La nascita dei parchi pubblici di Bolzano #2

Nell’Ottocento, Bolzano annoverava già due parchi pubblici: quello della Stazione e il Rosegger di via Marconi. Dall’altra parte del Talvera, il comune autonomo di Gries non era rimasto a guardare. Nel 1898 i cittadini di quel borgo potevano godere di uno spazio pubblico verde, pari per estensione a quello della Stazione di Bolzano. Questo parco si attestava frontalmente al ponte Talvera sul lato di Gries, e ricalcava, in parte, il sedime dell’attuale parco della Vittoria. Il perimetro verde era di forma triangolare ed era suddiviso in sei vaste aree alberate con piante ad alto fusto. Il giardino era di tipo all’inglese ed era ingentilito da un laghetto artificiale di forma circolare. Altresì, veniva denominato “parco” anche il lato più a nord, dove oggi si trova parco Petrarca. In quel luogo, in realtà, venivano raccolti i legnami provenienti dal Talvera e lì depositati. Sul lato sud, in corrispondenza delle attuali passeggiate S. Quirino, esisteva un grande piazza d’armi, destinata alle esercitazioni militari, anche se le leggende cittadine, ci narrano un’altra storia. Lì, in verità, venivano infatti stesi alla luce del sole i panni dei cittadini di Gries ad asciugare. Con la costruzione del ponte in ferro e l’arrivo del tram, che da Bolzano conduceva verso Gries, il parco venne arricchito da un bel portale di ingresso. Esso era composto da tre archi e ben presto, sopra di essi, fiorì una bella pianta di glicini. L’arco trilobato venne quindi rinominato dai cittadini “il portale dei glicini”. La pianta fioriva in primavera e durava per tutta la bella stagione. Ma la pace e l’armonia di questa parte della città, durarono poco. Dietro al portale, allo scoppio della Prima guerra mondiale, si decise di costruire il monumento dedicato ai Kaiserjäger. Perduta la guerra dall’Austria-Ungheria, il nuovo governo proprio su quel sito realizzò l’attuale monumento della Vittoria. Il parco restò, mantenendo parte delle precedenti colture arboree. Sul lato nord invece, in uno spazio adeguato, venne realizzato il parco Petrarca. Il vero e proprio accesso a tale parco diverrà, nel 1936, la Fontana delle Legioni di piazza 4 Novembre e verrà arricchito di pini mediterranei e di altre piante non autocone su lato di via Cadorna.
Passate le guerre, e grazie all’intuizione di un grande “maestro”, l’ingegnere Michele Lettieri, nascerà infine l’enorme spazio verde urbano del Talvera. Il nostro “Central Park”. Ma questa storia l’abbiamo già raccibtata, proprio su questo giornale.

