di agricoltura irrigua e non più legata alla stagionalità delle piogge, per concimare il terreno in autonomia rendendolo più fertile. Abbiamo inoltre sostenuto gruppi di muto aiuto, sia fra contadini che fra le donne. La solidarietà del gruppo infatti, rende le persone più indipendenti dall’aiuto esterno, e permette un minimo di sviluppo imprenditoriale grazie a programmi di micro credito”, racconta Sandra D’Onofrio, responsabile del servizio Mondialità della Caritas, che accompagna i progetti all’estero.
Contrastare l’insicurezza alimentare, è infatti un’attività che necessità di una visione sul lungo periodo, e in questa direzione guardano i progetti della Caritas, cercando di tenere insieme sia aspetti di emergenza umanitaria che quelli legati alla necessità di uno sviluppo locale sostenibile. “È però solo grazie alla generosità di molti altoatesini che continuano, oggi come ieri, a sostenere il nostro lavoro, che possiamo dare una speranza a famiglie esasperate dalla miseria e dalla povertà” afferma il direttore della Caritas Franz Kripp, ringraziando i donatori. Kripp ricorda inoltre come la gravità della situazione imponga di continuare su questa strada della solidarietà, espandendo, seppure a piccoli passi l’intervento della Caritas e dei suoi partner africani, per garantire migliori condizioni di vita e una prospettiva di futuro alle persone. Questo perché morire di fame, per adulti o bambini, è semplicemente inaccettabile.

Combattere la fame è possibile

Con la causale “Fame in Africa”, puoi sostenere le attività di Caritas contro la fame in Africa facendo una donazione oppure diventando un sostenitore costante con 9 euro al mese.
Ogni donazione aiuta le famiglie ad attrezzarsi per affrontare le crisi in corso e quelle future.

Con 11 euro al mese garantite ogni giorno un pasto caldo per bambine e bambini nelle scuole.
Con 25 euro al giorno una famiglia di agricoltori riceve una fornitura di sementi come base per potersi garantire un raccolto.
45 euro garantiscono a una famiglia numerosa la fornitura di cibo per un mese.
Con 100 euro si amplia di 20 metri la rete di acqua potabile per le comunità dei villaggi.
240 euro permettono a una madre di aprire un piccolo negozio nel villaggio, assicurando alla famiglia un sostentamento e promuovendo l’economia locale.

Aiutaci anche tu!
Conti Caritas per le donazioni:
Raiffeisen Cassa Centrale, IBAN: IT42F0349311600000300200018
Cassa di Risparmio di Bolzano, IBAN: IT17X0604511601000000110801
Banca Popolare dell’Alto Adige, IBAN: IT12R0585611601050571000032
Intesa Sanpaolo, IBAN: IT18B0306911619000006000065

Ulteriori informazioni possono essere ottenute anche online www.caritas.bz.it o presso la Caritas in via Cassa di Risparmio 1 a Bolzano

La sfida del servizio gratuito e continuativo

In queste settimane i giovani tra i 18 e i 28 anni possono presentare domanda per prestare il servizio civile provinciale. Un impegno di otto o dodici mesi a favore della collettività. La stessa possibilità è offerta anche a livello nazionale col servizio civile universale. Un’esperienza sempre arricchente, soprattutto se scelta in un’ottica di gratuità.

Otto mesi o un anno di servizio nei settori dell’assistenza sanitaria e sociale, del reinserimento sociale o degli interventi di emergenza e della protezione civile, dell’educazione, della promozione culturale o della tutela del patrimonio ambientale e artistico, della tutela dei diritti dei consumatori e degli utenti, delle attività di tempo libero o dell’educazione allo sviluppo. Insomma, in tutti gli ambiti dove sono attive le organizzazioni di volontariato senza scopo di lucro.
Le caratteristiche che rendono feconda questa esperienza sono l’impegno continuativo e la gratuità. Oggi non è scontato che le persone prendano impegni a lungo termine. Un po’ perché la vita ci mette di continuo di fronte alla sfida di cambiamenti frequenti, un po’ perché i grandi orizzonti vengono sostituiti da obiettivi spiccioli. Il servizio civile, quando offre un orizzonte di senso, motiva l’impegno per gli altri, dimensione capace di dare contenuti e significati a una vita intera.
Benché i volontari del servizio civile ricevano un rimborso mensile, il loro impegno diventa prezioso – per loro stessi – se dato all’insegna della gratuità. Ovvero senza l’obiettivo primario di averne qualcosa in cambio. Quindi si è chiamati a dare e basta? Sì. Tuttavia, chi ha imparato a donare gratuitamente, sa bene che a conti fatti è sempre più quello che si riceve di quello che si dà.
Il servizio civile aiuta le persone a crescere, poiché chi dà riceve, mentre chi non dà alla fine si ritrova sempre con un pugno di mosche.

Autore: Paolo Bill Valente

Gli architetti Andrea e Pietro Delai

Via Delai, che collega via Piave con via Francesco Crispi, è un caso di via intitolata non a una persona singola, ma, doveroso omaggio a una famiglia, a una stirpe di architetti che ha operato molto a Bolzano, ma anche in altre zone del Tirolo meridionale.

I Delai, originari di Scaria d’Intelvi (Como), erano una delle famiglie lombarde che intorno alla fine del ‘400 e i primi del ‘500 si introdussero stabilmente in Alto Adige, assumendo lavori sempre più impegnativi. Divennero civici costruttori della municipalità bolzanina, impegnandosi, fra il ‘600 e il ‘700, alla realizzazione di numerosi progetti. Iniziamo brevi cenni in merito ricordando due architetti ai quali è intitolata una Scuola superiore bolzanina; opera di Andrea e Pietro Delai fu uno dei più significativi esempi di architettura barocca, la chiesa del Santo Sepolcro o del Calvario (colle del Virgolo), edificio a pianta centrale realizzato nel 1683.
Mentre nel 1676-1677 Andrea realizzò la cappella di S. Croce della residenza Reinsberg presso Appiano, a Pietro si deve la chiesa di S. Margherita a Vipiteno (1678-1680).

Due chiese, quella di Novale presso Vipiteno (1666-1669) e quella di S. Antonio a Collalbo (1672) sono invece opera di Giacomo. Altra chiesa dedicata a S. Antonio, opera dei Delai (1698-1699), si trova a Settequerce. A Francesco Delai si deve la chiesa di Rifiano (1668-1673), mentre Giuseppe fu progettista del palazzo Mamming a Merano (1675-1680). Opera di Giovanni Battista Delai è la chiesa di Elvas (1698); dello stesso è la cappella delle Grazie a Novacella (1695). Allo stesso Giovanni Battista, ma assieme a Giuseppe Carlo, si deve il Palazzo Mercantile di Bolzano, su progetto del veronese Francesco Perotti (1705-1716). Opere di Giuseppe Carlo Delai, l’ultimo della famiglia, furono le chiese a pianta centrale come S. Maurizio a Bolzano (1736), S. Elisabetta a Vipiteno (1728-1733) e la cappella delle Grazie nel Duomo di Bolzano (1743-1745).

Autore: Leone Sticcotti