Mobilità e affitti nella Bolzano del futuro

L’amministrazione comunale si appresta a prendere importanti decisioni in grado di mettere finalmente mano alla morsa del traffico. In merito ci sono scelte importanti da compiere, così come a proposito del patrimonio edilizio. Ne abbiamo parlato con l’assessore Stefano Fattor.

// Di Luca Sticcotti

Stefano Fattor è una “new entry” nella giunta comunale di Bolzano, ma non è la prima volta che l’architetto e professore bolzanino entra a far parte del governo del capoluogo. Nella legislatura 2000-2005 è stato infatti già assessore, con diverse deleghe, tra cui quelle importanti all’ambiente e alle società partecipate.
Nei primi mesi della nuova legislatura avviata in piena seconda ondata di pandemia, Fattor è già riuscito a muovere un po’ le acque, rilanciando il dibattito in particolare su due temi chiave per il capoluogo: la mobilità del (prossimo) futuro e il possibile sblocco dell’importante numero di alloggi che resta escluso dal mercato degli affitti. I prossimi mesi saranno cruciali per questi temi, che in un modo o nell’altro toccano da vicino decine di migliaia di residenti e non solo.

Stefano Fattor

L’INTERVISTA
Assessore Fattor, recentemente lei ha mosso le acque in merito al tema delle grandi opere che – si spera nel prossimo futuro – potranno finalmente dare respiro alla mobilità nel capoluogo, da troppo tempo stretta in una morsa. In particolare lei ha rilanciato l’idea di porre la SS12 in galleria invece che la A22.
Quello dell’A22 in galleria è un problema serissimo e se ne parla da tantissimo tempo. Ma anche la proposta della SS12 in galleria, a dire il vero, era stata approvata per ben due volte dal consiglio comunale di Bolzano. Nello specifico, si era deciso all’unanimità di chiedere alla Provincia il posizionamento della SS12 in galleria all’interno di un piano urbano della mobilità che prevedeva un attraversamento della città a forma di omega in grado di abbracciare la città impedendo al traffico di scorrimento di soffocarla. Nella scorsa legislatura, poi, si è cambiata idea sulla base dell’ipotesi che nel giro di 10 anni la A22 avrebbe fatto una galleria che, attraversando il comune di Laives, si inserisse sotto il Virgolo per sbucare a nord di Bolzano. Questo per un costo stimato di 500 milioni, inserito nel piano economico finanziario della A22. Ma tutti sanno che una galleria lunga 10,7 km non costa 500 milioni, ma il doppio. E pochi avevano capito che a fronte di questo investimento dell’A22 la Provincia si impegnava ad acquistare per circa 200 milioni il vecchio tracciato dell’autostrada, trasformandolo in tangenziale di Bolzano e forse anche nella SS12. Quindi – attenzione – l’idea di mettere la A22 in galleria non prevedeva la demolizione dell’attuale tracciato e viadotto.

Quindi lei ha posto la questione: qual è il reale vantaggio per Bolzano nell’avere la A22 in galleria?
Esatto. Attualmente sull’autostrada passano 35mila mezzi al giorno, mentre l’arginale di passaggi ne fa 46mila. Quindi che miglioramento ci sarebbe?

Poi ci sono le tempistiche…
Per la mobilità a Bolzano abbiamo bisogno di una risposta con tempi di realizzazione compatibili con le esigenze della città. Abbiamo capito che per un eventuale spostamento della A22 in galleria ci vorranno 30 anni, ma Bolzano non ce la fa più. Il vecchio piano urbano della mobilità sostenibile (PUMS), poi – oltre ad aver inserito il tram che è saltato – non considerava ad esempio una cosa fondamentale, ovvero l’areale ferroviario, che invece sicuramente vedrà i cantieri partire da qui ai prossimi 10 anni. Quando inizierà quel cantiere, ci sarà una movimentazione di 300/400 camion tutti i giorni, con un impatto stimabile in 20 volte quello del Waltherpark. Quando l’areale ferroviario sarà finito, quel concentrato di treni, pullman, pendolari in transito sulla strada nuova sotto Monte Tondo, traffico turistico e commerciale, produrrà uno tsunami di mobilità otto volte più grande dell’impatto causato dal Twenty in zona produttiva. Insomma: non possiamo aspettare, ci vuole una risposta in tempi brevi. E non possiamo più nasconderci la realtà dei fatti.