Autore: Flavio Schimenti

Quella ragazza assorta nel condannare i crimini nazisti

Merano, notte del 15 settembre 1943. Un gruppo armato del S.o.d, acronimo di “Servizio di ordine pubblico sudtirolese” al servizio delle Ss e della Gestapo, rastrella nella città donne e bambini di origine ebraica.
Sono quarantatre persone che – impaurite e spaventate, con urla, spintoni e sotto la pressione dei fucili mitragliatori – vengono condotte nelle cantine della Casa del Balilla. Il loro destino è segnato, dopo un breve interrogatorio, in quella notte stessa, verranno condotte presso i campi di sterminio di Reichenau (Innsbruck) e poi ad Auschwitz – Birkenau. Solo una di quelle quarantatre persone sopravviverà alle atrocità dei lager.
Il suo nome è Walli Hoffman.
Tornata a Merano nel dopoguerra, Walli convinse la Comunità ebraica ad erigere un monumento in ricordo di quell’efferato crimine.
L’opera venne affidata ad una giovane artista, figlia di una delle quarantatre vittime dei nazifascisti. Il suo nome era Ceza Somoskeoy e si mise subito all’opera. La statua doveva rappresentare tutta l’infinita dolcezza e gentilezza, in contrapposizione all’odio e la rabbia che hanno altresì caratterizzato i due regimi autoritari. L’opera realizzata in marmo bianco raffigura una giovane donna, vestita con una sobria tunica dalle mille pieghe e tesature. È in ginocchio, ma non sta implorando “alcuno”, il suo sguardo è rivolto verso l’alto, raccolto e sereno, in un punto che sembra guardare verso l’infinito. Le mani sono giunte, ma non stanno pregando, sembrano quasi avere pietà nei confronti dei propri aguzzini. Tutta l’opera tende ad esprimere una grande serenità ed una inesauribile bellezza , nei confronti di un grande dolore e di un atto atroce, ovvero l’eliminazione dell’altro e del diverso. Collocata all’interno di un condominio in via Otto Huber l’opera fa tutt’ora bella mostra di sé nei pressi del luogo dove sorgeva, la demolita Casa della G.i.l., insieme ad una targa commemorativa che ci ricorda i fatti di quella tragica notte meranese.
Di recente la statua è stata completamente ripulita dall’incuria del tempo, a cura del nostro gruppo di volontari di Retake insieme agli amici di Merano.
Spetta ad ognuno di noi ricordarci di come è stata atroce e crudele la guerra, ma di come da essa possano nascere opere che ci ricordano altro. E di come – in effetti e citando il filoso Cvetan Todorov – la bellezza è l’unica arma che può salvare il mondo.

Autore: Flavio Schimenti

Responsabilità di uomini e di algoritmi

Si sente sempre più spesso parlare degli algoritmi come fossero vere e proprie “intelligenze artificiali”, capaci di decidere i nostri destini in modo opaco e distopico. Di esempi concreti ce ne sono a bizzeffe. Molti di voi ricorderanno il caso di qualche anno fa dell’algoritmo utilizzato per allocare i docenti alle scuole sul territorio nazionale, e che in vari casi ha portato persone a doversi spostare di centinaia di km. Per non parlare degli algoritmi che, proprio in questi giorni, portano a colorare le diverse regioni e provincie d’Italia in base all’andamento della pandemia di COVID-19.

Il problema è in realtà molto più ampio. La nostra storia recente abbonda di situazioni in cui gli algoritmi hanno “mostrato comportamenti scorretti o poco etici”: algoritmi di riconoscimento facciale che confondono persone e gorilla, algoritmi per decidere sui prestiti bancari che “preferiscono” gli uomini alle donne, algoritmi per l’analisi dei carcerati che indicano genericamente le persone di colore come più tendenti a recidivare nei propri crimini.

In tutti questi esempi, torna di nuovo un riferirsi agli algoritmi come esseri senzienti, dotati di “preferenze”, “potere decisionale” e, non per ultimi, “preconcetti”.
Cercheremo, nei prossimi numeri della nostra rubrica, di fare un’opera di chiarezza su questi fantomatici algoritmi, cercando di ristabilire un po’ di ordine e di sano equilibrio. Lo faremo utilizzando esempi concreti, con un triplice scopo. In primis, ricorderemo da dove proviene il termine “algoritmo”, e cosa sia davvero un algoritmo. In secondo luogo, distingueremo tra gli algoritmi che vengono utilizzati per risolvere problemi, e quelli che vengono utilizzati per imparare dai dati. Da ultimo, ci soffermeremo, come già molte volte abbiamo fatto, sulla natura di questi dati: chi li ha prodotti, chi li consegna agli algoritmi. Con un tema di fondo sempre presente: quello della responsabilità e dell’importanza di responsabilizzarsi.

