La cantautrice meranese Giulia Martinelli, che nella primavera dello scorso anno aveva dato alle stampe l’applaudito EP Wanderlust (prodotto con gusto da Mattia Mariotti) è tornata qualche settimana fa a far parlare di sé per la pubblicazione del suo nuovo videosingolo, una canzone presentata in anteprima nel tour ispano/germanico di inizio anno, che anticipa cambiamenti importanti e una crescita artistica costantemente in atto dell’artista. La nuova canzone, The Crown, è una specie di punto della situazione che Giulia fa su sé stessa, sulla presa di coscienza del cosa vuole essere, come vuole essere e in questo senso è eloquente il video girato dalle fidate Asia De Lorenzi e Samira Mosca, amiche della Martinelli, prima ancora che videomaker e fotografe in via di affermazione: nel video infatti vediamo una “Giulia” bambina passare il testimone a una donna, una corona nella fattispecie, che è un po’ il simbolo della consapevolezza acquisita riguardo alla propria evoluzione artistica. Evoluzione che a livello musicale trova qui un ottimo confezionatore in Kris Kaufmann, chitarrista e produttore dal gusto molto orientato verso il circuito country-pop, proprio quello che Giulia aveva in mente da un po’ di tempo in qua. youtu.be/fo1SIA0VEec
Si è celebrata in questi giorni la Giornata internazionale del volontariato. Che cosa spinge le persone a dedicare il loro tempo ad attività utili allo sviluppo della società nei suoi vari aspetti? Ognuno ha i suoi motivi personali, ideali, morali che lo spingono a mettersi in gioco. E c’è una dimensione sociale e politica di non poca importanza.
Secondo i dati della Provincia sono circa 150.000 gli altoatesini coinvolti, spesso più volte alla settimana, nelle attività di quasi 4.500 strutture organizzate, che vanno dalle associazioni di volontariato e di promozione sociale alle cooperative, ai gruppi di auto-aiuto, ai comitati e alle fondazioni. Vale la pena sottolineare due aspetti connessi all’impegno volontario. Il primo è lo stile di fondo che per molti volontari è quello della gratuità. È vero, molti di noi danno il loro tempo ma si aspettano qualcosa in cambio. Chiedono riconoscimento sociale, gratitudine, a volte un premio, un’agevolazione. Altri tendono a vedere il loro impegno piuttosto nell’ottica del dono. Ciò non nasce necessariamente da una bontà eroica o da uno straordinario spirito di sacrificio, ma molto più semplicemente dalla consapevolezza che tutto ciò che abbiamo di più importante, a cominciare dalla vita stessa, lo abbiamo ricevuto in dono. Il tempo è un dono che ci è dato e assume tanto più valore, quanto è a sua volta donato agli altri. Un secondo aspetto riguarda in particolare il volontariato sociale. Spesso avviene che le organizzazioni di volontariato svolgano compiti che di per sé sono compito e responsabilità dell’ente pubblico. Questo va bene se è svolto secondo il principio di sussidiarietà. La famiglia, le associazioni, i volontari possono svolgere alcune attività di servizio alle persone meglio dell’ente pubblico. Ma non devono mai, nel farlo, togliere all’ente pubblico le castagne dal fuoco. Solidarietà e sussidiarietà vanno sempre insieme e la “supplenza” dev’essere l’eccezione.