Sviluppo urbanistico, mobilità e pianificazione del verde devono procedere assieme, com’è previsto dalla legge

I partner per discuterne restano gli stessi: Provincia e A22?
Sì, è con loro che dobbiamo ridisegnare lo scenario noi del Comune di Bolzano, a tutti i livelli: assessorati, consiglio, commissioni, tecnici. E attenzione: i tempi dei finanziamenti ministeriali, che sono molto consistenti, ci impongono di adottare il nuovo PUMS entro la fine di aprile. Altrimenti rischiamo di perdere un anno e non ce lo possiamo permettere. Urge l’approvazione in giunta, per poi affrontare la cosa in Consiglio nel corso di un anno, con tutte le modifiche che saranno necessarie.

Un altro tema di cui lei si è occupato in questi primi mesi di legislatura è quello dell’alto numero degli alloggi sfitti nel capoluogo…
La stima che è stata fatta ci dice che gli alloggi sfitti a Bolzano sono 3290, ma va anche detto che in tutta la provincia sono in totale 28000.

Un’enormità…
Sì, quindi non è un problema solo di Bolzano. E sappiamo che, su 42000 abitazioni, attualmente ben 700 sono recentemente diventatie “alloggi turistici” della rete AirBnB o simili.

Che fare?
Io dico una cosa molto semplice. Perché non puntiamo a sbloccare la percentuale di questi 3290 che sono attualmente fermi per paura di morosità e tempi lunghi di sfratto? A mio avviso si tratta di una percentuale prossima al 15%, ovvero ben 500 alloggi. Esiste una legge nazionale che consente di creare un fondo per le cosiddette “morosità incolpevoli” che finora in provincia di Bolzano non è ancora stata recepita. Questa possibilità è citata in una bozza della nuova legge provinciale in discussione. Ecco: è in questa direzione che occorrerebbe insistere. Per dare un’idea: 500 alloggi sono più o meno quelli presenti nel nuovo rione Prati di Gries. Sbloccando questo numero di alloggi potremmo dare respiro alla città, tra l’altro salvaguardando anche otto ettari di terreno agricolo e risparmiando quattro milioni e mezzo di fondi comunali per le urbanizzazioni secondarie per la realizzazione di un nuovo rione. Voglio anche ricordare che questi 500 alloggi sono già inseriti nella rete stradale cittadina e sono distribuiti sull’intero territorio del capoluogo.

Il piano di sviluppo comunale

La pianificazione della Bolzano del futuro passa attraverso tre distinti settori, tra loro strettamente interconnessi secondo l’ottica del legislatore, ma attualmente suddivisi tra altrettanti assessori nella giunta comunale del capoluogo. Stiamo parlando di sviluppo urbanistico, mobilità e pianificazione del verde, sfere di competenza rispettivamente di Luis Walcher, Stefano Fattor e Chiara Rabini. L’assessore Fattor auspica che prima possibile si avvii una sinergia tra i tre settori, requisito imprescindibile per riuscire in questa legislatura ad armonizzare gli interventi e accrescere la qualità della vita nel capoluogo.
Fattor ricorda che la collaborazione tra i tre settori è di fatto prevista dalla legge e che un utile strumento di lavoro da cui partire potrebbe essere uno studio a suo tempo commissionato dall’ex vicesindaco Baur all’architetto Peter Morello e intitolato “Fabbisogno edilizio e dimensionamento”.

Il patto per un futuro locale sostenibile

Il Patto per il futuro dell’Alto Adige è un’iniziativa di cittadini che propone un processo partecipato per scrivere insieme alla politica le regole che avranno un impatto sullo sviluppo del nostro territorio. Ne abbiamo parlato con Emilio Vettori, consulente di sostenibilità del gruppo promotore di “Patto per il Futuro” dell’Alto Adige.

Per meglio inquadrare la questione è opportuno fare un passo indietro: nel 2011 la Provincia di Bolzano ha stilato il Piano clima energia 2050, una strategia che declina a livello locale gli accordi sul clima stipulati a livello nazionale e globale. Il sito della Provincia si era espresso così: “Gli obiettivi definiti nel 2010 erano chiari: migliorare l’efficienza energetica, ridurre i consumi pro capite e le emissioni di CO2, sostituire le fonti di energia fossile con quelle rinnovabili. Il Piano indica la strada che l’Alto Adige vuole seguire per diventare un KlimaLand a livello internazionale e adottare un approccio sostenibile alla questione energetica.”