Autore: Marco Montali

L’albero per Carlo Maria Giulini

Parlando di targhe commemorative vanno ricordate quelle che si trovano sulla Collina dei Saggi, inaugurata al Parco Firmian il 17 marzo 2017. Il Comune ha piantato particolari alberi in omaggio a persone che hanno avuto profondi legami con la città; ogni albero, oltre alla targhetta con un numero, ha una targa con nome e cognome, data di nascita e morte, della persona da ricordare. Un esempio è l’albero n.73, dedicato a Carlo Maria Giulini, cittadino onorario dal 2002, sul quale diamo qualche notizia. Nato a Barletta il 9 maggio 1914, sin da bambino si interessò alla musica, dopo aver sentito suonare un violino da un musicista ambulante. Le prime esperienze musicali le fece a Bolzano, dove la famiglia si era trasferita dopo la guerra. Dopo la Musikschule e l’Istituto musicale Gioacchino Rossini, seguì i corsi del celebre violinista Remigio Principe. Trasferitosi a Roma nel 1930, studiò e si diplomò in viola. Suonando come viola di fila con celebri direttori e compositori, nacque l’interesse per la direzione. Dopo le esperienze in conservatori con un’orchestra di allievi e altre dirigendo formazioni studentesche, diplomatosi in composizione e perfezionatosi in direzione d’orchestra, fu la serata del 16 luglio 1944 al teatro Adriano di Roma a segnare l’inizio ufficiale della sua carriera. Dal 1945 al 1952 fu direttore dell’Orchestra Sinfonica della Rai di Milano, poi, fino al 1955, del Teatro alla Scala. Dal 1955 al 1958 debuttò negli USA con la Chicago Symphony Orchestra, che diresse anche dal 1969 al 1972. Nel 1958 diresse la Philarmonic Orchestra di Londra. Nel 1960 fu in Giappone. Nel 1978 sostituì Zubin Mehta alla Los Angeles Philarmonic Orchestra, dove rimase fino al 1984. Furono molti i concerti che dal 1977 al 1997 diresse alla Scala. Dal 1998 per problemi di salute abbandonò la direzione d’orchestra ma insegnò fino a poco prima della morte, avvenuta il 14 giugno 2005. Fu sepolto nella tomba di famiglia nel cimitero di Bolzano.

