Nella nostra rubrica abbiamo affrontato varie volte il tema della sicurezza informatica e del cybercrimine. Oggi continuiamo sul tema, parlando del cosiddetto “phishing” informatico. Il termine, che letteralmente significa “pescare”, rimanda al concetto di “provare a lanciare un amo” e vedere chi cade nel tranello. In questo contesto, lanciare l’amo significa, solitamente, inviare una e-mail a moltissimi indirizzi spacciandosi per qualcun altro: una azienda, la polizia, un ente pubblico, ecc. Il soggetto dell’e-mail ha spesso un tono allarmistico, come ad esempio “il tuo account facebook sta per essere bloccato”, oppure “abbiamo rilevato delle transazioni sospette con la tua carta di credito”, o ancora “la tua certificazione COVID è stata rubata”. Il contenuto dell’e-mail non è da meno, e porta gli utenti (soprattutto quelli inesperti) a preoccuparsi. Al di là del contenuto specifico del messaggio, la parte finale è sempre la stessa: invita chi riceve l’e-mail a cliccare su un link e fornire i propri dati (username, account, nome, cognome, carta di credito, …). Cliccando sul link, si apre un sito che appare (quasi) identico a quello che ci si aspetta di trovare (ad esempio, una “copia” fedele della pagina di autenticazione di Facebook, o del sito della carta di credito), oppure comunque dall’aspetto professionale (ad esempio, un sito che riporta il logo del ministero della salute). È qua che il malcapitato viene preso all’amo: una volta inseriti i dati sensibili richiesti, questi vengono in realtà rubati per poi essere utilizzati per attività illecite, come utilizzare i dati della carta di credito per effettuare transazioni o rubare l’identità dell’utente. Varianti del phishing sono oggi diffuse anche direttamente sui social network stessi, e non sono facilmente rilevabili dai software antivirus e antispam. Come difendersi quindi? Imparando a conoscere il fenomeno e a stare vigili. Innanzitutto controllando l’indirizzo e-mail di provenienza (non il nome che compare nei software per leggere l’e-mail, ma l’indirizzo vero e proprio). In secondo luogo: praticando lo stesso accorgimento sul nome del link che si viene invitati a seguire. Questi nomi richiamano di solito il tema della truffa (ad esempio, contengono “facebook”, oppure “ministero-della-salute”) ma contengono anche parti sospette. In terzo luogo, e in senso molto generale: nessuna attività lecita chiede all’utente di inserire dati sensibili attraverso il click di un link da una e-mail. Per verificare quindi se c’è davvero un problema, invece di cliccare sul link basta andare autonomamente sul sito in oggetto (utilizzando quindi l’indirizzo web ufficiale). Insomma: i piccoli accorgimenti umani fanno la differenza.
Ulderico Squeo, dirigente in pensione, vive a Bolzano, è felicemente sposato con Silvana, è padre di due figli e nonno del piccolo Diego. È stato nel Consiglio Direttivo del Gruppo Comunale AIDO di Bolzano per tre mandati quadriennali consecutivi, ed è tuttora volontario dell’associazione. Dall’inizio del 2022 fa parte del Consiglio Direttivo del Centro culturale S. Giacomo. Amante degli sport all’aria aperta: recentemente ha percorso con la figlia Stefania un tratto della Via Francigena e del Cammino di San Giacomo in Alto Adige.