La Naspi è l’acronimo di Nuova Assicurazione Sociale Per l’Impiego ed è, a partire dal 2015, l’indennità di disoccupazione che viene erogata, con assegno mensile, dall’Inps ai lavoratori che perdono involontariamente il posto di lavoro. Il requisito fondamentale per accedere alla Naspi è la perdita involontaria del lavoro. La legge, infatti, tutela economicamente il disoccupato solo se ha perso il lavoro contro la sua volontà. Ci sono, tuttavia, dei casi in cui, nonostante la cessazione del rapporto sia stata determinata dalle dimissioni o dalla risoluzione consensuale del rapporto, la perdita del lavoro può essere considerata comunque involontaria. È il caso della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro determinata dal rifiuto del lavoratore al trasferimento in una sede di lavoro a oltre 50 km dalla residenza e/o raggiungibile con i mezzi pubblici in oltre 80 minuti. Nell’ambito delle dimissioni, invece, fanno eccezione alla regola per cui non spetta la Naspi le dimissioni per giusta causa; si ravvisano quando il dipendente è, di fatto, costretto a dimettersi a causa di un comportamento datoriale scorretto, contrario ai doveri che derivano dal rapporto di lavoro, che rende non più proseguibile il rapporto, nemmeno per un momento. I principali effetti prodotti dalle dimissioni per giusta causa sono tre: 1) il lavoratore può lasciare il posto di lavoro con effetto immediato, senza rispettare il periodo di preavviso; 2) il lavoratore ha diritto a ricevere l’indennità sostitutiva del preavviso; 3) proprio come per il licenziamento, il lavoratore che si dimette per giusta causa ha diritto alla Naspi. Non esiste un elenco tassativo di “giuste cause”; analizzando la casistica presente nelle sentenze dei tribunali del lavoro, dimissioni per giusta causa sono state ad esempio riconosciute nei casi di mobbing, demansionamento, molestie sessuali nei luoghi di lavoro, condotta ingiuriosa del superiore gerarchico, mancato pagamento dello stipendio, trasferimento immotivato e modifica peggiorativa delle condizioni di lavoro a seguito di un trasferimento di ramo d’azienda.
Alberto Pasquali, avvocato e appassionato di storia fin dall’infanzia, ha recentemente pubblicato “Breve storia dell’Alto Adige”, edito da Curcu & Genovese. Ecco la nostra recesione.
L’attenzione del grande pubblico e il lavoro di molti giornalisti e scrittori sono stati rivolti, nel tempo, soprattutto alla storia più recente della Provincia di Bolzano, lasciando in secondo piano quella più antica. Eppure, come scrive l’autore nell’introduzione, questa storia è di particolare interesse, in quanto non è “solo tedesca, solo italiana, solo ladina, ma è storia autenticamente europea, perché ben poche terre – per la loro posizione geografica ed orografica – hanno avuto radicali alternarsi di popolazioni e fusioni di etnie e di lingua”.
Alberto Pasquali
In poco più di sessanta pagine, il libro di Alberto Pasquali ripercorre questa storia, dai primi riferimenti storici attendibili fino alla caduta del fascismo, con un breve epilogo dedicato al presente. Il testo, agile e accessibile a chiunque, è accompagnato da molte fotografie, illustrazioni e cartine. In passato si faceva risalire il principio della “storia dell’Alto Adige” al “castrum Drusi” (poi Bauzanum), ma il rinvenimento di Ötzi ha costretto a spostare questa data a 5000 anni fa. Ad ogni modo, è l’insediamento dei romani a dare il via a quei processi storici e culturali di cui rimane traccia ancora oggi. La fusione delle genti romane con le popolazioni locali, per esempio, diede origine alle lingue ladine che, benché ovviamente mutate, sopravvivono tuttora in alcune valli. Con la caduta dell’Impero romano si ebbero le invasioni di Visigoti e Ostrogoti e la successiva penetrazione dei Baiuvari nel territorio, fino all’odierna Salorno.
A sinistra Walther von der Vogelweide, a destra Oswald von Wolkenstein
A partire da queste prime informazioni, Pasquali ripercorre, attraverso brevi capitoli, la storia della Provincia, concentrandosi su alcuni aneddoti e biografie di personaggi particolarmente rilevanti. Si incontrano così Walther von der Vogelweide, la mitizzata figura di Margarete Maultasch, la dinastia dei conti Mainardi, la cui epopea – scrive l’autore – coincide con il periodo più glorioso del Tirolo, e Oswald von Wolkenstein. L’autore affronta poi “il crollo dell’impianto feudale e l’ascesa al potere dei ricchi mercanti laici” e il periodo della caccia alle streghe. Vengono raccontate le storie del ribelle Michael Gaismair, che si oppose “[al]l’ignobile sfruttamento del lavoro dei contadini tirolesi”, morendo giovanissimo e passando alla storia come primo sindacalista, e di Claudia de’ Medici, fino ad arrivare alla nascita degli Schützen. Dopo quelli dedicati ad Andreas Hofer e al periodo della Restaurazione, i capitoli conclusivi attraversano le guerre mondiali, il fascismo, lo Statuto d’autonomia e si concludono con un breve scorcio sul presente.