Autore: Leone Sticcotti

Il bolzanino Alex Vittorio, gli Stereokimono e Syd Barrett

Non capita di rado che nella nostra rubrica ci occupiamo di bolzanini che hanno messo radici altrove pur rimanendo attivi in ambito musicale: parliamo oggi di un musicista bolzanino di stanza a Bologna e che proprio poche settimane fa, insieme al gruppo di cui fa parte, gli Stereokimono, è finito in un ricco tributo a Syd Barrett, fondatore dei Pink Floyd nonché principale artefice del primo disco del gruppo nel lontano 1967.
Alex Vittorio degli Stereokimono è il bassista (insieme a lui ci sono la batterista Cristina Atzori e il chitarrista Antonio Severi), ne è uno dei fondatori e componenti da quasi venticinque anni, e con loro ha realizzato tre CD.
I suoi trascorsi musicali sono cominciati a Bolzano, nella cella frigorifera di fronte alla sala dove provavano La Stanza e altri gruppi storici del capoluogo.
“Eravamo alcuni amici appassionati della musica che girava intorno in quegli anni – ci racconta Alex –, tutti più o meno alle prime armi, ma facevamo ostinatamente pezzi nostri. Poi c’è stata l’esperienza un po’ più seria con gli Zarah, nei primi anni Ottanta. Quello alla Eule fu il mio primo vero concerto in un locale pieno, e non per i soliti dieci amici, con pubblico pagante. Ricordo ancora che ero terrorizzato! Poi ci fu l’Altrockio: Eule e fiera, posti che oggi non esistono più, ma indelebili per noi ex ragazzi dell’epoca. Come Zarah abbiamo anche partecipato a un progetto di Ricky Gobbo, mio amico d’infanzia e di cortile.” Alex ha mantenuto i contatti con alcuni amici dell’epoca, in particolare con Enrico Visintin, con cui ricorda con piacere le jam ai tempi dei Gegia Miranda, e con Marco Dalle Luche di cui ha pubblicato sulla propria etichetta (Peter’s Music Castle) il disco di debutto dei Satelliti. Alex è uno di quelli che sono rimasti davvero fedeli alla linea; se il prog rock e certa musica d’avanguardia britannica erano i modelli dei suoi esordi, con gli Stereokimono si muove in direzione analoga, con una spruzzata di psichedelia colta e Canterbury sound. “Hai ragione – commenta – il Prog è entrato nel mio DNA musicale quand’ero ragazzino, insieme però a tanti altri stimoli come wave, elettronica, jazz. È anche vero che certi barocchismi o ipertecnicismi fini a sé stessi di parte di quella musica mi annoiano. Tra le band mi hanno influenzato molto i mitici Gong: spaziali, psichedelici e folli, con quella loro personalissima vena surreale, ironica e totalmente bizzarra. Abbiamo definito la nostra musica rock psicofonico obliquo perché non ci volevamo riconoscere in un genere preciso, ma spaziare liberamente senza preclusioni, ci piace molto scherzare anche attraverso la musica, quello che ci importa è riuscire a portare il nostro pubblico a sognare in una dimensione di viaggio immaginifico, facendo musica in totale libertà, magari con un pizzico di autoironia.” E basta ascoltare i dischi degli Stereokimono per rendersene conto, fin dalle copertine il richiamo ai Gong è palese. Il gruppo è anche andato molto vicino al diventare professionista, ma Alex orgogliosamente ci racconta che comunque per vent’anni, fino a poco tempo fa è davvero riuscito a vivere di musica lavorando a tempo pieno al centro musicale Ca’ Vaina di Imola. Il contributo al disco Love You, A Tribute To Syd Barrett uscito per l’etichetta inglese Gonzo Multimedia lo scorso 6 gennaio, giorno del compleanno di Barrett, vede gli Stereokimono alle prese con una riuscita versione di It’s Obvious. Gruppi da diverse parti del mondo (dagli USA al Messico al Giappone) hanno riarrangiato liberamente i brani di Barrett. “Anni fa – conclude il musicista – partecipammo a Vegetable Man Project, sempre dedicato a Syd e uscito su vinile per un’etichetta italiana. Siamo stati invitati a partecipare al nuovo progetto dai produttori artistici che già conoscevano i nostri trascorsi. Per prima cosa abbiamo tirato giù dal disco accordi e temi del brano originale e poi abbiamo cominciato a improvvisare in libertà, l’idea era di fingere che gli Stereokimono, entrati in una macchina del tempo, fossero lì a provare il pezzo con Syd, insomma abbiamo semplicemente stereokimonizzato il brano cercando di mantenerne intatto lo spirito di fondo ma giocando sulle forme a modo nostro. Per il cantato abbiamo scelto il cantautore psichedelico Dario Antonetti.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Le cave di pietra nella storia