Emilio Vettori


Da qualche mese in internet si sta facendo conoscere il gruppo “Zukunftspakt – Patto per il futuro dell’Alto Adige” un’iniziativa di cittadini nata nel 2020, durante i primi mesi della pandemia, con in mente una visione: che la politica affronti in modo condiviso con esperti e cittadini le tematiche dello sviluppo del nostro territorio, per raggiungere gli obiettivi prefissati con un occhio di riguardo alla sostenibilità, alla tutela dell’ambiente in cui viviamo e alla qualità della vita delle persone.
Ma l’iniziativa Patto per il futuro come si relaziona in merito al Piano clima energia? Per il gruppo promotore, composto da tredici altoatesini di tutti i gruppi linguistici, ha risposto il consulente di sostenibilità Emilio Vettori.
“Noi pensiamo che l’aggiornamento, la realizzazione e il monitoraggio di questo strumento, e più in generale di un piano per lo sviluppo sostenibile, non possa essere fatto solo dalla politica, ma che la politica possa e debba essere aiutata da un organo istituzionalizzato, composto da cittadini ed esperti, che accompagni questo processo. Il fatto è che gli obiettivi formulati nel 2011 erano molto ambiziosi, ma a intervalli di tempo regolari, questi obiettivi vanno attualizzati e aggiornati in base alle mutate condizioni e alle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche. Se dieci anni fa ho definito un percorso che si basa su determinate soluzioni e dieci anni dopo si aprono nuove possibilità, allora è necessario rivedere la strategia e gli obiettivi”.
L’obiettivo del Zukunftspakt è quello di essere un interlocutore della politica?
“Assolutamente sì. Secondo noi è possibile per l’Alto Adige raggiungere la neutralità climatica entro il 2035. Sosteniamo l’idea che sia importante un approccio partecipato nello scrivere le regole che riguarderanno lo sviluppo del nostro territorio per i prossimi 10-15 anni e per questo abbiamo fatto un appello chiaro alla politica. Chiediamo che il prossimo piano di sviluppo sia condiviso e fatto su basi scientifiche, che tenga conto di indicatori concreti, non solo di valutazioni contingenti. In questi mesi abbiamo sviluppato un modello organizzativo che può consentire di realizzare questo percorso partecipativo e siamo pronti a presentarlo alla politica.”
Sul sito zukunftspakt-pattofuturo.org è possibile sottoscrivere il manifesto.

Autore: Till Antonio Mola

Un manuale per “rivoluzionari ambientali”

“Il Primo Follower – Manuale per rivoluzionari ambientali” è il titolo del libro scritto per beneficienza da Sergio Fedele. L’autore si è trasferito in Alto Adige nel 1993 ed è stato fra i primissimi laureati dell’Università di Bolzano. Tra il 2011 e il 2014 ha dato vita e sviluppato il progetto di mobilità elettrica a Bolzano. Da sempre appassionato di sostenibilità, oggi si occupa di formare chi come lui sogna di innescare una “rivoluzione ambientalista”.

Sergio Fedele



Sergio Fedele, il libro si intitola “Il Primo Follower”. Come mai? Che cosa significa?
“Il Primo Follower” è un concetto preso in prestito da Derek Sivers e non c’entra nulla coi social network. Può essere spiegato attraverso una celebre fiaba africana: un giorno in una foresta scoppia un incendio, tutti gli animali scappano e superano il fiume, ma si accorgono che il colibrì sta prendendo una goccia alla volta dal fiume per spegnere l’incendio. Il leone sottolinea il rischio e la scarsa utilità dell’azione, ma il colibrì risponde che sta facendo la sua parte.
A un certo punto anche l’elefantino decide di entrare nel fiume e per aiutarlo a raccogliere l’acqua con la proboscide, allora lo seguono tutti gli altri cuccioli e infine gli adulti.
Il significato della storia è che il leader (il colibrì) da solo non basta, l’elefantino svolge il ruolo più importante. Molto spesso succede che qualcuno prende l’iniziativa, ma nessuno lo segue. La chiave per far scattare il successo di un’iniziativa sono i primi follower, che si uniscono al movimento e lo fanno crescere portando competenze diverse e fungendo a loro volta da leader.