Michael Gaismair visto da Karl Plattner
“Breve storia dell’Alto Adige” non si rivolge agli esperti di storia in cerca di informazioni inedite o di approfondimenti specialistici, ma potrebbe rispondere ad alcune curiosità di chi, volenteroso di scoprire qualcosa in più sulla storia del territorio, è alla ricerca di un testo leggero e di facile consultazione.
Da qualche giorno pare turbato Walther von der Vogelweide, lo si nota dallo sguardo della statua che lo raffigura al centro dell’omonima piazza. La piazza non è affollata come ogni anno in vista del Natale! Cosa sta succedendo? Mentre se lo chiede, Walther ricorda altri momenti della sua vita. Opera in stile stile neoromanico del venostano Heinrich Natter, il monumento fu solennemente inaugurato il 15 settembre 1889, con intitolazione della piazza al poeta; lo guarda da Trento l’italico poeta, Dante Alighieri, raffigurato nel monumento inaugurato l’11 ottobre 1896. Il 22 marzo 1935 il monumento a Walther fu spostato nel parco Rosegger, con soddisfazione del Duce, che non mancò di venire a Bolzano. Riportato nella piazza nel 1981, nuovamente trasferito nel 1984 per i lavori del parcheggio sotterraneo, il monumento a Walther ritornò nella piazza il 27 settembre 1985. Ma fu movimentata anche la vita del personaggio raffigurato, il menestrello medievale Walther von der Vogelweide: Novale di Laion (dove Walther sarebbe nato nel 1170), Sabiona, Novacella, Vienna, Magonza, Magdeburgo Norimberga, Wurzburg (dove morì intorno al 1230), senza contare le corti dove passò per offrire le sue arti poetiche. Walther fu infatti uno dei Minnesänger (da Minne, amore e sang, canto=lirica d’amore cavalleresca), i cantori dell’amore cortese in lingua tedesca. Fu considerevole la produzione poetica di Walther, con esempi di Lied (canzone), di Spruch (sentenza) e di Leich (poesia a più strofe a carattere conviviale amoroso e religioso): novanta Lieder, da 140 a 150 Sprüche, un Leich; una raccolta di 24 manoscritti, comprendenti circa 500 strofe con cento schemi metrico-ritmici diversi. Gli ultimi versi di Walther von der Vogelweide sarebbero stati Kreuzlieder e Palästinalied, in occasione del ritorno dalla crociata, nel 1229, dell’imperatore Federico II di Svevia (1194-1250). Sono migliaia che ti vedono, Walther, dalle pagine di Qui Bolzano. Buon Natale!
Di questi tempi, in cui la parola contagioso mette sempre addosso un po’ di apprensione, c’è un caso in cui invece non può che rallegrare e far piacere: si tratta del contagioso esordio discografico degli Skankin’ Drops, formazione appartenente alla grande famiglia del reggae che, dopo alcuni anni di collaudate performance, ha trovato finalmente il tempo e la voglia di registrare la propria musica, e lo ha fatto con esiti davvero entusiasmanti.