In qualsiasi punto di Laives ci si trovi, non si possono non notare, tutt’attorno, le pareti di una pietra che assume varie tonalità di colore tra il rosso e il marrone o tra il grigio e il viola. Ovviamente stiamo parlando delle rocce di porfido a forma di lastra o di colonna che spiccano sui rilievi tra Bolzano e Bronzolo e, sull’altro versante, anche sopra Vadena. Infatti, viviamo in un territorio di origine vulcanica e la piana di Bolzano altro non è che una gigantesca caldera. La piastra di porfido quarzifero che la circonda, spessa quasi 4000 metri, si è formata circa 300 milioni di anni fa e comprende un’area di 2000 km/quadrati.
Non deve quindi stupire se questa pietra fa parte non solo nel nostro territorio ma, in ugual misura, anche della vita e dell’economia dei suoi abitanti. Da millenni si utilizza il porfido per la costruzione di case, strade, ponti ma anche oggetti vari come macine o altari. E da una certa epoca in poi diventa anche un importante fattore economico.
La prima cava nota risale al 1513 e le pietre venivano esportate soprattutto in Tirolo. Poi dal 1850 in poi vennero aperte cave un po’ ovunque tra Pineta e Bronzolo. I primi imprenditori del settore furono Josef Gerber e Johann Lentsch. Poi arrivarono Franz Defranceschi e Franz Gamper e, a cavallo dei secoli, colui che ancora oggi rappresenta un emblema in questo settore: il noneso Ferdinand Flor.
Flor fu un imprenditore a tutto tondo, un uomo che a Laives riuscì, tra l’altro, a portare perfino la luce elettrica. La sua vita purtroppo finì in modo tragico nel 1929 proprio a causa delle difficoltà economiche che lo affiggevano.
Il lavoro in cava era massacrante, gli incidenti – anche mortali – all’ordine del giorno. La manodopera proveniva dal Trentino o anche da altre regioni dell’impero. Le figure professionali che vi operavano avevano nomi strani: slaiferi, steinrichteri, ritzeri accanto a manovali, minatori, fabbri e addetti alle americane.
Già: non era sufficiente estrarre e tagliare le “plote” e trasformarle in “birfel” o “smolleri”: si dovevano portare a valle. E perciò in varie parti del territorio erano state montate delle rudimentali teleferiche che fino agli anni settanta del secolo scorso facevano bella mostra di sé ai piedi del Montelargo (sede della cava Flor), a Pineta e a Bronzolo.
Oggi il lavoro in cava si è molto ridotto e il porfido è stato in gran parte sostituito dall’asfalto e altri materiali. Tuttavia se in giro per la provincia si notano gruppi di selciatori, quasi sempre essi provengono dalla nostra città dove questo mestiere ha, come detto, antiche tradizioni.

In foto principale: Montelargo
Copyright: David Kruk

Autore: Reinhard Christanell

La vera disgrazia? Non avere obiettivi

Francesca Bassani ha trascorso gli anni dopo la laurea in medicina e chirurgia presso l’Università degli studi di Bologna all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma per specializzarsi in chirurgia pediatrica. Da pochi anni è tornata nella sua città per prendersi cura dei bambini del reparto di Pediatria dell’Ospedale di Bolzano. Francesca ha 40 anni, è sposata e ha tre splendidi figli.

La cosa che mi piace più di me stessa.
La coerenza.


Il mio principale difetto.
Sono poco diplomatica.


La volta che sono stata più felice.
Il giorno in cui ho incontrato mio marito.


La volta che sono stata più infelice.
Il giorno in cui è morto un amico.


Da bambina sognavo di diventare.
Veterinario.


La disgrazia più grande.
Non avere obiettivi.


L’errore che non rifarei più.
Rifarei tutto, errori compresi. Solo sbagliando si impara.


Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Comprare un camper e girare l’Italia con i miei figli.


Un libro da portare su un’isola deserta.
Cent’anni di solitudine (Gabriel Garcìa Màrquez).


L’ultima volta che ho pianto.
Mi sono commossa recentemente vedendo le immagini del trasporto dei vaccini anticovid che varcava il confine del Brennero.


Non sopporto.
Le ingiustizie.


La sofferenza dei miei figli.
Mi sono sentita più orgogliosa di me stessa quando.


Mi sono laureata in medicina.
Il mio primo ricordo.


La “casa dei giochi”, l’appartamento in cui ho vissuto da 1 a 4 anni.
Il Paese dove vorrei vivere.


Il Brasile.
La qualità che preferisco in un uomo.


Il coraggio.
La qualità che preferisco in una donna.
La simpatia.


Il fiore che amo…
iris.


Se fossi un animale sarei…
una giraffa.


Nel mio frigo non manca mai…
latte e Nutella.


Dove mi vedo tra 10 anni.
Al lavoro, come sempre.