La tua passione per l’ecologia come è nata? Sei stato un colibrì o un elefantino?
Avevo sette anni e la mia maestra ci leggeva articoli e ci faceva scrivere temi sul cambiamento climatico e l’effetto serra. Erano tematiche nuove negli anni Ottanta, però ho capito che sarebbe stato un grandissimo problema per l’umanità, per me, per i miei cari e per gli animali. Sin da bambino quindi ho scoperto che la mia vocazione era dare il mio contributo, ma non sapevo come fare perché non erano i tempi di Greta Thunberg e non esistevano i social.
Quindi mi sono messo a studiare e ho concluso il mio percorso con una tesi di laurea sulle polveri sottili. Da lì poi è derivata la mia carriera professionale sempre legata ai temi della sostenibilità. Tuttavia, mi sono laureato in economia perché avevo capito che ciò che manca non sono tanto le tecnologie quanto la loro adozione: servono investitori e finanziamenti in ricerca. Perciò senza capire i meccanismi dell’economia difficilmente potevo sapere come contribuire alla rivoluzione ambientale pacifista.

Di cosa tratta il libro più nel dettaglio e a chi si rivolge?
Ho cercato di codificare una sorta di manuale per sopperire alla mancanza di formazione nel mondo dell’attivismo.
Ho preso elementi dal mondo aziendale e di crescita personale e ho cercato di creare un metodo per passare dall’azione individuale a quella collettiva, per far nascere e crescere un movimento al fine di cambiare leggi e strutture sociali. Nel libro spesso faccio riferimento a Bolzano e all’Alto Adige come esempio e leader della rivoluzione ambientale.
Inizialmente lo avevo pensato come manuale per gli addetti ai lavori, ma visto l’interesse ricevuto ho deciso di renderlo disponibile a tutti e adatto a chiunque sia interessato alla tematica.
Sempre per motivi di sostenibilità ho deciso di non appoggiarmi a distributori esterni, ma di aprire la mia iniziativa di crowdfunding e incentivare l’acquisto di copie digitali. Si possono acquistare due o più copie così ognuno ne può regalare una e trovare il suo primo follower.
Tutto il ricavato viene reinvestito nella stampa di copie cartacee da regalare a giovanissimi attivisti a cui, non avendo un reddito, non voglio chiedere di rinunciare a una pizza per acquistare un libro sull’ambiente.

Quale normalità?

L’interrogativo è tutt’altro che filosofico. Negli ultimi giorni tutti noi, a un anno dall’inizio della pandemia, abbiamo cominciato a chiederci in cosa consista ormai la consuetudine. Il concetto di normalità, di solito, ha una doppia accezione. Da un certo punto di vista ci conforta come un mantello protettivo, ma da un altro la normalità la rifuggiamo per la noia che spesso la accompagna. Ma in quest’ultima fase della nostra vita i parametri di riferimento sono così cambiati che siamo stati costretti a riformulare i nostri riferimenti. Cos’è normalità? Il ritorno di una crisi di governo dopo la media consolidata di un anno e mezzo? Il reincarico allo stesso presidente del Consiglio? I dati pressoché costanti dei contagi da Coronavirus? L’impossibilità di utilizzare il nostro amato linguaggio non verbale a causa della mascherina? L’incertezza ormai “normale” di non sapere quando tutto questo finirà e — soprattutto — se si tratterà di una fine “definitiva”?
Una cosa possiamo senz’altro affermarla: a essere diventata davvero normale (ovvero stabile e costante) è solo l’incertezza. Con essa abbiamo dovuto per forza imparare a convivere.
C’è chi ci riesce meglio e chi peggio. A questo proposito, nei giorni scorsi ha suscitato in me particolare inquietudine l’allarme lanciato dal primario di geriatria a Merano. Il dottor Christian Wenter ha parlato degli anziani come di una generazione traumatizzata e in larga parte chiusa in casa da quasi un anno. Diversi studi hanno recentemente indicato la solitudine come un importante fattore di rischio per l’insorgenza di molte malattie.
Insomma: gli anziani sono vittime doppiamente designate. Com’è noto, sono infatti protagonisti della maggior parte dei decessi e coloro che riescono a sopravvivere — è proprio il caso di dirlo — soffrono di una solitudine che non fa solo male allo spirito ma anche al corpo. Per questo è importante che tutti noi ci prendiamo a cuore gli anziani. Spesso una telefonata, un sorriso e due chiacchiere da un balcone all’altro, così come un aiuto per la spesa, possono contribuire a salvare una vita.
Pensiamoci tutti e diamoci da fare.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Le due ragazze che scavalcarono il muro del lager

“Non sono i fatti che contano nella vita, ma ciò che grazie ai fatti si diventa”. Lo scrisse Etty Hillesum durante la seconda guerra mondiale. In questi giorni dedicati alla “memoria” ricordiamo due donne, Ernesta Sonego e Albertina Brogliati, che in quegli stessi giorni trovarono il coraggio per diventare persone libere.