La cosa che mi piace di più di me. Il mio self control. Il mio principale difetto. Sono testardo, un po’ prolisso e anche un po’ logorroico. La volta che sono stato più felice. Il giorno del mio matrimonio e quando sono nati i miei due figli. La volta che sono stato più infelice. Il giorno in cui ho perso mio padre alla tenera età di sette anni. Da bambino sognavo di diventare… … un falegname. La persona che ammiro di più. Papa Francesco, che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere personalmente. Il capriccio che non mi sono mai tolto. Comprarmi una barca a vela. La mia occupazione preferita. Mi piace scrivere qualsiasi cosa, dovunque (messaggio, email, cartolina, lettera, racconto, ecc.)… sono un grafomane?! La stagione preferita L’inverno. Il mio musicista preferito. Paolo Fresu….amo il jazz. Il mio pittore preferito. Caravaggio. Non sopporto… Chi trasgredisce le regole, specialmente quelle del Codice della strada…a cominciare dai pedoni! Il giocattolo che ho amato di più. Il traforo. La disgrazia più grande. La guerra: assurda, insensata, inutile…produce solo distruzione e morte. L’oggetto a cui sono più legato. Il mio orologio da polso. La massima stravaganza della mia vita. Un viaggio a Capo Nord a bordo di un autobus di linea, trasformato in camper con alcuni amici. Il mio motto: “Estote parati” (state pronti) è il motto dei Boy Scouts, che ho sempre avuto fin da ragazzo.
Vi proponiamo la seconda e ultima parte del singolare racconto del 1847 dello scrittore e giurista tedesco Ludwig Steub (1812-1888), da cui emerge in modo colorito ed efficace la Laives dell’epoca e la vivace vita dei suoi abitanti. La prima parte narrava del contenzioso tra Laives e Pietralba della statuetta miracolosa, contenzioso che andrà avanti e verrà in qualche modo risolto… La traduzione italiana è dell’autore di questa rubrica Reinhard Christanell.
Il nostro governatore, della nobile stirpe dei conti von Brandis (…) non poté fare a meno di riconoscere il significato profondamente popolare e religioso di questa questione. Egli ammonì la comunità (di Laives) tramite il prevosto di Bolzano intimandole di consegnare la sacra immagine, tuttavia tuttavia senza successo (…) Inoltre, non si riteneva necessario procedere in tal senso trovandosi, a detta dagli esperti periti, la vera immagine ancora e sempre sul monte, mentre quella in paese altro non era che una copia e non ritenevano giusto essere privati della misera soddisfazione di poter offrire ai gottosi, ai malati di polmoni e alle altre persone che non erano più in grado di arrampicarsi sulla montagna, un santuario accessibile. Il governatore non fu affatto soddisfatto di questa risposta, e anzi considerò questa opinione più stolta che saggia e pertanto diede personalmente l’ordine di riconsegnare l’immagine. Anziché onorare tale ingiunzione, i Laivesotti si irrigidirono con deplorevole ostinazione sulle loro posizioni e addirittura importunarono i superiori con la loro disputa dell’immagine sacra. Purtroppo, non si sa come, ne nacque anche un contenzioso del tutto profano e i Laivesotti si avvalsero di mezzi che, per il bene dei Serviti, avrebbero fatto meglio a non tirare in ballo. Infatti alla loro petizione aggiunsero una scatola contenente varie immagini, quadretti, lettere, acque benedette per bestie e umani e pure certi pani, tutti oggetti che si trovavano anche in una ben fornita bottega accanto al tempio della Santa Vergine e vi venivano venduti per il bene della stessa e dei suoi servitori. Le autorità di Vienna, consci dell’ondata di illuminismo che aveva colpito l’impero, in tali questioni di commercio di “oggetti sacri” preferivano tenere una posizione defilata e dunque travisarono l’istanza e non riconobbero affatto la rilevanza pastorale di tali articoli edificanti, – e anzi si spinsero fino al punto da domandare se tale “malcostume” perdurasse tuttora. I Serviti dovettero rendersi conto che della loro fede, della loro pietà e del loro fervore nell’onorare la vera immagine non si teneva conto a sufficienza e pertanto