Autore: EL

Un dono artistico a tutta la comunità

Dopo l’artista Elisabetta Vazzoler e la collezionista Grazia Corradini Schmid, sono ora gli artisti Paolo Profaizer e Anna Cerrato ad aver donato una loro opera al Comune; rispettivamente, un quadro olio su tela e una fotografia digitale. I due artisti, infatti, hanno esposto di recente nella sala di via Pietralba, su iniziativa dell’associazione culturale lasecondaluna.

“Si tratta di un gesto simbolico estremamente importante perché testimonia la feconda collaborazione che abbiamo iniziato a costruire tra gli artisti e il territorio” dichiara Giorgio Cattelan, Presidente dell’Associazione culturale. “L’olio su tela di Paolo Profaizer e la fotografia digitale di Anna Cerrato sono ora patrimonio pubblico. Ci auguriamo di avere presto l’occasione di esporli nuovamente, magari proprio in occasione di una mostra dedicata alla collezione comunale”. Come ricordato dall’assessore alla cultura Raimondo Pusateri, si tratta ormai di una consuetudine, per gli artisti che espongono nella Sala Espositiva di Laives, quella di donare un’opera al Comune. Col passare degli anni, questo permetterà di implementare le collezioni comunali permettendo allo stesso tempo di creare una raccolta aggiornata sui più recenti sviluppi del mondo dell’arte.
“Il 2020 è stato un anno difficile per la cultura, ma a Laives siamo comunque riusciti a organizzare diverse mostre e attività, sia nella sala espositiva che anche al di fuori, come per esempio le visioni sulla natura lungo il Landgraben”, ha proseguito l’assessore alla cultura Raimondo Pusateri. “Nonostante le difficoltà del momento, l’associazione lasecondaluna ha lavorato molto bene, offrendo iniziative interessanti e contribuendo allo sviluppo culturale della nostra città. Siamo davvero lieti di ricevere queste due opere e vedremo di trovare una degna collocazione, in modo da dare loro la visibilità che è giusto che abbiano”.
L’opera Faggio nella neve, olio su tela, è stata realizzata da Paolo Profaizer nel 2016 ed esposta nella Sala Espositiva di Laives nel 2020 in occasione della mostra Floema, che comprendeva anche le altre otto opere che compongono l’omonimo ciclo pittorico. Si tratta di un’opera lirica che, con uno stile che trae ispirazione dai pittori impressionisti e macchiaioli, narra del fluido vitale che scorre negli alberi e in generale nell’ambiente che ci circonda. La fotografia digitale di Anna Cerrato, invece, è stata realizzata nel 2017 ed esposta nella Sala Espositiva di Laives nel 2018. La mostra s’intitolava Con i piedi per terra e presentava al pubblico un progetto fotografico realizzato sull’isola di Santorini che ricercava l’anima e le origini dei luoghi visitati dall’artista e della popolazione che ci vive. Anna Cerrato descrive il progetto con queste parole: “In un mondo in cui l’uomo sembra sovrano, queste fotografie vogliono portare testimonianza di una terra che ci dà l’onore di poterla camminare, di poterla vivere e allo stesso tempo ci ricorda che siamo fragili passeggeri, minuscole virgole sospese tra l’acqua e il cielo in cui l’uomo si colloca”.

In foto, da sinistra, Anna Cerrato e Paolo Profaizer, i due artisti che, dopo aver esposto le proprie opere nella sala espositiva di Laives, hanno fatto dono al Comune rispettivamente di una fotografia e di un dipinto a olio, riprodotti in queste pagine.
Che gli artisti donino alcuni dei propri lavori al Comune sta diventando una tradizione. “Siamo lieti di ricevere queste due opere e vedremo di trovare una degna collocazione, così da dare loro la visibilità che è giusto che abbiano”, ha detto Raimondo Pusateri, assessore alla cultura.