Do The Skankin’ è un disco godibilissimo, con nove brani originali composti dai vari componenti del numeroso ensemble che per questo suo debutto è tenuto a battesimo dall’etichetta dei cugini Shanti Powa, un disco pubblicato in vinile per quanto riguarda la forma solida e che in versione liquida è naturalmente ascoltabile e acquistabile tramite il sito bandcamp. “Ci è voluto un po’ per portarlo a termine – ci racconta il sassofonista, autore e cantante Angelo Ippati – perché in un primo momento abbiamo cominciato a lavorarci in sala prove, alla fine però abbiamo deciso di affidarci al Beat Studio di Alessandro Damian e Andrea Polato, che ci hanno registrato. Il mix invece lo hanno fatto Thomas Maniacco, che nel disco suona anche la tromba, e Florian Gamper a Fiè, nello studio degli Shanti Powa. Il master lo abbiamo affidato a uno studio londinese che si è anche occupato della stampa dei vinili.” Rispetto ai menzionati Shanti Powa, orientati verso un reggae più vicino al ragamuffin e al mondo hip hop – ma le differenze sono davvero sottili – gli Skankin’ Drops hanno un background più orientato verso il roots reggae e lo ska e anche loro contano su una formazione molto consistente: nel disco oltre a Ippati ci sono le due cantanti Enrica Pedrotti e Michela Campaner, le chitarre di Igor Pallaver e Arturo Zilli, il basso di Michele Giancola, le tastiere di Marco Pellin (autore della maggior parte dei brani), la batteria di Fabio Scatolini e le percussioni di Matteo Moretti e tutti contribuiscono a sviluppare una base musicale molto affiatata e coinvolgente su cui spiccano i testi (scritti da Pellin, Ippati e Campaner) che non sono mai scontati ma affrontano, salvo un paio di casi in cui l’argomento è la loro musica, tematiche sempre attuali da quelle ambientali a quelle sociali. “Il batterista e il chitarrista – ci spiega Giancola – provengono da esperienze roots e quindi è stato naturale per noi partire da lì, poi però ci siamo evoluti, contaminati, ci sono stati vari innesti, basati anche su quello che abbiamo cominciato ad ascoltare, lo stile si è affinato. C’è anche il ragamuffin in dialetto salentino che fa Angelo ed è una delle altre nostre peculiarità, così come la doppia voce femminile.” All’ascolto il disco suona davvero bene, l’alternanza del cantato tra inglese e salentino, tra la voce maschile e le due voci femminili, risulta una carta vincente che insieme a tutto il resto contribuisce a far sì che gli intenti di partenza degli Skankin’ Drops giungano a buon fine. “Non ci siamo detti: vogliamo fare un roots reggae in stile anni settanta e ottanta – è ora il tastierista e autore Marco Pellin a parlare –, alcuni di noi avevano già una buona esperienza con questo genere musicale, all’inizio i singoli gusti magari non coincidevano per tutti, così abbiamo provato a vedere cosa veniva fuori. Sperimentando anche. Non è stato un percorso facile e breve, ci è voluto del tempo. Ed è anche da questo percorso che nasce il discorso sui contenuti, le prime cose abbiamo cominciato a scriverle nel 2015, sempre con l’obiettivo e con la volontà di farne venir fuori qualcosa di nostro. Il disco in questo senso è il punto d’arrivo riguardo al lavoro svolto fin qui, ma anche quello di partenza per quello che vogliamo fare dopo.” Come prevedibile al momento non sarà possibile promuovere il disco con concerti, ma gli Skankin’ Drops non demordono e sperano che una volta superato il momento d’allerta sarà possibile pensare ad una promozione: “Qualcuno ci aveva suggerito di aspettare a farlo uscire – conclude Ippati – ma era già stato lungo il periodo di gestazione e avevamo voglia che la gente potesse ascoltarlo. E di fatti abbiamo riscontrato subito un grande interesse; l’uscita ufficiale è stata il 20 novembre, intanto il vinile è in vendita online, su bandcamp è ascoltabile in streaming, ed è in uscita anche un primo video. Ovviamente è un ottima idea per un regalo di Natale!” Oltre al 33 giri e alla versione liquida del disco, è uscito anche un dieci pollici con le versioni dub, una realizzata in provincia di Bolzano e una in Salento, di due delle canzoni incluse nel disco, per la gioia degli amanti dei sound system.