ritirarono “temporaneamente” la loro richiesta, non senza la speranza che anche per loro arrivasse un giorno più propizio. E tale è anche il proposito del nostro governatore; è infatti sua volontà di rendere gli onori alla copia di Laives alla testa di un battaglione di Kaiserjäger e di ricondurla con pompa guerresca a Pietralba; forse il modo migliore per ricondurre alla ragione i testardi Laivesotti. Nel corso degli anni seguenti Sua Eccellenza non mancò di omaggiare anche l’immagine di Pietralba e con ciò le conferì una patina di autenticità che sembrò addirittura accrescere la sua brama miracolosa. Malgrado ciò neppure il cuore di Sua Eccellenza è spoglio di perplessità che troveranno risposta solamente quando l’immagine di Laives sarà riportata lassù a Pietralba e sia realmente possibile raffrontare le due immagini per individuare quella falsa. Nel frattempo, la ripresa significativa dei pellegrinaggi nella nostra terra ha contribuito non poco all’intensificarsi dei rapporti con i nostri vicini italiani. Dato il gran numero di sante messe ordinate dai pellegrini, il clero tedesco non è più in grado di esaudire tutti i desideri. Ne consegue che molte centinaia di richieste di messe si dirigono verso le terre italiane e ciò a prezzi decisamente più convenienti, dato che in quei luoghi vengono celebrate per un prezzo ribassato dal dieci e al venti percento rispetto al Tirolo tedesco. L’eccedenza è trattenuta, con gran soddisfazione dei patrioti, in mani tedesche e contribuisce in larga parte al sostentamento del nostro clero. Qui termina il breve racconto della storia dell’Immagina Sacra dovrebbe poi provare, che in questa terra siamo ancora in grado di subordinare le cose terrene a quelle ultraterrene e di non trascurare, tra le inezie del presente, quelle eterne. Se anche il progetto ferroviario, la regolamentazione del corso dell’Adige, la questione forestale eccetera sono assurti agli onori della cronaca, ciascuno che ben ci conosca è conscio del fatto che, in mezzo a tanta confusione, possibilità e chimere, alla fin fine ci affidiamo sempre volentieri alla mano dei nostri preti per il bene della nostra salute eterna.
Non è un paese per madri Autrice: Alessandra Minello Laterza, 160 pag. Il titolo del libro di Alessandra Minello, ricercatrice in Demografia al Dipartimento di Scienze statistiche dell’Università di Padova, fotografa perfettamente la situazione in Italia: il nostro è un paese in cui diventare ed essere madri è complesso. Non stupisce che il tasso di natalità sia tra i più bassi d’Europa. Le cause sono diverse, illustrate chiaramente, dati alla mano, da Minello, che ha presentato il suo saggio alla libreria Ubik a Bolzano il 4 luglio scorso in dialogo con Luciana Mellone, Presidente nazionale de “Il Melograno”. Fare figli in Italia è un’impresa. I servizi per l’infanzia sono ancora troppo scarsi o troppo costosi, i congedi di paternità e maternità non sono equivalenti. A ciò si aggiunge un mercato del lavoro instabile, con l’incertezza economica (acuita dalla pandemia). Ma ci sono anche fattori culturali ancora radicati e difficili da scalfire: in Italia è ancora forte la divisione tradizionale dei ruoli, ed il peso della “cura” ricade ancora molto, troppo, sulle spalle delle donne. “Viviamo in un Paese – spiega l’autrice nell’Introduzione al libro – in cui la maternità è un percorso ad ostacoli cui si arriva tardi, se ci si arriva, e che crea oggettivi svantaggi nella vita lavorativa. Ciò nonostante resiste pervicace il mito della maternità. La madre è depositaria unica della virtù della cura, schiacciata dal peso della perfezione, dalle responsabilità e dal senso di colpa“. Un mito che non solo schiaccia chi è madre, ma spesso giudica chi non lo è. Secondo Minello un’inversione di rotta è possibile oltre che necessaria, ma deve avvenire attraverso il coinvolgimento non solo dei generi, ma anche di tutte le generazioni, soprattutto quelle che ancora oggi hanno il potere decisionale. Insomma, puntare lo sguardo sugli ostacoli è il primo passo per iniziare a superarli.