Gli artisti:
Anna Cerrato

Anna Cerrato, nata a Bolzano nel 1994, sperimenta l’arte in ogni sua forma fin da piccola, avvicinandosi alla scultura, al canto e al teatro, arrivando fino alla fotografia. È a quest’ultima che si appassiona di più, scegliendola come ambito di studio. Nel 2016 si laurea infatti in fotografia alla Libera Accademia di Belle Arti di Firenze. Rientrata in Alto Adige dopo gli anni della formazione, la sua produzione vira verso un approccio sperimentale che mira a fondere diversi mezzi quali la fotografia digitale, l’analogica, l’istantanea e l’intervento manuale sulle stampe. Ad oggi ha già partecipato a molte mostre, tra cui “Cahier d’art”, 2019, presso Cselley Muehle (Oslip); “Con i piedi per terra – ricordo di un limbo tra acqua e cielo”, 2018, Laives; diverse mostre all’interno della rassegna “Art’è donna”, 2017-2018; “Multiforme” presso Palazzo Bastogi a Firenze.


Paolo Profaizer
Paolo Profaizer nasce a Bolzano nel 1961. Nel 1986 consegue la laurea in Disciplina delle Arti, della Musica e dello Spettacolo presso l’Università di Bologna. Negli anni seguenti frequenta numerosi corsi presso la Scuola Internazionale di Grafica di Venezia e approfondisce lo studio del restauro e della conservazione dei dipinti murali. Dal 2004, anno in cui inizia l’attività espositiva, partecipa a molte mostre collettive e personali. Di queste ultime le principali si svolgono a Venezia, Milano, Innsbruck, Roma e Berlino. Attualmente vive e lavora a Bolzano.

L’amore per l’arte a tutto tondo

Stefano Sgorbati vive immerso nell’arte da piccolissimo grazie al lavoro del suo papà e alla macchina fotografica dello zio. Coltiva diverse passioni dalla fotografia alla musica, studia e si aggiorna sempre, tutti i giorni, anche quando è sul treno da Merano a Bolzano, dove lavora. Iscritto alla Fablab della facoltà di grafica e design della Libera Università di Bolzano, ama sperimentare e innovare. Ora è in cerca di spazi espositivi in città dove poter organizzare mostre e dimostrare il proprio talento frutto di tanti anni di studio e di ricerca.

// Di Francesca Morrone

Che cosa fa nella vita?
Sono un impiegato, lavoro da 26 anni negli uffici della Provincia di Bolzano. Per il resto coltivo da anni le mie tre grandi passioni: la musica, la fotografia e la pittura.
Studio e mi aggiorno sempre, in treno non dormo mai e penso alle cose da fare, ai progetti che vorrei realizzare, a come migliorarmi come fotografo, per esempio.

Da quanto è un appassionato d’arte?
Mio padre è Roberto Sgorbati, quest’anno compirà 93 anni, una testimonianza vivente per la storia della nostra città; per trent’anni ha gestito il Kursaal di Merano e io sin da bambino ho avuto il privilegio di vivere nel mondo dell’arte come fosse la mia seconda casa. Mi ricordo che il mio papà mi portava con sé al lavoro e io giocavo con i figli degli orchestrali: intorno a noi c’era sempre la musica che ci accompagnava.
A volte si andava a giocare sulla cupola oppure suonavamo liberamente gli strumenti musicali che erano disposti nelle sale. Erano bei tempi, quando il Kursaal aveva una propria orchestra fissa e il mio papà organizzava eventi con ospiti d’eccezione. Per me musica, pittura e fotografia sono tre forme d’arte che non riuscirei a scindere, per questo nei miei lavori e nelle mostre che intendo realizzare mi piacerebbe portarle tutte e tre con me.

E la voglia di dipingere nasce per caso?
Comincio a disegnare grazie alla mia insegnante di tedesco e di arte di allora, parliamo degli anni 90, Rina Riva. A lei devo il mio esordio nel mondo della pittura. Rina mi inserisce in un gruppo di grafica d’arte che poco dopo si costituì come associazione. Ricordo che i miei disegni venivano esposti nella scuola, il mio modo di disegnare era già particolare allora, mi piacevano i disegni astratti, atipici, non convenzionali. Questa caratteristica mi è rimasta. Sono un cane sciolto, preferisco lavorare in solitaria all’interno del mio mondo.