“Non so come, riuscimmo a scavalcare il muro… La terra era coperta di neve e quindi morbida. Molto probabilmente i militari di guardia, per la fretta di avere la libera uscita, avevano lasciato la garrita dieci minuti prima. Alle 18 ci sarebbe stato l’appello e quindi sarebbe stata scoperta la fuga. Sarebbero stati sciolti i cani (detti ‘lupi siberiani’) e mandati al nostro inseguimento. Sempre di corsa, curve per non essere viste da lontano, percorremmo tutto il tombino fino alle rotaie della ferrovia”. Ernesta (cha racconta) e Albertina fuggirono così dal sottocampo meranese del lager di Bolzano attorno al Natale del 1944.
Oggi di quel campo rimane solo un frammento del muro di cinta. Posto sotto tutela come “luogo della memoria”, il Comune nel gennaio 2010 vi ha fatto affiggere una lapide la cui iscrizione dice tutto: della tragedia, del coraggio, della solidarietà e del dovere della memoria.
“Sorgeva in questo luogo la caserma per la Guardia alla Frontiera che durante la seconda guerra mondiale fu trasformata in campo di concentramento. Allestito come sottocampo del lager di Bolzano – inizialmente presso la vicina caserma Rossi – fu attivo dall’ottobre 1944 all’aprile 1945. Vi furono rinchiusi per motivi politici, bellici e razziali e costretti a lavori forzati donne e uomini di lingua e religioni diverse. Intorno a Natale 1944 due ragazze internate riuscirono a fuggire dal campo scavalcando questo muro. Si salvarono grazie all’aiuto di alcuni cittadini e cittadine meranesi. Il Comune di Merano intende mantenere intatta la memoria di questo luogo di sofferenza”.

Foto: Albertina Brogliati a sinistra e Ernesta Sonego sulla destra

Autore: Paolo Bill Valente

Tra signorie e ribellioni

TE RICORDET… LAIVES
scritta da Reinhard Christanell
www.tericordetlaives.com

Terminati i secoli bui delle invasioni di popoli germanici – tra cui quella bavarica di origine boema che ha poi messo radici nelle nostre valli – seguiti alla storica presenza retica nelle regioni alpine (e a Laives in particolare) e a 500 anni di dominio romano, attorno all’anno 1000 si aprì una nuova era per il nostro territorio. Un equilibrio politico-amministrativo laico-clericale traghettò la società dal primo medioevo fino alle soglie dell’epoca industriale. Il potere europeo, per quanto ci riguarda, era concentrato in terre d’Oltralpe: dove veniva eletto l’imperatore del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica poi incoronato dal Papa a Roma.
Proprio uno di questi, Corrado II, incise in modo determinante sulle vicende locali, affidando, al suo rientro da Roma nel 1027, le contee di Trento, Venosta e Bolzano al Vescovo di Trento. Ovviamente l’enorme potere temporale costrinse i vescovi a organizzare il territorio loro assegnato: sia per controllare le importanti vie di transito, sia per riscuotere le ricche prebende in beni o denaro loro spettanti.
Vennero costruiti molti castelli, attorno ai quali si svilupparono villaggi e cittadine. Avevano il duplice compito di “vedette” e di raccogliere al riparo delle mura l’apparato amministrativo-giudiziario necessario a esercitare il dominio. I signori-affidatari di questi castelli vescovili venivano chiamati ministeriali, nel senso che prestavano un ministero al Vescovo. Certo con il passare dei secoli divennero essi stessi molto potenti e non di rado entrarono in conflitto con il loro “padrone”.
A Laives, come sappiamo, il castello (di cui poco o nulla rimane) sul Peterköfele fu eretto nel XII secolo su una “pietra chiara”, lichten Stein, alla luce del sole verrebbe da dire, ben visibile da vicino e lontano. Certo il luogo era stato occupato anche in precedenza – soprattutto per pratiche di culto. Ma a partire da quel periodo divenne – accanto al castrum inferius (Pfleg) – il centro del potere locale e tale rimase per secoli: anche dopo la sua distruzione ad opera di Mainardo II che in poco tempo “acquistò” gran parte del territorio altoatesino: pratica peraltro diffuse anche ai nostri tempi.
Dunque fu il castello, che aveva preso il nome dal luogo, (secondo lo storico Stolz uno dei primi “documentati” di Laives) ad attribuire il nome alla casata – e non viceversa. Quest’ultima era di origini sconosciute. Il castello viene nominato per la prima volta in un documento del 18 aprile 1189 come castrum de Liehtenstaine. Il Codex Wangianus conserva l’atto notarile con cui il vescovo Corrado attribuisce ad “Adeleitam de Castelruto” (una donna!), a suo figlio “Henricum” e a suo marito (probabilmente di secondo letto) Otto di Weineck soltanto la guardia e custodia “castri de Liehthenstaine”. Il castello rimase dunque proprietà vescovile: e forse proprio questo spiega la furia del conte del Tirolo che lo distrusse.