Nello scorso numero abbiamo lasciato il ventenne Piero Messina negli studi milanesi della Numero Uno in qualità di chitarrista dei veronesi Alpha Centauri: “Il gruppo era una meraviglia – ci racconta il musicista – l’etichetta lo voleva assolutamente, ma aveva imposto che avessero un chitarrista e che se non ci avessero pensato loro gliene avrebbero imposto uno d’ufficio. Io ero giunto a Verona da poco e fui invitato per un provino: secondo me erano già perfetti senza chitarra, ma tant’è, fui presto a bordo e per un po’ quella è stata la mia vita”. Lavorare per la casa discografica di Battisti e Mogol, voleva dire avere a che fare con gente come Bruno Lauzi, Sandro Colombini, lo stesso Battisti, nomi che parlano da sé; gli Alpha Centauri (il nome era stato imposto dall’etichetta) divennero, con la Formula Tre, il nome di punta dell’etichetta per la sezione complessi, e si dice che se non si fossero sciolti sarebbero stati anche meglio dei loro compari di scuderia. “Ci fecero registrare due brani per un singolo – prosegue Messina –: la versione di un brano dei Fruitgum Company, che avevano da poco sfondato in classifica con Simon Says, e una ben più consistente versione in italiano di un brano di Cliff Richard e Hank Marvin (voce e chitarra degli Shadows, n.d.r.). Registrammo tutto in appena tre ore, perché lo studio pur essendo di proprietà dell’etichetta per mantenersi aveva bisogno di lavorare anche per altri e quindi agli artisti di casa rimanevano delle tempistiche molto ridotte. Lavoravamo molto sugli impasti vocali, il tastierista era un fenomeno e per un anno abbiamo suonato nello stesso giro della Formula Tre”. Narra la leggenda che nel singolo del gruppo, Dai treno dai / Immagine bianca, abbia suonato la chitarra acustica lo stesso Battisti, ma se così è il suo strumento è parecchio sepolto nella registrazione. Il disco è divenuto oggi oggetto da collezione, venduto in certi casi a quasi duecento euro. La fine del gruppo fu decretata dalla decisione del tastierista di mollare per frequentare il quarto anno di composizione al conservatorio. Nel frattempo Piero Messina aveva continuato a frequentare alcuni amici bolzanini, in primis Giancarlo Bertoni, colui che gli ha fatto conoscere dischi bellissimi e lo ha introdotto, tra l’altro, alla musica dei Van Der Graaf Generator, formazione di prog rock assai in auge all’epoca, con particolare seguito in Italia pari se non maggiore di quello dei coevi Genesis. “I Van Der Graaf – ricorda Messina – vennero a suonare al Lem di Verona, un locale col palco basso che permetteva di stare a poca distanza da chi suonava: a fine concerto presi il coraggio di andare dietro le quinte per parlare con loro. È stato così che ho fatto amicizia col sassofonista David Jackson, cominciammo a scambiarci per posta cassette su cui entrambi registravamo le cose che stavamo facendo. Pochi mesi dopo tornarono al Lem e coinvolsi anche Giancarlo, che mi aveva introdotto alla loro musica, così dopo il concerto trascorremmo la nottata con alcuni di loro in giro per la città”. I Van Der Graaf erano allora allo scadere del loro contratto con la Charisma e venne fuori l’idea di fare qualcosa insieme, in un primo tempo addirittura il brano di Piero Fairhazel Gardens avrebbe dovuto essere cantato da Peter Hammill, ma questi decise a breve di fare il solista così la collaborazione fu tra Messina e gli altri componenti del gruppo. “I Van Der Graaf e la loro musica – prosegue a raccontare – sfuggivano ogni possibile etichettatura, erano musicisti fenomenali; ci siamo ritrovati in una fattoria sperduta nel Galles in cui fu allestito lo studio mobile della Polydor. Il banco era in cucina, in una stanza suonava il batterista Guy Evans, in un’altra suonava Jackson, io al piano di sopra, tutti con lunghissimi cavi per le cuffie suonando tutto in diretta. Le finestre e le porte erano coperte di materassi per attutire i rumori esterni… Una cosa che non è mai stata detta è che Giancarlo è stato determinante in senso assoluto per la realizzazione del disco (uscito su United Artits col titolo di The Long Hello, e con disegno del bolzanino Paolo Paglia in copertina n.d.r.) visto che si è occupato della produzione esecutiva e del budget lasciando a noi la parte artistica. Ricordo che la moglie di David cucinava per noi nello chalet di fianco alla fattoria e per tarare i volumi e fare un po’ di riscaldamento il primo giorno abbiamo suonato brani degli Shadows. Sono stati anni bellissimi ed esperienze molto importanti, quello che rimane sono i bei ricordi. L’anno prossimo saranno cinquant’anni giusti, giusti…”.