Il filosofo Pascal ebbe a dire che “un fiume regio e ben curato è una magnifica strada che cammina”. Una considerazione che oggi, almeno dalle nostre parti, appare di dubbia utilità. Le “strade in cammino” – e in particolare l’Adige, in passato autentica autostrada tra l’agiata Venezia, porto affacciato sull’Oriente, e i paesi dell’Europa settentrionale – hanno in larga parte perso questa loro funzione. Ora, le banchine del molo sono scomparse sotto l’erba, la Dogana ha cambiato destinazione e quelli dei carrettieri e zatterieri sono mestieri estinti. È arduo anche solo immaginare il traffico caotico di uomini e di bestie, di mercanti e di gendarmi, di carri e di sfaccendati in cerca di fortuna, insomma la “vita” che il trasporto fluviale dal Medioevo in poi aveva portato nei tranquilli paesini di Laives e Bronzolo. I laivesotti si erano da subito specializzati nel trasporto delle merci da e per Bolzano, città commerciale in rapida ascesa, e dal XVI secolo in poi avevano operato in una posizione pressoché monopolistica. Erano i dominatori incontrastati delle sconnesse, spesso impraticabili strade di allora e contribuivano notevolmente a peggiorarne lo stato disastroso con i loro pesanti carri trainati da cavalli o buoi. Certo non mancavano le dispute anche violente per spedizioni effettuate – specialmente nelle ore notturne, in cui ogni attività “lecita” era interdetta – fuori dalle convenzioni e, soprattutto, dalla tabella tariffaria ufficiale. I mercanti bolzanini cercavano di risparmiare sul “soldo” del viaggio e sovente ingaggiavano soggetti privi di “privilegio”. In questi casi, più delle autorità competenti poterono le feroci baruffe serali nelle varie osterie del paese – a iniziare dal Gutleben o Welschwirt (Ca’ rossa), dove si trovavano anche il maggior deposito mercantile e il bivio verso Bronzolo e Vadena. Una volta all’anno, davanti alla chiesa di Laives, un tempo sede di un rudimentale “tribunale” all’aperto, veniva scandito l’elenco di coloro che erano autorizzati all’acquisto del legname della “Reif” da trasportare. Quelli di Bronzolo, per ovvie ragioni, privilegiavano l’attività portuale in senso stretto. Il trasporto verso Verona, centro di smistamento di maggior rilievo verso Venezia, Padova, Ferrara e le città lombarde, rimase pressoché ininterrottamente privilegio di dieci famiglie di Sacco presso Rovereto, tra cui i noti Fedrigotti. Tutta l’attività doveva essere tenuta sotto stretto controllo dalle autorità competenti, che ovviamente vedevano di buon occhio i ricchi commerci soprattutto per via dei cospicui dazi che vi potevano applicare. Sale, stoffe, vino, pietre, tronchi, frumento – tutto doveva essere esibito e tassato dagli agenti governativi della Dogana di Bronzolo. Poiché allora come ora l’evasione era sempre in agguato, i governi di Innsbruck e Vienna emettevano ordinanze su ordinanze per regolamentare ogni dettaglio delle lucrose e avventurose spedizioni.
Farfalla Cavolaia: sono una minaccia le larve di questo lepidottero, leggiadro come una farfalla in fase adulta! Le larve, costituite da bruchi verde pallido, riccamente punteggiati di macchie nere, con bande gialle lungo il dorso e i fianchi, raggiungono i 6 cm. Generalmente la cavolaia fa 2/3 generazioni all’anno, con voli a partire da marzo: settembre può diventare un vero disastro nell’orto, vista l’abbondanza di brassicacee. Rovina cavoli, verze, bietole, broccoli, cavolfiori, cavolo cinese, cavoletti, ma anche spinaci. Le uova si schiudono in due settimane e i bruchi cominciano a nutrirsi del fusto e delle foglie giovani e provocano gravi danni alle piante. Agiscono in gruppi numerosi e mettono a rischio interi raccolti. Erodono le foglie, rosicchiando persino le porzioni interne. La cavolaia minore, i cui bruchi sono di colore verde scuro, danneggia il cavolo rapa, il cavolo nero, la rapa e le cime di rapa. Rimedi: 1. rimozione manuale; 2. rete anti-insetti e polvere di roccia (zeolite) per grandi colture; 3. macerato di ortica e di foglie di pomodoro; 4. decotto di assenzio; 5. Olio di Neem (Azadirachta indica): un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua e irrorare di sera tramite spruzzino – Carenza 3/6 gg; 6. Bacillus thuringiensis (varietà kurstaki), insetticida biologico a base di batteri sporigeni estremamente selettivi. È totalmente innocuo per gli insetti pronubi e le coccinelle. Carenza: 3 gg; 7. l’antagonista oofago Trichogramma evanescens; 8. Apanteles glomeratus e il Phryxe vulgaris (uccidono le larve).