Foto: David Kruk

Autore: Reinhard Christanell

“LuceMia” in ospedale, per i bambini

Durante i giorni che hanno preceduto il Natale, nonostante il particolare periodo e le difficoltà della pandemia, l’associazione LuceMia è riuscita a portare qualche momento di gioia e illuminare gli occhi dei bambini ricoverati nel reparto di Pediatria di Bolzano.
“Vedere brillare gli occhi di un bambino, poter vivere la loro gioia innocente è ciò che ci spinge a superare ogni ostacolo per portare un sorriso a questi piccoli combattenti” ci racconta Luca Randi, presidente dell’associazione “LuceMia – Il sorriso di Laura Randi”. Vogliamo raggiungere tutti i bambini che da un letto di casa, di un ospedale o addirittura da una incubatrice lottano contro una “malattia”, che giorno dopo giorno spegne quel sorriso che ognuno di loro dovrebbe poter sempre donare al proprio famigliare. E cosa accende il sorriso di un bambino se non un gioco?

Qualche settimana prima di Natale, ha preso il via il Tour natalizio di LuceMia regalando i primi sorrisi ai bambini del Servizio Territoriale delle Cure palliative pediatriche e del Day Hospital Oncologico Pediatrico del Comprensorio sanitario di Bolzano.

Il viaggio quest’anno non si è fermato in Alto Adige, ma ha toccato anche diverse realtà ospedaliere come il Day Hospital Oncologico di Trento, il reparto Onco-Ematologico dell’Ospedale di Padova, quello di Pescara, fino ad arrivare in Sardegna al Microcitemico di Cagliari. A Natale sono stati distribuiti peluche della Disney nei reparti di Terapia Intensiva Neonatale e di Ematologia dell’Ospedale provinciale di Bolzano, purtroppo senza il tradizionale accompagnamento canoro di Nancy, Tiziana e dei chitarristi Luca e Gabriele a causa delle restrizioni Covid. Ultima tappa di questo viaggio è stato il reparto di Pediatria dell’Ospedale con un carico di doni da distribuire ai bambini che purtroppo erano ricoverati durante le feste natalizie.