Per 4 persone Verdura fruttata a dadini 20 ml olio d’oliva 100 g zucchine 200 g peperoni spellati 100 g melanzane 200 g finocchio 100 ml acqua 100 ml succo d’arancia 100 ml succo del frutto della passione 100 g melone 1 p. pepe di Caienna 4 tranci di pesce spada da 120 g ciascuno sale q.b. 1 cucchiaino di pepe nero 30 g rucola per guarnire
Preparazione
Per la verdura fruttata riscaldate l’olio in una padella, stufarvi le zucchine, i peperoni rossi e gialli già pelati, le melanzane e il finocchio tagliati a dadini con l’acqua. Irrorate con succo d’arancia e frutto della passione e cuocete per circa 5 minuti. Insaporite con il melone a dadini e il pepe di Caienna. Tagliate il pesce spada, salatelo e grigliatelo su entrambi i lati sulla graticola calda per circa 4 minuti. Cospargetelo con il pepe nero macinato grossolanamente. Distribuite la verdura fruttata con il liquido di cottura in piatti fondi, adagiatevi sopra i tranci di pesce spada grigliati, guarnite infine con la rucola e l’olio d’oliva.
Un viaggio lungo oltre mille chilometri per celebrare un importante anniversario: è la storia di Peter e Zita Tribus, 63 anni entrambi, che sono partiti zaino in spalla per un pellegrinaggio nel nome del Signore e della fede. Con un importante particolare: tutto il viaggio è stato compiuto completamente a piedi.
Un’avventura durata 45 giorni, dal 16 marzo al 30 aprile, partita da Merano e conclusasi in piazza San Pietro a Roma. Oltre mille chilometri percorsi attraversando l’entroterra italiano in lungo e largo, visitando chiese e piccoli paeselli giungendo fino al Vaticano, per festeggiare e consolidare il loro intenso amore. Peter e Zita sono due imprenditori in pensione che si sono conosciuti nel lontano 1977 e sposati tre anni dopo, nel 1980. Hanno tre figli – e quattro nipoti – a cui hanno affidato l’azienda di famiglia, e si possono descrivere come due persone piene di vita e con il sorriso sempre addosso. Dopo due anni di pandemia e di restrizioni hanno deciso di intraprendere un viaggio che potessero ricordare per tutta la vita. Una storia che dimostra come l’amore e la fede possano generare momenti incredibili.
Signor Tribus, come vi siete preparati al viaggio? La preparazione è iniziata inconsapevolmente durante il primo lockdown di marzo 2020. Chiusi in casa abbiamo deciso di metterci alla prova con le challenge sportive che giravano per i social. Facevamo su e giù per le scale, correvamo in giardino e più tardi abbiamo anche percorso Merano-Innsbruck a piedi. Una volta liberi da tutte le restrizioni e raggiunta la pensione abbiamo deciso di andare a Roma, una città bellissima. Mia moglie voleva andarci in bici ma io ho pensato che dopo tutto l’allenamento fatto fossimo pronti per andarci a piedi. Dopo un minimo di programmazione ci siamo chiusi la porta di casa alle spalle e siamo partiti.