Che cosa hanno di particolare le sue raffigurazioni?
Mi piace innovare. Miscelo tecniche e colori diversi. Non mi fermo all’acrilico, ma sperimento soluzioni con la pittura grafica realizzata al computer e abbino varie tecniche con spray e stencil.

E la passione per la fotografia?
Nasce grazie a mio zio che coltivava questa passione. I miei nonni mi regalarono una vecchia macchina fotografica e con gli anni mi sono sempre più specializzato. Sviluppavo le fotografie in un piccolo laboratorio domestico, ma poi sono passato dall’analogico al digitale in poco tempo. Oggi mi occupo di ritrattistica, ma preferisco le immagini in movimento. Creo delle doppie esposizioni per scrivere una storia, dove la gente attraversa lo spazio e la fotografia non è mai statica. Un’altra tecnica che utilizzo è quella del decollage.

Oggi vorrei avere la possibilità di esporre le mie creazioni in una mostra dedicata alle mie arti, un riconoscimento alla passione e alla spinta verso l’innovazione e la sperimentazione

Quali sono state le sue ultime fatiche?
Ho realizzato un paio di raccolte fotografiche che raccolgono i lavori degli ultimi anni.
La prima appena uscita si chiama “Stevesgo.art portrait 2020” ed è un libro che contiene i miei lavori fotografici e realizzazioni artistiche con tecniche miste.
Poi c’è “Trainstories” è una raccolta di fotografie scattate con il cellulare o con l’I-pad che ritraggono scene e persone viste dal treno in movimento.
Mentre “Thecomfortzone 2014 – 2020, una teoria possibile” è un libro di immagini e testi che ripercorre gli anni della sperimentazione in campo artistico – musicale del gruppo meranese omonimo.
All’attivo ho anche un Cd dal titolo “DreamsPlay”completamente autoprodotto, dalla copertina ai brani musicali, che vuole essere la colonna sonora alle mie prossime mostre. Le tracce contenute nel Cd le avevo scritte qualche anno prima in occasione della preparazione di un documentario Rai realizzato dal mio amico Roberto Condotta. Nel frattempo spero anche di pubblicare un volume di fotografie realizzate con il decollage. In questa tecnica fotografo cartelloni o poster pubblicitari esposti per la città che sono stati strappati e che presentano dei multistrati di carta di altre pubblicità sottostanti e che regalano sempre qualcosa di artistico a un occhio attento. Io catturo quei multistrati con l’obiettivo e li trasformo in immagini e storie particolari. Non è una tecnica nuova, già pittori come Mimmo Rotella la usavano, ma in quel caso era lo stesso artista che provvedeva a strappare i cartelloni per lavorarci sopra. Le strade di Merano sono piene di cartelloni pubblicitari strappati; in questi anni ho fatto un vero e proprio lavoro di catalogazione storica.

Anche la musica è una sua grande passione. Qual è l’esperienza più significativa in questo campo che ci vuole segnalare?
“Thecomfortzone”, un gruppo di sperimentazione musicale, del quale io sono il percussionista. Riunisce tantissimi appassionati di musica, amici e musicisti, che frequento ancora oggi come Max Carbone che ebbe l’idea di fondare il gruppo nel 2010. Oggi c’è una ritrovata volontà di riprendere in mano quel progetto e di incontrarci ancora per suonare dal vivo. Ricordo che ci chiamavano per suonare un po’ ovunque, siamo stati anche a Mantova in una chiesa sconsacrata…

Dopo tanti successi rimasti in silenzio, qual è il suo sogno nel cassetto?
Avere la possibilità di esporre le mie creazioni in una mostra dedicata alle mie arti, un riconoscimento alla passione e alla spinta verso l’innovazione e la sperimentazione. Speriamo di poterci riuscire.