Foto: Foto di gruppo nel reparto di Neonatologia e Terapia Intensiva

Un anno per celebrare il sommo poeta

Ricorre quest’anno il settecentesimo anniversario della morte di Dante e il Comitato altoatesino della Società Dante Alighieri intende rendere omaggio al grande poeta per tutto il corso dell’anno organizzando una serie di eventi e manifestazioni celebrative, in collaborazione con l’Ufficio Cultura in lingua Italiana della Provincia, come già avvenuto nel 2019 per Leonardo e nel 2020 per Raffaello, e con il patrocinio e il sostegno del Comitato Nazionale istituito per i festeggiamenti della ricorrenza dantesca.
Lo scorrere dell’anno di Dante verrà accompagnato mettendo a disposizione delle scuole e degli estimatori uno straordinario calendario che presenta immagini di diversi artisti e disegnatori contemporanei, concesse in prestito d’uso dal Maestro del Lavoro Fulvio Vicentini, cultore d’arte ed esperto di editoria artistica, e che, come intitola il Calendario stesso, permettono un “Viaggio grafico nei regni dell’oltretomba” secondo le diverse interpretazioni dei singoli autori.
Anche l’Associazione degli Amici dell’arte metterà nuovamente a disposizione ben 100 quadri, uno per ciascun canto della Divina Commedia, accompagnati dalle terzine che ne illustrano il significato e la collocazione, e che verranno esposti in diverse zone della città nelle vetrine di negozi che si renderanno disponibili.
A partire dal mese di marzo 2021, quindi, le immagini dantesche e la rappresentazione che ne hanno dato gli artisti bolzanini, tappezzeranno idealmente le vie della città e contribuiranno a celebrarne l’opera immortale.
è stato poi organizzato già da tempo per le classi di ogni ordine e grado e gruppo linguistico un concorso per elaborati di natura creativa e/o filmati sulla figura e l’opera di Dante. La premiazione degli alunni dei tre gruppi linguistici distintisi nello studio e nella competenza della lingua italiana, la premiazione del concorso e l’assegnazione di un premio speciale per gli studenti della scuola superiore che si sono particolarmente qualificati nell’ambito della certificazione linguistica avranno luogo in occasione della Giornata della Dante, cui verranno invitati autorità e genitori, che di solito ha luogo nel mese di maggio.
Nel corso del 2021 verranno organizzati, nei modi consentiti dalla pandemia, numerosi altri eventi ed attività insieme a conferenze di grandi esperti che tanto interesse hanno già suscitato, tra cui Massimo Cacciari, Gregorio Vivaldelli, Angelo Maria Mangini (UniBo), Matteo Santipolo (UniPd), senza contare Giulio Ferroni con il suo recentissimo “L’Italia di Dante”.

Foto: Dante visto dal grande fumettista Moebius

La nascita dei parchi pubblici a Bolzano #1

Bolzano, come descritto nei precedenti articoli, dopo essersi dotata di importanti giardini privati per tutto il ‘600, ’700, e fino alla metà dell’800, alla sstregua delle altre città europee, inizia, alle soglie della “rivoluzione industriale” e dell’avvento del turismo, a maturare l’esigenza di spazi pubblici verdi aperti a tutta la cittadinanza. A Londra, il primo parco pubblico venne realizzato da J. Nash nel 1814, seguiranno poi quello di Liverpool nel 1844 e tanti altri in Europa e negli Stati Uniti (New York, Central Park, 1862). Nella nostra città, il primo vero e proprio parco pubblico è quello della Stazione, 1859. Nato come elemento di collegamento urbano fra la stazione ferroviaria e il centro storico, attraverso l’asse stradario di viale della Stazione. Fra lo spazio urbano, dove Sebastian Altmann aveva progettato la struttura ferroviaria, e le prossimità del Duomo allora vi era solo campagna. Rispetto ai due lati che lo dividevano, venne posto al centro un viale alberato che conduceva verso piazza Walther – ancora non esistente. Il parco venne arricchito di piante esotiche e ornamentali ad alto fusto e aiuole fiorite, e delimitato da percorsi pedonali interni, nonché di un basso muretto di recinzione. Solo in epoca successiva, all’interno del parco trovarono posto il Teatro Civico (1913) e la Fontana delle Rane (1930). Per avere idea di come potesse essere il primo parco pubblico cittadino, oltre alle immagini d’epoca, basta puntare l’occhio verso l’attiguo Parkhotel Laurin.
I cittadini di Bolzano di allora lo chiamavano orgogliosamente “il nostro parco cittadino”.
Il secondo parco pubblico, sempre progettato da Sebastian Altmann, nel 1870 è quello ricavato entro l’incrocio tra l’attuale via Dante, via Marconi, via Carducci e via Gilm. Esso è intitolato a Peter Rosegger, scrittore austriaco originario della Storia (autore di “La casa nella foresta”, 1877, e “Il cercatore di Dio”, 1883). Si estende per una superficie di mezzo ettaro ed è circondato da viali alberati, i consueti platani, così cari alla progettualità di Altmann. Secondo il progetto originario, di forma rettangolare, era suddiviso con aiuole poste in diagonale convergenti verso una piazzetta anch’essa della medesima forma geometrica. All’interno del parco sono presenti cespugli di spirea caragna, lagherstremia e folstizia. Le colture arboree sono cedri, tigli e magnolie.
In questo parco venne esiliata la statua di Walther von Vogelweide dal 1935 fino al 1981.

Autore: Flavio Schimenti