“È stato come sposarsi una seconda volta. Stiamo insieme da 45 anni, la fiamma è accesa da tanto tempo e non vogliamo farla spegnere”
Come vi siete organizzati? La nostra guida era la carta del pellegrino, un itinerario di diverse chiese con tutte le tappe segnate, che in media erano lunghe 25 chilometri, e che siamo riusciti a rispettare alla perfezione. Per fortuna non abbiamo mai riscontrato problemi di alcun tipo, anche il tempo è stato clemente dato che ha piovuto una sola volta. Per dormire ci siamo appoggiati ai B&B che trovavamo lungo la strada, e per qualsiasi necessità utilizzavamo il telefono oppure contattavamo i numeri d’emergenza presenti nel libretto. La nostra strategia è stata quella di alzarci sempre presto al mattino verso le ore 6.30 e arrivare a mezzogiorno con gran parte della tappa già percorsa. Anche per questo ci abbiamo impiegato molto meno di quello che pensavamo. L’unica grande pausa che ci siamo concessi è stata a Greccio, in provincia di Rieti, per visitare il primo presepe della storia e il santuario fondato da San Francesco.
Fisicamente è stato difficile? Abbiamo scoperto di essere molto più forti di quello che pensavamo. Abbiamo retto molto bene tutte le tappe, e abbiamo sempre svolto un ottimo lavoro di recupero delle forze una volta arrivati in albergo. Ma vorrei anche sottolineare come in un mese e mezzo non abbiamo mai litigato una singola volta. Alla fine del viaggio abbiamo capito di amarci ancora più di prima.
Lungo il percorso avrete sicuramente incontrato molte persone. Come hanno reagito quando avete raccontato del vostro viaggio? Il primo commento che ci facevano sempre era “Voi siete pazzi!” (ride, ndr). Poi però quando raccontavamo i dettagli del viaggio restavano affascinati e volevano saperne di più. Con molte persone che abbiamo conosciuto siamo rimasti in contatto e ci sentiamo ancora oggi. Abbiamo stretto nuove amicizie in tutta Italia e questo ci ha resi felici. A Piacenza una signora ci ha anche offerto ospitalità, donandoci un letto e un pasto. Molti albergatori quando hanno visto che eravamo pellegrini ci hanno anche fatto un prezzo speciale. Sono piccoli gesti che però rimangono nel cuore.
La fede che ruolo gioca nelle vostre vite? Siamo molto credenti. Dio ci ha dato la possibilità di vivere una vita bellissima e di goderci ogni giorno le cose positive di questo mondo. Durante il viaggio siamo entrati in tutte le chiese per pregare. È un gesto semplice ma di grande ringraziamento verso la vita e necessario nei confronti di tutte le persone che soffrono nel mondo come il popolo ucraino.
Una volta entrati a Roma che sensazioni avete provato? Per rispondere potrei farle vedere una video dove mia moglie corre verso la Basilica di San Pietro con in sottofondo una musica emozionante. Quando da ponte Sant’Angelo abbiamo cominciato a intravedere la piazza abbiamo realizzato di aver compiuto un’impresa incredibile. Ci siamo sentiti come se stessimo volando. In più siamo stati accolti da alcuni nostri amici che dall’Alto Adige sono venuti a Roma per farci una sorpresa al nostro arrivo. Successivamente abbiamo visitato la Basilica e incontrato da vicino il Papa insieme ad altri pellegrini.
Questo viaggio cosa vi ha lasciato? È stato come sposarsi una seconda volta. Stiamo insieme da 45 anni, abbiamo una bella famiglia e abbiamo potuto vivere momenti incredibili. Il nostro rapporto si è fortificato ancora di più, il nostro è un sentimento positivo, una fiamma che rimane accesa da tanto tempo e che non vogliamo far spegnere. E in futuro contiamo già di poter rimetterci gli zaini in spalla e partire per nuove avventure.