Nottue: sono una ventina di specie di lepidotteri, in prevalenza notturni, le cui larve, cioè i bruchi, si cibano di piante orticole, arbustive e ornamentali. Si presentano di diversi colori, dal rosa al nero, ma per lo più di verde brillante. Rodono colletti, fusti, foglie, fiori, boccioli e persino i frutti. Possono defogliare una pianta da orto in una notte. La presenza dei bruchi va da maggio a novembre in zona alpina. Colpiscono mais, peperoni, erbe aromatiche, gerani, melograno, rose, ma soprattutto i pomodori. John Orrock e i biologi dell’Università del Winsconsin nel 2017 hanno fatto una scoperta sorprendente: una pianta di pomodoro, se massicciamente aggredita, è in grado di emettere una sostanza chimica volatile, lo jasmonato di metile che avvisa le sue simili del pericolo. Le piante allarmate dal segnale chimico reagiscono, rendendo le loro foglie meno nutritive, che così crescono più lentamente, e producendo una sostanza neuro attiva che induce i bruchi al cannibalismo. Fino a quando il loro numero non ritorna a essere a un livello sopportabile per la pianta: ce lo conferma Stefano Mancuso. Anche le vespe assetate sono ottime alleate. Rimedi: 1. rimozione manuale; 2. trappole a feromoni (nelle serre); 3. biotrappole a base di vino dolcificato e speziato; 4. estratto puro di cannella 1 ml in 500 ml; 5. Bacillus thuringiensis (varietà kurstaki), insetticida biologico a base di batteri sporigeni estremamente selettivi – Carenza: 3 gg; 6. Olio di Neem (Azadirachta indica): un cucchiaino da diluire in 500 ml – Carenza 3/6 gg; 7. geodisinfestante biologico a base di nematodi entomoparassiti del genere Steinernema da impiegare nel terreno.
Oggi come oggi per tutti noi è davvero fondamentale, giorno per giorno, riuscire a trovare un modo per guardare con fiducia al futuro, scrollandoci di dosso quel fardello di ansia e pessimismo che ci appesantisce. In questo senso ho trovato davvero prezioso un commento dello psicanalista Massimo Recalcati, intitolato “No alla Generazione Covid” e pubblicato da Repubblica. Recalcati si riferisce alla didattica a distanza, la risorsa che in fretta e furia la scuola si è ritrovata a dover implementare, per non dover chiudere bottega a tempo indeterminato. Essa non è affatto l’ideale, riconosce Recalcati, osservando però in primo luogo che i “reali” processi di formazione non seguono mai una traiettoria ideale. E aggiungendo in secondo luogo – cosa ancor più importante – che “i maggiori effetti formativi si generano non a partire dai successi o dalle gratificazioni, dalle prestazioni mirabili o dalle affermazioni senza intoppi, ma dalle cadute, dai fallimenti, dalle sconfitte, dagli smarrimenti”. Recalcati prosegue la sua riflessione mettendo in guarda dal pericolo della lamentela permanente e dalla vittimizzazione. Per questo di dichiara contrario all’idea stessa di una Generazione Covid caratterizzata – come sempre più spesso si sente dire in giro – per “le occasioni che sono state ingiustamente e definitivamente sottratte”. Come sappiamo nella scuola molti sono gli operatori (e soprattutto gli alunni e studenti) che in questa fase si sono rimboccati le maniche, reinventandosi e mettendosi in gioco in una nuova forma, inaspettata e costantemente in divenire. Recalcati conclude il suo commento incoraggiando tutti a prendere esempio da coloro che non si sono rassegnati, non piangendosi addosso perché – a ben vedere – “siamo sempre ancora in tempo anche se siamo sempre in ritardo”. Dalla scuola che resiste, reinventandosi, è giusto ripartire. Ed è anche alle priorità e all’esempio della scuola che a mio avviso devono guardare oggi politica ed economia, quando sono tentate di tornare troppo presto a una “normalità” che potrebbe di fatto provocare ancora molte vittime tra i nonni dei ragazzi di cui sopra.